NUNZIO SURIANI: ORTODOSSI SERBI, VISITA PAPA, CASO STEPINAC – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 28 giugno 2020

 

Ampia e significativa intervista del nunzio apostolico Luciano Suriani a Politika, il quotidiano serbo più importante. Tra i temi toccati i rapporti con gli ortodossi locali e la controversa vicenda sorta attorno alla prospettata canonizzazione del cardinale croato Stepinac, beatificato nel 1998 da Giovanni Paolo II. Auspicata- considerato anche  un clima assai favorevole nel Paese -  una visita del Papa a Belgrado.

(g.rus.) Molto volentieri riproduciamo la versione italiana (i neretti sono nostri) dell’intervista – apparsa oggi 28 giugno - che il nunzio apostolico a Belgrado Luciano Suriani ha rilasciato al più importante quotidiano serbo, Politika. Da notare che l’intervista è stata annunciata da Politika con molta evidenza ieri in prima pagina (con foto del diplomatico vaticano) e richiamata in apertura della prima pagina di oggi, essendo accompagnata da una foto di Suriani con il patriarca Ireneo. L’intervista prosegue in un’intera pagina interna, con altra foto centrale (con papa Francesco).

Evidentemente la Serbia ha voluto dare grande rilievo alle affermazioni del rappresentante della Santa Sede. Nell’intervista emergono alcuni temi delicati come quelli attinenti ai rapporti con la Chiesa ortodossa serba, alla prospettata visita del Papa, alle controversie attorno alla canonizzazione del cardinale croato Stepinac, beatificato da Giovanni Paolo II nel 1998.

La nunziatura apostolica a Belgrado festeggia quest’anno i cento anni di esistenza ed è passata attraverso varie esperienze storiche: dapprima nunziatura in Jugoslavia, poi le relazioni furono interrotte dal 1945 al 1970, quando furono riprese. Nel 2003 divenne nunziatura apostolica in Serbia e Montenegro, nel 2006 nella sola Serbia. Il Paese balcanico conta poco meno di 10 milioni di abitanti, per due terzi cristiani (in gran parte ortodossi). I cattolici sono oltre 400mila e sono concentrati perlopiù nella Voivodina (in particolare croati, albanesi, ungheresi).

Il sessantatreenne arcivescovo abruzzese Luciano Suriani – che abbiamo conosciuto a Berna negli Anni Novanta, dove era consigliere al tempo del nunzio Edoardo Rovida – ha molto collaborato in Segreteria di Stato con Jean-Louis Tauran (poi cardinale) e a sua volta è stata nominato nel 2008 nunzio apostolico in Bolivia. Ragioni di salute lo hanno presto costretto a chiedere il rientro: nel 2009 è stato dunque nominato nell’importante ruolo di delegato per le Rappresentanze pontificie e sei anni dopo nunzio apostolico in Serbia, un altro incarico dai mille risvolti delicati.

 

L’INTERVISTA DEL NUNZIO LUCIANO SURIANI AL QUOTIDIANO SERBO POLITIKA (28 giugno 2020)

Quest’anno ricorrono 100 anni della presenza della Rappresentanza Pontificia a Belgrado. Che significato Lei attribuisce a questo evento?

Innanzitutto, desidero ringraziare la Redazione di Politika per la possibilità che mi offre,con questa intervista, di arrivare a tanti cittadini di questa amata Nazione. La ricorrenza a cui Lei si riferisce è un punto di arrivo e di partenza. Molteplici sono stati gli avvenimenti che hanno caratterizzato questi cento anni di relazioni diplomatiche. Si sono alternati periodi tranquilli e momenti difficili e dolorosi. Se da una parte c’è sempre stata la Santa Sede, dall’altra i soggetti sono cambiati, fino ad arrivare agli ultimi anni, nei quali la controparte è la Repubblica di Serbia. La Santa Sede intrattiene relazioni con 183 Paesi e un rilevante numero di Organizzazioni e Organismi internazionali. Nel mondo ci sono 110 Nunziature e sono 280 i diplomatici che vi prestano servizio. Uno degli scopi primari della diplomazia pontificia è la difesa della libertà religiosa e di culto, quali diritti fondamentali della persona umana. La buona collaborazione tra Stato e Chiesa, nel pieno rispetto delle proprie competenze, e l’impegno nella salvaguardia dei principi inerenti alla dimensione religiosa dell’uomo, tornano a vantaggio di tutti i credenti, non solo dei cattolici, e favoriscono il benessere integrale delle persone. Compito di ogni buon diplomatico è proprio quello di incoraggiare e sostenere il dialogo e la collaborazione, per evitare conflitti e divisioni. È difficile fare un bilancio, ma credo di poter dire che, nonostante le difficoltà, molto è stato fatto, ma anche tanto resta da fare, affinché la comunità cattolica in Serbia non venga percepita come un corpo estraneo, ma quale è veramente, cioè parte integrante del tessuto sociale del Paese. Purtroppo, la pandemia del coronavirus non mi ha permesso di realizzare domani la consueta “festa del Papa”, che di solito si tiene annualmente in occasione della Festa degli Apostoli Pietro e Paolo e che quest’anno avrebbe avuto un’attenzione particolare al tema dei 100 anni di presenza della Nunziatura Apostolica a Belgrado. Tuttavia, spero che in futuro ci sia la possibilità di organizzare qualche momento celebrativo.

Lei ha accennato alla grave prova che sta interessando in questi mesi l’umanità intera, la pandemia del Covid-19. Come la Chiesa Cattolica sta affrontando questo problema e cosa pensa di fare per il dopo coronavirus?

Trattandosi di una pandemia, è una prova dolorosa che non sta risparmiando nessun Paese al mondo e da subito si è compreso che essa avrà una ricaduta gravissima e pesante sulla vita economica e sociale. Inoltre, essa ha messo in evidenza l’importanza della tutela e della cura dell’ambiente, che Papa Francesco ama chiamare “la casa comune”. I Governi nazionali, come pure i singoli cittadini, devono impegnarsi seriamente per la promozione e lo sviluppo di un’ecologia integrale, che metta al primo posto la persona umana e la tutela della sua salute. Durante il periodo più difficile, Papa Francesco non si è limitato solo a rispettare, come tutti noi, le restrizioni per evitare il diffondersi del contagio, ma ha più volte rivolto un accorato appello alle Autorità nazionali e agli Organismi Internazionali a non dimenticare e abbandonare quelle persone che compongono le fasce più povere e fragili della società, che sono le prime a soffrire le conseguenze dell’epidemia. Guardando al dopo pandemia, che speriamo arrivi presto, Papa Francesco ha voluto che si dedicasse un anno di riflessione e di studio alla sua Enciclica Laudato si’, della quale quest’anno ricorre il 5° anniversario, incentrata proprio sulla cura della casa comune. Inoltre, il Santo Padre ha costituito, all’interno della Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale, una Commissione, che lavora in collaborazione con altri Dicasteri della Curia Romana e con altre istituzioni, per esprimere la sollecitudine e l’amore della Chiesa per l’intera famiglia umana di fronte alla pandemia Covid-19, soprattutto mediante l’analisi e la riflessione sulle sfide socio-economiche e culturali del futuro e la proposta di linee guida per affrontarle. Più volte ha ripetuto che siamo tutti sulla stessa barca e che nessuno può illudersi di salvarsi da solo! Non da ultimo, il Papa ha deciso di stanziare alcuni fondi della Santa Sede per aiutare nella prevenzione e nella cura vari Paesi poveri, colpiti dall’epidemia Covid-19: in questo modo, ad esempio,è stato consentito ad alcuni ospedali, nelle aree più disagiate nel mondo, di acquistare dei respiratori e altri presidi sanitari, utili nella cura delle persone colpite dal virus.

Lei è in Serbia da cinque anni circa, come valuterebbe la sua esperienza in generale e, in particolare, i suoi rapporti con la Chiesa Ortodossa Serba? Cosa si sente di suggerire per il futuro?

Dico subito che l’esperienza che sto vivendo in Serbia è stata finora molto interessante e positiva. Confesso che ho “scoperto” un Paese, ricco di storia, di culture, di tradizioni e, vorrei aggiungere, anche di una buona enogastronomia! Sono convinto che il cammino intrapreso, per una piena integrazione nell’Unione Europea, sia irreversibile e rappresenti per il Paese un’ulteriore occasione di sviluppo e di crescita, sotto tutti i punti di vista, per un benessere integrale dell’intera comunità nazionale. Colgo l’occasione per auspicare che tale cammino raggiunga presto la meta desiderata.

Circa le mie relazioni con la Chiesa Ortodossa Serba, posso dire che, fin dal nostro primo incontro, il Patriarca Irinej mi ha accolto come un fratello e sento di poter definire il rapporto che ho con lui come sincero, cordiale e fraterno. Pure con altri Vescovi, sacerdoti e laici ho potuto stabilire relazioni cordiali. Più in generale, la mia missione mi sta offrendo la possibilità di conoscere da vicino i fratelli ortodossi. È evidente che dalla conoscenza nasce la stima e da questa le buone relazioni umane, capaci di vedere nelle diversità una ricchezza e non un ostacolo.

Non nascondo la sofferenza che provo nel constatare che tanta strada si è fatta, per ricucire gli strappi e ristabilire la comunione, ma che un tratto di cammino resta ancora da percorrere. La storia è maestra di vita, perciò bisogna imparare dalla storia a non ripetere gli errori, ma è necessario avere anche il coraggio di voltare pagina, per non lasciarci imprigionare dalla storia, e di purificare la memoria. Questo è un processo che si può fare con il dialogo, sebbene non sempre esso porti i frutti sperati, ma anche, e forse soprattutto, con l’audacia evangelica della riconciliazione, che esige la misericordia e il perdono. Papa Francesco, in più occasioni, ha manifestato il suo affetto per il Patriarca Irinej e per questo Paese, non nascondendo il desiderio di visitarlo. Le Autorità politiche mi sembrano disposte ad accoglierlo, come pure tanti cittadini che, in questi anni, me lo hanno manifestato apertamente. Il mio augurio è che i tempi per la visita pontificia, finora ritenuti da alcuni non maturi, giungano presto a maturazione!

Vuole dire una parola sulla controversa canonizzazione del Beato Cardinale Aloisius Stepinac e le tensioni tra Chiesa e Stato in Montenegro?

Per la vicenda del Beato Stepinac, mi pare di poter affermare che da parte della Santa Sede e di Papa Francesco si siano percorse tutte le strade possibili, affinché fosse dissipato ogni dubbio. È stata voluta e costituita una Commissione, composta da membri serbi e croati, che ha permesso di riprendere un dialogo, da tempo interrotto, e che ha portato alcuni frutti. È desiderio di entrambe le parti che si continui tale dialogo, per far luce anche su altri aspetti di quel periodo storico, doloroso e controverso. Ad ogni modo, mi dispiacerebbe se questa vicenda continuasse ad essere un ostacolo insuperabile nei rapporti tra la Chiesa cattolica in Croazia e la Chiesa Ortodossa Serba, perché essa è una ferita alla nostra credibilità come cristiani. Infatti, Gesù ha detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv. 13, 35). In merito alla vicenda in Montenegro, premetto che non seguo come Nunzio quel Paese, perciò ho una conoscenza limitata del problema. Ma posso sottolineare che la questione tocca da vicino anche la comunità cattolica lì presente. La Santa Sede, che con tale Paese ha relazioni diplomatiche dal 19 giugno 2006, anche in forza dell’Accordo di base,firmato il 24 giugno 2011, ha chiesto alle Autorità governative montenegrine che nella redazione di nuove leggi, che toccano da vicino la vita della Chiesa, siano rispettati i diritti che garantiscono la libertà religiosa e di culto, come pure quelli che permettono alla Chiesa stessa di poter disporre dei mezzi e degli strumenti necessari,per l’esercizio di tali diritti. Spero vivamente che la forza del Diritto prevalga sul diritto della forza e che non si abbandoni mai la via di un dialogo aperto e costruttivo, che porti a soluzioni eque, giuste e durature.