ROSSOPORPORA DI MARZO 2010 SU 'IL CONSULENTE RE ONLINE'

Sulle candidature laiciste, in primo luogo nel Lazio e in Piemonte, si esprimono i cardinali Vallini, Ruini, Bagnasco, Poletto. Il cardinale Gracias nuovo presidente della Conferenza episcopale indiana. Il cardinale Cottier e la lettera papale ai cattolici irlandesi; Camillo Ruini evoca il clima culturale in materia sessuale. Di islam parla il cardinal Tauran. La rubrica di Carlo Maria Martini sul 'Corriere della Sera'. Il patriarca Sfeir e la situazione libanese. Il cardinale Turkson nuovo presidente di 'Giustizia e Pace'. Il cardinal Bertone e l'imprenditoria cristiana. Romano e romanista: è il cardinal Angelini. 

 

 

Il 28 e 29 marzo 2010 gli italiani saranno chiamati alle urne per le elezioni regionali. Già questo stesso tema aveva aperto l’ultimo Rossoporpora, ma – di fronte alle esitazioni, quando non alla brama di poltrone di qualche elettore che si definisce cattolico – forse repetita iuvant.

 

L’inserto domenicale Roma sette (vedi Avvenire del 14 marzo) si apre con un titolo a caratteri di scatola: Parole chiare. L’occhiello così suona: Nota in merito alle imminenti elezioni regionali. Insomma è la presa di posizione del cardinale vicario Agostino Vallini sul voto di fine marzo, una dichiarazione che era attesa da molti. Lo rileva in un esordio inconsueto il porporato sessantanovenne: “In questi giorni di campagna elettorale, segnata da un clima tutt’altro che sereno, qualche organo di stampa (NdR: ad esempio ‘Il Foglio’ ) e privati cittadini si sono domandati perché la Chiesa ufficiale nel Lazio non parla, trattandosi di una competizione anomala rispetto al confronto tra i tradizionali schieramenti”. Rileva il fine giurista: “La risposta più semplice è che forse non ce né bisogno, tanto sono chiare le posizioni. Ma un paio di considerazioni mette conto farle, a prescindere dal problema delle liste (Ndr: ovvero dagli incredibili pasticci cucinati da sedicenti professionisti della politica). Prima considerazione: osserva qui il presule laziale che “nel contesto di una crisi economica così grave che toglie la serenità a tante famiglie e getta nello sconforto gran parte dei giovani, tutt’altro che speranzosi per il loro futuro, le promesse elettorali riscuotono poca attenzione, perché purtroppo molto bassa è la fiducia verso la classe politica in generale”. Lo sanno bene i “pastori della Chiesa”. Infatti “le parole che si ascoltano volentieri sono quelle confermate dalla testimonianza della vita e dall’impegno concreto e coerente”.

 

Seconda considerazione: verso chi indirizzare il proprio voto? Il cardinale Vallini scrive: “Il progetto politico che sosteniamo considera diritti irrinunciabili, , quanto al riconoscimento e all’esercizio effettivo, la libertà religiosa, la difesa della sacralità della vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, le libertà fondamentali della persona, la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna, aperta alla maternità e alla paternità responsabile, la libertà educativa e di istruzione, il lavoro retribuito secondo giustizia, la cura della salute, l’apertura agli immigrati in un sistema di leggi che coniughi insieme accoglienza, legalità e sicurezza, la casa la salvaguardia del creato.” Tutto ciò costituisce “il bene comune che è tale solo se assicura l’insieme delle condizioni di vita sociale grazie alle quali i cittadini possono conseguire il loro perfezionamento”. Tali diritti e valori umani e civili “i cittadini cristiani intendono sostenere anche con il proprio voto”.

 

Perciò “non è possibile equiparare qualunquisticamente tutti i progetti politici, poiché non tutti incarnano i valori in cui crediamo”. E neppure “si possono concedere deleghe di rappresentanza politica a chi persegue altro progetto politico, che ci è estraneo e che non condividiamo”. Dunque, chi nel mondo cattolico, appoggia le candidature laiciste non è coerente con i valori che dice di professare e che addirittura vengono spacciati per propri – con somma improntitudine, a beneficio dei creduloni – da chi impersona tali candidature.  

 

 

In un’intervista a Il Foglio del 16 marzo il cardinale Camillo Ruini, predecessore a Roma del cardinale Vallini, condivide “pienamente nei contenuti e nello stile” la Nota uscita su Roma sette. Rileva il presidente emerito della Cei: “Visti i candidati che sono in gara, particolarmente nel Lazio ma anche in alcune altre regioni, è indispensabile (Ndr: notare l’aggettivo usato) richiamare l’attenzione sui temi veramente fondamentali” evocati “con chiarezza e precisione” dalla Nota”. Quali quelli in evidenza particolare? “La difesa della vita umana in ogni fase della sua esistenza, il sostegno della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna e più in generale il rifiuto di un permissivismo che mina le basi della società”. Perciò “i cittadini che fanno riferimento all’etica cristiana, ma anche tutti coloro che vogliono salvaguardare le strutture portanti della nostra civiltà hanno qui un preciso criterio per l’esercizio del diritto/dovere del voto”.

 

Lunedì 23 marzo, nella prolusione di apertura dei lavori del Consiglio permanente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco ha inserito (non a caso alla fine dell’ottavo paragrafo, quello sul diritto alla vita) alcune considerazioni sul voto regionale, “un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare”. Qui il presidente dei vescovi italiani ha voluto ricordare “la linea ormai consolidata che sinteticamente si articola su una piattaforma di contenuti che, insieme con Benedetto XVI, chiamiamo valori non negoziabili, e che emergono alla luce del Vangelo, ma anche per l’evidenza della ragione e del senso comune”. Giova ripeterli: “La dignità della persona umana, incomprimibile rispetto a qualsiasi condizionamento; l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale; la libertà religiosa e la libertà educativa e scolastica; la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna”. Prosegue poi con indubbia chiarezza il cardinale Bagnasco: “E’ solo su questo fondamento che si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori come il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati, rispettosa delle leggi e volta a favorire l’integrazione; il rispetto del creato; la libertà dalla malavita, in particolare quella organizzata”. Si chiede significativamente l’arcivescovo di Genova: “Quale solidarietà sociale infatti, se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole”?   

 

“Come ebbi occasione di dire nell’incontro con i politici locali nel mese di gennaio, io sono super partes (NdR: nel voto regionale). Ricordo invece ai cattolici di guardare ai valori fondamentali della nostra fede e di trarne le loro conclusioni”: così il cardinale Severino Poletto il 13 marzo scorso, a margine della XXI Giornata Caritas svoltasi al Teatro di Valdocco. Nel tradizionale incontro di metà gennaio con i politici piemontesi l’arcivescovo di Torino aveva comunque stilato un elenco di punti fermi, a orientamento del voto cattolico. Nell’ordine: “La difesa della vita dal concepimento fino alla morte, il matrimonio tra sessi diversi, il diritto alla scelta dell’educazione scolastica, la libertà religiosa, la difesa della dignità umana indipendentemente dall’etnia, il diritto all’emigrazione”. Letto bene l’elenco, per un cattolico diventa molto, ma molto problematico a questo punto votare per la candidata laicista. Tanto più che, a proposito del delicato tema dell’immigrazione, il settantasettenne porporato ha detto, ancora il 13 marzo: “Torino è una città splendida ma anche complessa; deve essere accogliente, tollerante ed esigente. Accogliente verso tutti, tollerante nel rispettare le idee religiose e culturali delle persone. Torino però deve essere anche esigente, nel senso che se uno viene legittimamente per cercare un lavoro deve essere aiutato. Però se viene a portare prostituzione o droga, allora questo fatto non deve essere accettato”.    

 

Il sessantaseienne cardinale Oswald Gracias è stato eletto il primo marzo presidente della conferenza episcopale indiana. Come riferisce l’agenzia AsiaNews , l’arcivescovo di Mumbai è conosciuto in tutto il Paese per la sua difesa dei diritti umani e della libertà religiosa. Che in alcuni Stati indiani sono stati violati negli ultimi anni, con un crescendo impressionante di violenze anticristiane (come già ampiamente documentato in alcuni recenti Rossoporpora). A AsiaNews il porporato ha evidenziato come uno dei suoi compiti principali, da presidente dell’organismo episcopale nazionale, sarà “quello di far lavorare insieme i tre diversi riti cattolici che vivono in India, così come dialogare con le altre religioni del Paese”. Inoltre occorre ricordare che “Dio ha chiamato la sua Chiesa a lavorare nell’ambito della creazione”. Perciò prioritariamente “dobbiamo sviluppare risorse da mettere al servizio della nazione e del mondo intero”. Altro grande compito quello di aiutare i poveri: “Ma la povertà è collegata al degrado ambientale. Combatterli entrambi è il nucleo della nostra missione”.

 

Tra i commenti cardinalizi al grave scandalo della pedofilia ecclesiastica (che non è la sola e neppure la più consistente numericamente, ma certo ancora peggiore delle altre data le vesti sacre degli autori) ne citiamo due che ci sembrano assai significativi per l’uno o l’altro verso. In un’intervista a la Repubblica del 21 marzo così il cardinale Georges Cottier commenta la lettera del Papa ai cattolici irlandesi, firmata venerdì 19, festa di San Giuseppe e pubblicizzata sabato 20. “E’ una lettera che servirà certamente a combattere un male tanto abominevole come è quello della pedofilia e delle violenze sessuali su minori”. Nel contempo “è una lettera scritta ai cattolici irlandesi, ma che si rivolge alla Chiesa intera e a tutti gli uomini di buona volontà, esortati dal Santo Padre a collaborare per far sì che in futuro vicende così gravi non si ripetano mai più”. Il domenicano ginevrino è stato “sorpreso” dal “livello spirituale e dal tasso di misericordia che permea tutto il testo”. Benedetto XVI – rileva – “si rivolge come un padre a tutti i cristiani, parla alle vittime, ai genitori, alle famiglie, ma anche ai responsabili di atti così osceni, invitandoli con fermezza a chiedere perdono del male fatto, a sottoporsi alla giustizia civile e a fare penitenza”. Il Papa ha richiamato le gravi responsabilità anche di diversi vescovi che non hanno vigilato (e agito) come avrebbero dovuto…. “Ed ha fatto benissimo – ha rilevato l’ottantasettenne teologo emerito della Casa Pontificia – Purtroppo negli anni passati questi crimini sono stati coperti da atteggiamenti di omertà da quei vescovi che avrebbero dovuto vigilare, ma che, forse per timore di fare scandalo, hanno preferito tacere. O, al massimo, hanno spostato in altre parrocchie i sacerdoti che venivano accusati di molestie. Sbagliando. Purtroppo c’è stata troppa leggerezza”.

 

Tre giorni prima della firma papale, nell’intervista a Il Foglio già citata a proposito del voto regionale, il cardinale Camillo Ruini così rifletteva sull’argomento: “I reati di pedofilia sono sempre infami, specialmente quando commessi da un sacerdote. Per questo è più che giusto denunciarli e reprimerli e, nella misura del possibile, aiutare le vittime a superarne le conseguenze”.  Non si può però sottacere un altro aspetto del problema: “non si può far finta di non vedere che l’attenzione di molti giornali e degli ambienti che si esprimono attraverso di essi si concentra sui casi di pedofilia dei sacerdoti cattolici, sicuramente non più frequenti di quelli di tante altre categorie di persone. E non si può nemmeno ignorare il tentativo tenace ed accanito di tirare in ballo la persona del Papa, nonostante tutti i puntuali chiarimenti della sala stampa vaticana e di altre fonti attendibili”. Il presidente del Progetto culturale della Chiesa italiana ricorda Nietsche: “Secondo Nietsche l’attacco decisivo al cristianesimo non può essere portato sul piano della verità ma su quello dell’etica cristiana, che sarebbe nemica della gioia di vivere”. Domanda allora il settantanovenne porporato agli strateghi della campagna a senso unico: “Non sarebbe forse più onesto e realistico riconoscere che certamente queste ed altre deviazioni legate alla sessualità accompagnano tutta la storia del genere umano, ma anche che nel nostro tempo queste deviazioni sono ulteriormente stimolate dalla tanto conclamata liberazione sessuale?”. 

Affonda il cardinale Ruini: “Quando l’esaltazione della sessualità pervade ogni spazio della vita e quando si rivendica l’autonomia dell’istinto sessuale da ogni criterio morale, diventa difficile far comprendere che determinati abusi sono assolutamente da condannare”. 

 

Il 10 febbraio a Granada la prolusione del cardinale Jean-Louis Tauran ha aperto un convegno su “Cristianesimo, Islam e modernità”. Ne riferisce ampiamente L’Osservatore Romano del 17 febbraio sotto un titolo significativo: “Un antidoto alla paura”. Il presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso nel suo intervento ha subito evidenziato come “per un occidentale l’islam risulti difficile da capire”. Le ragioni? L’islam “è allo stesso tempo una religione, una società e uno Stato che raggruppa un miliardo e duecento milioni di persone in un’unica grande entità mondiale, la umma”. I membri di tale comunità “non distinguono fra sfera privata e sfera pubblica”: è evidente che “questa visibilità religiosa turba le società secolarizzate”. Negli ultimi anni si è però imposto “un fatto nuovo”: la convivenza forzata in Occidente di musulmani e non musulmani. Ha qui rilevato il porporato francese, certo pensando anche alla situazione nel suo Paese: “Incontriamo musulmani nella vita di tutti i giorni; hanno i loro negozi, sono funzionari statali, li incontriamo nella vita associativa, nel mondo della sanità e a volte nelle nostre famiglie”. Tuttavia “Questo non impedisce che cristiani e musulmani molte volte siano vittime di pregiudizi, conseguenza dell’ignoranza”. Sarebbe bene, invece, “da entrambe le parti, di conoscere le tradizioni religiose dell’altro, di riconoscere quello che ci separa e quello che ci avvicina, di collaborare al bene comune della società alla quale apparteniamo”.

 

Certamente, riconosce il sessantasettenne presule di estrazione diplomatica, “questo non è un compito facile”, poiché “esige una libertà interiore che dia luogo ad un atteggiamento pieno di rispetto verso l’altro: saper tacere per potere ascoltare l’altro, dargli l’opportunità di esprimersi in tutta libertà, non nascondere o edulcorare la propria identità spirituale”.

 

Per il cardinale Tauran l’islam “è la religione con la quale il Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso intrattiene i rapporti più strutturati”. E’ proprio grazie a tali contatti che si possono registrate alcuni “progressi”: qui il porporato ha ricordato le dichiarazioni comuni al termine della conferenza interreligiosa di Madrid (luglio 2008) e del primo seminario del Forum islamo-cattolico (novembre 2008). “Il grande problema” comunque resta: riguarda il “sapere come fare affinché questo cambiamento giunga alla base”. Da parte cattolica si deve riuscire a far capire che non solo “non dobbiamo temere l’islam”, ma dobbiamo considerare “una ricchezza per la società” la collaborazione per il bene comune con i musulmani.

 

Restano sul tappeto “elementi di contrasto”: “nella maggior parte delle società in cui l’islam è la religione maggioritaria, i credenti di altre confessioni religiose sono considerati cittadini di seconda categoria”. Ancora: “la discriminazione della donna o anche la libertà di culto che è assolutamente negata in Arabia Saudita”. Purtroppo “queste divergenze sono state all’origine di dolorosi conflitti”, ma – ecco la conclusione – grazie a Dio dalla metà del XX secolo a imporsi è stato il dialogo”. Non si può certo dire che il cardinale Tauran non abbia una visione ottimistica della storia e della cronaca. 

 

Nel Corriere della Sera, nella rubrica mensile che gli è riservata (e sempre richiamata in prima pagina), il cardinale Carlo Maria Martini risponde a lettere su argomenti ecclesiali disparati. Ad esempio il 28 febbraio, come chiesto da un lettore, riflette sugli angeli: “Io ritengo che noi ne sappiamo poco: tuttavia essi esistono e la Scrittura ne parla più volte come di esseri celesti e messaggeri di Dio”. Così continua il porporato ottantatreenne: “Perché esistono? Appare conveniente che ci siano, oltre all’uomo, che è un essere corporeo, anche altri esseri che siano come intermediari tra l’uomo e l’infinità assoluta di Dio”. In effetti “la realtà degli angeli è anzitutto una realtà di fede e il motivo ultimo della loro esistenza è, come per noi uomini, la bontà di Dio che vuole comunicarsi a esseri capaci di dialogare con lui”. A un altro lettore, “amareggiato” per le pratiche di penitenza attribuite a papa Giovanni Paolo II, così risponde il presule gesuita: “nessuno che abbia un po’ di conoscenza della storia dell’ascetica si stupirà di piccole afflizioni corporali (digiuni, cilici, ecc…) motivate dal fatto che, come diceva un asceta del buon tempo antico, il corpo sappia che deve servire. (…) Non si deve quindi pensare a una sorta di autolesionismo o di masochismo. Il corpo è (…) dono di Dio, ma si deve anche tener conto della sua propensione alla comodità e alla golosità”. Conclude argutamente il cardinale Martini: “Oggi l’ascetica insiste meno su queste pratiche, benché esse siano ancora esercitate. Si è preso maggiormente coscienza del fatto che già il vivere con un certo ordine in questa società disordinata e caotica è in sé una penitenza”.

 

Dal quotidiano libanese L’Orient-Le Jour del 9 febbraio riportiamo alcuni stralci del messaggio che il patriarca Nasrallah Pierre Sfeir ha indirizzato per la Quaresima ai maroniti, un documento singolare e molto significativo anche per il contemporaneo inizio dell’anno giubilare per i 1600 anni dalla morte di san Marone (vedi Il Consulente RE online di febbraio 2010). “Il centro di gravità dei maroniti – rileva dapprima il quasi novantenne presule – si trova nel Libano”. Perché “i maroniti hanno scritto il loro primo e vero libro di storia non su pagine di carta, ma sul libro della terra libanese, una terra che per loro ha assunto una triplice dimensione: terra che li ha nutriti, terra dove hanno adorato Dio, terra che li ha protetti”. Tale terra – prosegue solennemente il patriarca – ha incarnato in loro l’indipendenza ed è divenuta il loro unico orizzonte di vita, il tempo maronita verticale, cioè il tempo della terra libanese-maronita nelle sue frontiere geografiche naturali”. Insomma “è la terra libanese che lega i maroniti alla loro storia, una storia di santità, una prova di tenacia e di testimonianza di fede e di valori umanistici”. Terra concreta e concretamente il cardinale Sfeir ammonisce: “E’ per questo che coloro che rinunciano ai loro terreni vendendoli – soprattutto a non libanesi – violano in qualche modo l’immunità della loro patria e soprattutto dei loro morti che riposano nella speranza della Resurrezione”.

 

L’insistenza del patriarca maronita sul tema della terra libanese non è episodica. Ad esempio il 7 giugno scorso, alla vigilia delle elezioni politiche che hanno dato la vittoria alla coalizione guidata dal sunnita Hariri, aveva palesato pubblicamente la sua preoccupazione che il voto premiasse chi poteva mettere in pericolo “l’identità libanese e araba”. A urne chiuse, il leader di Hezbollah lo sciita Sayyed Hassan Nasrallah gli aveva chiesto rudemente “spiegazioni” per tale affermazione. E il patriarca gli aveva risposto, rivolgendosi a un gruppo di visitatori del patriarcato (come aveva riferito l’agenzia AsiaNews) che “è naturale che il perdente delle elezioni cerchi delle scuse per giustificare la propria sconfitta”. Spiegando così i propri timori elettorali: “Abbiamo detto che il Libano non deve essere né d’Oriente (Ndr: leggi Iran e Siria) né d’Occidente, ma all’incrocio tra Oriente e Occidente. Alcuni volevano che fosse solo d’Oriente. A costoro abbiamo risposto che il Libano è il Libano che non è né con l’Oriente né con l’Occidente. Questo dispiace ad alcuni e piace ad altri, siamo in politica. Ma le cose avevano preso una certa piega e a noi è sembrato di dover distinguere il filo bianco dal filo nero, di chiamare le cose col loro nome”.

 

Dal 24 ottobre il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson presiede il Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. In un’ampia intervista a L’Osservatore Romano del 24 febbraio l’arcivescovo emerito di Cape Coast (Ghana) riflette tra l’altro riguardo alla percezione che dell’Africa ha il resto del  mondo. E osserva: “La cosa che più ferisce l’Africa è il fatto che agli occhi del mondo essa appare come se fosse una piccola zona di campagna omogenea, nella quale ogni problema riguarda tutti”. Invece “gli africani apprezzerebbero molto di più se quelli che si occupano o parlano dell’Africa prendessero coscienza del fatto che si tratta di un grande continente composto da cinquanta Stati, con diverse culture, storie, economie, esperienze politiche”. Perciò “anziché continuare a parlare genericamente di un’Africa che ha sempre dovuto soffrire per la mancanza di pace, si dovrebbe parlare di alcuni Paesi dell’Africa che patiscono per queste situazioni. E sarebbe ancora meglio se i Paesi fossero specificati”.

 

Verso la fine dell’intervista il porporato sessantunenne tocca anche il tema delle risorse alimentari e delle ricerche scientifiche in materia che ne migliorino l’efficacia. Rileva qui il cardinale Turkson: “La ricerca scientifica, come le acquisizioni tecnologiche, tende certamente a migliorare la vita umana e la sua condizione. Tuttavia è impensabile non nasconda anche mire di guadagno e di acquisizione di vantaggi da parte di qualcuno, anche sotto forma di controllo, di dominio e di sfruttamento. E’ chiaro che per fare ricerca c’è bisogno di finanziamento. Inaccettabile è però che il vantaggio ottenuto dalle scoperte diventi occasione di enormi profitti e causa di sfruttamento. Purtroppo questo è l’atteggiamento che domina nel mondo degli affari e giustifica comportamenti irresponsabili come la distruzione di risorse alimentari per mantenere alti i prezzi di mercato”. Un vero scandalo, denunciato tra l’altro anche dal Papa nel discorso alla Fao. Il neo-presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace si chiede poi se sia “proprio impossibile, per il governo di un Paese cosiddetto affamato, adottare iniziative in grado di assicurare nutrimento per i propri cittadini senza scendere a compromessi”.  La risposta del presule ghanese è netta: “Basterebbe uno sforzo minimo di buona volontà politica e di amore per il proprio popolo”. Ad esempio (positivo) quanto successo nel Burkina Faso, “molto più vicino al deserto rispetto alla parte settentrionale del Ghana”: “pochi fiumi percorrono il suo territorio, quindi ha meno acqua del Paese confinante. Eppure ha messo in campo un programma di costruzione di dighe, pozzi e irrigazione talmente efficiente da consentirgli di coltivare oggi alcune specie di frutti, verdure e ortaggi  che il più florido Ghana non si può permettere di produrre con le sue attuali strutture”.  

 

Il 16 marzo il cardinale Tarcisio Bertone ha pronunciato un discorso assai articolato davanti alla giunta di Condindustria. L’argomento? I riflessi dell’enciclica Caritas in veritate sulla quotidianità dell’azione economica. Il porporato originario della diocesi di Ivrea ha ricordato tra l’altro come esempio di “umanesimo cristiano imprenditoriale” l’ingegner Adriano Olivetti e poi ha evidenziato la bontà della filosofia aziendale del Gruppo Cerutti (conosciuto quand’era arcivescovo di Vercelli). Alla domanda: Come testimoniare con coraggio l’identità cristiana nel mondo imprenditoriale, il settantacinquenne segretario di Stato vaticano ha così risposto: “L’imprenditore cristiano considera l’impresa un mezzo e il profitto un utile strumento di misura. Entrambi, però, devono avere un fine, che è la persona umana”. Entrando nei particolari, ha rilevato il cardinale Bertone che “il rispetto della dignità della persona si deve vedere anzitutto nell’attenzione dell’imprenditore verso il proprio comportamento, come pure verso i dipendenti, fornitori, clienti, azionisti, investitori”. “Tale attenzione – ha continuato – provoca fiducia”. Perciò “occorre approntare strategie di sviluppo fondate proprio sul vantaggio competitivo della fiducia, quella vera, non intesa soltanto come strumento di marketing, come avviene spesso con il termine etica (usato specialmente quando questa viene a mancare”. Menato quest’ultimo fendente, il porporato salesiano ha poi ammonito: “Non si creda che modelli economici attualmente vincenti, ma che ci spaventano perché sono fondati su costi del lavoro troppo bassi, tecnologie troppo alte e prodotti di scarsa qualità, siano anche sostenibili”. Perché, “se non sono centrati sulla valorizzazione dell’uomo, non lo saranno per molto”. Come suggeriscono “le leggi economiche naturali”, che, se ignorate, portano agli “effetti che abbiamo appena vissuto e che si riprodurranno in futuro in altre circostanze e condizioni”. Il cardinale Bertone ha infine invitato gli imprenditori “a fornire al mondo l’esempio di come si governa un’impresa con modelli cristiani di lealtà, trasparenza, sicurezza, qualità, capacità innovativa, senso di responsabilità e dovere”. Del resto “tali scelte di alto profilo porteranno molti ad accorrere a voi per lavorare, per comprare, per fornire, per investire e per finanziare”.

 

Nell’intervista apparsa ne L’Osservatore Romano del 27 febbraio, il novantatreenne cardinale Fiorenzo Angelini – dopo aver ricordato la sua “lunga avventura” da assistente ecclesiastico dell’Azione cattolica di Luigi Gedda – ha evidenziato che “dal Concilio Vaticano II è uscita una figura di laicato molto, molto importante, elevata a una grandissima dignità”. Tuttavia – osserva pungente il porporato che molto ha frequentato gli ambienti politici – stranamente in Italia si è registrato un fenomeno contrario, che a poco a poco ci ha portato alla paradossale situazione odierna, segnata da politici che si dicono cattolici ma che non sanno nulla o quasi nulla della dottrina della Chiesa cattolica”. E questo – rileva l’unico cardinale romano de Roma – pur vivendo a Roma e vicino al Santo Padre”. Certo- raddoppia - “in tanti si dicono e si sentono laici cattolici, si riempiono la bocca di questo termine. Ma nei fatti… Nei fatti mi dica Lei dove sono questi laici che nella vita pubblica si comportano da cristiani, da cattolici? Quanti ce ne sono nelle istituzioni internazionali? Quanti nel Parlamento italiano e nella politica in generale? Dove sono i luminari che attirano i giovani?”. Il porporato amico da una vita di Andreotti insiste nel suo grido di dolore: “Dov’è un Enrico Medi, dov’è un Giorgio La Pira? Gente che si alzava in Parlamento per citare la Parola di Dio, per parlare della Madonna e tutti, anche quelli che non erano cristiani, restavano incantati nel sentire questi sacerdoti laici. Dove sono oggi? Perché non escono fuori e non si ribellano davanti all’immoralità, all’inganno, alla spasmodica ricerca del dio denaro che sembra essere l’unico orientamento della politica?”.

 

Figlio di un emigrato negli Stati Uniti d’America, “il quale, rientrato in Italia, fu costretto a vivere in condizioni di vita più che modeste”, il presule era parrocchiano di San Lorenzo in Lucina, abitando a Campo Marzio. Durante la Seconda guerra mondiale, viceparroco alla Natività di via Gallia, riuscì a scampare all’arresto da parte “di cinque tedeschi armati di tutto punto”, uscendo “di soppiatto dalla canonica. Cose che oggi si vedono grazie a vecchie pellicole”. La ‘sua’ città non la riconosce più: “Lo dico con dolore, ha perso molto del suo splendore nel senso cristiano”. E “l’immagine che di questa città diffondiamo nel  mondo non è certo esempio edificante di come si prega, di come si sta in chiesa, ma neppure di come si vive”. Grande tifoso della Roma e di Francesco Totti, il cardinale Angelini è deluso anche dal calcio: “Lo sport è diventato un’industria e dunque l’ideale di De Coubertin è stato stravolto”. Esemplifica il presule appassionato: “Quando Lei pensa che in una squadra – non voglio far nomi per non suscitare polemiche – giocano solo giocatori di altre nazionalità e anche gli allenatori, quando non gli stessi proprietari e presidente, sono stranieri, allora Lei capisce bene che per quanti hanno vissuto la purezza di questo sport non può essere la stessa cosa”. Doverosa precisazione: “Le assicuro che qui non c’entrano nulla il razzismo né la xenofobia, anche se non si riescono più a tenere fuori dagli stadi neppure questi atteggiamenti”. Conclusione: “Diranno che sono un vecchio arroccato su posizioni passate e sepolte, che sono fuori del tempo”. Ma “io non rinnego i valori per i quali ho vissuto una vita intera. E poi amo così tanto il dono della vita che mi ha fatto il buon Dio da sentirmi perennemente giovane in lui. E’ una buona medicina. La consiglio a tutti”.