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    PARLA L'AMBASCIATORE SVIZZERO BERNARDINO REGAZZONI

    PARLA L’AMBASCIATORE SVIZZERO BERNARDINO REGAZZONI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 20 MAGGIO 2014

     

    Intervista al ticinese Bernardino Regazzoni, che in questi giorni lascia la rappresentanza presso il Quirinale per raggiungere Parigi –  I forti cambiamenti registrati nel servizio diplomatico nell’ultimo quarto di secolo attraverso la rievocazione delle tappe africane, asiatiche, italiana – L’irrompere della tecnologia e della diplomazia ‘della percezione’

     

    Da Roma a Parigi. E’ il destino (non certo maligno) che si concretizza in questi giorni per il cinquantasettenne luganese Bernardino Regazzoni, dopo un quadriennio di immersione piena nelle acque del Tevere da ambasciatore svizzero in Italia. Prima che ceda il timone a un altro ticinese, Giancarlo Kessler (nato a Sorengo nel 1959), cerchiamo di capire con lui, anche attraverso le esperienze accumulate nelle diverse sedi in cui ha prestato servizio, le caratteristiche del servizio diplomatico svizzero e i cambiamenti con cui in questi anni si è dovuto confrontare, dall’irrompere della tecnologia all’imporsi – accanto a quella classica -della ‘diplomazia della percezione’.   

    Nel 1988 Lei, da trentunenne dottore in filosofia, ha deciso di fare il concorso presso il Dipartimento degli Affari esteri e l’ha vinto. E’ chiaro che gli studi in filosofia non escludono certo la carriera diplomatica, però normalmente aprono altre strade di tipo accademico…

    Con grande convinzione ho intrapreso gli studi filosofici che prevedevo mi avrebbero portato nella direzione accademica. Però, una volta laureato, ho scoperto che percorrere tale strada non sarebbe stato così facile dal punto di vista delle prospettive di lavoro. Avevo sempre nutrito interesse verso le relazioni internazionali: mi piaceva il fatto di viaggiare per conoscere realtà diversissime da quella mia originaria. E’ stato mio padre a suggerirmi tale scelta. E oggi, 26 anni dopo, sono sempre molto contento di aver imboccato questa strada.

    Mai nessun pentimento dunque?

    No. Uno dei vantaggi del sistema diplomatico svizzero è quello di avere una base d’accesso molto più larga che in altri Paesi. Un grande vantaggio, perché ciò stimola un approccio alle questioni internazionali da prospettive molto diverse tra loro.  

    Per il dottore in filosofia un primo atterraggio nell’Africa nera, a Abidjan, Costa d’Avorio… 

    L’impatto è stato bellissimo. Complice l’età, mia moglie ed io avevamo una grande voglia di scoprire il mondo. Abidjan e Kinshasa, le mie prime due sedi, hanno rappresentato per noi proprio l’apertura a 360 gradi a una realtà fin lì sconosciuta. Specie a Kinshasa, nello Zaire, siamo stati confrontati con gravi problemi di carattere umanitario: eppure non ha mancato di colpirci nel profondo la vitalità delle culture locali.  

    In molti Paesi africani purtroppo la guerra è stata (e magari è ancora) duro pane quotidiano. Come agisce un diplomatico in quelle situazioni? 

    Molto concretamente. Mi capitò nel 1991 e ancora nel 1993 di dover evacuare da Kinshasa per ragioni di sicurezza tutta la colonia svizzera. Ci appoggiammo ad altri Paesi che avevano inviato truppe, alle Organizzazioni internazionali. In Costa d’Avorio invece i miei compiti erano stati più di carattere economico: allora il Paese era il primo produttore al mondo di cacao. Prima della guerra civile, aveva le migliori infrastrutture dell’Africa sub sahariana e la presenza di interessi svizzeri era legata alle materie prime. Già in Africa insomma ho potuto confrontarmi con registri diplomatici diversi: più economici in Costa d’Avorio, più politici nello Zaire…

    Politico-umanitari… 

    L’aspetto umanitario è certo presente da sempre nella diplomazia svizzera, per quanto all’epoca non ci fossero ancora interventi diretti della Confederazione in quel Paese se non attraverso le organizzazioni internazionali, quindi tramite contatti con l’ONU e il Comitato internazionale della Croce Rossa.

    Nel 1993 il ritorno a Berna… e di che cosa si occupa il giovane diplomatico? Di francofonia…

    Fu una vera sfida: io, un italofono, occuparmi della francofonia? Quando mi fu proposto – e con ciò intendo che non c’erano molte alternative - avevo un’idea un po’ vaga di quel che avrei dovuto fare… Però poi scoprii un’organizzazione assai affascinante: se agli inizi si trattava soprattutto di collaborare per la promozione della lingua francese, in seguito la cooperazione si è estesa ad altri campi come quello della promozione della democrazia e dei diritti umani.    

    Poi Lei si occupò di rapporti bilaterali come capo aggiunto della divisione diretta da Franz von Daeniken e nel 1999 divenne consigliere diplomatico del capo del Dipartimento degli Affari esteri, Joseph Deiss…

    Sono stati per me molto importanti i tre anni con Franz von Daeniken: si trattava di occuparsi dei rapporti bilaterali con una cinquantina di Paesi, dall’Europa (e Nordamerica) fino all’Asia centrale.  Nel 1999 ero in attesa di ripartire da Berna, ma il consigliere federale Deiss mi volle come suo consigliere diplomatico. E’ stato un periodo molto intenso e bellissimo, fino al 2002, data tra l’altro dell’adesione elvetica all’Onu..

    Che cosa fa concretamente un consigliere diplomatico? 

    Deve essere provvisto in ogni caso di una grande flessibilità, essere un po’ occhi e orecchie del ministro. Poteva capitare, come è accaduto, di incominciare la giornata con una visita ufficiale in un Paese scandinavo, poi doversi occupare dell’arresto di un importante leader politico dell’Europa sud-orientale, infine – come sempre – preparare a tarda ora il materiale per l’indomani… faldoni sempre gonfi! Naturalmente tale ritmo di vita presuppone anche una buona salute e condizione fisica adeguata resistenza fisica.  

    Nel 2002 la nomina ad ambasciatore nello Sri Lanka … 

    A Colombo si era nella fase del cessate il fuoco prima della quarta guerra civile e si progettavano negoziati di pace. La Svizzera sosteneva tali negoziati, di cui un paio di round si sono svolti proprio nella Confederazione. Cosa di cui mi occupai molto direttamente. Mi occupai anche delle Maldive, Paese peraltro assai interessante, molto al di là dell’essere un paradiso per turisti. E’ evidente però che il 90% delle mie attività si sono rivolte allo Sri Lanka.  

    Da Colombo è poi passato a Giakarta, capitale dell’Indonesia. Lì l’economia l’ha fatta da padrona…

    Direi di più. Quando da noi si cita l’Asia si ha ancora tendenza a parlarne al futuro.. sì, l’Asia diventerà, sì l’Asia sarà. In realtà in Asia il futuro è già incominciato da un pezzo, è già pienamente concreto. Da ambasciatore ho conosciuto il Sud-est asiatico con tassi di crescita a due cifre; l’Indonesia poi è il quarto Paese più popoloso al mondo, con circa 250 milioni di abitanti. E’ un Paese, come altri dell’area, pieno di giovani che, se coniugati con il tasso di crescita citato, producono un ottimismo diffuso. Oggi la geopolitica mondiale ruota attorno al Pacifico. Vivere tale realtà al quotidiano, come mi è stato dato di fare, ti apre gli orizzonti, anche culturali. E diventa uno stimolo potente a fare sempre meglio il proprio lavoro, assumendo i tratti culturali dell’ambiente in cui si vive. L’isola di Giava, ad esempio (dove c’è Giakarta), ha 100 milioni di abitanti e una cultura millenaria e contemporanea ricchissima. Devi essere un ponte, rendere accessibile il tuo messaggio a interlocutori tanto diversi culturalmente. E dopo un po’ devi pur riuscire a capire quando un sì è in realtà un no…

    Torniamo nella vecchia Europa, in cui invece l’ottimismo non è molto di casa. A Roma, dove è stato trasferito alla fine del 2009… 

    Indubbiamente Roma è un posto speciale. Per un diplomatico svizzero Roma è la capitale di uno dei tre grandi vicini della Svizzera e dunque è di per sé già molto importante. Per un ticinese poi… anche dal punto di vista biografico l’Italia è un Paese che conosco bene per averci fatto gli studi, le vacanze; mia mamma è italiana, ho sposato una toscana in Toscana. Aggiungiamoci la vicinanza derivata da ragioni culturali e linguistiche.

    Una vicinanza che però non ha impedito negli anni il sorgere e il consolidarsi di cliché, per cui la Svizzera viene caratterizzata ancora spesso dall’avidità di denaro (gli gnomi di Zurigo), dall’ottima cioccolata, dalla puntualità, ecc…

    Sono tre dei tanti cliché che persistono. Bisogna esserne coscienti. Tentare di modificarli? Non si riesce più di quel tanto. Noi come Ambasciata abbiamo invece cercato di utilizzarli come grimaldello…. Eh sì, è vero, facciamo una buona cioccolata, ci teniamo alla puntualità… e però vediamo quello che c’è oltre… Insomma li abbiamo utilizzati come trampolino per approfondire la conoscenza della Svizzera… In questi ultimi decenni l’immagine percepita di un Paese è divenuta sempre più importante. Nelle questioni internazionali le decisioni strategiche vengono prese sempre di più anche sulla base della percezione dei , e soprattutto dei media.  

    La percezione viene alimentata in particolare dai media…

    Quando sono arrivato a Roma si leggevano molti articoli in cui la nostra immagine veniva ridata un po’ all’ingrosso, e non mancavano giudizi molto critici. Ho l’impressione che oggi, forse, traspaia  una valutazione più sfumata e, se non ci si ferma ai titoli, si ritrovano tonalità anche nuove e più aderenti alla realtà…

    C’entrano per qualcosa i Forum per il dialogo tra Svizzera e Italia promossi dall’Ambasciata negli ultimi due anni?

    L’idea è stata quella di coinvolgere nel tentativo di andare oltre i clichés – e dunque di modificare la percezione della Svizzera in Italia – attori diversi: pubblico e privato, nazionale e regionale, media, cultura, scienza, economia. Ho avuto l’impressione che la strategia messa in opera sia già riuscita a smuovere un po’ le acque stagnanti della percezione reciproca tra Svizzera e Italia.  

    Allora: tra i grandi cambiamenti nel lavoro diplomatico, da quando Lei l’ha incominciato nel 1988, emerge l’irrompere della ‘diplomazia fondata sulla percezione’…

    Il ruolo e il contatto con i media – da cui deriva direttamente la ‘percezione’ dell’opinione pubblica verso l’ uno o l’altro Paese - sono uno degli aspetti nuovi negli ultimi due decenni nel lavoro del diplomatico. Ciò è particolarmente visibile, ad esempio nel caso di risi o di catastrofi naturali, come mi è successo nel caso dello tsunami del 2004 nello Sri Lanka. 

    Sono però mutati anche gli strumenti tecnici rispetto a 26 anni fa. Con conseguenze importanti sulla quotidianità del diplomatico…

     ha subito un’accelerazione enorme con conseguenti forti adattamenti nell’approccio mentale alle questioni diplomatiche. Insomma: non siamo più al tempo del dispaccio scritto su carta che impiegava settimane per raggiungere l’altro capo del mondo. Una notizia, se esce là dove sei, contemporaneamente te la ritrovi in tutto il mondo, creando un effetto-rimbalzo immediato impensabile fino a trent’anni fa.

    Ma l’accelerazione non ruba tempo alla riflessione?

    Bisogna anche darsi il tempo di riflettere…

    Ma c’è ancora tale possibilità?

    Ci deve essere. I tempi sono più rapidi, ma ci deve essere. Perfino il computer ha bisogno di tempo per elaborare i dati… figuriamoci se non ne ha bisogno il cervello umano.

    Altre novità nel lavoro diplomatico?

    La sempre maggiore interazione tra istituzioni pubbliche e private, al di là della presenza mediatica. Naturalmente poi resta essenziale il contatto con le istituzioni del Paese ospitante, un compito che anche qui a Roma prende una fetta consistente del tempo. E non vanno dimenticate le preziosissime occasioni d’incontro che vengono create con la cultura locale, anche in Ambasciata, oltre che, nel nostro caso, ad esempio presso la Scuola svizzera e l’Istituto svizzero di Roma.

    Ci vengono in mente le serate musicali in Ambasciata, per la presentazione di libri, per la Festa nazionale, per le feste natalizie con il Circolo svizzero. Ora, sebbene questa intervista non si sia riproposta di approfondire il tema dei rapporti bilaterali con l’Italia, ci tracci almeno uno stato della situazione alla fine del Suo mandato…

    Abbiamo vissuto all’inizio momenti piuttosto difficili, con toni anche sopra le righe. Tali toni prima sono spariti, poi hanno lasciato il posto ad altri, più consoni tra Paesi amici. E’ vero che c’est le ton qui fait la musique…

    Si sta preparando bene a Parigi…

    Il clima tra Italia e Svizzera è sicuramente migliorato..

    ..  era da orsi polari…

    Lascio a Lei la valutazione della latitudine. Però oggi si può guardare con serenità all’avvenire, anche se i ‘cantieri aperti’ restano tanti.  

    P.S. L'INTERVISTA E' APPARSA IN FORMA CARTACEA IL 20 MAGGIO NEL 'GIORNALE DEL POPOLO', QUOTIDIANO CATTOLICO DELLA SVIZZERA ITALIANA.

     

     

     

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