ROSSOPORPORA DI MARZO SU ‘TEMPI’ 13/12

Il card. Lozano Barragan ricorda la guerra dei Cristeros in Messico. L'indagine Ifop sulla percezione dell'Islam in Francia e in altri Paesi europei è commentata dal card. Poupard. Delle teorie infanticide di alcuni studiosi italiani parla invece il card. Sgreccia. 

 Mentre usciranno queste righe, il Papa starà già concludendo il viaggio apostolico in Messico e a Cuba, in due Paesi latino-americani che vivono anni difficili. Il Messico è per esempio alle prese con il flagello del narcotraffico. “Purtroppo – ci dice il cardinale Javier Lozano Barragan - il Messico si trova ad avere una frontiera di oltre 3000 chilometri con gli Stati Uniti, Paese in cui vivono 20 milioni di tossicodipendenti. Come meravigliarsi che tutte le mafie del mondo siano presenti in Messico, facendosi anche tra loro una guerra che negli ultimi sei anni ha provocato oltre 40.000 morti?”. In Messico è radicato anche un pervicace, pur se minoritario, filone anticattolico. A tale proposito, proprio alla vigilia del viaggio apostolico, abbiamo avuto l’occasione di vedere il film ‘Cristiada’, un grande affresco intenso di emozioni che rievoca l’insurrezione popolare dei ‘cristeros’ nel Messico degli anni 1926-29: esaurita ogni possibile via ‘pacifica’, buona parte del laicato cattolico si ribellò con le armi alle leggi liberticide di Plutarco Elias Calles, presidente della Repubblica massone e nemico feroce del cattolicesimo. Il cardinale Lozano Barragan nacque quattro anni dopo l’armistizio del 1929, imposto agli ormai quasi vittoriosi ‘guerriglieri di Cristo Re’ da un accordo tra Messico e Roma, combinato dagli Stati Uniti interessati soprattutto ad affari petroliferi: “Mi ricordo che cosa successe negli anni dopo l’armistizio, che il governo spesso non rispettò: i cristeros consegnarono le armi, ma in non pochi casi furono poi imprigionati e uccisi”. Non solo: “In quegli anni dopo la rivolta continuarono ad essere proibite le scuole cattoliche… io ad esempio ho frequentato una parte della prima elementare nel garage di casa mia, dove la maestra riuniva un gruppetto di noi. Anche il seminario era clandestino… non si poteva portare nessun segno che richiamasse il cattolicesimo, tutto quanto riguardava la nostra fede doveva essere tenuto nascosto”. Come percepiva in quegli anni l’insurrezione dei guerriglieri di ‘Cristo Rey’? “Come un fatto naturale, considerate le condizioni in cui i cattolici dovevano sopravvivere, tra persecuzioni morali e fisiche, arresti, torture, impiccagioni. E tutti noi lo sapevamo per esperienza nostra o dei nostri parenti e amici”. E a tanti anni di distanza? “La rivolta ha avuto aspetti molto belli, molto positivi e anche alcuni momenti brutti, di quella crudeltà che purtroppo è sempre in agguato per chi è in guerra”. Però – osserva ancora il porporato -– “è indubbio che l’insurrezione dei ‘cristeros’ è stata espressione del sentire popolare, per la libertà religiosa, anche contro il parere della maggioranza dei vescovi”. In ‘Cristada’  si rievoca tra l’altro la storia di Josè Luis Sanchez del Rio, nato il 28 marzo del 1913, arruolatosi tra i ‘cristeros’ nel 1927, diventato portabandiera (immagine del Sacro Cuore e della Madonna di Guadalupe) dell’esercito guerrigliero, catturato, torturato barbaramente perché rifiutava di gridare ‘Muerte a Cristo Rey’, ucciso il 10 febbraio 1928 con sulle labbra il ‘Viva Cristo Rey’, beatificato con altri dodici martiri a Guadalajara il 20 novembre del 2005. “Io conservo nel mio appartamento una reliquia del piccolo José Luis – rileva il cardinale Lozano Barragan - il martire è sepolto nella chiesa della città natale, Sahuayo, ed è sempre molto venerato. Ora si sta pensando di erigere un santuario nuovo, per tutti i martiri degli anni della grande persecuzione, a Guadalajara”.

 

 

Dapprima fu il Segretario di Stato, cardinale Tarcisio Bertone, il 9 dicembre del 2009 quando registrò un’intervista di venti minuti per ‘Al Jazeera Documentary Channel’. Recentemente, il 24 febbraio, e sempre per ‘Al Jazeera’ (la televisione più diffusa nel mondo musulmano), è stato invece il cardinale Jean-Louis Tauran a rispondere a diverse domande sui rapporti tra cristianesimo e islam. L’intervista è stata diffusa da sabato 17 a lunedì 19 marzo. Tra le considerazioni espresse nell’occasione dal presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ne scegliamo due. La prima, di impronta diplomatica, a proposito delle persecuzioni anticristiane in buona parte del mondo islamico: “Non so se ci sia una campagna organizzata. (…) Ogni giorno ci sono notizie di uccisioni e non si può negare che i cristiani siano il bersaglio di un certo tipo di opposizione”. Tant’è vero che “qualche volta (…) i cristiani hanno la sensazione di essere cittadini di seconda classe nei Paesi dove i musulmani hanno la maggioranza”.

 

La seconda considerazione riguarda l’Europa, e su questa ci soffermeremo più a lungo chiamando a interagire anche un’indagine dell’istituto demoscopico francese ‘Ifop’, commentata dal cardinale Paul Poupard. Rispondendo all’intervistatore il cardinale Tauran afferma: “Lei ha ragione quando afferma che in Europa c’è paura dell’Islam, ma credo che ciò sia dovuto all’ignoranza, perché quando si parla a tanta gente – e io ho parlato con tanti appartenenti a gruppi di destra – ci si rende conto che essi non hanno mai aperto un Corano e incontrato un musulmano. Quindi (…) dobbiamo fare un grande sforzo per informarci. Siamo riusciti ad evitare lo scontro di civiltà, possiamo riuscire ad evitare uno scontro dell’ignoranza”.

 

Tale dichiarazione non è stata accolta dal consenso universale, anche perché certi fatti di cronaca predispongono ad altri pensieri. Cade perciò a fagiolo l’inchiesta condotta dall’ ‘Institut français de l’opinion publique? (‘Ifop’) nell’aprile 2011 nei quattro Paesi europei che, secondo le statistiche, contano il maggior numero di musulmani: nell’ordine Francia, Germania, Gran Bretagna e Olanda (stimati in 696.000… ma in Italia non sono di più?). Abbiamo chiesto al cardinale Paul Poupard, francese come Tauran e suo predecessore al Dialogo interreligioso, di commentare alcuni risultati emersi. Il primo dato interessante riguarda l’importanza che le opinioni pubbliche dei quattro Paesi danno alla ‘questione musulmana’: “Non è la prima preoccupazione che emerge, sta ben dietro le questioni del lavoro e del potere d’acquisto. Eppure – rileva sempre il porporato ottantunenne – talvolta, leggendo o ascoltando i mass-media, sembra che la ‘questione musulmana’ ossessioni i nostri concittadini”. Tuttavia, eminenza, quando si portano nel pubblico dibattito questioni concrete (velo, minareti, moschee…) l’interesse si risveglia immediatamente…: “Questo è vero. La nostra gente è abituata all’urbanistica delle nostre città e delle nostre campagne, ricche di chiese e campanili. E’ naturale che, se si parla di erigere una moschea, subentra in molti una sorta di ‘choc’ culturale”. Eppure nella storia “il paesaggio cambia”: nel tempo “si sono succedute religioni diverse, quella egizia, quella greca, quella romana, poi venne quella cristiana, ognuna con un suo paesaggio”. Però, se fino a poco fa ogni religione aveva ancora degli spazi geografici ben definiti, “per cui, visitando Parigi, ci si aspettavano Notre-Dame e tante altre chiese, in questi anni i confini tra le religioni si stanno facendo incerti: stiamo ormai andando verso un’interpenetrazione tra di esse”. Panta rei. Osserva il porporato vandeano: “Nella mia infanzia i miei compagni di gioco erano tutti cattolici; tra quelli di Giovanni Paolo II c’erano già degli ebrei; il cardinale Puljic, croato della Bosnia-Erzegovina, giocava senza problemi con serbi e musulmani. Altri poi sono cresciuti accettando come un fatto naturale che per un compagno di scuola il venerdì fosse un giorno sacro, per un altro il sabato, per se stesso la domenica”.

 

E’ evidente che il passaggio da un ambiente monocolore a uno multicolore non può essere digerito immediatamente: “Ci vuole del tempo, il tempo necessario”. Da questo punto di vista “il voto svizzero del novembre 2009, con oltre il 57% degli elettori contro la costruzione di nuovi minareti, è molto significativo, poiché quando si tocca l’identità si fa sempre fatica a vincere”. Il fatto è “che chi vuol vivere serenamente ha l’assoluto bisogno di essere tranquillizzato sulla propria identità, che teme di perdere con aperture rischiose”. Il cardinale Poupard racconta ora dell’India, reduce da una riunione della sua Fondazione per il dialogo interreligioso: “Siamo stati tutti choccati dalla violenza degli induisti, perché inaspettata” e propone una spiegazione singolare: “Finché i cattolici celebravano la loro liturgia in latino, erano considerati degli ‘esterni’ al mondo indiano. Passando al volgare, sono stati percepiti ormai come ‘interni’ e perciò minacciosi per l’identità nazionale”.

 

Dall’indagine dell’ Ifop emerge poi che una larga maggioranza degli interpellati in tutti e quattro i Paesi (si va dal 65% inglese al 77% olandese) ritiene che i musulmani non siano ben integrati nelle rispettive comunità nazionali: “Anche qui c’è stato un cambiamento – rileva il nostro interlocutore – In Francia non abbiamo avuto problemi con la prima generazione di immigrati musulmani, che sognavano di essere integrati. Ora si rivendica invece come un’aspirazione e un merito quello di non essere integrati”. Aumenta allora il peso della religione? “Molto difficile dirlo. Però  ricordo che noi siamo stati abituati a dare a Cesare quel che è di Cesare, a Dio quel che è di Dio. Per i musulmani vale invece quanto mi diceva a Ginevra, dopo un incontro interreligioso, il rappresentante musulmano: ‘Voi siete stati la prima religione del mondo. Adesso tocca a noi. E per noi Dio è Cesare e Cesare è Dio”. Conclude il cardinal Poupard: “Dobbiamo pensare al mio maestro Fernand Braudel e alla storia ‘de longue durée’. La società non si riforma con decreti. Solo con l’educazione e la mescolanza inevitabile tra i popoli”.

 

Non c’è quasi giorno che le ‘lobbies’ abortiste e gaie non riescano a piazzare qualche titolo, foto in prima pagina, risoluzioni, pareri innovativi sui temi della vita e della famiglia. Il lunedì si sventolano le considerazioni della sezione della Cassazione (presieduta magari dalla stessa giudice che stabilì il diritto di staccare la spina a Eluana Englaro) che ritiene come non sia per niente necessario che il matrimonio sia tra persone di sesso diverso (“concezione radicalmente superata”), il martedì ecco l’assenso del ‘conservatore’ Cameron e del ‘cattolico’ Blair al cosiddetto “matrimonio omosessuale”, il mercoledì non si può ben vivere senza la solita risoluzione del Parlamento europeo (o di organi di peso similare) che “si rammarica” perché ci sono ancora Paesi tanto arretrati da non avere leggi in tal senso, il giovedì non può mancare la cronaca di qualche aggressione vera o presunta per “omofobia”, il venerdì non può esistere senza una chiamata a una raccolta di firme per sollecitare i politici, il sabato ecco le dichiarazioni di alcuni politici sulla suddetta raccolta, la domenica è deputata a qualche articolo ‘scientifico’ dirompente. E’ questo il caso di uno scritto apparso recentemente su una rivista medica, “The journal of medical ethics”, a firma di due ricercatori italiani, Francesca Minerva e Alberto Giubilini, membri del direttivo della “Consulta di bioetica” presieduta da Maurizio Mori (animatore della ‘lobby’ del tanto triste quanto scandaloso caso Englaro). La coppia citata scrive in conclusione: “Chiediamo che uccidere un neonato sia eticamente accettabile in tutti i casi in cui lo è l’aborto”.  Perché un neonato “non è una persona”, dato che “non è nelle condizioni di attribuire alcun valore alla propria esistenza”. Osserva a tale proposito un porporato che ha dedicato gran parte della sua vita alla bioetica, il cardinale Elio Sgreccia: “Tale teoria aberrante nasce dal filosofo australiano Peter Singer ed è evidente che i due ricercatori sono andati in Australia per affinare la loro cultura in materia. L’articolo è espressione di un’etica utilitaristica ed eugenetica, che ricorda gli Anni Trenta; del resto questi sono gli stessi ambienti che considerano come inutili – e dunque da sopprimere – le persone in stato vegetativo o gli anziani che soffrono ad esempio di Alzheimer”. Possibile che tali teorie ancora esistano e godano qua e là di appoggi massmediatici palesi o nascosti? “E’ stupefacente, perché in sé le grandi ideologie oppressive, il nazismo e il comunismo, sono crollate; eppure si erano talmente ben trapiantate nelle menti di alcuni che sopravvivono. E’ così che si vuole prendere dell’uomo solo quello che serve e si punta ad ottenere in materia di vita umana il consenso della maggioranza. Ma la vita umana non è negoziabile, non soggiace al volere della maggioranza”. Il cardinal Sgreccia è ben consapevole della necessità di un’educazione profonda sui temi della vita, che coinvolga in particolare le giovani generazioni ed eviti sbandamenti disumani in questo campo: ci parla dunque del suo progetto ben articolato, di cui riferiremo ampiamente nel prossimo ‘Rossoporpora’.