PRIMO AGOSTO: PROTAGONISTI DELLA STORIA SVIZZERA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 30 luglio 2019

 

Qualche riflessione sulla festa nazionale svizzera, prendendo spunto dalla galleria di cento ritratti elvetici tradotta e pubblicata in italiano nel 1995 dall’editore Dadò di Locarno, con il titolo “I protagonisti”. Un editoriale di Sergio Caratti, allora direttore del 'Corriere del Ticino'. Alcune citazioni riguardanti personaggi come Guglielmo Tell, Matteo Schiner, Carlo Maderno, Domenico Trezzini, Enrico Pestalozzi, Vincenzo Dalberti, Henri Dunant e Jean Piaget.

 

La Svizzera convenzionalmente festeggia nel 2019 i suoi 728 anni di vita. E il compleanno, sempre convenzionalmente, cade il Primo Agosto. Una data che richiama secondo la tradizione quei giorni estivi a cavallo tra XIII e XIV secolo in cui le popolazioni montanare attorno al Lago dei Quattro Cantoni strinsero tra loro patti di mutuo sostegno, cacciando i ‘balivi’ austriaci e comunicandolo gioiosamente tramite il linguaggio dei falò. In verità è solo dal 1891 che in Svizzera (la prima volta la manifestazione centrale fu a Svitto) si festeggia il Primo Agosto, elemento importante dei miti fondativi della Confederazione. Nel 1899 il Consiglio federale (Governo nazionale) invitò poi i Cantoni a far suonare le campane la sera in segno di festa. In ogni caso la giornata restò lavorativa o semi-lavorativa in molti Cantoni ed è soltanto dal 1993 che il Primo Agosto è divenuto ufficialmente giorno festivo, grazie a un’iniziativa popolare dei ‘Democratici svizzeri’, piccolo partito di destra, approvata dall’83,9% degli elettori.

La mattina del Primo Agosto si sfornano i panini patriottici, la sera ci si riunisce attorno ai falò per sentire il discorso commemorativo, cantare l’inno nazionale, cenare allegramente e, soprattutto nelle località turistiche, ammirare i fuochi d’artificio. I bambini portano spesso lanterne e palloncini con i colori nazionali illuminati dalle candele.

Rivedendo alcuni ritagli del Corriere del Ticino degli Anni Novanta, abbiamo ritrovato un editoriale del pedagogista Sergio Caratti, allora direttore di grande spessore culturale del maggior quotidiano della Svizzera italiana. Nello scritto (pubblicato il 7 novembre 1995) Caratti commentava – sotto il titolo “I padri della Svizzera” – la presentazione de “I protagonisti. Cento ritratti da Guglielmo Tell a Friedrich Dürrenmatt”, un “bel volume” che il “coraggioso editore Armando Dadò” aveva voluto fosse tradotto in italiano dall’originale tedesco del 1990 (pensato per il Settecentesimo della Confederazione). L’edizione originale era curata da Erwin Jaeckle e Eduard Stäuble, quella italiana da Brigitte Schwarz; la prefazione era dello storico Jean-François Bergier.

Il volume consiste in una serie di ritratti di “svizzeri celebri”: sono “profili agili, tracciati in poche pagine ma a tinte forti ed efficaci dai molti autori”. Notava nel 1995 Sergio Caratti, allievo di Jean Piaget a Ginevra: “Riteniamo che sia bene che ai giovani – e soprattutto ai molto giovani – siano offerti dei modelli d’identificazione un po’ più alti degli attorucoli di Beverly Hills e dei cantanti rap. Si dice spesso che i nostri giovani non hanno valori: d’accordo, ma dove possono trovarli se gli unici esempi che vengono loro offerti sono quelli dei personaggi del mondo del cinema e della musica leggera, figure in autentiche costruite dalla macchina pubblicitaria, che affollano le pagine delle rivistine dei teen-ager? Quali valori possono derivare da quelle facce di celluloide, se non quelli di  una bellezza stereotipata, di un superficiale successo mondano e di molto denaro?”

C’è un altro motivo importante perché il volume sia letto: “Questo ‘olimpo confederale’, che potrebbe far sospettare una cacofonia di voci discordanti per idiomi diversi e per opposizione di culture, mostra invece una sostanziale, profonda unità costruita intorno alla persistenza di alcuni valori: la libertà, la bellezza, il lavoro, la cultura, il rispetto della persona, l’umanitarismo”. E ancora: “A confermare la coesione nazionale serve assolutamente il riconoscersi dentro una comune tradizione, e non c’è tradizione senza i suoi padri”.

Prima di offrire a chi ci legge qualche notizia e qualche spunto di riflessione con la riproduzione di parti di ritratto, ricordiamo almeno qualcuno dei personaggi analizzati nel volume da specialisti delle rispettive discipline: dopo Guglielmo Tell (insieme di mito e realtà), tra gli altri  Nicolao della Flüe, Matteo Schiner, Ulrico Zwingli, Paracelso, Aegidius Tschudi, Giovanni Calvino, gli architetti Domenico Fontana, Carlo Maderno, Francesco Borromini, Carlo Fontana e Domenico Trezzini, il pittore Giovanni Serodine. Poi Jean-Jacques Rousseau, Enrico Pestalozzi, Vincenzo Dalberti, Germaine de Staël, Guillaume Henri-Dufour, Jacob Burckhardt, Henri Dunant, Ferdinand Hodler, Verena Conzett, i Giacometti, Henri Guisan, Hermann Hesse, Charles Ferdinand Ramuz, Giuseppe Motta, Albert Einstein, Auguste Piccard, Le Corbusier, Jean Piaget, Denis de Rougemont, Max Frisch, Friedrich Dürrenmatt. Solo sei (veramente pochi) i ritratti femminili nel volume degli Anni Novanta: è  però difficile credere che la Svizzera l’abbiano fatta quasi solo gli uomini (è anche vero che le donne prestavano la loro opera fondamentale in buona parte nell’oscura quotidianità). Oggi sarebbero senz’altro e giustamente molti di più.  

 

QUALCHE SPUNTO TRATTO DA “I PROTAGONISTI. CENTO RITRATTI DA GUGLIELMO TELL A FRIEDRICH DUERRENMATT”, Armando Dadò editore, Locarno, 1995. 

 

GUGLIELMO TELL (Jean-François Bergier): Mito o realtà di Gugliemo Tell? In mancanza di assolute certezze, l’alternativa è superata (…) Tuttavia si deve ammettere che Guglielmo Tell, personaggio reale o inventato che sia, è stato e resta il primo svizzero e che, in virtù di ciò, merita senz’altro di inaugurare questa raccolta. Egli appartiene al nostro retaggio, ma è all’umanità intera che i nostri avi l’hanno tramandato. E di certo non ha ancora terminato di adempiere il suo compito né in Svizzera né nel mondo intero.

MATTEO SCHINER, 1465-1522, cardinale, diplomatico, militare (Gonzague de Reynold): E’ noto lo zelo con il quale il vescovo di Sion si mise al servizio della Santa Sede minacciata e come riuscì a entusiasmare prima i vallesani e più tardi gli svizzeri. Nel 1511, in veste di legato papale, Schiner spinse i Confederati all’alleanza con Giulio II  le conseguenze della quale sono note: gli svizzeri rimisero sul trono di Milano il giovane duca Massimiliano II Sforza come signore dell’Italia del nord, sconfissero i francesi a Novara e furono battuti a Marignano. Marignano fu sì una sconfitta per gli svizzeri, ma non per Schiner, la cui influenza si estese su tutt’Europa. Nel 1511 era stato nominato cardinale, si parlava di lui come di uno dei più alti prelat:, veniva infatti chiamato il ‘santo padre del Vallese’ (…) Morì (NdR: nel dicembre 1521) Leone X e si riunì il conclave. Siccome i partecipanti erano pochi e Schiner aveva ottenuto dieci voti già alla settima tornata, egli sarebbe stato eletto papa se i francesi non avessero votato contro di lui; affrontò l’insuccesso con la sua consueta grandezza d’animo e il suo altruismo, mettendosi al servizio del nuovo papa Adriano VI. (NdR: Matteo Schiner può essere anche considerato come fondatore indiretto della Guardia svizzera pontificia, grazie ai suoi contatti con papa Giulio II della Rovere, da cui era molto apprezzato e che gli chiese più volte di mettere a disposizione soldati mercenari)

CARLO MADERNO, 1556-1629, architetto (Werner Oechslin): Carlo Maderno è nipote di Domenico Fontana e come tale fu probabilmente attivo già a partire dal 1570 nella sua bottega. (…) Declinato il prestigio di Domenico Fontana  a Roma, nel 1594 Maderno appare come il vero erede nella conduzione dell’impresa familiare come l’astro nascente della nuova architettura romana. La realizzazione della facciata di Santa Susanna, opera di debutto ma anche il suo capolavoro, gli aprì la strada ai grandi incarichi. Dal 1603 architetto di San Pietro, assieme a Giovanni Fontana, ottenne nel 1605 da papa Paolo V Borghese l’incarico di completare la più importante chiesa della cristianità.

DOMENICO TREZZINI, 1670 ca.-1734, architetto (Nicoletta Ossanna Cavadini): Non si può parlare di Pietroburgo senza menzionare lo zar Pietro il Grande e l’architetto Domenico Trezzini, il primo perché intraprese la decisione politica di realizzare una nuova città sulla Neva, il secondo perché contribuì fortemente a concretizzarla. (…) La scelta di incaricare Domenico Trezzini come soprastante ai lavori di Pietroburgo fu avveduta; lo dimostra anche la continuità del rapporto di lavoro. L’architetto ticinese aveva molte qualità che occorrevano nella direzione lavori di una nuova città: egli era un capace organizzatore – in un luogo in cui il clima permetteva di costruire solo cinque mesi all’anno – ed era un lavoratore instancabile; infatti riusciva a controllare anche cinque cantieri contemporaneamente assegnando e verificando i compiti ai suoi duecento collaboratori. (…) Fra il 1710 e il 1711 Domenico Trezzini diede avvio alla costruzione di due grandi palazzi per Pietro il Grande, l’uno denominato Palazzo d’Estate e l’altro Palazzo d’Inverno.

ENRICO PESTALOZZI, 1746-1827, pedagogista (Peter Stadler): L’occasione a lungo desiderata di poter lavorare nel settore dell’educazione (‘Voglio diventare maestro’ aveva dichiarato in parecchie occasioni) gli si offrì alla fine del 1798 a Stans, duramente colpita dalla sollevazione di Nidvaldo. Qui il governo lo inviò come direttore dell’orfanotrofio istituito nel convento delle Orsoline. Pestalozzi seppe muoversi bene con i bambini (…) ottenendo in breve tempo notevoli successi. (…) Risultato duraturo di tali esperienze fu il libro Wie Gertrud ihre Kinder lehrt (1801), il suo capolavoro pedagogico. (…) Che la lezione dovesse regolarsi sullo sviluppo interiore del bambino, che dovesse essere pensata per la sua individualità e procedere per gradi partendo dagli elementi più semplici, che la lezione dovesse essere subordinata all’educazione e che questa fosse sempre orientata alla pratica, erano questi alcuni principi della sua pedagogia. Ne derivò più tardi la triade nota, anche se piuttosto schematizzata, ‘testa, cuore e mani’.

VINCENZO DALBERTI, 1763-1849, abate, magistrato, politico (Fabrizio Panzera): Con l’atto di mediazione del 19 febbraio 1803 il primo console Napoleone Bonaparte impose infine di nuovo alla Svizzera il ritorno a un sistema federalista e assicurò nel contempo un ordinamento stabile ai singoli cantoni. Gli ex-baliaggi a sud delle Alpi furono riuniti in un unico cantone che prese definitivamente il nome di Ticino. Anche nel nuovo Stato nell’aprile del 1803 furono convocate le elezioni per la scelta dei 110 deputati al Gran Consiglio, i quali a loro volta il 22 maggio procedettero alla nomina dei nove membri del Governo (cui era stato dato il nome di Piccolo Consiglio). Vincenzo Dalberti ottenne il maggior numero di voti, precedendo Giuseppe Rusconi, e poi via via tutti gli altri colleghi (Giovan Battista Quadri, Giovan Battista Maggi, Giovanni Reali, Antonio Zeglio, Alessandro Materni, Andrea Caglioni, l’arciprete Gottardo Zurini). Compiti assai gravosi attendevano le autorità del nuovo Cantone: uno Stato doveva essere creato dal nulla in un Paese che mancava di tutto, con alle spalle scarse esperienze amministrative e i cui abitanti, da secoli reciprocamente estranei, non avevano coscienza di un comune destino. Il Ticino era un Paese povero e non molto popolato (contava infatti all’incirca 90 mila abitanti), con un’economia fondata su una magra agricoltura di sussistenza, che una produzione artigianale rivolta ai consumi locali, i traffici attraverso le Alpi, il contrabbando e soprattutto l’emigrazione, riuscivano in qualche modo a integrare. Per di più, all’abituale povertà, gli sconvolgimenti seguiti al 1798 avevano aggiunto depredazioni e carestie.

HENRI DUNANT, 1828-1910, ispiratore della Croce Rossa (Georg Thürer): Tornato a casa (NdR: dalla sanguinosissima battaglia di Solferino, 1859), Dunant non riesce a dimenticare quelle immagini che lo tormentano. Sente l’urgenza di liberarsi con la scrittura. Il suo libro Un souvenir de Solferino, pubblicato nel 1862, non è la semplice descrizione di un corrispondente di guerra. L’inferno che una moderna battaglia di massa è in grado di lasciare sul terreno deve essere descritto con freddezza ed obiettività. Più importante, tuttavia, del ‘Così fu!’ è il ‘Che fare?’ che tanto preoccupa l’autore , inducendolo a sollevare un problema di coscienza: ‘Non sarebbe possibile fondare libere società di aiuto, il cui scopo sia quello di curare o far curare i feriti in tempo di guerra?’ Si tratta dunque di costruire un fronte della vita da contrapporre a quello della morte. (…) Raramente, nel corso della storia, un’intuizione come quella di Dunant ha trovato in così breve tempo una realizzazione, anche in termini giuridici, di dimensioni internazionali. (…) Ambulanze, ospedali ed ausiliari volontari dovevano essere neutrali e protetti da un segno comune di riconoscimento. Come simbolo e segno di protezione venne scelta la croce rossa in campo bianco: lo stemma svizzero con i colori invertiti e insieme un riferimento alla croce di Cristo. (…) L’8 agosto 1864 il generale Dufour aprì, in nome del Consiglio federale, la conferenza diplomatica che condusse alla vera e propria ‘Convenzione di Ginevra riguardante la cura della sorte dei militari feriti sul campo di battaglia’. Con un accordo internazionale aperto a tutti gli Stati, i firmatari, in un primo momento dodici, si impegnavano a far sì che i militari, feriti o malati, senza distinzione di nazionalità, dovessero essere curati.

JEAN PIAGET, psicologo, biologo, pedagogista e filosofo, 1896-1980 (Hans Aebli): Jean Piaget discendeva da una nota famiglia di Neuchâtel. Suo padre insegnava nella locale università. Gli interessi del giovane Piaget si orientarono in un primo tempo verso la zoologia. A undici anni, infatti, inviò a una rivista scientifica un saggio contenente alcune osservazioni relative ad un passero dalle piume bianche. Il lavoro fu pubblicato. In seguito cominciò ad occuparsi di questioni filosofiche e religiose. Queste due linee di interesse, che rappresentano in un certo senso il fondamento di tutto il suo pensiero, e sono tra loro strettamente ed originalmente connesse, stanno anche alla base del suo successo. Certo, dopo aver terminato gli studi di biologia a Neuchâtel, si dedicò alla psicologia, ma la intese sempre come una scienza sperimentale. La sua riflessione sui processi psicologici era costantemente guidata da interrogativi di natura filosofica. Il suo interesse di biologo per l’evoluzione degli esseri viventi lo condusse alla psicologia dell’età evolutiva. Come filosofo, invece, era spinto dalla questione relativa all’essere del pensiero umano e al processo di formazione, nell’uomo stesso, dell’immagine del mondo. Tutto ciò lo rese un pioniere della psicologia del pensiero e della conoscenza.