SPAZIO SACRO: RAVASI IL COLTO, MARIO BOTTA IL CERCATORE  DI DIO - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 7 novembre 2019

 

Mercoledì 30 ottobre la Gregoriana ha ospitato un colloquio molto stimolante sullo spazio sacro tra il cardinal Gianfranco Ravasi e l’architetto Mario Botta. L’incontro è stato promosso dall’Ambasciata di Svizzera presso la Santa Sede, dal Pontificio Consiglio per la Cultura, dall’Accademia dei Virtuosi al Pantheon.

In questi giorni le sartorie sono in festa: è un pullulare di clienti con le vesti da rammendare. C’è chi se l’è stracciate per gli effetti parlamentari della strumentalizzazione politica indegna operata ai danni della senatrice Liliana Segre (sopravvissuta alla barbarie nazista di Auschwitz-Birkenau) e della mozione contro l’antisemitismo e il razzismo cui ha messo il nome: nel testo si auspica infatti anche di far calare la ghigliottina del Pensiero Unico sul legittimo dissenso relativo alle questioni attinenti ai cosiddetti ‘nuovi diritti civili’ e al contrasto di ‘nazionalismo e etnocentrismo’(per tentare di bloccare Salvini, paradossalmente si finisce per mettere nel mirino anche Israele…).

C’è chi invece se l’è stracciate per i fischi e i muggiti corali (dai video consultati non si riescono a percepire i beceri e offensivi versi scimmieschi rimproverati) con cui i tifosi del Verona hanno accompagnato domenica 3 novembre le azioni di un bamboccione milionario, assurto ormai – strumentalizzandone le origini – a uno dei simboli della lotta per lo ius soli e lo ius culturae. Tale Gabriele Gravina, che ci dicono presidente della Federcalcio, suggerisce (leggi: pretende) addirittura che, proprio per lavare l’ “onta” di Verona, il ragazzotto sia richiamato immediatamente nella nazionale italiana: insomma non per le sue virtù pedatorie, ma per quelle del ‘politicamente corretto’ (non c’è proprio limite al peggio).

C’è chi infine le vesti (magari anche la talare o il clergyman) se l’è stracciate a causa del cardinale Camillo Ruini, che - nell’intervista apparsa sul Corriere della Sera di domenica 3 novembre – ha osato l’inosabile in tempi di catto-politicamente corretto: ha legittimato Matteo Salvini come interlocutore (e, pur con qualche cautela, anche il Rosario esibito pubblicamente dal segretario della Lega). Vedi  https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/907-catacombe-ruini-melloni-scalfari.html ).

Oggi però lasciamo l’agone, ritagliandoci uno spazio di riflessione attorno all’architettura sacra. Ce ne ha dato il destro l’incontro di mercoledì 30 ottobre alla Gregoriana che ha visto protagonisti il cardinale brianzolo Gianfranco Ravasi e l’architetto ticinese Mario Botta. Il primo, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura (e della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra); il secondo, fondatore dell’ “Accademia di architettura” di Mendrisio e tra l’altro Premio Ratzinger 2018 (assegnato a “personalità eminenti dell’arte cristianamente ispirata”) con la motivazione: “creatore di spazi mirabili per l’elevazione spirituale e la preghiera dell’assemblea cristiana”. Botta lo conosciamo da trent’anni (allora eravamo giornalisti parlamentari a Berna per il Corriere del Ticino), da quando progettò la Tenda itinerante per il Settecentesimo della Confederazione svizzera, inaugurato il 10 gennaio 1991 a Bellinzona: un’idea che, se sulle prime scatenò polemiche molto puntute, si rivelò oggettivamente geniale. Lo intervistammo anche per Il Consulente RE nel 1998 (ormai eravamo tornati a Roma) e di quel colloquio riproduciamo una piccola parte alla fine dell’articolo. Poi l’abbiamo rivisto in un altro paio di occasioni, ad esempio per l’incontro del 2009 tra Benedetto XVI e gli artisti (nel decennale della famosa “Lettera” di Giovanni Paolo II).  

L’incontro alla Gregoriana – promosso dall’Ambasciata di Svizzera presso la Santa Sede, dal Pontificio Consiglio della Cultura, dall’Accademia dei Virtuosi al Pantheon - è stato preceduto dalla proiezione di un documentario di Loretta Dalpozzo e Michèle Volonté tanto intenso quanto corposo (“Mario Botta. Oltre lo spazio”), in cui si ripercorrono le tappe dell’esperienza sacra dell’architetto ticinese. Dopo il benvenuto del rettore, il gesuita Nuno da Silva Gonçalves, è stato letto il saluto dell’ambasciatore Denis Knobel , che si è chiesto tra l’altro se architettura e religione non abbiamo la stessa semantica. Il colloquio è stato introdotto dall’architetto Pio Baldi - presidente dell’Accademia citata - di cui Botta fa parte, nominato da papa Benedetto XVI il 27 febbraio 2013, il giorno prima della sua rinuncia effettiva all’esercizio del Pontificato. Ricordiamo che tra i membri dell’Accademia dei Virtuosi, fondata nel XVI secolo, si annoverano Bernini e Borromini, Pietro da Cortona e Antonio Canova.

Pio Baldi ha ricordato l’importanza della committenza ecclesiastica nello sviluppo dell’arte europea e ha sottolineato la capacità di innovazione della Chiesa in quell’ambito, portando ad esempio le vicende della costruzione della cattedrale fiorentina di Santa Maria del Fiore, tra forme gotiche, rinascimentali, neo-gotiche.

 

CARDINAL RAVASI: SPAZIO COME SPERANZA - BEN, BANAH, GENERARE E COSTRUIRE

La parola è poi passata al cardinale Gianfranco Ravasi, certo non a caso presidente del Pontificio Consiglio della Cultura. Dopo aver ricordato inizialmente “il legame antico di amicizia” che lo lega a Mario Botta, il prefetto emerito della Biblioteca Ambrosiana ha evidenziato come il termine “spazio” filologicamente abbia la radice indoeuropea “spat”, la stessa di un altro termine: spes. C’era la convinzione che lo spazio si intersecasse con il tempo: anche la speranza presuppone uno spazio temporale.

Del resto una delle prime esperienze fondamentali dell’uomo è quella del neonato che esce dal grembo materno e cerca di conquistare lo spazio, ormai sconfinato rispetto a quello conosciuto nel corpo della madre. In ebraico figlio si dice “ben” (parola più presente nella Bibbia dopo Javeh). E “ben” deriva da “banah”, costruire: come emerge ad esempio dal Salmo 127, in cui “si gioca tra costruire una città e generare un figlio”.

Citando Mircea Eliade, il porporato settantasettenne ha annotato che “quando l’umanità guarda lo spazio, si trova di fronte a uno spazio disperso, cui deve dare un senso”. Perciò crea un centro, il “fondamento  misterioso”, luogo di coordinamento dell’intero orizzonte: è lo spazio sacro che si esprime nel tempio. All’interno della Kabbalah si ritrova un’antifona basata sul termine macom, riferito a Javeh, “luogo d’ogni luogo. E il suo luogo non ha luogo”.

Dopo le fondamenta, ha proseguito il cardinal Ravasi, si cominciano a erigere le pareti: “Le prime che si percepiscono sono il tempio cosmico, l’idea che siamo all’interno di una grande cattedrale”. L’uomo è al centro, “il tempio ha una volta celeste (angeli, astri), sulla terra ci sono 22 creature ovvero le 22 lettere dell’alfabeto ebraico… siamo all’alfabeto del creato”


VERTICALITA' E ORIZZONTALITA': DUOMO DI MILANO E BASILICA DI SAN PIETRO, GREGORIANO E POLIFONIA

Poi si costruisce il tempio vero e proprio e subito nasce il problema ineludibile: come contenere Dio in uno spazio limitato? Sono necessarie le due dimensioni della verticalità e dell’orizzontalità: la prima per l’incontro con Dio (“Se l’architettura sacra non riesce a creare il senso della trascendenza, ha fallito”), la seconda per l’incontro con gli uomini. Riandando alla storia dell’arte, Gianfranco Ravasi ha evidenziato che il gotico ha privilegiato la verticalità, come dimostra il Duomo di Milano cui tra l’altro in campo musicale si addice perfettamente il gregoriano monodico. La Basilica di San Pietro invece è caratterizzata soprattutto dall’orizzontalità, con la liturgia “opera del popolo”: musicalmente allora ecco la polifonia, da Palestrina in poi, che “corrisponde più del gregoriano all’armonia del luogo”.

All’interno del tempio ecco – “in tutte le religioni” – l’irrompere della luce, che però “non è quella sfacciata dell’esterno”. E poi i simboli, fondamentali per il culto cristiano: “L’altare, il tabernacolo, il crocifisso, l’ambone, il battistero, le immagini sacre”.

Il cardinal Ravasi ha proseguito citando un detto del Seicento (fors’anche prima). “Dio ha creato il giardino; l’uomo, Caino, la città”. Qual è il nostro compito? “Riuscire a mettere il giardino nella città”. E, per concludere, una perla della tradizione giudaica: “Il mondo è come un occhio/Il bianco è il mare/L’iride è la terra/La pupilla è Gerusalemme/L’immagine in essa riflessa è il tempio”.

 

MARIO BOTTA: DALLA CHIESETTA DI MOGNO ALLA MOSCHEA IN CINA

Anche Mario Botta ha esordito con un’annotazione personale: “Ogni volta Gianfranco Ravasi mi sorprende in bene. Ogni volta torno a casa più contento e più ignorante, perché mi fa sentire la mia pochezza….mi tranquillizzo però perché faccio un altro lavoro!”.

L’architetto ticinese, nato a Mendrisio nel 1943, ha poi spiegato le ragioni del suo interesse crescente verso l’architettura sacra. “Ho incominciato con l’architettura profana, a costruire le case richieste da committenti civili e fino al 1986 non mi sono mai occupato di edificare chiese. Poi in quell’anno sono stato contattato per la ricostruzione della chiesetta di San Giovanni Battista, distrutta da una valanga, nell’Alta Vallemaggia, nella Lavizzara, a Mogno. Da lì in poi i mandati in quell’ambito si sono moltiplicati” (NdR: tra gli altri quelli per la cappella di Santa Maria degli Angeli sul Monte Tamaro, per la chiesa del beato Odorico a Pordenone, per la cattedrale di Evry, per la concattedrale del Santo Volto a Torino, per la cappella Granato nella Zillertal, ecc…).  E le richieste sono giunte anche da altre religioni, dal mondo ebraico con la costruzione della sinagoga all’interno dell’Università di Tel Aviv (Anni Novanta) e ora dal mondo islamico (una moschea in Cina, siamo a livello di elaborazione del progetto). E’ evidente che ci sono differenze importanti tra gli edifici sacri delle tre grandi religioni monoteiste: la moschea è anche “un luogo di ritrovo”, la sinagoga “di dibattito”. Al centro della chiesa c’è invece l’altare, con “il fedele che vive in diretta la trasformazione del Pane in Corpo di Cristo”. La moschea non conosce l’altare, ma “l’orientamento verso la Mecca”; e la sinagoga ha ‘l’Arca Santa’, in cui sono custoditi i rotoli della Torah. Un cattolico “non può semplicemente assistere alla Messa: o vi partecipa o è meglio che se ne stia fuori”.

 

L'ARCHITETTO TICINESE: SE POTESSI, FAREI SOLO DEL SACRO

Che insegnamenti ne ha tratto Botta?All’interno della riflessione sul fatto architettonico in generale, il tema dello spazio sacro mi ha aiutato moltissimo, fondato com’è sull’idea di un limite che è nel contempo chiave di interpretazione dell’oltrelimite”. Ed anche: “Se io potessi, farei solo del sacro. E’ lì che trovo le ragioni profonde del mio pensiero”.

Il fatto architettonico prevede come primo suo primo atto quello di “disegnare un perimetro, separando una realtà dal macrocosmo”. Poi tale perimetro va modellato con elementi come la luce, “elementi primordiali che sento molto più forti nell’arte sacra, il cui tempio deve ridare il ritmo delle stagioni, della giornata, del ciclo solare”.

Come costruire uno spazio che risponda alla domanda dei cittadini di oggi? “Dentro di me ho i grandi modelli del passato. Il mio sguardo è modellato da una cultura ecclesiale. E mi chiedo: come mai nel XXI secolo non riconosco un debito di gratitudine verso una storia che mi ha modellato?”. Mario Botta ritiene che l’arte sacra abbia dato molto anche nel XX secolo: tra l’altro “solo nei dintorni di Colonia, dopo la Seconda Guerra mondiale, sono state ricostruite 496 chiese”. Occorre riuscire a portare un messaggio di bellezza nelle città contemporanee. Non è facile “aggiornare una storia millenaria, interpretarla in  tempi caratterizzati da una evoluzione incessante e rapida. Nella seconda metà del XX secolo sono stati fatti tanti errori, talvolta non si è data continuità ai valori essenziali dell’architettura sacra”. Tuttavia Botta vede oggi anche “tanti segnali positivi”. Che, ha chiosato il cardinale Ravasi, sono fondati su “una grammatica diversa dal passato, non sono una semplice riproposizione di stili architettonici delle epoche precedenti. C’è la necessità di chiese come quelle di Botta e di altri architetti che esprimono un nuovo linguaggio: essenziale, nella fedeltà ai valori originari”.

 

DA “IL CONSULENTE RE” 4/1998 – uno spunto dall’intervista di Giuseppe Rusconi: “Botta: il fedele e l’architetto” -

(architetto, chiesa cattolica, fede) … Come spiegare che l’omaggio più straordinario alla Vergine è stato realizzato da Le Corbusier, che era calvinista? Ronchamps è un grido alla Madonna da parte di un uomo nella cui cultura non si ritrova la dimensione mariana.

Vuol significare con ciò che anche un architetto non cattolico può edificare una chiesa cattolica di grande pregio artistico e spirituale?

Bisogna sempre fare attenzione a non confondere l’operatore, l’architetto, con il fedele. Credo che molti degli orrori costruiti in questo secolo…

Prima o dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II?

Prima e dopo, anche negli anni precedenti il Concilio. Credo che molte chiese bruttissime derivino dalla confusione fatta tra l’architetto e il fedele. Ho costruito la cattedrale di Evry con un grande impegno; ma sono riuscito a separare il problema della fede da quello della disciplina. Prima dell’inizio dei lavori ho discusso di ciò con il cardinale Lustiger, arcivescovo di Parigi. E il presule affermava: “Ho scelto Mario Botta per la sua architettura: non gli ho chiesto se sia un fedele osservante oppure no”. Confondendo architetto e fedele si rende un pessimo servizio sia all’architettura che alla fede.