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    CHIESA/LA SFIDA: GLOBALIZZAZIONE, PIU' CHE SECOLARIZZAZIONE

    CHIESA/LA SFIDA: GLOBALIZZAZIONE, PIU' CHE SECOLARIZZAZIONE - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 19 gennaio 2018

     

    Lo pensa Andrea Riccardi, che ha introdotto mercoledì 17 gennaio sera a Roma, presso la sede centrale della ‘Dante Alighieri’, la presentazione del volume “La Chiesa tra Restaurazione e Modernità (1815-2015)”, curatori Giorgio Fabre e Karen Venturini (ed. Il Mulino). Gli interventi di Luciano Canfora, Marco Roncalli e Giorgio Fabre – Una premessa rallegrante

     

    UNA PREMESSA RALLEGRANTE

    La cronaca ci offre purtroppo a getto continuo esempi indecorosi e inquietanti di quel ‘politicamente corretto’ o ‘cupio dissolvi’ che dilaga nella nostra società. Un ‘cupio dissolvi’ che si deve purtroppo registrare anche all’interno della Chiesa –specie da parte di consacrati - con l’uso ricorrente e irresponsabile del piccone per distruggere una tradizione bimillenaria e il ricorso non raro alla follia di parole e gesti che sono di  grave scandalo per i cattolici fedeli alla dottrina sociale così come si è consolidata nei secoli. Su tali episodi tra il tragico, il grottesco e il ‘Grande Fratello’ di Mediaset  torneremo ampiamente nei prossimi giorni.

    Però oggi, nonostante tutto - prima di confrontarci con l’oltremodo interessante presentazione di un volume sui rapporti tra Chiesa e modernità – vogliamo aprire le nostre considerazioni con una nota di pur moderato ottimismo, originata dal recente svolgimento della quarta ‘Notte bianca nazionale del Liceo classico”. L’idea, certo controcorrente, risale al professore Rocco Schembra, docente di latino e greco presso il liceo Gulli e Pennisi di Acireale e la sua concretizzazione annuale è sostenuta anche dal Ministero dell’Istruzione,  dell’Università e della Ricerca (Miur).

    Quest’anno oltre 400 gli istituti che hanno aderito. Tra i più noti il Liceo Giulio Cesare di Roma: e noi lì siamo andati a curiosare. Per il Giulio Cesare era una ‘prima’ e ci interessava constatare la reazione degli studenti a questa offerta culturale senza dubbio controcorrente. Il programma, che si sviluppava tra le 18 e le 24 era molto ricco. Ne abbiamo piluccato alcuni acini, li abbiamo trovati succosi. Ad esempio: in un’aula si è svolta una ‘maratona’ dantesca, nel senso che ogni canto è stato letto da una classe (che talvolta ha inglobato anche il personale docente e non docente). Da quanto abbiamo visto e ascoltato, molti lettori covavano un misto di felicità ed emozione, mentre la curiosità la faceva da padrona tra chi assisteva all’esibizione. ‘Recuperare’ Dante significa dar voce anche oggi alle sue domande fondamentali sull’esistenza umana, considerate in un’ottica profondamente cristiana. Stesso discorso, ma nell’ambito della classicità greca e latina, per chi ha letto i classici greci o ha partecipato alla gara di citazioni o ha declamato sul ‘palco aperto’. Nell’anfiteatro di scienze si è parlato tra l’altro di grandi eruzioni nella storia e di genetica forense, in quello di arte è stato un trionfo della dialettica quello che ha visto contrapposte a buon livello classi su argomenti come le ‘quote rosa’ o il ‘reddito di cittadinanza’. Grande spazio anche alla musica, con l’esecuzione di brani che variavano da Beethoven, Mozart e Liszt fino al pop; mentre Nunc est bibendum alternava degustazioni e letture conviviali. E poi ancora incontri con autori, spazio espositivo libero, dibattiti su libri. Insomma: la ‘notte bianca’ al ‘Giulio Cesare’, cui hanno partecipato oltre 400 studenti, molti docenti e numerosi genitori, è stata un’occasione di riscoperta pubblica – incarnata dalla volontà operosa di tanti giovani liceali - dell’attualità, importanza e diversificazione della cultura classica (parte importante delle nostre radici) nella società frou frou dell’effimero, così cara ai signori del mondo.

     

    LA CHIESA TRA RESTAURAZIONE E MODERNITA’

    Dalle considerazioni positive sulla ‘notte bianca’ del Liceo classico a quelle riguardanti la serata vissuta, sempre a Roma, presso la sede centrale della ‘Dante Alighieri’ per la presentazione di “La Chiesa tra Restaurazione e Modernità (1815-2015)”, un volume di circa duecento pagine in cui vengono raccolte le relazioni di alcuni degli studiosi che hanno animato nel 2015 un convegno in materia svoltosi a San Marino, nato da un’idea dello storico Francesco Margiotta Broglio. Non a caso il volume, edito da “il Mulino” e curato da Giorgio Fabre e Karen Venturini, appare con il contributo del Dipartimento di storia dell’Università della piccola Repubblica appenninica. Alla serata erano presenti tra il pubblico anche il nuovo nunzio apostolico in Italia, lo svizzero vallesano Emil  Paul Tscherrig (negli ultimi anni a Buenos Aires) e l’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede Pietro Sebastiani.

    Il volume contiene nove contributi, che sono pubblicati in ordine cronologico a partire dall’età del Congresso di Vienna, salvo uno, quello di Andrea Riccardi (storico e fondatore della Comunità di Sant’Egidio) che introduce al tema dei rapporti tra Chiesa e modernità partendo da un suo giudizio sulla situazione attuale. Come dire che i fuochi d’artificio li troviamo subito all’inizio…

     

    SPUNTI DI INTERESSE (E DI DIBATTITO) NELL’INTERVENTO DI ANDREA RICCARDI

    E’ stato lo stesso Riccardi (in veste di presidente della ‘Dante Alighieri’) prima ad aprire la serata e poi a chiuderla con un intervento in cui ha riassunto il suo contributo, citato a più riprese dagli altri relatori Marco Roncalli, Luciano Canfora e Giorgio Fabre. In particolare quest’ultimo si è chiesto se l’attuale non sia un papato di rottura. Riccardi ha voluto subito porre l’accento sul fatto che i tempi della Chiesa sono altri rispetto a quelli della Modernità: ed è l’intransigenza verso quest’ultima l’atteggiamento che permea in larga parte il cattolicesimo negli ultimi due secoli. Non è – ha detto lo storico di lontane ascendenze ticinesi – “un’intransigenza fondamentalista, dato che conosce anche adattamenti e conciliazioni”; tuttavia sempre intransigenza sostanzialmente è, dato che la Chiesa non intende “farsi dettare l’agenda dalla Modernità”.

    Del resto bisogna sottolineare che tale intransigenza comporta “un rafforzamento dell’ ‘Internazionale cattolica’ “: da una parte la figura del Papa è “centrale ed unificante”, dall’altra la diplomazia pontificia – specie da fine Ottocento – conosce un periodo di grande fulgore. La Santa Sede diventa nei fatti “sovranazionale” e la religione cattolica, da europea e latino-americana, si palesa ormai come universale.

    E oggi? Riccardi non pensa che quella di papa Francesco sia “una svolta monocratica”. Crede piuttosto che Jorge Mario Bergoglio si rifaccia al Concilio Vaticano II. Certo dietro di lui stanno “il cattolicesimo di popolo dell’America latina, il Concilio Vaticano II e il cattolicesimo visto dagli estremi confini del mondo”. Per Riccardi in papa Francesco “ci sono novità e rotture”, ma anche “forti elementi di continuità”.

    Secondo il fondatore di Sant’Egidio gli ultimi anni “smentiscono la tesi che l’avanzata della Modernità avrebbe spinto il cattolicesimo in un angolo e trasformato il mondo in una grande Francia”. Bergoglio infatti “ha ribaltato l’idea del cattolicesimo come minoranza dura e coesa”, perseguendo invece quella del “cattolicesimo di popolo”. Insomma, sempre secondo Riccardi, “c’è una religione che non passa”: lo storico è però cosciente che la grande sfida per lei non è più tanto la secolarizzazione, ma la globalizzazione.

    Andiamo qui a quanto scritto nel volume da Riccardi sul ‘nuovo indirizzo’ dato da Bergoglio alla Chiesa: esso “comporta che, anche a causa della decompressione dell’orientamento ideologico, emerga una forte opposizione nei confronti di papa Francesco nel clero e tra i vescovi, che si esprime come nostalgia dei confini certi e critica all’idea bergogliana di ‘uscire’, considerata come un volontarismo utopico. Difficile è trovare una simile opposizione al papa nella storia contemporanea del cattolicesimo”. Una constatazione, quest’ultima, che non piacerà molto ai turiferari avvezzi ad arrampicarsi sugli specchi per relativizzare con paragoni truffaldini le critiche all’attuale pontificato.  

     

    MARCO RONCALLI, LUCIANO CANFORA E GIORGIO FABRE

    Anche Marco Roncalli ha evidenziato che il cattolicesimo “è stato in questi due secoli intransigente nel rifiuto della modernità e nel contempo nel lungo periodo ha modificato certi suoi tratti”. Riandando al primo Ottocento, Roncalli si è chiesto se la Restaurazione sia stata effettivamente tale “fino in fondo” e se sia mai riuscita “a fermare il flusso della storia” (in ciò condividendo una celebre considerazione di Gramsci sulla Restaurazione come “espressione metaforica”). Il pronipote di Giovanni XXIII ha concluso citando alcune parole di papa Francesco, pronunciate nei giorni scorsi davanti ai vescovi cileni: “(…) La Chiesa non è e non sarà mai un’élite di consacrati, sacerdoti o vescovi. Non possiamo sostenere la nostra vita, la nostra vocazione o ministero senza questa coscienza di essere popolo”.

    Per Luciano Canfora la Modernità non è associata automaticamente a un giudizio positivo, così come la Restaurazione a uno del tutto negativo, tanto più che “un ritorno ad pristinum non si è mai verificato”. Lo storico di formazione marxista ha poi comparato la velocità con cui la Chiesa “segue, accompagna, precede il suo tempo” a quella del comunismo cinese, che – a differenza di quello sovietico – non ha mai sconfessato il passato: “Così nella Chiesa cattolica non si stacca nessun ritratto di Papa, anche di quelli da cui si è più distanti criticamente”. Per Canfora la Chiesa, “trasformandosi nel tempo senza rompere con il suo passato”, è oggi “più una filosofia che una fede e ha imbarcato dentro di sé anche il deismo, oltre che diversi aspetti del modernismo”. Invece c’è una grande religione, l’islam, che non si è mossa, vivendo oggi “un’esperienza conflittuale e aggressiva” come capitò al cristianesimo occidentale nei secoli XVI e XVII.

    George Fabre (uno dei curatori, insieme con Karen Venturini) ha ricostruito la genesi della notissima domanda attribuita a Stalin su quante divisioni avesse a sua disposizione il Papa. La questione non è ancora risolta. Winston Churchill, nel primo volume de “La seconda guerra mondiale” rileva di aver saputo che il 14 maggio 1935 Stalin aveva chiesto ironicamente al ministro degli esteri francese Pierre Laval quante divisioni avesse il Papa. Per il New York Times la frase il despota sovietico l’avrebbe detta – secondo Truman – alla conferenza di Potsdam del 1946. Altri che l’avrebbe detta invece a Churchill nel 1944 o a Roosevelt a Yalta nel 1945 (ma a proposito del cardinale Francis Spellman, arcivescovo di New York). Negli archivi vaticani invece si ritrova un rapporto del 19 maggio 1935 del vescovo cattolico e francese Eugène Neveu (viveva a Mosca in ambasciata) su un colloquio con l’ambasciatore francese a Mosca Alphand, dal quale risulta che Stalin avrebbe detto a Laval a proposito di contatti con la Santa Sede: “J’aime mieux m’entendre avec des puissances qui ont des soldats et des canons”. Sempre a proposito della nota frase attribuita a Stalin, nel corso della presentazione Andrea Riccardi ha ricordato un aneddoto riguardante Pio XII, che, morto Stalin, avrebbe chiosato: “Ora vedrà quante divisioni abbiamo in cielo”.

     

    LA ‘VIS POLEMICA’ DI FRANCESCO MARGIOTTA BROGLIO

    Nel volume anche altri contributi di rilievo, il cui approfondimento lasciamo alla curiosità intellettuale dei lettori. “Il ruolo internazionale della Santa Sede dal Congresso di Vienna alla conferenza di pace di Parigi”, di Carla Meneguzzi Rostagni. Segue il mini-pamphlet di Francesco Margiotta Broglio “Contro tutti. Il Sillabo di Pio IX”, un contributo assai polemico in cui il noto storico, oltre a puntare il dito contro papa Mastai, compara offensive storiografiche e stagioni politiche. Ad esempio, scrive Margiotta Broglio dalla penna tra stizzita e avvelenata: “Sarà certamente casuale, ma non si può non rimarcare che l’offensiva storiografica revisionista degli ultimissimi anni del Novecento, con la rivalutazione del Sillabo, ha coinciso con il mancato sostegno, se non con un vero e proprio sabotaggio, ai cattolici dell’Ulivo e ai governi di Romano Prodi da parte delle gerarchie episcopali italiane guidate dal cardinal Ruini, che fecero dei cosiddetti ‘valori non negoziabili’ una sorta di appendice del ‘Sommario dei principali errori’ promulgato più di cento anni prima”. La ferita ancora duole…

    Sempre molto interessanti anche altri contributi come “Dalla condanna al dialogo: tre secoli di relazioni fra Chiesa e massoneria” (Fulvio Conti), “La forza delle minoranze. Ebrei e valdesi nella storia d’Italia” (Paolo Naso), “Il modernismo” (Maurilio Guasco), “Il confronto della Chiesa con la modernità nell’età di Pio XI” (Daniele Menozzi), “Aggiornare la Chiesa cattolica: Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II” (Giovanni Vian, ordinario di Storia del cristianesimo e delle chiese). In conclusione: a chi lo leggerà il volume offrirà certo una miriade di spunti di riflessione sui rapporti tra Chiesa e Modernità negli ultimi due secoli.

     

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