TRE LIBRI TRE: di JOHN THAVIS, PAOLA SEVERINI, AMELIO CIMINI – di Giuseppe Rusconi – www.rossoporpora.org – 12 ottobre 2013

 

 

 

John Thavis, I DIARI VATICANI – Poteri e retroscena/Il racconto di trent’anni vissuti all’ombra del Papa, Castelvecchi, 2013, euro 25,00, pp. 380 – di Giuseppe Rusconi - www.rossoporpora.org

 

John Thavis, nativo del Minnesota, è un vaticanista che per trent’anni è stato firma molto apprezzata del Catholic News Service (CNS), agenzia di stampa americana tra le più informate nel mondo sulla Santa Sede. Ha dunque avuto per decenni una posizione giornalisticamente privilegiata che gli ha permesso una frequenza di contatti con il mondo vaticano superiore alla media. Ha riversato la sua ricca esperienza in un volume, che negli Stati ha avuto un grande successo ed ora è stato tradotto in italiano. Dopo averlo letto, sembra di poter dire che Thavis ha creato un testo appassionante, abbondante di aneddoti, scritto con onestà, precisione e nel contempo sobrietà. Un testo che offre al lettore un’interpretazione del mondo vaticano fondata su alcuni fatti reali e lontana dalla caricatura che spesso si ritrova in molti mass-media. Certo Thavis non evita nel suo libro argomenti ‘difficili’ o perché vergognosi o perché molto controversi: e li affronta dando una sua lettura, naturalmente condivisibile in toto o anche solo in parte o per nulla. Ma sa anche tratteggiare con levità e fine umorismo personaggi e situazioni tipiche che non di rado si riscontrano nel Vaticano vero, quello in carne ed ossa, non quello di certe fiction.

Nell’introduzione Thavis spiega così la scelta del nuovo Papa Francesco e non dei “cosiddetti favoriti, i cardinali Scola, Scherer e Ouellet”: “Nessuno di loro sembrava intenzionato a mettere in discussione la Curia romana o a offrire nuove strategie di leadership”. Invece “i cardinali si sono rivolti all’argentino Jorge Mario Bergoglio, il quale aveva dichiarato con parole insolitamente schiette che la Chiesa doveva decentralizzarsi, diventare meno ‘autoreferenziale’ e dedicarsi ai problemi della gente vera”. Il primo capitolo è gustosissimo e nel contempo introduce il lettore nella comprensione del vero Vaticano prendendo a pretesto il fatto (vero) del ritardato suono del campanone di San Pietro per l’elezione di papa Ratzinger il 18 aprile 2005. In “Tra le nuvole” ecco una serie molto vivace di episodi accaduti durante alcuni viaggi di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. “Nuestro padre” è invece un capitolo triste, di racconto scomodo di ciò che negli anni è avvenuto – con tutte le implicazioni connesse a livello vaticano - attorno alla figura squallida di Marcial Maciel Degollado, fondatore di un ordine rigoglioso come quello dei Legionari di Cristo. Di nuovo parcheggio vaticano e tomba romane si parla nel capitolo successivo, atto a illustrare la difficoltà di coordinamento che si riscontra non raramente tra i diversi uffici vaticani. In “Gatto e topo” entrano in scena i lefebvriani e la controparte vaticana: qui Thavis ricorda le tappe di un confronto tormentato. La figura singolare del colto e schietto latinista padre Reginald Foster è al centro del sesto capitolo; proseguendo si incontrano i momenti del difficile percorso - descritti con dovizia di particolari – verso la beatificazione di papa Pio XII. Thavis evoca poi alcuni episodi, da lui ritenuti ‘incidenti massmediatici’, degli ultimi anni, prima di affrontare - ma senza sensazionalismo- argomenti scabrosi come quello legati all’omosessualità di consacrati. La conclusione è intitolata “Il vero Benedetto”: “(con la rinuncia) “In un solo colpo Benedetto, quel Papa dalle vedute così conservatrici, aveva rivoluzionato il papato. (…) L’eredità duratura che lasciava alla Chiesa era l’umiltà di dimettersi, di scendere in silenzio dal palcoscenico del mondo. Mentre lo guardavo salutare per l’ultima volta i fedeli con la mano, notai che sembrava finalmente felice, e sollevato”. Libero il lettore di essere o non essere d’accordo con talune valutazioni ad personam di Thavis. Al cui volume in ogni caso va riconosciuta una serietà di ricerca e un’onestà d’intenti (oltre che una dose di humour non indifferente) che oggi spesso sono merce rara in libreria. . 

 

Paola Severini Melograni, ERSILIO TONINI, Minerva Edizioni, 2013, euro 5,00, pp. 95 – di Giuseppe Rusconi - www.rossoporpora.org

Un agile volumetto di una novantina di pagine per presentare nel profondo, con stile colloquiale, un famoso “comunicatore di Dio”: morto il 28 luglio scorso a poco più di 99 anni, il cardinale Ersilio Tonini è al centro della biografia che Paola Severini Melograni ha appena pubblicato per le edizioni Minerva, riproponendo con annotazioni nuove l’intervista al porporato fatta nel 1995 e uscita nel 1999 per i tipi della San Paolo. Si deve dire che il testo si legge d’un fiato e l’impressione spontanea che ne emerge, evidenziata anche dall’Autrice, riguarda l’attualità della saggezza del cardinale. Che cosa ad esempio diceva Tonini nel 1995, con riferimento alle teorie in voga nel mondo anglosassone? “La distinzione tra bene e male sta scomparendo, sostituita da una nuova distinzione tra le cose, cioè mi piace o non mi piace, mi diverto o non mi diverto, ci guadagno o non ci guadagno, ho successo o non ho successo”. Trionfa l’individualismo, ma i cattolici non possono dimenticare che Chiesa cattolica “significa non che è estesa nel  mondo, ma che ognuno appartiene al mondo intero e il mondo intero appartiene ad ognuno”. Profonda un’osservazione del cardinale sulla gerarchia ecclesiastica: “E’ chiaro che chi ha una responsabilità all’interno della Chiesa deve stare attento a non assumere lo stile e le modalità dei potenti. In altre parole, ti devi accorgere che non sei un funzionario, sei un uomo”. Anche in materia di dottrina sociale della Chiesa il porporato piacentino (che da vescovo di Macerata-Tolentino cedette le terre della diocesi ai contadini) fa affermazioni molto chiare e sensate: “Sono profondamente convinto che, se non si produce, non si distribuisce; se non c’è il profitto, c’è la fame; e allora l’ideologia ricattatoria che antepone la povertà, la miseria e la debolezza e in cui apparentemente l’unico criterio è quello della distribuzione dei beni tramite l’espropriazione degli averi dei ricchi, si trasforma in follia: un’idea ingiusta e iniqua che ci porterebbe alla distruzione, lasciando i poveri in miseria crescente”. Ancora, sempre nel 1995: “Lo Stato sociale va difeso ad ogni costo, ma con l’assennatezza di chi dice: Dobbiamo studiare un sistema che non riduca i giovani di qui a quarant’anni a non avere più la pensione. Un sistema indubbiamente va trovato, perché l’economia vive in una profonda crisi, ma a condizione che non si distruggano i diritti acquisiti”. Ce n’è abbastanza per invogliare a leggere la biografia così viva di questo “comunicatore di Dio” che ripeteva: “In fondo sono rimasto quel ragazzo di paese che andava alla ricerca di uccelli e di nidi e mi dico: Ma come mi trovo qui, cos’è successo?”. Un “ragazzo di paese” che ha imparato l’inglese a ottant’anni, che citava spesso (soprattutto in materia antropologica) il Times e la Frankfurter Allgemeine, il Monde diplomatique e lo Spiegel (tutti letti regolarmente) e che ha dato, rileva Paola Severini Melograni, “il meglio di sé dagli ottanta ai quasi cento anni”.

Amelio Cimini, MUSICA SACRA POPOLARE OGGI, Libreria Editrice Vaticana, 2013, euro 12,00, pp. 205, di Giuseppe Rusconi- www.rossoporpora.org

Ecco un libro in cui non mancano né una vis polemica ricorrente né una documentazione preziosa, fondata su testi che percorrono la storia della Chiesa. L’argomento si presta particolarmente, considerate le burrasche degli ultimi decenni: la musica sacra popolare. L’autore di musica ci vive: è don Amelio Cimini, autore-compositore, collaboratore di Radio vaticana e fondatore dell’associazione ‘Musica e Vita’ che da tempo promuove “la riscoperta, la valorizzazione e la diffusione della Musica sacra popolare di ieri e di oggi”. Come osserva nella presentazione mons. Vincenzo De Gregorio, preside del Pontificio Istituto di Musica sacra, “la disattenzione che da parte della Chiesa stessa è stata data alla Musica sacra popolare, ha contribuito a collocarla nell’ambito piuttosto del fenomeno e del colore regionale che non in quello di una musica che costituisca una cultura vera e propria”. Raddoppia nella premessa l’Autore: “Fisiologicamente connesso al cammino della Chiesa, quello della Musica sacra popolare non riguarda il se ma il come procedere: da reperto archeologico, cioè, o da elemento vivo e pulsante della pietà popolare, con implicazioni, osmosi e risvolti nella liturgia, nella catechesi e nella evangelizzazione”. E’ naturalmente quest’ultima la tesi proposta – con dovizia di constatazioni, stilettate e documenti - da don Cimini. “Quando il popolo non canta, abbandona la chiesa e se lascia la chiesa perde la fede”, osservava Paolo VI il 14 aprile del 1964: è la frase che apre uno dei primi capitoli del libro, “Una musica per celebrare”. Rileva qui l’Autore: “In occasione di feste patronali vengono minuziosamente programmati l’illuminazione, l’addobbo, la banda musicale, il pranzo per i poveri…Per la preghiera liturgica del popolo, invece, qualcosa canteremo”. Idem per le celebrazioni eucaristiche. Oggi qualcosa (e forse più) è migliorato, concede don Cimini, ma “la situazione si avvicina ancora troppo di frequente a quanto sopra descritto”. Tuttavia “recriminare sulla nuova liturgia che ha distrutto il gregoriano e introdotto i canti con la chitarra, significa vivere di nostalgia”. Del resto, “se un canto non è funzionale, cioè non mi aiuta a celebrare quel momento, non è liturgico o non è religioso, fosse anche un gioiello di gregoriano o di polifonia o di canzone alla moda”. In ogni caso, annota l’Autore, “dopo il Concilio sono stati prodotti in Italia oltre 40mila canti liturgici. Possibile che neanche l’un per cento sia valido?E perché sottovalutare quei canti che il popolo cristiano si è scelto, cantato e diffuso dalle Alpi alla Sicilia?”. Quali allora le caratteristiche auspicabili per una Musica sacra popolare che sia dignitosa? Tale musica prima di tutto deve “morire alla superficialità, all’autocompiacimento e alla paura”. Superficialità: “La povertà di testo e di musica non è e non deve diventare una qualità, quasi in contrapposizione alla profondità e alla ricchezza della musica dotta”. Autocompiacimento: “Utilizzare un canto sacro solo perché è tradizionale (cioè un pezzo da museo) o solo perché è nuovo (cioè l’ultimo grido dell’autore o del cantautore preferito) significa perder completamente di vista lo scopo e la funzione del canto stesso”. Paura: “Vogliamo alludere al timore che ‘riesumando’ un vecchio canto si venga etichettati come retrogradi, ma anche e soprattutto alla paura del rinnovamento”. Purtroppo, continua don Cimini, “persiste una certa mania di sperimentazione sulla pelle della gente, del popolare”. Ad esempio emergono “ improvvisati compositori o cantautori che seppelliscono grammatica, pentagramma, catechismo (non parliamo di teologia!) e buon gusto” oppure si ascoltano “sigle di varietà televisivi praticamente ‘travasate’ in cosiddette canzoni religiose utilizzate anche in importanti manifestazioni ecclesiali”. Chi ci legge avrà ormai ben capito che il libro di don Cimini è di quelli ruspanti, atti a integrare il già burrascoso dibattito in corso. Vorremmo ancora evidenziare qui la seconda parte del libro, in cui si entra nella prassi quotidiana, ragionando ad esempio sui ‘canti della povertà’, sui ‘canti del presepe’ (sottotitolo molto significativo: “Chiesa, casa e supermercato esigono canti natalizi appropriati”), sul ‘cantare Maria”. Buona lettura!