TALMUD: AVANTI NELL’IMPRESA – POLONIA: ULMA, FAMIGLIA DI GIUSTI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 30 novembre 2018

 

Martedì 27 novembre è stato presentato all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede il terzo dei trattati del Talmud tradotti in italiano, presenti tra gli altri il ministro Marco Bussetti e i vertici dell’ebraismo italiano e romano. Sempre martedì è stata inaugurata all’Urbaniana una mostra sull’eroica famiglia Ulma, sterminata dai nazisti, che diede ospitalità a due famiglie ebree negli anni bui dell’occupazione nazista.  

 

 

“Nel commentare il versetto dei Salmi ‘Quando faremo ritorno  - o quando saremo tornati – dall’esilio a Sion, sarà – o sarà stato – come un sogno’, Honi Hame’agel si domandò. L’esilio è durato settant’anni: come può un uomo dormire tutto quel tempo e avere un sogno solo? Poi passeggiò e vide un uomo che piantava un carrubo: ‘Quanto ci vorrà perché quest’albero produca dei frutti?’ gli disse. ‘Settant’anni’ rispose l’uomo. ‘Sei sicuro che ci sarai ancora tra settant’anni?’ ‘No, non lo sono, replicò l’uomo, Tuttavia non sto piantando questo albero per me, ma per i miei figli’. E’ possibile sognare per i nostri figli? Mentre meditava sul significato di questo incontro, Honi Hame’agel si addormentò sotto un albero. Quando si risvegliò, settant’anni dopo, vide un uomo che raccoglieva i frutti da un albero. ‘L’hai piantato tu?’ domandò all’uomo. ‘No, è stato mio nonno’, disse l’uomo. Solo a quel punto il saggio comprese che cosa significa veramente aspettare”. (da Elie Wiesel, Sei riflessioni sul Talmud (terza riflessione), tascabili Bompiani, 2004).

Il passo citato è nel mondo ebraico tra i più conosciuti ed appare nel terzo dei libri del Talmud babilonese tradotto in italiano, il Ta’anit,  presentato martedì 27 novembre all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede.

Prima di passare a dare qualche eco dell’evento, ricordiamo che cos’è il Talmud riprendendo un passo della nostra cronaca del 10 aprile 2016 (   https://www.rossoporpora.org/rubriche/italia/582-sapientiae-laetitia-per-la-prima-volta-il-talmud-in-italiano.html ), quando – nell’auditorio di Villa Farnesina (Accademia dei Lincei) – fu presentato il primo dei 37 trattati del Talmud previsti per la traduzione in italiano, quello sul Capodanno ebraico (Ros haShanah). Scrivevamo allora: Il riferimento essenziale per ogni studio ebraico è la prima parte della Bibbia (Pentateuco), chiamata Torah (insegnamento), meglio ancora Torah scritta. Accanto a tale Torah si è sviluppata fin dalle origini una Torah orale, composta di norme e interpretazioni con valore autorevole e sacro. Dopo la Diaspora, i Maestri decisero di sistemare organicamente la Torah orale: nacque dunque la Mishnah, sostanzialmente un’opera di carattere giuridico. Nei secoli successivi si susseguirono i commenti alla Misnah. Il Talmud, elaborato tra il IV e il VI secolo, contiene la Misnah e i suoi commenti, la Ghemarah; si presenta come una serie di enunciazioni da parte di un Maestro, domande, risposte, obiezioni, eventuali conclusioni su argomenti non solo giuridici, ma riguardanti l’interpretazione della Bibbia, le narrazioni, gli insegnamenti morali e il buon comportamento: si passa così ad esempio dalle notazioni sulle stagioni agricole al ruolo della donna, dalla storia ebraica alla teologia e alla regolamentazione della vita quotidiana e dei rapporti sociali e di lavoro. Una vera impresa culturale sociale, condotta dai centri di studio sia in terra di Israele che a Babilonia. Si ha così un Talmud ‘di Gerusalemme’ e uno babilonese (posteriore). E’ quest’ultimo, il più completo e conosciuto, che è in fase di traduzione dall’aramaico in italiano e di cui è stato presentato il primo volume.

L’anno scorso è stato pubblicato il secondo libro tradotto in italiano, il Berakhòt (Benedizioni), per i tipi – come il primo e ora il terzo – dalla casa editrice Giuntina di Firenze, frutto succoso di un protocollo d’intesa siglato nel 2011 (governo Berlusconi) tra presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), Consiglio nazionale delle Ricerche (CNR), Unione Comunità ebraiche italiane (UCEI) e Consiglio Rabbinico Italiano (CRI). A dirigere quella che appare come una vera e propria impresa culturale Clelia Piperno, mentre la traduzione è coordinata dal rabbino Gianfranco Di Segni (non parente del Rabbino Capo di Roma né della presidente dell’UCEI).

Veniamo allora a qualche spunto offerto dalla presentazione, in cui il brano citato all’inizio, dal valore esemplare, è stato richiamato sia nell’intervento di Riccardo che di Gianfranco Di Segni, oltre che di Massimo Inguscio (presidente del CNR).

Nel saluto il padrone di casa, l’ambasciatore Pietro Sebastiani, ha evidenziato il valore culturale e civile del progetto di traduzione in italiano del Talmud: si tratta, ha osservato, non solo di coltivare la memoria e dunque di preservare l’identità di un popolo, ma anche di contribuire a una migliore conoscenza dell’ebraismo, rendendone fruibile anche a un pubblico non specialistico i testi sacri. E’ insomma un’opera di dialogo interreligioso. Da parte sua monsignor Guerino Di Tora, vescovo ausiliare di Roma, ha pure sottolineato la necessità di un impegno di memoria, perché “chi non ha memoria, non ha futuro”.

La moderatrice Clelia Piperno ha voluto invece ricordare come al progetto lavorino cento persone, “regolarmente retribuite con i soldi dei cittadini italiani, il che è un onore ma anche una responsabilità”.

Il Talmud è la summa del pensiero rabbinico antico, ha rilevato Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma, rimandando “alla sapienza, all’arguzia dei maestri della tradizione ebraica”. Nel Ta’anit il tema principale è “la sopravvivenza degli agricoltori legata alla pioggia”. Che succede se non piove? Bisogna pregare. E se non piove ugualmente? Bisogna pregare e digiunare. E qui il Rabbino capo di Roma ha proposto un confronto tra il Talmud e gli antichi testi cristiani, in particolar modo i Vangeli, che provengono ambedue dalla stessa area culturale. Ad esempio, se Luca riferisce della “famiglie sacerdotali” da cui discendeva Giovanni Battista, il Talmud dice quali erano e dove abitavano. Nella parabola del Buon Samaritano, ancora in Luca e ambientata sulla strada da Gerusalemme a Gerico, si parla di un sacerdote che voltò la testa dall’altra parte: e il Talmud ci dice che la maggior parte dei sacerdoti abitavano proprio nella zona di Gerico. Il tema del digiuno poi è richiamato più volte nei Vangeli. Ma come si digiunava a quei tempi? Ce lo dice il Talmud, in cui si discute anche della liceità della pratica. Insomma, ha concluso Riccardo Di Segni, il Talmud “è un dono e un arricchimento per la cultura del nostro Paese”.

A queste ultime parole si è riallacciato il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Marco Bussetti, che ha lui pure constatato “la grande rilevanza” della traduzione in italiano del Talmud “per la diffusione della cultura ebraica in Italia”, avventura “unica nel panorama internazionale” (NdR: ieri, giovedì 29 novembre, il ministro ha voluto lodevolmente anche difendere la presenza a scuola del crocifisso – “Non vedo che fastidio possa dare nelle nostre aule scolastiche, anzi può aiutare a riflettere – e del presepe. Che anch’esso “fa parte della nostra identità”).

Per Bussetti il Talmud “rappresenta l’anima vitale del popolo ebraico” e quella ebraica “è la cultura dell’ascolto e della relazione: si ascolta la Parola di Dio e la si trasmette e in tale ascolto il popolo ebraico si relaziona a Dio”. Nel Talmud “tutto è vagliato dalla ragione, ma nulla è rigido”; è un testo che “è considerato portatore di quella versatile intelligenza dell’ebraismo che gli antisemiti di tutti i tempi hanno odiato”. Utilizzando spesso “traduzioni parziali” del Talmud, che “nascevano non dall’amore del testo, ma dai pregiudizi che hanno gravato sul pensiero teologico e sulla nostra cultura nazionale”. Premesse “di quella vergogna incancellabile che sono state le leggi razziali del 1938, la persecuzione fascista dei diritti degli ebrei, delle vite degli ebrei, la Shoah”. Bussetti ha proseguito ricordando che l’Italia “ha sostenuto” il progetto della traduzione del Talmud babilonese “con una convinzione che ha travalicato i diversi orientamenti politici dei governi e dei ministri, come era giusto e doveroso che fosse e continuerà a impegnarsi”. Così ha concluso il ministro: “Dobbiamo promuovere un ebraismo vivo, quello che ha nella osservanza e nello studio, nella Torah e nel Talmud, nella Terra dei Padri e nell’attesa di Pace, il suo respiro più profondo. I germi del fondamentalismo, che può portare alla disintegrazione della nostra società, nascono dalla chiusura e dall’ignoranza, dalla volontà dell’imposizione violenta di una prospettiva unilaterale. La custodia del pluralismo è la condizione essenziale per l’esistenza della società democratica”.

Se per Massimo Inguscio il volume del Ta’anit è anche una splendida testimonianza di “sviluppo della razionalità umana” e “della contiguità tra religione e scienza (parla infatti di mancanza di pioggia e di come si può rimediare)”, per Noemi Di Segni (presidente dell’UCEI) il Talmud resta “fonte di ricerca di soluzioni – sulla base di un sapere millenario - per problematiche anche attuali”. Il Talmud, la cui prima edizione a stampa fu pubblicata a Venezia nel 1523, fu spesso guardato con sospetto dal mondo cristiano, oggetto di sequestri e censure: fu bruciato in Campo de’ Fiori nel 1553, poi messo all’Indice, rivalutato ed emendato, infine condannato. Fino ad arrivare alle piazze italiane plaudenti per l’annuncio delle leggi razziali, poi alla Shoah. Oggi non si tratta “soltanto di tutelare le libertà riconosciute dalla Costituzione, ma anche di rappresentare l’ebraismo come qualcosa che dona all’intera società il proprio sapere”.

La serata è stata conclusa dal rabbino Gianfranco Di Segni, che – oltre alla lettura di un passo del Ta’anit riguardante il già citato saggio (conosciuto come “facitore di miracoli”) Honi Hame’agel - ha tra l’altro evidenziato l’importanza fondamentale del software ‘Traduco’ (elaborato a Pisa dall’Istituto di linguistica computazionale nell’ambito del CNR) per accompagnare le varie traduzioni, uniformandole.

 

ALL’URBANIANA UNA MOSTRA SULLA FAMIGLIA POLACCA ULMA, STERMINATA IL 24 MARZO 1944 DAI NAZISTI PER AVER DATO OSPITALITA’ AD ALCUNI EBREI

 

Così parlò papa Francesco verso la fine dell’udienza generale di mercoledì 28 novembre 2018, salutando un gruppo di pellegrini polacchi convenuti nell’Aula Nervi.

Saluto cordialmente i pellegrini polacchi e in modo particolare gli Organizzatori della mostra, apertasi ieri presso la Pontificia Università Urbaniana, dedicata alla Famiglia polacca Ulma, fucilata dai nazisti tedeschi durante la IIa guerra mondiale, per aver nascosto e dato aiuto agli Ebrei. Nel contesto delle meditazioni sul Decalogo, questa numerosa Famiglia di Servi di Dio, che attende la beatificazione, sia per tutti noi un esempio di fedeltà a Dio e ai Suoi comandamenti, di amore al prossimo e di rispetto alla dignità umana. Benedico tutti voi di cuore.

Una mostra, una famiglia polacca sterminata dai nazisti per aver dato asilo a diversi ebrei e ora in via di beatificazione (dal 2003). Qualche notizia in più.

La mostra è stata inaugurata martedì pomeriggio 27 novembre presso l’Università Urbaniana nel corso di una cerimonia aperta dalla lettura di un messaggio del presidente polacco Andrzej Duda- letto dal sottosegretario di Stato Wojciech Kolarski - che si è augurato che possa essere sempre meglio conosciuta “la tragica ed esemplare vicenda” della famiglia Ulma e conseguentemente anche “la storia della Polonia nell’ultima Guerra mondiale”. Gli Ulma, “martiri della fede, non sono solo i nostri eroi, ma di tutta l’umanità”. Dopo il benvenuto del Rettore dell’Urbaniana, il francescano Ofm Leonardo Sileo, hanno parlato il ministro polacco Jan Jozef Kasprzyk, Irena Sendecka-Rzonca (rappresentante dei ‘Giusti tra le Nazioni”), l’arcivescovo Adam Szal (Przemysl dei Latini), padre Boguslaw Turek (sottosegretario della Congregazione delle Cause dei Santi, Iter causae), il cardinale Angelo Amato (prefetto emerito della stessa Congregazione, sul martirio), lo storico don Jan Mikrut (sulla persecuzione della Chiesa cattolica in Polonia nel secondo conflitto mondiale), infine il postulatore della causa di beatificazione padre Witold Burda. Proprio dalla relazione di quest’ultimo traiamo alcune notizie sulla famiglia Ulma e su quanto successo in quell’angolo di Polonia negli anni bui dell’occupazione nazista.

Markowa, nel sud-est polacco (arcidiocesi di Przemsyl), era negli Anni Trenta un villaggio di circa 4500 abitanti, di cui 120 ebrei. Jozef Ulma – nato nel 1900 - era conosciuto e apprezzato, perché “dotato di molti talenti ed intraprendente: fu il primo a gestire un vivaio di alberi da frutta, produceva e diffondeva le tecniche di coltivazione della verdura e della frutta, si occupava dell’apicoltura e dell’allevamento del baco da seta”. Ulma era anche “un buon cattolico, impegnato in varie attività sociali: lavorava nell’associazione della gioventù cattolica dove era bibliotecario e fotografo. La fotografia era la vera passione di questo contadino ‘illuminato. Grazie alle migliaia di fotografie che scattò e che si sono conservate fino ad oggi, abbiamo bellissime immagini sue e della sua famiglia” ( NdR: alcune di esse sono esposte nella mostra). Sposò nel 1935 Wiktoria Niemczak e la famiglia crebbe rapidamente: nella primavera del 1944 Wiktoria era incinta del settimo figlio e mancava poco al parto.

Nel 1942 i nazisti uccisero la maggior parte degli abitanti ebrei di Markowa. Ne sopravvissero alcuni che avevano fatto in tempo a nascondersi nelle case di  contadini locali. Presso gli Ulma (certo coscienti che la legge del 1941 imposta dagli occupanti prevedeva la pena di morte per chiunque avesse aiutato gli ebrei) trovarono rifugio cinque membri della famiglia Szall e tre della famiglia Goldman. Nel marzo del 1944 probabilmente un poliziotto della gendarmeria polacca avvertì i tedeschi, che nella notte tra il 23 e il 24 partirono da Lancut e all’alba irruppero nel casolare degli Ulma. Furono subito fucilati gli ebrei, poi l’intera famiglia, bambini compresi. Altri 17 ebrei ancora nascosti in altre case del villaggio invece non furono scoperti e si salvarono.

Come è noto si è discusso e si discute molto dell’atteggiamento della popolazione polacca nella Seconda Guerra mondiale. Incontestabile è che la Polonia pagò un tributo di sangue molto elevato in quegli anni. E che non pochi polacchi si sacrificarono per i loro concittadini ebrei (e altri deportati), salvandone circa 300mila (tre milioni invece i morti). Il caso della famiglia Ulma ben rappresenta questi polacchi eroici: non a caso del resto i polacchi iscritti tra i “Giusti delle nazioni” al 31 dicembre 2016 erano 6706 su 26513, gruppo nazionale più numeroso.  Altri polacchi invece, come il gendarme spione di cui sopra, collaborarono con i nazisti, forse anche a causa di un innegabile antisemitismo radicato in alcuni ambienti, che si espresse  pure a guerra conclusa (nel 1946), ad esempio con l’orrendo massacro di Kielce, con decine di ebrei trucidati da una folla inferocita, istigata da false notizie che però avevano trovato facilmente terreno fertile.  

La mostra è promossa dall’arcidiocesi di Przemsyl e dalla Fondazione Famiglia Ulma “Soar”, in collaborazione con l’Università Urbaniana.