SPADARO E SCALFARI: FRANCESCO CI HA DETTO… (CON QUALCHE NOTA) – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 14 novembre 2016

 

Piccolo florilegio di risposte papali estrapolate da conversazioni recenti con padre Antonio Spadaro e con Eugenio Scalfari. Omelie e petardi, popolo e mito, liturgia e nostalgia in "Nei tuoi occhi è la mia parola'- Omelie e discorsi di Buenos Aires 1999-2013"  (Rizzoli editore); cristiani e comunisti nella conversazione con Scalfari. Anche qualche nota, una premessa e un paio di aggiunte d’attualità…

 

Giovedì 10 novembre la grande sala gesuitica della Curia generalizia di Borgo Santo Spirito ha ospitato la presentazione (assai stimolante) della raccolta delle omelie e dei discorsi di Jorge Mario Bergoglio come arcivescovo di Buenos Aires (1999-2013). Edita dalla Rizzoli, la raccolta è introdotta da un’ampia conversazione – avvenuta il 9 luglio - del curatore, padre Antonio Spadaro, con papa Francesco. Venerdì 11 novembre, poi, Repubblica è uscita con il resoconto di un’altra conversazione eccellente (e molto ‘politica’) tra il Papa e il Fondatore, Eugenio Scalfari. Come noto, il Fondatore non porta con sé né registratore né bloc notes, ma conserva tutto nella memoria, cui fa appello quando poi travasa in pagina domande e risposte (in cui i singoli termini riportati su carta verosimilmente non sempre corrispondono a quelli effettivamente pronunciati… ma questa non è una novità, il Papa lo sa ed evidentemente lo accetta, per cui certi sacri dubbi sismografici - espressi lunedì 14 novembre da Luis Badilla sul valore della conversazione a causa dei ben conosciuti modi di Scalfari - suonano strani e fuori tempo massimo). Di padre Spadaro come trascrittore in pagina invece ci si può fidare, dato che di registratori ne porta con sé – per sicurezza – sempre tre. Di seguito riportiamo alcuni passi che appaiono significativi della personalità di papa Francesco, permettendoci di inquadrarne meglio la figura, in modo più aderente alla realtà.  

Prima però non possiamo non segnalare un dato interessante che riguarda le elezioni statunitensi e che in qualche modo ‘coinvolge’ anche papa Francesco. Secondo indagini demoscopiche fatte all’uscita dei seggi il 52% dei cattolici e il 60% dei protestanti ha votato per Trump, fin qui certo di per sé non un grande esempio di buon cittadino, ma soprattutto ‘scomunicato’ come cristiano da papa Francesco il 18 febbraio scorso, sul volo di ritorno da Città del Messico. Non suggerisce almeno una piccola riflessione tale dato? Magari un pensierino sul fatto che nel voto per Trump (soprattutto nei molti che hanno espresso in primo luogo con il loro voto non un particolare apprezzamento per il magnate, ma la volontà di sbarrare la strada alla sua avversaria) si è concretizzato su larga scala un vero e proprio ecumenismo 'elettorale' fondato sui ‘principi non negoziabili’, rottamati con squillo di tromba e ora dimostratisi in realtà ancora ben vivi in parte consistente della ‘base’ cattolica e protestante statunitense. Per parte nostra rimandiamo all’articolo dell’11 ottobre in questo stesso sito (rubrica ‘Vaticano’): “Ponti, non muri: Francesco propone, molti cattolici dispongono”. Del resto anche sabato 12 novembre, durante la manifestazione per il ‘NO’ al referendum del 4 dicembre promossa da due realtà di laici cattolici come il Family Day e il Movimento cristiano lavoratori, l’evocazione della vittoria di Trump – per bocca di  Massimo Gandolfini (“Tutto l’establishment era per Hillary Clinton e ha vinto Trump”) – ha suscitato in sala un applauso nutrito. Un’ultima annotazione sull’argomento: sabato 19 novembre saranno tre i nuovi porporati statunitensi, tutti e tre ‘progressisti’… e, se stiamo ai dati elettorali sul voto cattolico, formeranno un mini-Concistoro dei perdenti in casa propria.

Passiamo ora alla serie ragionata di citazioni dalla conversazione introduttiva in “Jorge Mario Bergoglio- Papa Francesco, Nei tuoi occhi è la mia parola- Omelie e discorsi di Buenos Aires, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli editore, 2016, Milano” e dall’ultima conversazione del Papa con Eugenio Scalfari, così com’è riportata dallo stesso Fondatore su Repubblica dell’11 novembre.

 

DALLA ‘CONVERSAZIONE INTRODUTTIVA’  DI “NEI TUOI OCCHI E’ LA MIA PAROLA”

 

Omelie e memoria: In generale, in realtà, non mi ricordo delle omelie passate. L’omelia per me è qualcosa di talmente legato alla storia concreta del momento che poi può essere dimenticata. Non è fatta per essere ricordata dal predicatore, che invece è sempre spinto in avanti. 

Omelie e popolo: Quando in seminario ci insegnavano omiletica, io già avvertivo una forte avversione per i fogli scritti in cui c’è tutto. E questo lo ricordo bene. Ero e sono convinto che tra il predicatore e il popolo di Dio non ci deve essere di mezzo niente. Non può esserci una carta. Un appuntino scritto sì, ma non tutto quanto. Questo lo ricordo bene. E l’ho anche detto a scuola, a quel tempo. Il professore si è stupito. Mi ha chiesto perché fossi così contrario a preparare tutta l’omelia. Ed io gli risposi: “Se si legge, non si può guardare la gente negli occhi”. 

Le omelie di Santa Marta: Comincio il giorno prima. A mezzogiorno del giorno precedente. Leggo i testi del giorno dopo e, in genere, scelgo una tra le due letture. Poi leggo a voce alta il brano che ho scelto. Ho bisogno di sentire il suono, di ascoltare le parole. E poi sottolineo nel libretto che uso quelle che mi colpiscono di più. Faccio dei circolini sulle parole che mi colpiscono. Poi durante il resto della giornata le parole vanno e vengono mentre faccio quel che devo fare: medito, rifletto, gusto le cose…Ci sono giorni, però, in cui arrivo alla sera e non mi viene in mente nulla, in cui non ho idea di che cosa dirò il giorno dopo. Allora faccio quel che dice sant’Ignazio: ci dormo su. E allora subito, quando mi sveglio, viene l’ispirazione. Vengono cose giuste, a volte forti, a volte più deboli. Ma è così: mi sento pronto. 

A volte bastono, anche Gesù lo faceva…: A volte bastono. A volte bisogna bastonare, a volte stimolare, a volte l’uno e l’altro nello stesso tempo.  Anche Gesù lo faceva. Leggi le beatitudini di Luca: “Beati, beati, beati…guai, guai, guai…” 

I petardi del diavolo: Io facevo il parroco soprattutto con i bambini. (…) Nella festa dei bambini (…) bruciavamo il diavolo. Era un modo di fare con i bambini la meditazione delle due bandiere di Sant’Ignazio. Da una parte c’era il diavolo e dall’altra un angelo. Preparavo un diavolo grande fatto di stoffa e dentro mettevo dei petardi. Si faceva una catechesi. Poi per i bambini proiettavamo un film e le bambine invece andavano a giocare. Poi la merenda.. e poi andavamo dal Collegio Massimo alla parrocchia. Andavamo come in processione. Tutti eravamo molto seri. I bambini lo sapevano e urlavano: Bruciamo il diavolo! Quindi si accendeva il fuoco. Tutti urlavano. Era un’esplosione di petardi! I bambini si divertivano. Era un teatro che li aiutava ad imparare. Per me era un modo per far fare loro il terzo esercizio della prima settimana degli Esercizi spirituali. Sant’Ignazio in questo esercizio vuole stimolare la capacità di condannare il male e di suscitare odio verso il peccato. 

Liturgia e rito straordinario… papa Benedetto magnanimo… ma ‘no pasaran!’( a padre Spadaro vengono in mente  proposte che spingono i sacerdoti a dare le spalle ai fedeli, a ripensare il Vaticano II, a usare il latino. E questo non solo per piccoli gruppi, ma per tutti): Papa Benedetto ha fatto un gesto giusto e magnanimo per andare incontro a una certa mentalità di alcuni gruppi e persone che avevano nostalgia e si allontanavano. Ma è un’eccezione. Per questo si parla di rito straordinario. L’ordinario della Chiesa non è questo. Bisogna venire incontro con magnanimità a chi è legato a un certo modo di pregare. Ma l’ordinario non è questo. Il Vaticano II e la Sacrosanctum Concilium  si devono portare avanti come sono. Parlare di riforma nella riforma è un errore. NdR: e qui tale sentenza non godrà di un consenso entusiastico nel collegio cardinalizio…

Liturgia… ah, questi nostalgici che sono nati dopo il Concilio…forse da psicanalizzare?: Cerco sempre di capire che cosa c’è dietro persone che sono troppo giovani per aver vissuto la liturgia preconciliare e che però la vogliono. A volte mi sono trovato davanti a persone molto rigide, a un atteggiamento di rigidità. E mi chiedo: come mai tanta rigidità? Scava, scava, questa rigidità nasconde sempre qualcosa: insicurezza, a volte persino altro… 

Popolo e mito: Il popolo non è una categoria logica, né è una categoria mistica, se la intendiamo nel senso che tutto quello che fa il popolo sia buono o nel senso che il popolo sia una categoria angelicata. Ma no! E’ una categoria mitica, semmai. Ripeto: mitica. Popolo è una categoria storica e mitica. Il popolo si fa in un processo, con l’impegno in vista di un obiettivo o un progetto comune. La storia è costruita da questo processo di generazioni che si succedono dentro un popolo. Ci vuole un mito per capire il popolo. Quando spieghi che cos’è un popolo usi categorie logiche perché lo devi spiegare: ci vogliono, certo. Ma non spieghi così il senso dell’appartenenza al popolo. La parola popolo ha qualcosa di più che non può essere spiegato in maniera logica. 

L’omelia? E’ sempre politica: L’omelia è sempre politica perché si fa nella polis, si fa in mezzo al popolo. Tutto quello che noi facciamo ha una dimensione politica e riguarda la costruzione della civiltà. Si può dire che anche nel confessionale, quando dai l’assoluzione, stai costruendo il bene comune. Questa è politica grande. 

I cristiani? Non devono essere apolitici: Non si può dire che i cristiani siano apolitici. I cristiani non devono essere apolitici. Basta leggere la Lettera a Diogneto per capirlo. Il cittadino è convocato ad associarsi in vista del bene comune nel dialogo con tutte le forze vive della società. Dobbiamo trovare nuove forme di dialogo e convivenza nelle nostre società pluraliste. Dobbiamo accettare e rispettare le differenze, dando spazio all’incontro e alla vicinanza. 

Le opposizioni: Le opposizioni aiutano. La vita umana è strutturata in forma oppositiva. Ed è quello che succede adesso anche nella Chiesa. Le tensioni non vanno necessariamente risolte ed omologate, non sono come le contraddizioni. NdR: le opposizioni aiutano? Come reagirà allora papa Francesco alla lettera di richiesta di chiarificazioni su alcuni passi del capitolo VIII dell’ Amoris laetitia, firmata dai cardinali Brandműller, Burke, Caffarra e Meisner (diversi altri la condividono, ma non vogliono – o dicono di non potere – far apparire il proprio nome) inviata il 19 settembre, rimasta senza risposta e pubblicizzata lunedì 14 novembre in diversi Paesi (per l’Italia da Magister e da ‘La Nuova Bussola Quotidiana”)?

 

DALL’INCONTRO DEL 7 NOVEMBRE TRA PAPA FRANCESCO E SCALFARI, COSI’ COME RIFERITO DA QUEST’ULTIMO SU REPUBBLICA DELL’11 NOVEMBRE 2016

 

La preoccupazione maggiore: Quella dei profughi e degli immigrati. In piccola parte cristiani ma questo non cambia la situazione per quanto ci riguarda, la loro sofferenza e il loro disagio; le cause sono molte e noi facciamo il possibile per farle rimuovere. Purtroppo molte volte sono soltanto provvedimenti avversati dalle popolazioni che temono di vedersi sottratto il lavoro e ridurre i salari (NdR: non c’è per caso qualche altra ragione meno materiale?). Il denaro è contro i poveri oltreché contro gli immigrati e i rifugiati (NdR: un’affermazione assai curiosa), ma ci sono anche i poveri dei Paesi ricchi i quali temono l’accoglienza dei loro simili provenienti da Paesi poveri. 

Comunisti e cristiani: Più volte è stato detto e la mia risposta è sempre stata che, semmai, sono i comunisti che la pensano come i cristiani (NdR: difatti li hanno perseguitati e li perseguitano per circostanze indipendenti dalla loro volontà…). Cristyo ha parlato di una società dove i poveri, i deboli, gli esclusi, siano loro a decidere (NdR: ma ha detto proprio così? Se sì, togliamo il diritto di voto a tutti gli altri…). Non i demagoghi, non i barabba, ma il popolo, i poveri, che abbiano fede nel Dio trascendente oppure no, sono loro che dobbiamo aiutare per ottenere l’uguaglianza e la libertà. 

Avversari nella Chiesa: Avversari non direi. La fede ci unifica tutti. Naturalmente ciascuno di noi individui vede le stesse cose in modo diverso; il quadro oggettivamente è il medesimo, ma soggettivamente è diverso. Ce lo siamo detti più volte, Lei ed io.

 

P.S. In questi giorni sono state annunciati in sede vaticana anche due cambiamenti  che riguardano momenti tradizionali, minori (ma secondo noi non trascurabili) della vita dello Stato pontificio e della Chiesa. Sono due cambiamenti che, a ben vedere, confermano l’immagine di Chiesa cara a papa Francesco, certo diversa da quella dei suoi predecessori.

 

Primo cambiamento:  il 9 novembre il Governatorato ha diramato un comunicato sul ‘Santo Natale 2016’, dedicato all’albero (offerto dal comune di Scurelle, Trentino) e al presepe di piazza san Pietro (offerto da Malta). L’inaugurazione – con accensione – sarà qualche giorno prima del solito, il 9 dicembre. Lo spegnimento delle luci verrà invece anticipato di quasi quattro settimane: è fissato per l’8 gennaio, “giorno in cui si commemora il Battesimo del Signore e si conclude nella liturgia il Tempo di Natale”. Non vedremo dunque più nei pomeriggi e nelle serate di gennaio (dal 9 fino al 2 febbraio), soprattutto di domenica, il tradizionale pellegrinaggio a piazza San Pietro di famiglie romane con bimbi piccoli o di fidanzatini, tutti desiderosi di ammirare il grande albero e l’artistico presepe. Da’ da pensare questa rottamazione parziale ‘de facto’ di simboli cristiani ben visibili, fatta da un Pontefice manifestamente anti-regole in nome (udite! udite!) del rispetto dei periodi liturgici. In compenso il 14 novembre il Governatorato ha annunciato, quale frutto della ‘Laudato sì’, l’apertura di “un’isola ecologica” dentro il Vaticano, auspicando che esso “possa in qualche modo diventare anche un bell’esempio di Stato ‘verde’ e non inquinante”.

 

Secondo cambiamento: in un ‘avviso’ dell’11 novembre l’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche comunica che “ le  visite di cortesia ai nuovi Cardinali si svolgeranno sabato 19 novembre, dalle ore 16.30 alle ore 18.30, nell’Aula Paolo VI”. Anche qui c’è da segnalare una novità: la rottamazione per tali visite tradizionali delle sale dei Sacri Palazzi, certo molto più ‘calde’ della fredda Aula Paolo VI. Era quella per molti anche un’occasione per ammirare o rivedere, salito il maestoso scalone berniniano (due rampe), la Sala Regia - con affreschi del Cinquecento, tra i quali quello del Vasari sulla battaglia di Lepanto (ahi, ahi… ‘battaglia’ e ‘Lepanto’ oggi suonano male, molto male a certe orecchie…) e la Sala Ducale. In quei luoghi carichi di storia  hanno ad esempio ricevuto l’ ‘omaggio’ popolare negli ultimi anni tra gli altri i cardinali Parolin, Baldisseri, Műller, Stella, Mamberti, Harvey, Tagle,  Bertello, Calcagno, Vegliò, Filoni, il cardinale patriarca maronita Raï. Gran movimento, grande folla, tutti appiccicati, vivacità di colori e calore nell’incontro con i neo-porporati e i vecchi amici… insomma tutti alla fine stanchi ma soddisfatti (anche sotto l’aspetto visivo). Da sabato 19 novembre per contro sarà a disposizione solo l’Aula Paolo VI, che invita invece a stringersi nel cappotto e a sbrigarsi nel più breve tempo possibile, senza soddisfazioni visive. Un’impertinenza finale: che il Papa stia ipotizzando di trasformare in Museo (a pagamento) anche – dopo l’appartamento privato nella residenza di Castel Gandolfo -  parte dei sacri Palazzi?