TERRACINA: PAPA BRASCHI E LO SVILUPPO DI BORGO PIO - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 12 agosto 2015

 

Come Pio VI  ha inciso sulla struttura urbanistica di Terracina, un tempo ai confini dello Stato Pontificio. Quindici visite a testimonianza dell’interesse e dell’amore che Giovanni Angelo Braschi nutriva per la città. Il nuovo canale, il nuovo borgo, i nuovi palazzi, le nuove piazze come l’odierna piazza Garibaldi con la grande chiesa neoclassica del Santissimo Salvatore che prospetta sull’ampio emiciclo (progetto del Valadier poi modificato)

 

Un tempo, racconta il mito, l’Agro pontino era terra lussureggiante, la casa della ninfa Feronia, bella e appetita da una selva di pretendenti. Ma lei li rifuggiva, innamorata com’era del pesce grosso, tale Giove. L’amore fu corrisposto (lui le fece assaggiare il nettare degli dei, che la rese immortale) e la cosa non sfuggì agli occhi lunghi della moglie del tale, una certa Giunone, la quale – a mo’ di raffinata vendetta – operò per trasformare l’Agro in palude malsana. L’obiettivo fu raggiunto e da allora in poi molti pensarono di restituire quelle terre all’antico splendore. Ad esempio un primo progetto è attribuito a papa Martino V (XV secolo), un altro fu steso da Leonardo da Vinci (approvato da Leone X, ma mai attuato). Sisto V si occupò in particolare della zona di Sezze Romano. Si dovette attendere però fino all’ultimo quarto del Settecento perché prendesse forma concreta un progetto di notevole spessore, quello di Pio VI, relativo a Terracina e dintorni. L’Agro – inteso come territorio da Cisterna di Latina a Terracina – fu poi bonificato interamente come noto dal regime fascista dal 1926 al 1937 e vi furono fondate città come Littoria (Latina) e Sabaudia, borghi dai nomi inequivocabili (ad esempio Carso, Grappa, Isonzo, Piave) creati da migliaia di famiglie contadine venute soprattutto dal Triveneto. 

Torniamo a Pio VI, Giovanni Angelo Braschi cesenate, che - prima di essere eletto Pontefice nel 1775 - fu per una decina d’anni tesoriere (dicono molto preciso e avveduto) della Camera Apostolica. Da Papa coltivò tra l’altro l’ambizioso progetto di prosciugare le paludi pontine, restituendole all’agricoltura: investì nell’iniziativa  grosse somme, che in parte tornarono a beneficio della famiglia, in particolare del nipote Luigi Braschi Onesti (sì, Pio VI fu un papa certo assai nepotista, ma il periodo tempestoso dell’occupazione francese di Roma, poi della prigionia lo visse con grande dignità, morendo a Valence, in riva al Rodano, nel 1799).

Pio VI si concentrò prevalentemente sulla zona di Terracina, allora alla frontiera dello Stato Pontificio con il Regno di Napoli. La città era fiorente al tempo dell’Impero Romano (cantata anche da Orazio), raggiungendo i 20mila abitanti: dominata dal tempio di Giove Anxur, con un porto attivissimo, ospitava tra l’altro due stabilimenti termali (4mila i visitatori giornalieri) e un anfiteatro da 10mila posti (l’unico esistente tra Albano e Pompei). Poi la decadenza continua (vi fu però anche qualche momento storico di rilievo, come l’elezione nel 1088 - nella cattedrale romanica di San Cesareo e alla presenza del vescovo Pietro II - di papa Urbano II, il papa della Prima Crociata). Al momento dell’elezione di Pio VI aveva 2500 abitanti, tutti o quasi racchiusi entro le mura della città preromana-romano-medievale in collina: essi erano triplicati alla fine del Pontificato. Come mai? 

Papa Braschi volle che la città si sviluppasse anche nella zona bassa (come in epoca imperiale). Perché questo si potesse concretizzare, fece costruire un nuovo tratto della via Appia (fin qui si arrampicava in collina) e rettificare/incanalare un fiumicello tutto curve che si avviava al mare. Tra la via Appia ‘nuova’ (oggi in centro via Roma) e il canale (“Linea Pio”) volle si edificasse un nuovo quartiere sostanzialmente triangolare, il “Borgo Pio”, che giungeva a Porta Napoletana e al Pisco Montano da una parte, dall’altra al porto. L’impostazione delle strade e delle piazze del Borgo Pio è dell’architetto più famoso dell’epoca, il Valadier. Lungo il canale, reso navigabile, sorsero grandi granai. A pochi passi dal mare fu costruito un grande albergo, il “Reale” (meta di tanti viaggiatori illustri sul percorso Roma-Napoli, da Goethe a Stendhal, da Andersen a Alexandre Dumas, da Felix Mendelssohn-Bartholdy a Alphonse de Lamartine come si legge in particolare dai loro diari di viaggio o in loro romanzi). Nel progetto originario erano previste due grandi piazze, oggi piazza XXV Aprile e piazza della Repubblica. Se ne aggiunse per volontà del Papa una terza tra le due, l’odierna piazza Garibaldi, dominata da una parte dalla bianca chiesa neoclassica del Santissimo Salvatore (con le sei colonne del pronao e il grande timpano), caratterizzata dall’altra - al di là dell’odierna via Roma- - dall’ampio emiciclo ‘inaugurato’ dallo storico bar Centrale di cui – sulla via di Napoli - sorseggiavano l’ottimo caffè Totò e i de Filippo, Anna Magnani e Sofia Loren. Il progetto del Valadier (nella romana Piazza del Popolo si ritrovano diversi elementi ‘terracinesi’) non fu pienamente concretizzato, anche perché – posta nel 1795 dallo stesso Pio VI la prima pietra della nuova chiesa, dedicata originariamente a san Pio V – l’architetto l’anno successivo fu richiamato a Roma come architetto camerale e nel contempo precipitava anche la situazione politica per l’invasione francese. Tale progetto, modificato ma non nella concezione neoclassica, fu ripreso nel 1830 dall’architetto bolognese Antonio Sarti: la chiesa denominata del Santissimo Salvatore fu ultimata nel 1845 (essendo già aperta al culto due anni prima).

Nella sua iniziativa urbanistica Pio VI non si dimenticò però della ‘città alta’. Ne è testimonianza visibilissima anche oggi il Palazzi Braschi, ‘biglietto da visita’ per chi entra a Terracina (insieme con il campanile della cattedrale, al castello detto dei Frangipane, al tempio di Giove Anxur sul monte sant’Angelo e al Pisco Montano). Il Palazzo era stato completamente ristrutturato perché il Papa potesse avere una residenza degna durante i suoi soggiorni a Terracina: nel 1794 vi abita per la prima volta, mentre è del 1795 il famoso quadro di Hackert (conservato a Salisburgo), in cui – il 14 maggio, giorno dell’Ascensione - Pio VI benedice dalla loggia del Palazzo truppe e popolo ammassati sulla via Appia rettificata e sulla rampa di collegamento con la città alta. Si noti che accanto al Papa stavano il principe Augusto d’Inghilterra, il senatore di Roma, l’ambasciatore di Malta, il futuro cardinale Consalvi e numerosi vescovi. Sempre in collina furono costruiti o completamente ristrutturati su impulso di Pio VI anche il Palazzo della Bonifica e quello vescovile.

Quante volte venne Pio VI a Terracina? Non meno di 15 (in media per un paio di settimane), a testimonianza dell’interesse (e della simpatia) del Papa per la città che andava rimodulando. Il primo è del 1780: accompagnato dal direttore della Bonifica Gaetano Rappini e dal nipote, giunge in carrozza in una Terracina – narrano le cronache – illuminata a giorno da 1500 candele di sego e da centinaia di torce, mentre squadroni di cavalleggeri pattugliavano la marina e 48 soldati vegliavano lungo le mura. Nella seconda visita, del 1781, il Papa prefigura l’idea del nuovo borgo e del nuovo canale. Nella quinta viene inaugurata da corse di cavalli l’Appia rettificata. I lavori di bonifica proseguono, ma non mancano lamentele da parte degli abitanti su ritardi e corruzione (anche il Papa non gradisce che vengano iniziati troppi lavori contemporaneamente). Nel 1791 Pio VI incontra a Terracina il re e la regina di Napoli. L’ultima visita è del 1796: l’invasione francese incombe. E anche Terracina, due anni dopo (il 9 agosto) sarà saccheggiata dalle truppe transalpine.

Insomma, se c’è un Papa che ha inciso sullo sviluppo di Terracina, è certo Pio VI, in onore della cui impresa pontina il famoso poeta Vincenzo Monti incominciò a scrivere il poemetto "La Feroniade" (incompiuto). Dopo papa Braschi nutrì simpatia per la città anche Gregorio XVI, che la visitò nel 1839 e nel 1845, inaugurando nell’occasione le nuove strutture portuali e ammirando la chiesa del Santissimo Salvatore quasi ultimata.

Quanto abbiamo scritto lo dobbiamo a varie fonti: al professor Venceslao Grossi (presidente dell’Archeoclub di Terracina e cicerone di numerose e interessantissime visite guidate) e a testi tra cui citiamo “Papi e vescovi a Terracina e nella regione pontina” (can. Pietro Altobelli), “Terracina: ambiente e storia” (Emilio Selvaggi), “Terre di confine” (Liceo scientifico-classico-delle scienze umane Leonardo da Vinci di Terracina), “Terracina città d’arte e di cultura” (Università di Cassino – Milena Integlia).