MEDITERRANEO TRA ‘MAMMA LI TURCHI!’ E FASCINO D’ORIENTE – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 27 aprile 2016

 

Presentato presso il Museo ebraico di Roma “Storie intrecciate. Cristiani, ebrei e musulmani tra scritture, oggetti e narrazioni (Mediterraneo, secoli XVI-XIX)", a cura di Serena Di Nepi, Edizioni di Storia e letteratura. Una serie di contributi singolari che indagano il complesso rapporto con i ‘turchi’ in secoli di battaglie, ma anche di accordi commerciali.

  

Scendendo al mare per le scalette della bianca Sperlonga, capita anche - in un momento di sosta - d’alzare lo sguardo … e prima o poi l’occhio incontrerà una serie di affreschi che raccontano popolarmente e in rima una storia del XVI secolo con al centro una certa Giulia Gonzaga. Chi era costei? Appartenente alla celebre famiglia che governò Mantova per quasi quattro secoli, era stata data in sposa tredicenne a Vespasiano Colonna, conte di Fondi, che dopo un paio d’anni morì. Giulia restò sola, non si risposò (fors’anche per ragioni di eredità), ma era talmente bella che perfino l’Ariosto nell’ “Orlando furioso” (canto XLVI), l’ultimo) la esaltò: “Iulia Gonzaga, che dovunque il piede/volge, e dovunque i sereni occhi gira,/non pur ogni altra di beltà le cede,(ma, come scesa dal ciel, l’ammira “. Niente male… ma che c’entra Giulia con “Storie intrecciate”, l’antologia di testi curata da Serena Di Nepi, pubblicata dalle Edizioni di Storia e Letteratura e presentata il 19 aprile presso il Museo ebraico di Roma?

Presto detto. La fama estetica di Giulia Gonzaga giunse fin sull’altra sponda del Mediterraneo, ad Algeri e nel 1534 il noto pirata e dignitario ottomano Khar al Din – detto ‘Barbarossa’ – passò lo stretto di Messina e risalì le coste, più su, sempre più su…, approdando alfine sulla costa di Fondi per rapire la contessa, così da offrirla in dono nientepopodimeno che a Solimano II, detto il Magnifico, uno che nella Storia non viene ricordato come semplice comparsa. La bella Giulia, narrano le cronache, quella notte tra l’otto e il nove agosto 1534 “appena ebbe tempo di salvarsi sopra un cavallo in camisa, come se trovava”. Finì dunque bene per la contessa ventunenne, meno per la contea che conobbe come tante altre plaghe rivierasche (e non solo) d’Italia la ferocia barbaresca. Qualche tempo dopo Giulia si trasferì a Napoli (nel convento delle monache di san Francesco, morendovi nel 1566), dove deliziò intellettualmente nobili ed ecclesiastici del tempo e simpatizzò con la Riforma protestante diffusa nella cerchia partenopea dallo spagnolo Juan de Valdès.  

Mamma li turchi!”, dunque. Ma non sempre fu battaglia come a Lepanto (vittoria cristiana del 7 ottobre 1571) o a Vienna (vittorie cristiane del 1529 e 1683). E’ vero che, come ha evidenziato durante la presentazione Roberto Morozzo della Rocca se, sulla sponda nord del Mare (ex)-nostrum risuonava l’urlo di spavento “Mamma li turchi!”, sulle sponde mediorientali gli faceva da contraltare l’adattamento locale di “Mamma li crociati!”, che non erano in guerra meno spietati dei loro avversari. Ci si sbaglierebbe però, ha rilevato lo storico santegidino, se si pensasse che in quei secoli le frontiere fossero sempre rigide, con sponde contrapposte trasformate in trincea perenne. La mobilità era alta, gli scambi intensi e gli interessi portavano non raramente gli europei – tra una battaglia e l’altra - a stipulare accordi con gli ottomani, detti indistintamente turchi. Basti pensare alla politica commerciale della Repubblica di Venezia o all’alleanza di Francesco I di Francia con Solimano in funzione anti-asburgica o perfino all’atteggiamento di Leonardo da Vinci e di Michelangelo, che volentieri avrebbero messo a disposizione la loro arte dei sultani ottomani, ritenuti “migliori pagatori”.  

In Europa non esisteva solo la paura dei ‘turchi’, pur giustificata dalla loro avanzata a tenaglia poi bloccata soprattutto sotto le mura di Vienna quell’11 settembre del 1683. E ciò emerge chiaramente dalle circa 200 pagine di “Storie intrecciate”, che ha un sottotitolo eloquente: “Cristiani, ebrei e musulmani tra scritture, oggetti e narrazioni” (Mediterraneo, secoli XVI-XIX).  Con gli ebrei, citiamo ancora Morozzo della Rocca, che, essendo presenti “di qua e di là” del Mediterraneo, spesso fungevano da mediatori culturali tra gli altri due mondi così diversi.

Quest’ultima considerazione rimanda anche, ha sottolineato Ruth Dureghello, al dialogo valorizzato da una mostra ospitata dallo stesso museo e inaugurata il 13 aprile a trent’anni esatti dallo storico abbraccio tra Giovanni Paolo II e il Rabbino Capo di Roma Elio Toaff: “Il percorso del dialogo non è da abbandonare mai – ha detto la presidente della Comunità ebraica di Roma – anche in presenza di temi su cui apparentemente sembra impossibile trovare una concordanza”. Sempre sul tema è intervenuta da parte musulmana Ilham Allah Chiara Ferrero, segretario generale della Comunità religiosa islamica italiana (Coreis), per la quale il dialogo è espressione “di una convivenza possibile, che costituisca un antidoto al fanatismo”.

Nel volume appare esemplare l’indagine di Serena Di Nepi (ricercatrice di Storia contemporanea alla Sapienza), dal titolo: “I turchi in Sinagoga?” e mirante a ricostruire l’ambiente culturale e sociale che accompagnò la donazione nel 1832 alla Scola nova di un tessuto destinato all’uso liturgico da parte di Angelo Vito Castelnuovo. Nella preziosa fascia (conservata all’interno dello stesso Museo ebraico) appare anche – fatto insolito – una persona: in abiti orientali, si protegge con un ombrellino ed sta fumando una pipa. E’ un indizio chiaro che anche a Roma si era intensificato già a partire dal primo Settecento l’interesse per il ‘turco’, non più considerato principalmente (o solo) un nemico, ma anche un valido interlocutore culturale. Una ‘moda’, che coinvolse cardinali e nobiltà, poi si estese alla borghesia e dunque coinvolse anche chi intermediava o vendeva, come gli ebrei in veste di mercanti o rigattieri. Daniela Di Nepi nel suo saggio evidenzia tra l’altro come le stoffe preziose circolanti all’interno del Ghetto ponevano un altro problema, quello del rapporto tra lusso e (prescritta) sobrietà, un tema accennato dal Rabbino Capo Riccardo Di Segni nel suo intervento alla presentazione.

Nella prima parte del libro, più centrata sull’oggettistica, si ritrovano contributi che riguardano tra l’altro gli oggetti ‘curiosi’ islamici a Roma (Valentina Colonna), la produzione libraria arabistica come strumento di proselitismo in Italia Andrea Trentini), la presenza di oggetti islamici nelle collezioni asburgiche nel Cinque e Seicento (Barbara Karl) e due auto-epitaffi ebraici del rabbino veneziano Leon Modena (Michela Andreatta).

Nella seconda – oltre alla già citata ricerca di Serena Di Nepi - si evidenziano i frutti dell’incontro-scontro con l’altro, nei testi di Carmelina Gugliuzzo (“Mescolanze di mare: musulmani e cristiani nel Mediterraneo moderno – XVI/XVII secolo"), di Felicita Tramontana (“Ebrei e missionari cattolici nella Palestina ottomana”), di Massimo Moretti (“Dalle ‘pancacce’ ai piatti. Percezioni e rappresentazioni del Turco nella cultura popolare italiana del Cinquecento").