INTERVISTA ALL’ATTRICE FRANCESE SOPHIE MARCEAU – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 17 novembre 2016

 

In occasione dei cinquant’anni di Sophie Marceau ripubblichiamo l’ampia intervista che ci rilasciò poco più che ventitreenne a Parigi il 24 aprile 1990 per il ‘Corriere del Ticino’. Fu un’ora e mezzo intensa in un salottino al primo piano del palazzo situato all’Avenue Georges V 10, una traversa dell’Avenue des Champs Elisées…  

 

Oggi l’attrice francese Sophie Marceau compie i suoi primi cinquant’anni, essendo nata a Parigi il 17 novembre 1966. Più di qualcuno ricorderà il ‘Tempo delle mele’ (1980), il film che le diede notorietà non solo in Francia e che ne originò altri due, qualcun altro non se la sarà scordata in ‘Braveheart’, ‘Anna Karenina’, ‘Marquise’, ‘Les chouans, les révolutionnaires blancs’, ‘Belfagor, il fantasma del Louvre’, ‘ Al di là delle nuvole’, ‘007-Il mondo non basta’, ‘Eloise, la figlia di D’Artagnan’, anche nei film di cui era regista suo marito Andrzej Zulawski. E’ stata una ‘Marianna’ di Francia, ha ricevuto numerosi premi (a partire dal César del 1983) e nel 2016 ha rifiutato la Legion d’Onore, perché attribuita anche al principe ereditario e ministro dell’interno saudita Muhammad bin Nayef: Sophie Marceau, respingendo la designazione di Hollande (da lei già definito ‘cialtrone’), ha allegato un articolo sulle settanta esecuzioni capitali in Arabia Saudita dall’inizio del 2016.

 

DIECI ANNI DOPO IL ‘TEMPO DELLE MELE’ – pagina-intervista di Giuseppe Rusconi pubblicata sul ‘Corriere del Ticino’ del 4 maggio 1990.

 

Parigi, 24 aprile 1990. Dicevano: ‘Bella, ma…vedrai quant’è oca!”. La ventitreenne che mi sta davanti, seduta su un divano del salottino, non dà però questa impressione. Muove molto le mani, sì, si ravvia talvolta i capelli sciolti, diventa sorriso e perfino sana risata, lampeggiando (è uno Scorpione, nata com’è il 17 novembre) dagli occhi grigioverdi. Parla… e non mi sembra che appartenga alla categoria volatile di cui sopra. Pare ne siano convinti anche i francesi, che, come la ventitreenne sussurra compiaciuta, avrebbero votato per lei come ‘Star del futuro’, stando ai risultati non ancora pubblicizzati di un sondaggio recentissimo. Priva di trucco, un golf grigio e una gonna a disegni bianconeri, Sophie Marceau si appresta a rispondere alle nostre domande, intese a ricostruire e a valutare dieci anni di attività cinematografica. Ricordate la ragazzina del Tempo delle mele?Ora è cresciuta, non male si direbbe; e ha certo avuto la possibilità di fare esperienze utili per la vita. A soddisfazione dei maliziosi, va notato che ha un solo anellino al mignolo sinistro. Finita la storia con Andrzej Zulawski, sembra che al momento il grande amore si faccia attendere. Quale sarà il prossimo film di Sophie? Per ora non ha preso nessuna decisione… 

Quando avevo tredici anni, ho cercato un’occupazione per i mesi estivi, dato che non andavo in vacanza. Sono andata un po’ dappertutto alla ricerca di un lavoro, in panetteria o come venditrice. Non ho trovato niente, perché ero troppo giovane. Ho poi guardato i giornali e ho scoperto che un’agenzia cercava ragazzi e ragazze per foto pubblicitarie. Sono andata là, m’hanno fatto delle fotografie e m’hanno detto: “Se qualcuno si interesserà a te, ti chiameremo”. L’attesa è durata quattro o cinque mesi, fino a quando mi hanno chiamata per i provini del Tempo delle mele. Dopo un mese ho avuto il ruolo. 

Che cosa ha provato, quando è stata scelta?

Niente. Non andavo al cinema, non sapevo che cosa fosse, non immaginavo certo di diventare un giorno un’attrice. Per me era solo un mezzo per passare le vacanze.

Qualche ricordo della prima esperienza cinematografica. Stressante? 

No. Più si procede, più la fatica aumenta. Ma la prima volta lo si fa in uno stato un po’ di incoscienza. Non di totale incoscienza, però. Avevo infatti già capito che si trattava per me di fare un lavoro, che bisognava essere coscienziosi, puntuali, concentrati. Mi è sempre piaciuto che la gente si occupi di me. In cambio le dò il massimo. Uno scambio formidabile che si è prodotto naturalmente, senza sforzi.

Che cosa ha significato il successo per Lei? 

Quando mi si diceva che il Tempo delle mele aveva avuto otto milioni di spettatori in Francia, non riuscivo ancora a comprendere pienamente. Non avevo nessuna nozione, nessun punto di riferimento. Poi le cose sono cambiate. Quando si è quindicenni popolari e si continua ad andare a scuola, condurre la vita su un doppio binario provoca dei conflitti, degli stati di disagio. Non si possono fare bene due cose contemporaneamente. Così ho passato un periodo difficile, che è durato fino a sedici anni, quando ho lasciato la scuola.

Poi Lei ha interpretato grosso modo un film per anno. E’ stata una scelta precisa? Per quali motivi? 

Non ci sono tanti buoni copioni in giro. E un film per anno è già molto, io trovo.

I film di cui è stata protagonista sono molto diversi l’uno dall’altro: si va dalla commedia leggera e familiare al poliziesco, dallo storico-patriottico al drammatico quasi brutale. Non ha certo un genere preferito… 

No, non ho un genere preferito. Penso che la cosa più importante sia avere una buona trama. E una buona trama può far ridere o far piangere. Proprio come capita nella vita. Un giorno si vorrebbe abbracciare tutto il mondo, l’indomani ci si dispera. Credo che un attore interpreti questa molteplicità sulla scena. Ecco quello che mi interessa: fare film di costume, drammatici, romantici, comici e burleschi, commedie musicali. Ci terrei molto a fare anche del teatro, un altro grande amore.

L’esperienza cinematografica più bella che ha vissuto? 

Ce ne sono state molte. Sa, girare un film è bellissimo. Già il fatto in sé di essere in scena è magnifico. Alzarsi il mattino molto presto, arrivare sul seti mentre è ancora buio, prepararsi per la giornata: sono i momenti più belli.

Si può dire allora che il girare sia stressante, ma soddisfacente? 

Sì, ma non mi piace la parola stressante, che comporta un certo isterismo, un’agitazione che non mi è propria. Il girare è certo snervante, poiché si è concentrati tutto il tempo, in uno stato di ipersensibilità. Si è come ricci che si aprono per captare tutto quanto c’è intorno. E si è naturalmente molto vulnerabili, ma ciò è molto utile per il film.

Anche per la vita? 

Meno per la vita. Non si può essere quotidianamente in tali condizioni, non è proprio possibile. Credo che sia necessario trovare un equilibrio. Cinematograficamente si deve essere sempre dentro le cose; nella vita è bene avere un certo distacco dalle stesse, per poterle osservare, analizzare, giudicare.

Ci sono dei personaggi che Le piacerebbe particolarmente interpretare in scena? 

Quattro o cinque anni fa ci fu un progetto per un film su Giovanna d’Arco. Il testo c’era, ma la realizzazione è purtroppo mancata, poiché nessuno ha voluto produrre il film. Un errore, data anche la popolarità del personaggio…

Che corrisponde al Suo sentire? 

Certo. Giovanna d’Arco è un personaggio complesso. Penso che fosse una giovane star della sua epoca, che invece di apparire su uno schermo, lo faceva a cavallo sui campi di battaglia. Una ragazza molto giovane, ma forte di carattere. Ostinata, a volte quasi imbarazzante. Qualcuno che aveva trovato la sua strada ed era convinto di quello che faceva. Aveva in sé una sorta di purezza e di energia vitale, proprie della sua giovinezza. C’è poi tutta la leggenda di Giovanna d’Arco, delle sue illuminazioni. Non ci credo poi tanto, ma resta il fatto che questa ragazza è riuscita a imporre i suoi sogni. Incredibile. E oggi nel 1990 se ne parla ancora. E’ certo la star più grande che sia mai vissuta.

Ama forse la storia, considerato anche che ha interpretato Chouans, un film d’amore sullo sfondo della Francia inquieta dell’età della Rivoluzione (NdR: Erano chiamati 'Chouans' gli insorti della Francia nord-occidentale che lottarono, in parallelo con i vandeani, contro la République dei giacobini)? 

Per il momento non così tanto. Penso però che, andando avanti con gli anni, apprezzerò sempre di più la storia. Oggi sto scoprendo il tempo in cui vivo. Ciò mi interessa moltissimo. Non ho ancora avuto il tempo di leggere libri di storia. Ma essa fa parte della mia cultura, della nostra cultura di europei e ci concerne direttamente. Il cinema offre la possibilità di avvicinare la storia. E di stimolare alla lettura.

A dieci anni dal Tempo delle mele è sempre contenta di aver scelto la strada del cinema? 

Non sono io che l’ho scelto, è il cinema che mi ha scelto. Forse non è stato un caso. Doveva andare così. Ho provocato il destino, certo, poiché esso non arriva mai senza motivo. Forse ‘contenta’ non è il termine giusto. Diciamo piuttosto che il cinema mi ha insegnato a scoprire la vita.

Che importanza ha allora il cinema nella Sua vita? Che cosa Le ha dato…o tolto? 

Mi ha dato molto. Avrebbe potuto levarmi altrettanto, ma questo l’ho sempre rifiutato. Tutto quanto il cinema potrebbe togliermi…la tranquillità, l’interesse per altre cose, ho sempre cercato di difenderlo e conservarlo. Sa che cosa accade quando un film è terminato? E’ facile rattristarsi e annoiarsi, come capita a molti attori. Con questi esempi drammatici davanti agli occhi, ho organizzato la mia vita nel senso di non perdere tempo. Il cinema mi ha portato anche la volontà di fare molte cose.

Il Suo rapporto con la gente? Pensa che la Sua popolarità resti sostanzialmente legata al Tempo delle mele? 

Accadono due fenomeni. Se si parla di me in senso cinematografico, la gente pensa subito al Tempo delle mele, perché è il film che ha avuto più spettatori e ripassa regolarmente sugli schermi televisivi. Ma succede anche qualche cosa di bizzarro: il mio nome esiste, è presente, senza che sia associato a un film in particolare. Oggi la gente non sa ben definirmi, dato che ho girato film molto diversi tra loro. Ma mi resta fedele. Per strada tutti mi riconoscono, mi chiedono autografi. Insomma, non mi dispiace tutto ciò.

Che cosa si propone di offrire al pubblico con le Sue interpretazioni? 

Ho voglio che mi si veda viva. Come sono realmente, il meglio possibile. Ho voglia, non tanto di aver successo (anche se fa sempre piacere) quanto di stabilire con la gente un rapporto più profondo di quel che capita a chi ha raggiunto la popolarità. E’ bello che la gente voglia entrare in confidenza con te, ti consideri come una vecchia amica e non ti dica soltanto ‘Come va? Ho visto il tuo ultimo film’. Desidero rapporti quasi familiari e non dunque epidermici, che non valgono nulla.

Quando non è impegnata sul set, che fa? 

Viaggio molto…E’ molto importante vedere il mondo, entrare in contatto con altre mentalità. Qui da noi c’è una cultura, una religione, una politica: ma il mondo è più complesso. Eppure, più ci si accorge che è più complesso, più ci si rende conto che è fondamentalmente semplice.

I ruoli che interpreta, li sceglie prima di tutto perché sono aderenti al Suo essere? 

Sì, aderenti è proprio la parola giusta, perché, pur interpretando personaggi diversissimi, si segue sempre una linea morale ben precisa, da cui non si dovrebbe mai deviare.

Quali i contenuti di questa morale? 

Difficile dirlo, ci vorrà una vita perché io li comprenda pienamente.

Che cosa significa per Lei essere felice? 

Non è aver piacere, è differente. La felicità si ricollega a momenti brevi, a istanti, a uno stato d’animo particolare e instabile.

Trilussa scriveva: La felicità è una piccola cosa / un’ape che se posa su un botton de rosa… 

E’ molto romantico, ma per me essa si può ritrovare in qualsiasi situazione.

Ha già provato invece momenti di malessere? 

Basta poco, in fondo. Ad esempio regolarmente dopo l’uscita di un film: andrà bene, andrà male? Oppure quando non si ha lavoro per un certo tempo o si sente per la strada un’osservazione spiacevole.

Le emozioni del set sono più forti di quelle della vita privata? 

Si ha l’impressione che lo siano, poiché sono concentrate in tempi brevi. Per tre mesi si gira otto ore al giorno e si è in tale stato di ipersensibilità che tutto provoca un’emozione. Nella vita ci sono le medesime cose, ma diluite, così che il tempo stempera le emozioni.

Ha paura di qualcosa? 

Della stupidaggine e della volgarità.

E di invecchiare? 

No, mi piace anzi. Evidentemente ci sono inconvenienti a invecchiare, amche grandi per un’attrice. Nel contempo non vorrei più avere quindici anni. Non è facile averli. Più invecchio e più mi dico: ma quanto ero stupida qualche anno fa! Invecchiare vuol dire maturare.

Che posto ha l’amore nella sua vita? 

Molto importante. Dare e ricevere in uno scambio gratuito di sentimenti è per me indispensabile.

I Suoi hobbies? 

La pittura, viaggiare, la musica, la letteratura. Ma mi sento molto calma in campagna. Anche se non posso frequentarla molto, dati i miei impegni a Parigi. Che pure è una città bellissima. Sa, ci riflettevo ieri sera. Gli impressionisti definiscono Parigi con tre colori: grigio, blu e rosa. Ed è vero. indipendentemente dall’ora, dal luogo, dalla stagione, a Parigi si scopre sempre almeno una di queste tre tinte. Quando poi calano le prime ombre della sera, si vivono momenti sublimi, che mi emozionano sempre molto. Bellissima è anche la nuova Arche de la Défense. Bisogna girarle intorno a una certa distanza, sulla strada circolare e vedere il suo profilo che affascina.

Che cosa Le suggerisce la parola ‘Svizzera’? 

La conosco poco. Ci sono stata da piccola in colonia di vacanza. Ma, per quel che mi riguarda, penserei alle montagne, alla neve, ai cieli azzurri.