A COLLOQUIO CON VITO ANGELILLO (TERRE DES HOMMES-AIDE A’ L’ENFANCE) – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 7 dicembre 2018

 

L’organizzazione fondata a Losanna nel 1960 da Edmond Kaiser è tra i beneficiari dei Premi Balzan 2018, consegnati a Roma il 23 novembre scorso. In particolare un milione di franchi è stato messo a disposizione del programma “Simsune” di assistenza alle partorienti in una zona del Mali. Abbiamo incontrato per l’occasione il direttore generale Vito Angelillo, con cui abbiamo parlato dell’organizzazione e della sua attività nel Paese africano, uno dei 45 in cui è impegnata nel mondo.

Prima di tutto: che cos’è la Fondazione Balzan? Creata nel 1956 da Lina Balzan in memoria del padre Eugenio, giornalista e imprenditore (1874, Badia Polesine (Rovigo) – 1953, Lugano), incoraggia la cultura, le scienze e le iniziative umanitarie e di pace tra i popoli ritenute più meritevoli, premiando i prescelti con consistenti somme in denaro. Ciò continua ad essere possibile grazie alla gestione oculata della fortuna accumulata da chi era stato per lunghi anni direttore amministrativo del Corriere della Sera, poi autoesiliatosi a Lugano nel 1933 a causa delle tensioni crescenti con il regime fascista.   

Che cosa sono i Premi Balzan? L’incoraggiamento di cui sopra prevede l’attribuzione annuale di quattro Premi di 750mila franchi l’uno (tale la quota devoluta a partire dal 2011) per scienza e cultura e di un Premio di un milione di franchi svizzeri per le iniziative di fratellanza internazionale (assegnato di regola con un intervallo di almeno tre anni). I primi Premi Balzan sono stati conferiti nel 1961 e da allora vengono consegnati alternativamente a Berna (nella sala del Consiglio nazionale/Camera dei Deputati, in aula anche un membro del Governo svizzero, il Consiglio federale) e a Roma (generalmente presso l’Accademia dei Lincei, in sala anche il presidente della Repubblica) Dal 2001 è prescritto che il premio di 750mila franchi per metà venga destinato dal vincitore a suoi progetti di ricerca.

Vincitori del Premio Balzan per l’umanità, la pace e la fratellanza tra i popoli:

Fondazione Nobel (1961), papa Giovanni XXIII (1962), Madre Teresa di Calcutta (1978), Alto commissariato dell’ONU per i rifugiati (1986), Abbé Pierre (1986), Comitato internazionale della Croce Rossa (1996), Abdul Sattar Edhi (filantropo pachistano, 2001), Comunità di Sant’Egidio (2004), Karl Heinz Böhm (attore austriaco, aiuto all’Etiopia, 2007), Vivre en famille (associazione francese per l’infanzia disagiata, 2014), Fondazione Terre des hommes-Aide à l’enfance (2018).

 

TERRES DES HOMMES E' STATA FONDATA DA  EDMOND KAISER

Vito Angelillo, il direttore generale di Terre des hommes-Aide à l’enfance, era anche lui a Roma per la cerimonia di consegna del Premio. L’abbiamo incontrato e intervistato…

… Dal primo dicembre 2012 sono il direttore generale di Terres des Hommes- Aide à l’enfance

Terre des hommes… il nome richiama Antoine de Saint-Exupéry e la sua raccolta di riflessioni – pubblicata nel 1939 - su quanto vissuto dopo un incidente aereo nel Sahara libico: è un testo in cui l’autore del ‘Petit Prince’ evidenzia i suoi valori umanistici…

Sì… non a caso il nostro fondatore, il francese Edmond Kaiser (vodese di adozione, 1914-2000) si è ispirato a Saint-Exupéry per il nome della sua creatura. Era il 22 luglio del 1960 e Kaiser – attivista dell’Associazione Amici di Emmaus dell’Abbé Pierre – costituì a Losanna Terre des hommes con un programma molto chiaro già nel suo incipit: “Finché un solo bambino rimarrà affamato, malato, abbandonato, infelice e sofferente, chiunque sia, dovunque sia, il movimento Terre des hommes, creato per questo scopo, si impegnerà per il suo immediato e pieno soccorso”.

In Svizzera e nel resto del mondo ci sono diverse Terre des hommes

Noi siamo stati fondati direttamente da Edmond Kaiser nel 1960 e siamo Terre des hommes- Aide à l’enfance. Si sono poi originate altre entità di Terre des hommes, come Terres des hommes-Schweiz/Suisse e Terre des hommes in diversi Paesi, tutte giuridicamente distinte tra loro, ma facenti parte di una Federazione internazionale-mantello. 

Prima di chiederLe come mai oggi Lei è direttore generale di Terre des hommes-Aide à l’enfance, ci racconti qualcosa della Sua vita…

Sono nato a Ginevra in una famiglia di immigrati italiani giunti in Svizzera negli Anni Cinquanta: mio padre dalla Puglia, mia madre dal Sűdtirol. Arrivati qui per vie diverse, si sono incontrati in uno stesso albergo di Ginevra, in cui mia madre faceva le pulizie e mio padre il lavapiatti. Gli studi li ho fatti a Ginevra (scienze della terra, ingegnere geologo) e a Losanna, nel cui Politecnico federale ho seguito i corsi di fisica. Certo la fisica mi piace, è un mondo affascinante, in cui si rischia di perdersi. Quando però ho percepito, dopo essermi rinchiuso per mesi in un laboratorio, che rischiavo di non avere più contatti con la realtà esterna, ho avuto una specie di crisi di coscienza e ho imboccato un’altra direzione, quella della geofisica, di cui ho conseguito la specializzazione. Volevo conoscere il mondo e avevo una gran voglia di andare in Africa per essere utile a quei popoli con le mie conoscenze e di fisica e di geologia… sa, lì c’è il problema dell’acqua…

 

IN AFRICA NEGLI ANNI OTTANTA

In che anni siamo?

Attorno alla metà degli Anni Ottanta. Sono andato in Africa, dove sono stato definitivamente contagiato dal ‘virus’ dell’aiuto umanitario, perché ho incominciato a lavorare su un progetto che avevo sviluppato io stesso e che era stato approvato dalla Direzione dello sviluppo e della cooperazione in seno al Dipartimento federale degli Affari esteri del governo svizzero…

Erano i tempi di Walter Fust, che ne divenne poi direttore e che fu il nostro ultimo intervistato da giornalista parlamentare del ‘Corriere del Ticino’ a fine 1995…

Sì, l’ho ben conosciuto come persona capace e sensibile, una personalità molto interessante. Ho potuto così lavorare - nel quadro di questo accordo con la Confederazione elvetica - per quasi sei anni nell’Africa occidentale, specialmente nel Niger, ma anche nel Togo, nel Burkina Faso, nel Benin, nella Costa d’Avorio, nel Mali. Sviluppavo delle metodologie innovative per trovare l’acqua potabile per villaggi che non ne disponevano e dove gli approcci tradizionali non avevano funzionato. Ho pure incominciato a conoscere altre organizzazioni umanitarie impegnate in quei Paesi.

Anche Terre des hommes?

Sì, ho incominciato ad avere contatti anche con Terre des  hommes. In Africa, nel mio progetto, non avevamo i soldi per comprare una nuova auto, utilissima per gli spostamenti, dopo che la vecchia che mi era stata messa a disposizione si era guastata definitivamente, … allora sono rientrato in Svizzera per comprarne una usata, con la quale sono poi tornato in Niger attraversando il Sahara. Prima della partenza, ho contattato Terre des hommes per sapere se potevo essere utile, e cosi ho trasportato per loro materiale scolastico per alcune scuole nella zona Tuareg dove non avevano niente.

Lei sapeva già di Edmond Kaiser…

Sì, ero già un suo grande ammiratore: Kaiser con la sua penna ardente scriveva editoriali di fuoco contro i potenti che non si interessavano di salvare i bambini e non si occupavano di aiuto allo sviluppo… Nel 1990, quando stava finendo il mio periodo africano, ho incontrato in Niger una persona in bicicletta che mi chiese di portarlo in una zona rurale: era un collaboratore di Sentinelle, la seconda organizzazione creata da Edmond Kaiser. Sentinelle era impegnata nella lotta contro una malattia particolare che si chiama ‘noma’: essa incomincia con una piccola piaga all’interno della bocca e rapidamente si trasforma in una gengivite ulcerosa che distrugge muscoli, pelle e ossa, dalla bocca al naso. Una cosa terribile. Tornato in Svizzera, sono andato da Kaiser, riferendogli che avevo incontrato il suo collaboratore e mettendomi a disposizione per aiutarlo. Mi ricordo che Kaiser mi disse: Non abbiamo tanti soldi, non abbiamo veicoli per gli spostamenti…Allora con un gruppo di amici ho raccolto un po’ di soldi, con i quali abbiamo comprato due macchine d’occasione e le abbiamo trasportate in Niger per Sentinelle.

 

IL RITORNO IN SVIZZERA

Successivamente in Svizzera Lei ha lavorato nel privato in una società di ingegneria, mantenendosi sempre disponibile ad aiuti nel campo umanitario. Poi per più di dieci anni è stato membro della Direzione nazionale svizzera della Caritas a Lucerna e in seguito direttore della Caritas a Ginevra. Nel 2008 è divenuto direttore incaricato delle politiche di inclusione per il Canton Ginevra. Poi, nel 2012, ecco l’occasione di diventare direttore generale di Terre des hommes-Aide à l’enfance..

Sì, in quegli anni ero al servizio del Canton Ginevra, quando qualcuno mi segnalò che a Terre des hommes-Aide à l’enfance si era reso disponibile il posto di direttore generale. Da tempo sentivo di voler tornare nel campo dell’aiuto umanitario, svincolato da vincoli politici: era l’ideale per poter scegliere le strategie ritenute migliori per migliorare le condizioni dei poveri della terra. In più era forte in me l’esigenza di lavorare a beneficio dei bambini. Mi sono detto che a questo punto non potevo ignorare l’occasione offertami da un’organizzazione che corrispondeva ai miei desideri e di cui ero da lungo tempo donatore come Terre des hommes-Aide à l’enfance.

Che cosa fa da direttore generale?

Lavoro a Losanna, sede principale con circa 200 collaboratori. E giro per il mondo nei tanti Paesi, oggi 45, in cui abbiamo dei programmi da sviluppare, compresi alcuni Stati europei come Romania, Moldavia, Ucraina, Albania, Kosovo, Grecia. Verifico lo stato dei progetti, incoraggio chi ci lavora, mi confronto con i governi…

 

IL PROGETTO SIMSONE IN MALI

Ecco… la Fondazione Balzan ha premiato quest’anno Terres des hommes-Aide à l’enfance per la sua attività umanitaria in genere, ritenuta un vero contributo alla fratellanza universale, e in particolare ha devoluto un milione di franchi svizzeri - dando seguito alla vostra proposta - al programma Simsone che state sviluppando in Mali…

E’ un programma di formazione di infermiere ostetriche, che così possono assistere nel modo migliore le partorienti. Si chiama Simsone (SIMulation en Soins Obstétricaux et Néonataux Essentiels). Il milione di franchi svizzeri ci consentirà di ampliarne la portata e dunque di salvare la vita a molte migliaia di mamme e bambini.

Quale la situazione sanitaria del Paese?

Noi siamo intervenuti in zone rurali isolate del Mali, un Paese in cui la mortalità infantile e materna è tra le più alte del mondo. E il personale sanitario è tra i meno istruiti. E’ molto diffusa la mortalità infantile per asfissia, ossia per ostruzione delle vie aeree. Fin qui ci si limitava, nella formazione delle levatrici, a convocarle nella capitale Bamako per un corso teorico di tre-cinque giorni: tornate a casa, spesso in poco tempo avevano dimenticato tutto. Noi invece con un’unità mobile giriamo nei presidi sanitari primari del distretto sanitario di Macina, una piccola sub-regione del Mali: in quei presidi spesso non ci sono né medici né infermieri ma solo un responsabile sanitario con formazione scarsa che non sa come agire…

Ho letto che nel Mali, secondo le statistiche, c’è un medico ogni 14mila abitanti…

…Noi lavoriamo sul posto, formando le infermiere ostetriche anche con l’uso di manichini. Sa… l’asfissia neonatale si registra perché le vie aeree del neonato sono ostruite. Basta una pompetta, si estraggono le ostruzioni o si mette una piccola macchina che in tempi brevissimi permette al bambino di respirare normalmente. E’ qualcosa di semplice, ma, se la gente non ha un minimo di attrezzatura e non sa come fare, il bambino muore.

Quanti bambini avete salvato grazie al programma Simsone?

Il progetto è recente, dell’anno scorso, e dunque fino ad ora – in quella che è stata la fase-pilota dall’ottobre 2016 all’ottobre 2017 - sono stati salvati circa 200 neonati e formate una settantina di infermiere ostetriche (che hanno frequentato in totale circa 200 corsi). Sono stati già notati miglioramenti notevoli nell’identificazione e nel trattamento sia dell’asfissia neonatale che dell’emorragia post-parto che nelle cure dei neonati di peso ridotto.

Avete informato di tali progressi il governo nazionale?

Sì, per noi è fondamentale: abbiamo perciò stretto un’intesa con il governo nazionale perché il nostro metodo sia inserito nel curriculum della formazione delle levatrici. Il milione di franchi donatoci dal Premio Balzan potrà fare in modo che il programma sia esteso dapprima all’intera regione di 3 milioni di abitanti, così che i bambini salvati potranno essere decine di migliaia. Successivamente speriamo, tra qualche anno, di poter formare levatrici per tutto il Paese, che ha 17 milioni di abitanti. Oggi le due levatrici-formatrici con cui lavoriamo sono donne del posto; una di loro ha perso il bambino perché il personale sanitario si è rivelato incapace di aiutarla e come reazione ha deciso di impegnarsi per dare la vita agli altri.

 

AIUTARE L’AFRICA A CRESCERE CON LE SUE FORZE: SIMSONE, UN ESEMPIO DI VERO AIUTO ALLO SVILUPPO

Aiuto allo sviluppo attraverso la formazione di personale in loco. Ovvero: la speranza è che tale personale possa poi autonomamente applicare da sé quello che ha imparato…è un vero aiuto al Paese che ne beneficia, non un aiuto a perdere o un semplice tappare un buco nella sanità…

Lei ha centrato l’obiettivo. Non vogliamo lavorare in modo che, se partiamo, non rimanga niente. La nostra azione mira a fare la differenza: vogliamo innalzare il livello di vita nel Paese in modo significativo, di modo che poi la quotidianità sia diversa da quella del passato, così che la vita della popolazione subisca una sterzata netta e positiva. Dunque la formazione deve essere duratura, non occasionale, esplicando i suoi benefici effetti nel tempo.

Nel Mali avete in essere anche altri programmi…

Abbiamo anche altri programmi. La prevenzione e il trattamento della malnutrizione con la presa in carico di madri e bambini fino a cinque anni di età. Costruiamo reti di acqua potabile e reti fognarie. Concretizziamo progetti di protezione dei bambini migranti e di protezione dallo sfruttamento lavorativo o sessuale. Cerchiamo di sottrarre i bambini allo sfruttamento anche aiutando le loro famiglie ad avere entrate sostitutive, in collaborazione con il governo, con l’intento di cambiare il sistema in modo duraturo. Abbiamo inoltre programmi che si occupano del trattamento che la giustizia riserva ai minorenni, così che non vengano sbattuti subito in galera anche per stupidaggini o, se detenuti, venga trattati con riguardo alla loro età. Diamo aiuto anche ai bambini traumatizzati dalla guerra. Per noi ogni bambino nel mondo ha diritto a vivere l’infanzia: è il nostro motto. I bambini feriti nella mente e nel corpo devono riapprendere a giocare, a rinascere in spazi protetti.

Insomma voi aiutate in questo caso l’Africa a crescere, dandole una prospettiva di futuro …

Esatto. Quando si dà una prospettiva a questi bambini, si vede che hanno una capacità di reazione, di adattamento e sono loro stessi capaci di iniziative fantastiche per loro e per la loro comunità. Siamo dei catalizzatori. Vogliamo che questi ragazzi siano in condizione di prendere il destino tra loro mani e di diventare dirigenti, decisori per il loro proprio Paese. Bisogna dare un’alternativa all’emigrazione. E questa è la nostra risposta sul campo. Positiva, come ci dice l’esperienza. E fecondatrice di speranza.