ROSSOPORPORA DI SETTEMBRE 2010 - 'IL CONSULENTE RE ONLINE'

La prolusione in apertura del Consiglio permanente della Cei. Il card. Urosa Savino e le elezioni in Venezuela. Il card. Bertone e lo Ior. I cardinali Vingt-Trois e Vallini e i rom. Il card. Tettamanzi e l'Islam. I card. Bertone e Re ricordano Cossiga, il card. Ruini il Giubileo del 2000. Ottantenne il card. Poupard

"Nel nostro animo di sacerdoti siamo angustiati per l'Italia": è questo uno dei passi più significativi della prolusione che il cardinale Angelo Bagnasco ha tenuto lunedì 27 settembre in apertura dei lavori del Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei). Vale la pena di soffermarsi su quanto detto dal presidente dei vescovi italiani per giustificare tale asserzione. "Anche a noi è capitato – ha evidenziato il sessantasettenne porporato – di vivere, nell'ultimo periodo, momenti di grande sconcerto e di acuta pena per discordie personali che, diventando presto pubbliche, sono andate assumendo il contorno di conflitti apparentemente insanabili; e questi sono diventati a loro volta pretesto per bloccare i pensieri di un'intera nazione, quasi non ci fossero altre preoccupazioni, altri affanni". Perciò – ripetizione che evidenzia la gravità della situazione – "siamo angustiati per l'Italia". Chiaro il riferimento alle violente polemiche seguite a tentativi di smarcamento di chi si sentiva poco valorizzato e molto ingabbiato all'interno del partito di maggioranza: una situazione ritenuta frustrante da chi è per anni si è sentito un numero uno.

Il cardinale Bagnasco dà poi una definizione sconsolata dell'Italia: "Nazione generosa e impegnata, che però non riesce ad amarsi compiutamente, facendo fruttare al meglio sforzi e ingegno; che non si porta a compimento, in particolare in ciò che è pubblico ed è comune". Gli italiani, per sovrappiù, sono influenzati da "una corrente di drammatizzazione mediatica, che sembra dedita alla rappresentazione di un Paese ciclicamente depresso". Ciò "finisce per condizionare l'umore generale e la considerazione di sé". Il presidente della Cei continua nella descrizione cruda di un quadro poco rallegrante: "In troppi si accontentano di piccole porzioni di verità, reali ma limitate, assolutizzate e urlate", tanto che "a momenti sembriamo appassionarci al disconoscimento reciproco, alla denigrazione vicendevole, e a quella divisione astiosa che agli osservatori appare l'anticamera dell'implosione, al punto da declassare i problemi reali e le urgenze obiettive del Paese". Acutamente nota l'arcivescovo di Genova: "Alla vista dell'esito estremo, si raddrizza il tiro, ci si riprende, si tira un respiro di sollievo per scampato pericolo, finendo tuttavia – altro guaio – per tenere uno sguardo affezionato a quello che in precedenza era stato il campo di battaglia". Insomma italiani in fondo come tifosi di curva: "Si preferisce indugiare con gli occhi tra le macerie, cercare finti trofei, per tornare a riprendere quanto prima la guerriglia, piuttosto che allungare lo sguardo in avanti".

La cruda analisi non finisce qui: il cardinale Bagnasco non fa sconti e rigira (con un'amarezza proporzionata alla passione per il Paese) il coltello nella piaga: "Nonostante alcuni risultati nel tempo, la nostra amata Italia sembra, su alcuni fronti, tornare sempre al punto di partenza. Istruisce i problemi, comincia a metter mano alle soluzioni, ma non riesce a restare concentrata sull'opera fino a concluderla. Da decenni si parla di riforme, le si scandisce e – tuttavia – quando saranno varate?" E più in là: "Cambiare si può. (...) Bisogna comprendere che, se si ritardano le decisioni vitali, se non si accoglie integralmente la vita, se si rinviano senza giusto motivo scadenze di ordinamento, se si contribuisce ad apparati ridondanti, se si lasciano in vigore norme non solo superate ma dannose, se si eludono con malizia i sistemi di controllo, se si falcidia con mezzi impropri il concorrente (Ndr: Sarebbe interessante sapere a chi pensava, scrivendo questo, il cardinale Bagnasco), se non si pagano le tasse, se si disprezza il merito... si è nel torto, si cade nell'ingiustizia".

Significative le osservazioni che seguono e i richiami espliciti connessi: "Quando le risorse si fanno più misurate, anche gli sprechi e il lusso ostentato diventano meno tollerabili. In qualunque campo, quando si ricoprono incarichi di visibilità, il contegno è indivisibile dal ruolo". Inoltre – la tirata d'orecchi è molto mirata – "quando si ha responsabilità di scrittura o di parola pubblica, si può essere penetranti senza sfiorare il sopruso o scivolare nella contesa violenta. Il linguaggio in uso nella scena pubblica deve essere confacente a civiltà ed educazione. Fa malinconia l'illusione di risultare spiritosi o più 'incisivi', quando a patire le conseguenze è tutto un costume generale". E qui non si può fare a meno di ricordare che un'approfondita riflessione sull' emergenza educativa è stata voluta (opportunamente) dalla Cei come tema del decennio in cui ci siamo ormai inoltrati.

Che fare? "L'Italia, nel suo complesso, ha bisogno di riscoprire la bellezza del bene comune perseguito nell'azione politica come nella vita quotidiana dei cittadini – ha affermato il cardinale Bagnasco – Ha bisogno di una leva di italiani, e di cattolici, che senza presunzioni aderiscono al discrimine del bene comune, dando lucentezza alla sua plausibilità, così che aiuti ad individuare le soluzioni che meritano di essere perseguite". Ai cattolici (e naturalmente non solo a loro) il compito di diventare "protagonisti costruttivi" di un'Italia nuova.

Nella prolusione si ritrovano tanti altri argomenti interessanti. Per restare sul terreno sociale significativa l'osservazione che – parlando di crisi economica – "è innegabile la percezione di una più marcata fragilità". Alle banche un forte richiamo: "L'impatto sociale della crisi, per come cessa si sta evolvendo, dipende ora in buona misura da un loro più sensibile interessamento" (chissà se il cardinale pensava anche a certe scandalose buonuscite di manager facilmente riciclabili...). Poi un'altra affermazione: "E' fondamentale che non siano ritirati dallo Stato gli ammortizzatori sociali". Ampia la parte sul federalismo: "Bisogna non nascondersi che col federalismo cresce lo spessore delle responsabilità da esercitare localmente. Gestire un Paese come il nostro in chiave federalista presuppone una diffusa capacità di selezionare con rigore gli obiettivi, scadenzarli, argomentare le scelte e saper dire dei no anche a chi si conosce". La riforma "non deraglierà se potrà incardinarsi in un forte senso di unità e indivisibilità della Nazione: il tricolore è ben radicato nel cuore del nostro popolo". E qui la Chiesa ha messo dei paletti ben precisi e solidi.

Nella prima parte della prolusione il cardinale Bagnasco aveva ricordato l' "umiltà, la mitezza, l'energia spirituale, l'attitudine intellettuale ad andare al centro delle questioni" di Benedetto XVI, il successo del viaggio in Gran Bretagna ("ha messo in evidenza – stavolta forse più che in altre occasioni – che la 'partita' su Dio resta nella coscienza occidentale del tutto aperta"). Poi il presidente della Cei, in un'altra parte assai ampia, ha ricordato i martiri cristiani ("Vorremmo sperare che il mondo libero ed evoluto non continui a sottovalutare questa emergenza, ritenendola in fondo marginale o irrilevante") e lo scandalo di quei sacerdoti "che si sono macchiati di inqualificabili crimini con abusi su bambini e ragazzi" (e qui il linguaggio di Benedetto XVI "è sincero e disarmato, nulla nasconde anche di ciò che è fortemente amaro"; il Papa si rivela "realmente determinato a rimuovere dal costume ecclesiale un delitto angosciante").

Domenica 26 settembre in Venezuela si sono svolte le elezioni politiche. Come riporta l'agenzia Fides, dieci giorni prima il cardinale Jorge Liberato Urosa Savino aveva invitato, in un comunicato, i venezuelani a votare in massa: "Non possiamo astenerci. Si tratta di rafforzare la democrazia e garantire il futuro del Paese". Dunque "è il momento della partecipazione attiva, decisa e solidale, per promuovere la fratellanza, l'inclusione di tutti, senza discriminazioni, la libertà e la giustizia". Continuava con vigore l'arcivescovo di Caracas: "E' l'ora di votare! Il voto è segreto. Solo Dio saprà per chi voteremo. Pertanto, non vi è alcun motivo di avere paura delle minacce. Il voto libero e di coscienza è un diritto e un dovere civico e cristiano". L'affluenza è stata buona, di oltre il 66%. Dai primi risultati emerge che Chavez ha ottenuto la maggioranza dei seggi, attorno ai 90 su 165, ma l'opposizione rientra in Parlamento con oltre 60 deputati. Il che impedirà a Chavez di avere la maggioranza dei due terzi necessaria per imporre cambiamenti costituzionali. Da notare che, secondo il portavoce dell'opposizione, il 52% degli elettori ha votato contro Chavez, ma la legge in vigore ha avvantaggiato nei seggi il partito del presidente.

Il 21 settembre si è saputo che la Procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati per una possibile violazione delle norme antiriciclaggio il presidente dell'Istituto Opere di Religione (Ior), Ettore Gotti Tedeschi e il direttore generale Paolo Cipriani. Ne L'Osservatore Romano del 22 settembre, in prima pagina, appariva un comunicato della Segreteria di Stato in cui si "manifesta perplessità e meraviglia per l'iniziativa" e si riconferma "la massima fiducia" nei due indagati. A piè del comunicato, come ulteriore testimonianza di fiducia, ecco il richiamo alla prefazione apposta dal cardinale Tarcisio Bertone al libro dello stesso Gotti Tedeschi e di Rino Cammilleri, edito da Lindau e intitolato "Denaro e paradiso. I cattolici e l'economia globale". Nella prefazione del Segretario di Stato (pubblicata a pagina 5) si definisce il presidente dello Ior "stimato economista" e "personaggio di grande esperienza" (qualifica attribuita anche a Cammilleri). Si legge poi tra l'altro nel testo del porporato piemontese: "L'uscita di Caritas in veritate ha subito un ritardo rispetto alla data prevista (con essa si intendeva commemorare il quarantesimo anniversario della Populorum Progressio di Paolo VI – 1967-2007) in ragione della crisi economica, che stava sviluppandosi e che lasciava prevedere cambiamenti importanti di carattere economico e sociale. Occorreva perciò integrarla con una riflessione sul fenomeno contingente, del quale non si poteva non tener conto". Più in là osserva il Segretario di Stato che "il momento di crisi che stiamo attraversando incita il cristiano a testimoniare la propria identità anche nel contesto dell'agire economico". Qual è il pregio del libro? "Offre ulteriori motivi per riflettere sul senso da dare alla propria vita e alle proprie azioni, su cosa significhi fare economia in senso autentico perché, in realtà, l'economia ispirata ai criteri morali cristiani non manca di produrre dei veri e propri vantaggi competitivi. Non si tratta di un'irrealistica e velleitaria utopia, ma della concreta possibilità, oggi più che mai attuale, di un'economia capace di far convivere esigenze produttive, benessere materiale e pienezza". Domenica 26 settembre lo stesso Benedetto XVI ha voluto salutare, a margine dell' Angelus a Castelgandolfo, Ettore Gotti Tedeschi, che gli ha portato una copia del libro.

L'agosto e il settembre francesi sono stati contrassegnati dalla forte polemiche sulle decisioni governative in materia di rimpatrio di rom fuorilegge e di smantellamento di campi nomadi illegali. La Chiesa, o almeno una parte di essa, ha avuto una parte importante nel denunciare la concretizzazione di una politica ritenuta discriminatoria nei confronti di un intero popolo e noncurante del rispetto dei diritti umani fondamentali. In un'intervista di fine agosto alla Radiotelevisione francese il cardinale André Vingt-Trois, presidente della conferenza episcopale nazionale, ha dapprima stigmatizzato "il clima malsano" del dibattito in corso, caratterizzato da "una sorta di contrapposizione tra chi privilegia la sicurezza e chi invece l'accoglienza". L'arcivescovo di Parigi ha evidenziato il rifiuto della logica dello scontro con il Governo: se la Chiesa parla come ha fatto, ciò non significa che "abbia la vocazione di accogliere in Francia tutti i rom". La Chiesa chiede invece che le norme adottate "rispettino la persona umana e la responsabilità individuale". In vista dell'incontro del primo settembre con il ministro dell'Interno Brice Hortefeux, il porporato sessantottenne aveva detto nell'intervista televisiva: "Non vado da lui per fargli cambiare opinione. Vado per informarlo su ciò che pensano i cattolici, come essi vivono la situazione e per ricordargli che vi sono limiti da non superare". L'incontro previsto è avvenuto e così ne ha riferito L'Osservatore Romano del 2 settembre, aprendo pagina 6 con un titolo eloquente: "Dialogo costante e regolare fra Stato e Chiesa in Francia". Al termine dell'incontro il presule ha tra l'altro osservato: "I nostri interventi non si situano in ambito politico. Non abbiamo intenzione di attaccare il presidente della Repubblica né il ministro dell'Interno né qualsiasi altro ministro". Ha proseguito l'arcivescovo di Parigi: "Le nostre preoccupazioni hanno origine da un certo numero di casi in parecchie regioni della Francia, dove le popolazioni rom vivono in situazioni di miseria e di grave precarietà (...) Si tratta quindi di aiutare queste persone a uscire da quelle situazioni".

Il 6 settembre lo stesso cardinale Vingt-Trois, come si apprende da Avvenire, in un'omelia tenuta nella cattedrale di Notre Dame ha rilevato: "La questione è complessa (...) Per coloro che commettono reati è giusto che il Governo disponga che siano ricondotti alla frontiera. (...) Altri elementi da considerare sono l'assistenza sanitaria e sociale. La legge, infatti, prevede per tutti i residenti nel territorio francese il diritto all'assistenza, ma anche il pagamento dei contributi. Si tratta di un costo considerevole. Per tutte queste ragioni il Governo francese intende ridurre il numero dei rom. Dunque la questione è legittima. Non si tratta di espulsioni gratuite, perché ricondurre i rom alla frontiera è costoso. Il Governo francese si è impegnato con un aiuto economico di 300 euro a persona, pari a tre mesi di salario in Romania, cui si aggiungono 100 euro per figlio e le spese di viaggio". Che cosa osserva la Chiesa? "Bisogna dire no al trattamento globale e massiccio, poiché serve un trattamento individuale. Questo chiediamo al Governo francese e speriamo che lo faccia". Nell'edizione del 23 settembre del settimanale cattolico Pèlerin ancora l'arcivescovo di Parigi rileva a proposito dell'incontro con il ministro dell'Interno: "Gli incontri con il ministro dell'Interno non devono stupire: esistono appuntamenti prefissati e altri più legati alle contingenze come quest'ultimo". Continua poi il cardinale: "Riguardo alla questione dei rom, Brice Hortefeux mi ha spiegato le ragioni della sua azione. Io l'ho fatto partecipe dell'emozione suscitata in un certo numero di cristiani impegnati nell'accompagnamento dei rom. L'ho informato in particolare di certe situazioni francesi che mi sembra oltrepassino largamente i criteri stabiliti". Ciò "non significa per niente che ci inoltriamo sul terreno del dibattito politico". E "noi ci occupiamo dei rom, delle loro condizioni di vita spesso indegne, così come ci occupiamo di altre popolazioni disagiate". Il cardinale Vingt-Trois a settembre ha incontrato anche Nicolas Sarkozy, ma su questo non ha voluto rilasciare commenti (almeno al Pèlerin).

Sempre sull'argomento 'nomadi' l' Avvenire del 29 agosto ospita un'intervista al cardinale Agostino Vallini sotto il titolo significativo: "Più solidali con i rom. Chiesa in prima linea". Lo spunto dell'intervista? La morte di Mario, bambino rom di tre anni, in un incendio scoppiato in un campo abusivo nella capitale. Il porporato ha appreso la notizia mentre a Lourdes stava guidando il tradizionale pellegrinaggio cui quest'anno hanno partecipato oltre seicento romani: "Ancora una volta è successo che bambini innocenti siano diventati vittima del degrado e dell'emarginazione", ha rilevato il Vicario del Papa per la diocesi di Roma. E più oltre: "Dobbiamo incoraggiare l'impegno delle istituzioni a favore di campi per i nomadi in condizioni di sicurezza, perché fatti del genere non abbiano a ripetersi. E in questa direzione anche la nostra diocesi desidera intensificare la sua azione caritativa". Per il porporato settantenne "dobbiamo educare i nostri fedeli affinché non cedano alla tentazione del pregiudizio". Nel contempo anche "i fratelli nomadi" dovrebbero "fare la loro parte per essere accolti dalla cittadinanza, impegnandosi in quell'opera di integrazione sociale che rispetta la diversità delle culture e la legalità".

Prosegue a Milano la controversia attorno alla costruzione di una moschea, dopo che nel 2008 il Ministro dell'Interno aveva messo fine al raduno ogni venerdì in viale Jenner di migliaia di musulmani. Da allora i seguaci di Maometto si ritrovano sotto due tendoni in zona Sempione e nella periferia nord della città: non è che siano particolarmente soddisfatti della sistemazione. Sabato 4 settembre sull'argomento è tornato il cardinale Dionigi Tettamanzi, molto inquieto per possibili degenerazioni della situazione. Al termine della celebrazione eucaristica e del rito in Duomo per la professione perpetua delle religiose ha espresso ai giornalisti tutta la sua inquietudine sullo stato delle cose: "E' un problema grave – ha detto – che bisogna risolvere urgentemente. La questione interroga la città nel suo complesso. Le autorità locali devono cercare di trovare una soluzione in tempi brevi: rimandare il momento in cui la questione sarà affrontata, può solo incancrenire la situazione e aumentare la tensione". Bisogna assolutamente – ha continuato – "mettersi attorno a un tavolo a ragionare concretamente senza paura del dibattito, senza temere le critiche". Perché la comunità islamica "chiede legittimamente di avere un luogo per pregare". E' chiaro che a tutti, "anche alla comunità musulmana", si chiedono "saggezza e umiltà per cercare una soluzione definitiva, nel pieno rispetto della legalità". E però "le istituzioni civili hanno il dovere di agire, di entrare in una logica di rispetto dei diritti della persona". Tra di essi si annovera quello "inalienabile di culto e di libertà religiosa, come sancito dalle convenzioni internazionali e dal Concilio Vaticano II".

E' morto il 17 agosto l'ex-Presidente della Repubblica Italiana Francesco Cossiga e L'Osservatore Romano gli ha reso un omaggio eccezionale per un uomo politico, pur cristiano dichiarato: vedi anche in questo stesso numero, nella rubrica Conversando, il ricordo di monsignor Vincenzo Paglia. Dopo aver inviato un telegramma molto sentito, il cardinale Tarcisio Bertone ha voluto scrivere un suo articolato ricordo nella prima pagina dell'edizione del 20 agosto, sotto il titolo "Una fede granitica e aperta". Scrive il Segretario di Stato: "Sono andato volentieri a porgere il mio tributo di omaggio e di suffragio per l'anima del presidente emerito della Repubblica italiana Francesco Cossiga, al quale mi hanno legato vincoli particolari di conoscenza e di amicizia sin dal 1991", anno della nomina ad arcivescovo di Vercelli con conseguente visita di cortesia al Quirinale. Un incontro molto lungo, quello del 1991, che si trasformò in "colloquio approfondito su temi di diritto costituzionale comparato, allargato poi a temi di teologia e spiritualità".

Continua poi il presule settantacinquenne: "Dal 1995, dopo la mia nomina a segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, fui testimone dell'amicizia e della familiarità intellettuale che legò Francesco Cossiga al cardinale Joseph Ratzinger, con il quale trascorreva serate di impegnative conversazioni filosofiche e teologiche". Osserva qui il cardinale Bertone che "la cultura politica e teologica di Francesco Cossiga spaziava su vari campi e ogni incontro con lui era molto interessante e arricchiva". E rivela: "Ieri sera il Santo Padre, parlando del suo illustre e caro amico, mi ha detto che gli stavano a cuore soprattutto tre traguardi che Cossiga tenacemente perseguiva e raggiunse: la proclamazione di san Tommaso Moro a patrono dei politici cattolici, la beatificazione dell'abate Antonio Rosmini e quella del cardinale John Henry Newman".

La messa del trigesimo per Francesco Cossiga è stata presieduta il 17 settembre dal cardinale Giovanni Battista Re. Ribadito che il presidente era "un grande statista", il prefetto emerito della Congregazione per i vescovi ha evidenziato che Cossiga "aveva una profonda cultura religiosa, con una competenza anche teologica, che lo portava ad addentrarsi senza smarrirsi nelle problematiche più alte delle verità rivelate". E' proprio per questo che "amava gli incontri con l'allora cardinale Ratzinger e anche con vescovi e sacerdoti". E' innegabile che "la fede cattolica fu l'ossatura della sua vita, pur con tutti i limiti e le debolezze dell'umana fragilità". Perciò "la sua esperienza di fede e la sua ultima parola di augurio – Che Dio benedica e protegga l'Italia – siano di luce anche per i nostri passi".

L'8 luglio nel sito www.chiesa.espressonline.it è apparsa un'intervista al cardinale Camillo Ruini, che ricorda alcuni momenti importanti del Giubileo del 2000, "un tempo di straordinaria intensità". A dieci anni di distanza, osserva il porporato settantanovenne, "la sostanza rimane tutta. (...) Certo l'impressione è che oggi le condizioni siano meno favorevoli. (....) Basti pensare all'11 settembre 2001, o all'irrompere di quella che amo chiamare la nuova questione antropologica, cioè la grande domanda, e la grande sfida, su chi è l'uomo". A proposito delle richieste di perdono di papa Wojtyla, rileva il presidente emerito della Cei: "Con quella sua iniziativa Giovanni Paolo II sorprese anche il mondo ecclesiale. A molti parve un gesto gratuito, non necessario, e potenzialmente pericoloso, ma poi si è capito che non era così. In ogni caso egli chiese perdono per colpe commesse dai cristiani nel passato. Oggi è diverso. (....) Benedetto XVI riconosce i peccati commessi nel presente chiede perdono anzitutto a Dio e quindi anche ai fratelli nella Chiesa e nell'umanità". Annota qui il cardinale Ruini: "Altra cosa è l'atteggiamento di coloro che accusano la Chiesa per colpirla, non per una positiva volontà di costruire. Di fronte a questi attacchi occorre forza spirituale, non debolezza. Maritain affermava giustamente che la Chiesa non deve genuflettersi davanti al mondo". Sul tema dell'ecumenismo osserva tra l'altro il porporato emiliano che "meno positivo (NdR: rispetto a quello del dialogo con gli ortodossi) è il bilancio con le Chiese uscite dalla Riforma protestante. Le difficoltà principali su questo versante sono due. La prima è il progressivo allontanamento di queste Chiese dal modello apostolico quanto al modo di concepire e di attuare i ministeri ecclesiastici. La seconda riguarda l'antropologia, le questioni su chi è l'uomo, sulla bioetica, sulla famiglia. Su questi fronti varie comunità protestanti hanno intrapreso un cammino di apparente modernizzazione che in realtà le porta sempre più lontane dal centro del cristianesimo".

Il 30 agosto ha compiuto ottant'anni uno dei cardinali più 'intellettuali' del Collegio: il francese Paul Poupard, per lungo tempo presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura (per un breve periodo contemporaneamente anche di quello per il Dialogo interreligioso), più volte è stato ospite gradito anche delle pagine de "Il Consulente RE" sia cartaceo che più recentemente online (vedi in Archivio settembre 2009 della rubrica Conversando). In prossimità del genetliaco, il porporato angioino ha ricordato nell' Avvenire del 28 agosto i Papi con cui ha collaborato. A partire da papa Montini: "Quando ero in Segreteria di Stato, sotto Paolo VI, si pensava già a un dicastero che si dedicasse alla nuova evangelizzazione dell'Occidente come a una missione ad gentes (...). Montini rimase favorevolmente colpito dall'apostolato di frontiera del domenicano Jacques Loew a Marsiglia e comprendeva, già allora, che l'Occidente aveva bisogno di nuove forme di annuncio per avvicinarsi alla gente". Perciò nell'odierna scelta di papa Ratzinger, continua il cardinale, si percepisce "una continuità ideale con quanto pensato e non realizzato da monsignor Giovanni Benelli e dal cardinale Gabriel-Marie Garrone". Un discorso analogo si può fare anche per i rapporti tra Populorum Progressio e Caritas in veritate. Rileva qui il rettore emerito dell'Institut catholique di Parigi di eesersi potuto confrontare con Paolo VI "negli anni del post-concilio, della contestazione del Sessantotto e dell'enciclica Humanae Vitae", collaborando tra l'altro alla stesura della Populorum Progressio. Papa Montini aveva una preoccupazione principale: sarebbe stata capita l'enciclica "nella sua interezza"? Concretizzata "soprattutto nella parte che riguarda la giustizia sociale e la disparità economica tra Nord e Sud del mondo"? Annota poi il cardinale Poupard: "Se l'enciclica non è presa nella sua interezza-amava ripetermi il Papa – noi abbiamo fallito".

Riguardo alla 'riabilitazione' di Galileo, osserva il porporato: "La preoccupazione di Giovanni Paolo II era soprattutto quella di mostrare al mondo che un grande scienziato aveva sofferto a causa della Chiesa". E aggiunge, di suo: "Io sono convinto ancora oggi che nell'intuizione della sua tesi avesse ragione Galileo, ma nell'applicazione del metodo ad avere ragione fosse il cardinale Bellarmino. Non a caso il grande gesuita ammise che – se la tesi dello scienziato fosse stata dimostrabile – si sarebbe dovuto rivedere il modo di interpretare la Scrittura". Riguardo al papa polacco nota ancora il cardinale Poupard che "ha aperto molte strade mai battute prima" e "che è stato un Pontefice capace soprattutto di ascoltare le ragioni degli altri". Per quanto concerne il cristianesimo in Francia, il porporato rileva "segni di speranza": infatti "nascono nuovi movimenti religiosi. Gli ordini contemplativi reggono meglio che altrove. Soprattutto ci sono giovani che vogliono creare famiglie cristiane". E' necessario perciò che in questa "nostra vecchia Europa" si coltivi "una cultura della speranza".

al Resto del Carlino in occasione del compleanno il porporato ha ribadito: "Per me gli anni non contano. La vita è bella a 10 come a 100 anni se concepita come slancio verso il futuro e non come fardello da portare sulle spalle". Il rischio più grande oggi? "Lasciarsi sfuggire il tempo. Il rischio è ritrovarsi senza niente in mano e accorgersi, quando ormai è troppo tardi, che avresti potuto arricchirti e non l'hai fatto. Non parlo ovviamente di ricchezza materiale, ma di quei doni spirituali che possono migliorare anche la più piccola parte del mondo".

Il 24 luglio, poi, il cardinale Tonini ha partecipato in diretta radiofonica alla serata inaugurale della tradizionale Festa di Avvenire a Lerici. Tra le sue riflessioni quelle su Paolo VI: "Aveva capito che Avvenire poteva essere – ed è – un mezzo potente per parlare con una sola voce e contemporaneamente a tutto il Paese e a tutto il mondo cattolico". Infatti noi "siamo Chiesa non solo perché condividiamo idee, messaggi, dottrina, ma anche perché le nostre coscienze vibrano insieme, dentro gli stessi eventi, la stessa storia, le stesse passioni, le stesse urgenze. Come una famiglia". Il porporato ha invitato tutti a "imparare a parlare al mondo intero" e a non temere "di educare i nostri bambini e i nostri ragazzi a questa sfida". Qui ha puntualizzato: "Stiamo facendo un grande errore a credere che ai nostri figli interessino solo i loro giochetti... No! I bambini e i ragazzi sono capaci di grandi pensieri e di grandi cose". Perciò "aiutiamoli a capire che hanno una missione nella vita, che Dio li ha chiamati a un destino, che sono loro la speranza della Chiesa e del mondo". C'è poi un ringraziamento tutto speciale da fare, a Dio, "per "aver capito fin da bambino che anch'io avevo un destino grande. E averlo capito grazie ai miei genitori, ai maestri, ai preti, nelle esperienze semplici della vita quotidiana. Com'era andare a scuola o servire Messa o accompagnare il parroco quando visitava i malati o entrava in case toccate dal lutto... Lì ho capito che la fede, l'intelligenza, la cultura, sono doni che abbiamo ricevuto per diventare noi stessi dono per gli altri".