LA CHIESA E L’ITALIANO – LA BIBBIA E LA LINGUA CORRENTE – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 19 novembre 2021

 

Presentato all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede “La Chiesa e l’italiano’ antologia di contributi curata da Rita Librandi – Un saggio del linguista ticinese Ottavio Lurati sulle ricadute bibliche nella lingua corrente.

 

La Chiesa come elemento fondamentale per la diffusione universale della lingua italiana: lo è stata nei secoli, lo è anche oggi. Una constatazione che generalmente non trova evidenza nei media, ma che ha avuto il suo (meritato) riscontro nel convegno che l’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede ha promosso per dar lustro a un’antologia di saggi sull’argomento, curata dalla linguista Rita Librandi: La Chiesa e l’italiano: un cammino nel tempo e nel mondo (ed. Il Mulino, Bologna). Ne hanno discusso martedì 19 ottobre 2021 - oltre alla stessa docente dell’Università “L’Orientale” di Napoli – Claudio Marazzini (presidente dell’Accademia della Crusca), mons. Dario Edoardo Viganò, Ettore Francesco Sequi (segretario generale della Farnesina), moderati da Franca Giansoldati (Il Messaggero).

Nell’interessante volumetto troviamo sei capitoli, una presentazione (dell’ambasciatore Pietro Sebastiani), una post-fazione (del cardinale Gianfranco Ravasi). Argomenti affrontati: un secolo (tra XX e XXI) di sfide comunicative ecclesiali (Rita Librandi), le traduzioni della Bibbia in italiano (Michele Colombo), italiano e missioni (Giuseppe Polimeni e Francesco De Toni), l’italiano come lingua per gli studenti non italofoni delle università pontificie (Franco Pierno), l’italiano nei messaggi Urbi ert Orbi degli ultimi sessant’anni da Giovanni XXIII a Francesco (Edoardo Buroni).   

Qualche spunto dall’incontro a Palazzo Borromeo, una sede – ha evidenziato nel saluto l’ambasciatore Sebastiani – che evoca anche l’opera di san Carlo Borromeo nella promozione della lingua italiana (“una mediazione tra il fiorentino del ‘300 e  del ‘500”, caratterizzata da “comunicabilità e decoro” e “profondamente intrisa di cristianesimo”).

Tra le osservazioni più condivise quella di Claudio Marazzini, che ha sottolineato l’importanza della comunicazione papale per la diffusione mondiale dell’italiano. L’incisività di tale fenomeno si è accresciuta di molto – ha rilevato il presidente dell’Accademia della Crusca – con l’ascesa al soglio di Pietro di papi non italiani.

Mons. Dario Edoardo Viganò ha parlato degli inizi del “processo di globalizzazione della figura del Papa”, riferendosi in particolare ai primi approcci alle innovazioni comunicative da parte di Pio XI, Pio XII e Giovanni XXIII. Per evidenziare le conseguenze mondiali positive dell’utilizzo da parte della Chiesa della lingua italiana, il collaudato comunicatore vaticano ha citato il Discorso della Luna di Giovanni XXIII (saluto dell’11 ottobre 1962  ai fedeli partecipanti alla fiaccolata per l’apertura del Vaticano II) e il Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia del 27 marzo 2020 , presieduto da papa Francesco in piazza San Pietro, nel quale la preghiera “è decisamente radicata nella potenza delle immagini”.  

L’ambasciatore Sequi ha riconosciuto che ”la Chiesa ha contribuito largamente alla nascita e allo sviluppo di una lingua nazionale”: basti pensare ad esempio alla diffusione del Catechismo di san Pio X. Nell’anno dantesco il segretario generale della Farnesina non ha mancato di ricordare “gli oltre 500 eventi” organizzati nel mondo per “celebrare la figura di Dante, uno dei massimi esempi del legame tra Chiesa e lingua italiana”. Addirittura “si dice che durante la Lunga Marcia Mao portasse con sé una copia della “Divina Commedia”.

L’italiano insomma come lingua franca nella Chiesa con ricadute benefiche in tutto il mondo: “lingua veicolare all’interno delle missioni cattoliche all’estero”, ha rilevato Rita Librandi. E la Chiesa come contraltare del monopolio universale dell’inglese. Il cui predominio non va però confuso con quello che aveva nel Medioevo il latino ecclesiale, dato che l’inglese “si impone grazie alla potenza economica e politica di un unico Paese”.

 

OTTAVIO LURATI, LA BIBBIA E L’ITALIANO CORRENTE

 

Correva l’anno scolastico 1965-66. Frequentavamo il primo anno del Liceo cantonale di Lugano (allora l’unico ‘pubblico’ nel Canton Ticino). Per italiano c’era un docente giovane, un ventisettenne di nome Ottavio Lurati. La classe lo considerava molto serio, molto puntiglioso, un buono fondamentalmente timido. Difficile dimenticare quella volta che ci presentò Jacopone da Todi e volle farci leggere il famoso Compianto della Madonna. Già al momento dell’attribuzione delle parti si sentiva nell’aria un alcunché di allegrotto: a chi scrive la parte di Cristo in croce, a Elena Rossi (una niente male) la parte della Madonna, a un gruppo di tendenzialmente ridanciani il ‘popolo’ che urlava “Crucifige, crucifige! Omo che se fa rege…”, infine il Nunzio. Fin dall’inizio appariva evidente che l’ambiente era tutt’altro che compreso della serietà dell’argomento. Il ‘popolo’ entrava in scena a mo’ di armata Brancaleone, la Madonna si produceva in sforzi sovrumani per mantenersi credibile (Figlio, figlio, amoroso giglio…). Il prof. Lurati percepiva certo l’incombere della Grande Risata e le sue guance progressivamente si arrossavano..  Intanto alle nostre spalle crepitavano risatine soffocate. Il ‘corrotto’ della Madonna proseguiva sempre più indecoroso. Poi ecco il Cristo: Mamma, o’ sei venuta?, con voce già incrinata. E la Madonna: Figlio, chi t’ha ferito… Il Cristo: Mamma, perché te lagne? Qui, complice decisivo il darci di gomito del compagno di banco Flavio Schira, gli eroici sforzi per continuare sfociarono irresistibilmente in una risata a crepapelle, un’onda goliardica che dilagò nell’intera classe. Quel giorno più non vi leggemmo avante. Con grande scorno del prof. Lurati, che ormai paonazzo, urlava che eravamo dei bambocci. La cosa finì lì, non ci furono conseguenze disciplinari e l’anno continuò tranquillamente e con profitto.

Il prof. Lurati poi l’abbiamo perso di vista. In seconda e in terza liceo in cattedra trovammo il noto scrittore Giovanni Orelli. E poi…. Nel periodo bernese di Palazzo federale (1988-96) non avemmo occasione di incrociarlo giornalisticamente se non in rare occasioni… era divenuto uno studioso noto e apprezzato.

Nato il 5 maggio del 1938, docente ordinario di linguistica italiana e romanza presso l’Università di Basilea (per 27 anni), accademico della Crusca, autore tra l’altro del Dizionario dei modi di dire (Garzanti, 2001, ora UTET) e di Dialetto e italiano regionale nella Svizzera italiana, Ottavio Lurati ha pubblicato da poco La pulce nell’orecchio (Fontana edizioni/Fondazione Ticino nostro, Pregassona); e da sempre  ha indagato il linguaggio delle comunità italofone (in primo luogo quelle della Svizzera italiana e dell’area lombardo-piemontese in genere) a ogni livello: “Immagini e colori che fanno affiorare – ha scritto – parecchie verità sull’uomo e le infinite vicende del nostro esistere”. Nel 2003 ha ricevuto il Premio Galileo Galilei per la storia della lingua, unico svizzero vivente a fregiarsene (è stato attribuito negli anni Novanta anche a padre Giovanni Pozzi e a Max Pfister).

Da Montagnola (oggi parte del nuovo comune di Collina d’Oro, sopra Lugano. già residenza di Hermann Hesse per oltre quarant’anni, fino alla morte nel 1962) il prof. Lurati ci ha voluto gentilmente inviare  il frutto di alcune sue ricerche filologiche degli ultimi anni. In particolare abbiamo ricevuto un testo aggiornato di Bibbia e italiano corrente (contenuto originariamente in Tra la gente, Salvioni, Bellinzona, 2018), da cui abbiamo tratto alcuni brani che pensiamo possano riscuotere l’interesse di chi ci legge.

 

DA ‘BIBBIA E ITALIANO CORRENTE’ (versione del 15.10.2021)

Non sono poche le parole bibliche nel nostro parlar corrente

. Quello ha uno di quei caratteri, quella è un caratterino…: per secoli carattere è l’impronta che su un individuo lascia il battesimo. Poi, nel tempo, su questa idea, fantasia e usi particolari lavorano a fondo, fino ai nostri giorni, compreso il carattere di stampa e quelli di Internet. Sono davvero molte le inflessioni bibliche e/o sacramentali nel nostro linguaggio corrente. E non ce ne rendiamo più conto.

. Ma sostiamo su cose più significative, quali le vicende percorse dalla qualifica di profeta. Oggi prevalgono usi del tipo profeti di male, di sciagure, profeti del nulla. Tanti, oggi i maghi, le maghe e le “veggenti” che si reclamizzano alle tv. Ma nella futilità della commercializzazione del bisogno umano di avere una “guida”, il richiamo a profeta conferma una dignità ben diversa. Per la Bibbia il profeta non è colui che annuncia il futuro, bensì colui che parla a nome di Dio (pro-femi). Sentiamo l’ambiguità dei “maghi” che oggi si esibiscono così numerosi nella faciloneria. Dicendo profeta, prophète, Prophet, prophet siamo ricondotti a sostanze bibliche dense di equilibrio, misura, autenticità.

. La sua forza, il profeta la trae da un carisma personale,  che fa da ponte tra Dio e l’uomo. Appare la netta differenza con il sacerdote: questi è al servizio di una tradizione sacra e fornisce beni di salvezza in forza del suo ufficio, non tanto sullo slancio di un empito personale. Sì che (salvo Ezechiele) quasi nessun profeta scaturì dall’ordine sacerdotale[1].

. Né profeta è esempio singolo. Vanno evocati concetti quali morale, speranza, libertà, uomo interiore, segni dei tempi. Lettrici e lettori ne aggiungeranno di proprio: cronaca, vituperio, abisso, agape, anno sabbatico.

. Certo, speranza, verità, libertà appartenevano in larga misura alla filosofia greca. Ma è soprattutto attraverso il Vangelo e la predicazione che si son fatti noti a ampie fasce di persone. Nella nozione di morale traspare il mos, moris di tanti filosofi greci e scrittori latini, ma l’esperienza morale viene veicolata a molte comunità soprattutto dalle istanze bibliche.

. Diciamo non poche volte che uno sa riconoscere i segni dei tempi. Anche qui desunzione biblica. Erano, in sé, gli indizi che affiorano all’inizio dell’era messianica. Poi, nel discorso corrente, segni dei tempi verrà utilizzata per indicare le capacità di cogliere i primi moti di un rinnovamento, l’aprirsi di una nuova epoca. Pure termini a prima vista incolori recano un’impronta scritturale: diciamo abisso per indicare il baratro che squarcia la montagna e non pensiamo più che abyssus in testi biblici era l’immagine dell’inferno. Intanto vituperio è modello  che filtra nelle più diverse lingue attraverso i Salmi e il Levitico. Nel tardo Ottocento, certo, italiane e italiane usano il termine di vituperio con ben maggior frequenza che non oggi. Ma anche vituperio, la gente lo si era portato a casa dalla predica in chiesa. Dal secolare circolare tra la gente di vituperio reca una prova il durare nelle più diverse lingue: francese vitupère, blâme, honte, castigliano vituperio, censura, desaprovación, catalano vituperi, portoghese e brasiliano vituperio.

Lo spadone di san Paolo: schegge di Vangelo nei gerghi

. Fin verso il 1970 è radicata tra contadini e piccoli borghesi calabresi la credenza della serpe nera. Vi alberga l’anima di un “pagano” o di un ucciso ed erra senza pace facendo malefici a uomini e animali. Per questo, al vederla, scatta immediata l’invocazione: san Paolo, aiutaci! È uno dei molti motti che sono accertabili e che segnano il “prestigio” (quanto meno nominale) che san Paolo godeva anche tra campagnoli. Siamo di fronte a una delle tante varianti e reinterpretazioni della leggenda secondo cui, sull’isola di Malta, Paolo viene morsicato da una vipera. La sua forza particolare, per altro, lo protegge. Rimane illeso. Molte, ancora verso il 1980, le comunità (italiane, greche, francesi, spagnole, portoghesi) dove la gente evoca l’episodio, connettendolo alle infaticabili campagne di predicazione del Santo.

. Significativo quanto nel 1970 raccontano a Aranno (Svizzera italiana). Qui gli abitanti del villaggio (240 persone circa) soprannominano ben presto san Paolo un muratore del luogo che nei duri anni 1914-1918, sull’imbrunire, scende in piazza (una piazzetta in lieve pendenza, acciottolata, creata da un quadrato di dignitose case locali, piazzetta che esiste tuttora). Legge la Bibbia ai compaesani (donne e soprattutto uomini) e commenta i vari passi: un fatto oggi impensabile, ma forse già allora raro. Non a caso, dunque, lo avevano chiamato san Paolo.

. Paolo ha avuto fortuna anche tra i gerganti (come ormai si indicano coloro che coniano e usano dei gerghi). Fino all’altro ieri, dalla Sicilia fino a Cuneo e a Torino lo chiameranno Spadone. Il richiamo andava alla spada con cui Paolo era stato decapitato (il cittadino romano, come è noto, non poteva esser posto né sulla croce né al patibolo).

. Fino a pochi anni fa nel Veneto incontravi chi ti spiegava motti come l’è vecio come le scarpe di san Paolo. Ricordava “l’apostolo dei gentili” (come oggi si preferisce dire, invece di “apostolo delle genti”) che, di calzari, ne aveva consumati molti, sempre in movimento com’era ad annunciare il Vangelo[2]. Un solo ulteriore segno della “popolarità” di Paolo: nel loro parlare colorito i napoletani dicono venir fra Paulo per ‘venirti addosso il sonno’ (Caserta 1987 e altrove) e avere il fra Pàvolo ‘avere sonno’. Taluni storici della lingua italiana la ritengono tuttora una deformazione del latino papaver. In effetti, è un’ultima, inscialbita eco dell’episodio di san Paolo che abbraccia e risana un giovane che durante il sonno è caduto da una casa (Atti degli Apostoli 20.912).

Appena una nota finale

. In un mondo in cui quasi “tutto si fa liquido”, instabile, incerto, la Bibbia è utile sia all’uomo che cerca il dialogo con Dio sia a chi lo cerca con gli uomini della sua comunità. La Bibbia serve anche all’agnostico, percorso anch’esso da  continue incertezze.

. I Vangeli non chiudono nel passato e nella tradizione (che certe strutture hanno trasformato in pesante tradizionalismo) bensì sono stimoli di vita nel presente, nell’attualizzare il nostro vivere concreto anche se gli vogliamo conferire un’impronta laica. Il Vangelo arricchisce per dignità, con il suo spaziare in orizzonti che non sono mai né banali né effimeri. Interessano il non credente anche per la variegazione e diversità delle ricezioni sociali che hanno innescato e innescano: influssi culturali (e, dunque, civili) mai monocordi, mai improntati a un tipo unico, a un modello esclusivo. Si ebbero ricezioni sociali diverse a seconda degli ambienti (rurali, artigiani, borghesi, puritani ecc., africani, asiatici, a loro volta con molteplici varietà interne).

. Il corpo alla terra, l’anima a Dio, la roba a chi tocca: commuove la pacata saggezza di certi proverbi evocati soprattutto da donne. Siamo attorno al 1990 e nella loro dignità parlano delle anziane segnate anche dall’essere parche di parole. Prendiamola come viene dalla mano di Dio[3], un invito a non affannarsi nelle traversie della vita, a chi gh’na no, Diu gh’ni manda, a chi non ha, Dio ne manda: invito a una pacata fiducia (Vogherese), ün per l’oltro e Dio per tücc, l’uno per l’altro e Dio per tutti: importanza della solidarietà (Premana)[4]. Sono “sentenze” in cui echeggia un che di proverbialità biblica: molti gli stimoli per una vita civile dignitosa, moniti per un senso religioso vero, senza orpelli e cerimonie fastose, un andare all’essenza, un parlare senza fronzoli.

. Intanto, nel 2014, in una scuola media veneta e in una romagnola, parecchi allievi indicano Totti, il calciatore, come il santo patrono d’Italia…

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