TUGDUAL DERVILLE : MISERICORDIA E SOCIETA’ CHE ATTENTA ALLA VITA – di GIUSEPPE RUSCONI - www.rossoporpora.org – 29 marzo 2016

 

Riproponiamo volentieri alcune riflessioni dell’intellettuale francese Tugdual Derville sulla Misericordia in una società che continuamente attenta alla vita umana, dal suo concepimento fino alla morte. Furono proposte al Congresso apostolico mondiale della Divina Misericordia del 2008, la cui edizione europea 2016 si aprirà a Roma giovedì 31 marzo. Tugdual Derville è delegato generale di ‘Alliance Vita’, molto noto anche come uno dei portavoce della grande ‘Manif pour tous’.

 

Tugdual Derville è conosciuto in Francia come uno degli animatori di ‘Alliance Vita’, una delle principali associazioni pro-vita fondata da Christine Boutin nel 1993. Derville ne è membro dall’anno seguente e da tempo ne è delegato generale. Nato nel 1962, Tugdual Derville è stato anche uno dei portavoce più noti della ‘Manif pour tous’, la grande testimonianza in difesa della famiglia formata da uomo, donna e (se possibile) figli che ha invaso strade e piazze di Francia dal 2012 in avanti contro il tentativo (purtroppo riuscito a causa dei numeri in Parlamento e del sovrano disprezzo con venature autoritarie dei manifestanti da parte del potere social-laicista) di imporre il riconoscimento del ‘matrimonio gay’. A tale proposito di Derville abbiamo pubblicato in questo stesso sito www.rossoporpora.org « Francia/Manif pour tous : Bilancio e prospettiva », un’ampia e approfondita analisi in due puntate (Rubrica Vaticano, 22 e 27 dicembre 2014) delle pulsioni sociali della società francese. Derville si batte da sempre anche contro la legittimazione normativa dell’eutanasia ed ha espresso gravi perplessità sulla legge riguardante il ‘fine vita’ votata dal Parlamento lo  scorso 27 febbraio, che permette la sedazione profonda e continua fino al decesso. Tale sedazione tra l’altro « rischia infatti di far perdere al paziente ogni libertà, privandolo degli ultimi contatti con i parenti, rompendo il collegamento tra chi ‘parte’ e chi ‘resta’ ».  Nel 2013 ha anche co-fondato il Movimento per « un’ecologia umana ».

L’intellettuale francese è stato uno dei relatori del Congresso apostolico mondiale della Divina Misericordia nell’edizione svoltasi dal 2 al 6 aprile 2008, ai tempi di Benedetto XVI e con ben viva la memoria di Giovanni Paolo II. Il testo di Derville, intitolato (in traduzione italiana) « La sete di Misericordia nelle società percorse dagli attentati alla vita », è stato pubblicato nel volume degli Atti « Divine Miséricorde », Editions Fidélité, 2008. Nella relazione l’autore parla delle sofferenze morali provocate in particolare dall’aborto, poi della « sete » originata da tali ferite, infine dell’annuncio della Misericordia come una priorità nell’ambito dell’evangelizzazione. Della relazione proponiamo (in traduzione italiana) due tra i punti più interessanti e attuali.

 

VINCERE IL CONTROSENSO CHE SFIDA LA MISERICORDIA

Una terribile menzogna - parlerò di «controsenso satanico» - invischia le nostre società in una mortifera colpevolezza. Il verso di Victor Hugo «L'occhio era nella tomba e guardava Caino» mi sembra descrivere in modo drammatico ciò che succede - ciò che ci succede a volte - quando immaginiamo lo sguardo di Dio come quello di un feroce rapace che insegue la sua fragile preda. Com'è doloroso per noi tutti sentir descrivere la Chiesa come una matrigna che nega la libertà della persona, la castra, e incessantemente bracca, giudica e punisce i peccatori! Ma soprattutto, com'è doloroso per i peccatori che si credono condannati o maledetti, quando invece Dio tende loro le braccia!

Il figliol prodigo, nel momento in cui si volta verso suo padre, esce vincitore da una battaglia spirituale contro questa menzogna. Lo stesso braccio di ferro oppone nelle nostre società la disperazione e la Misericordia. La Chiesa afferma naturalmente che gli attentati deliberati alla vita costituiscono colpe di particolare gravità, cosa che d'altra parte le coscienze sanno bene, quando non sono addormentate. Il rapido aumento degli attentati alla vita nell'ambito delle famiglie o delle istituzioni sanitarie rende quindi urgenti l'annuncio e l'accoglienza della Misericordia. È un'emergenza vitale, spirituale, umanitaria.

Quante volte abbiamo udito una persona che soffriva dopo un aborto dirci: «La mia vita è finita»! Un giorno, una donna ci ha addirittura spiegato: «Sono cristiana e ho abortito, quindi Dio non può perdonarmi». Un Dio incapace di perdonare! Inversione radicale del messaggio del Vangelo e della nozione di potenza di Dio! Anche se mi rallegro spesso dell'abbondanza di Misericordia che è già venuta a soddisfare la mia sete di perdono, non sono sicuro di sfuggire a un tale smarrimento.

L'ignorare la Misericordia avvelena le nostre società paganizzate con la stessa violenza della negazione del rispetto della vita. «Ecco, verranno giorni in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d'ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all'altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno». Queste parole del profeta Amos (8, 11-12) mi tornano spesso in mente quando ricevo persone che si trascinano oggi senza punti di riferimento naturali, ignorando inoltre la religione della Vita e della Misericordia che è il cristianesimo. Difficoltà ingiuste si moltiplicano quando certi condizionamenti sociali hanno portato ad ignorare la legge che vieta di uccidere; eppure essa è radicata nel cuore di tutti. Le famiglie ne risultano ferite e spaccate. E quando la Misericordia non viene riconosciuta, tali difficoltà si incistano, si aggravano e si ripetono.

Come presentare la legge della vita che rifiuta l'assassinio a coloro che sono a tal punto smarriti? Sarebbe un errore considerarla come uno zaino pieno di divieti, pesanti fardelli da trasmettere con la sensazione di far portare alle persone dei gioghi che li ostacolano e compromettono il loro benessere. In realtà, il divieto di uccidere è un comandamento che libera. Il rispetto della vita, spiegava Giovanni Paolo II, è la condizione stessa della felicità (Evangelium Vitae, art. 6). Per quanto riguarda la capacità di perdonare e di accogliere il perdono, è il segreto - troppo ben custodito - dell'amore. Coloro che lo ignorano sono spesso schiacciati sotto il peso del risentimento e del senso di colpa.

 

RISPONDERE AL BISOGNO DI CONSOLAZIONE SALVA LA VITA

«Consolate, consolate il mio popolo!» (Isaia, 40, 1). Il peccatore ha bisogno di consolazione. Il tema del primo congresso di Alliance VITA che si tenne sabato 2 aprile 2005 a Parigi era «L'urgenza della consolazione». Quella sera abbiamo tutti imparato il richiamo a Dio del papa della Misericordia.

Perché la consolazione è così urgente? Solo una cultura della Misericordia è in grado di fermare l'ingranaggio nel quale le «strutture di peccato» stritolano gli esseri umani. Giovanni Paolo II, nell'Evangelium Vitae, spiega in modo magnifico ciò che chiama «il paradossale mistero della misericordiosa giustizia di Dio», commentando appunto il primo assassinio familiare, un fratricidio. La paura di Dio (da non confondere con il timore santo che ci ispira la sua grandezza) è portatrice di morte. Eppure Caino, il primo assassino, viene marchiato con un segno di vita e di protezione. Se le nostre società sapessero quando ampie sono le braccia aperte del Padre, quali rallegramenti accompagnano in Cielo il pentimento di un peccatore, soprattutto di un «grande peccatore» come avrebbe detto il Curato d'Ars, e se sapessero in merito all'aborto che «nulla è perduto», sempre secondo Giovanni Paolo II nell'Evangelium Vitae (art. 99), tali ferite diventerebbero fonti di consolazione. È di questa consolazione che hanno sete da morire tante persone che non sono state all'altezza delle loro rispettive vocazioni: uomini «protettori della vita», donne «sentinelle dell'invisibile», personale sanitario «custode della vita», responsabili politici incaricati di stabilire leggi che difendono la vita.

Quando una donna ci confida «ho commesso un crimine abominevole!», bisognerebbe essere capaci di ripetere fedelmente con la dolcezza di Dio: «Ha commesso un crimine abominevole?» Inutile negare la gravità dell'atto che sta confessando. Coloro che lo fanno, che fuggono spaventati dalle cose dette, possono ferire colui (o colei) che ha bisogno di essere ascoltato nella verità. È poi inutile aggiungere altro. La nostra benevolenza deve essere assoluta. Ma attenzione al vocabolario menzognero che crede di rassicurare e invece addormenta le coscienze e rischia di rinchiuderle nell'angoscia e nella fatalità. Far credere a una donna che il suo aborto era inevitabile è il modo migliore per annientarla.

Anche delle personalità favorevoli a un «diritto all'aborto» cominciano a riconoscere che alcune donne hanno bisogno di chiedere perdono dopo un atto del genere. Penso a Stéphane Clerget, psichiatra e autore del recente Quel âge aurait-il aujourd’hui ? Le tabou des grossesses interrompues (Fayard 2007). Anche se questa idea di perdono in assenza di un reale pentimento, e persino di rimorso, è in un certo senso incompleta, è già un segno.

Solo il dono e l'accoglienza della Misericordia permettono di evitare che un senso di colpa soffochi la persona al punto di non riuscire più a differenziarsi dal suo gesto. Una persona che si identifica con un atto grave che ha commesso rende tale atto una palla al piede, un parassita che la sminuisce e che può portarla alla morte psichica, spirituale, affettiva o fisica.

«Sono una madre assassina!» Questa prigione di fatalità è spesso la spiegazione degli aborti ripetuti. L'annuncio della Misericordia è essenziale ed urgente per prevenire la ricaduta. La Misericordia permette di dissociare l'atto dalla persona: «Quanto è lontano il levante dal ponente, tanto ha egli allontanato da noi le nostre colpe» (Salmo 103). La Misericordia permette di riconoscere e poi di allontanare il peccato per liberarsene.