FRANCESCO: MARCHETTO MIGLIOR INTERPRETE DEL CONCILIO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 13 novembre 2013

 

Il testo della lettera di papa Bergoglio a mons. Marchetto letta martedì 12 novembre in Campidoglio, durante la presentazione del volume “Primato pontificio ed episcopato” (Lev), curato da Jean Ehret e contenente contributi del nunzio vicentino e studi in suo onore. Al tavolo dei relatori i cardinali Bagnasco e Koch, l’arcivescovo Bruguès. Il saluto della presidente della Camera Boldrini. Moderatore Giovanni Maria Vian. La serata era promossa dal Centro europeo turismo cultura e spettacolo.

 

E’ stata una serata per più versi interessante quella di martedì 12 novembre in Campidoglio, promossa per la presentazione di un volume di 750 pagine dal titolo “Primato pontificio ed episcopato – Dal primo Millennio al Concilio ecumenico vaticano II”, che raccoglie una trentina di saggi in varie lingue in onore dell’arcivescovo Agostino Marchetto (oltre a tre contributi dell’autore stesso). Curato da Jean Ehret, il volume si divide in tre parti principali: Storia ed ecclesiologia, Primato pontificio ed episcopato, Il ‘Magno Sinodo’ e la sua dinamica. Introdotti da Giuseppe Lepore (presidente del Centro europeo turismo e spettacolo), moderati dal direttore de “L’Osservatore Romano” Giovanni Maria Vian, hanno presentato il libro – edito dalla Libreria editrice vaticana, rappresentata da don Giuseppe Merola – i cardinali Angelo Bagnasco e Kurt Koch e l’arcivescovo Jean-Louis Bruguès. Un saluto molto amichevole, dunque sentito, è stato portato dalla presidente della Camera Laura Boldrini.

Dicevamo di una serata interessante per più versi, a partire della lettera che papa Francesco ha inviato all’arcivescovo Marchetto. Non si può negare che sia uno scritto significativo. Tanto più che il Papa ha voluto ricevere lunedì scorso 11 novembre il settantatreenne nunzio, che gli ha portato la prima copia del volume. Perciò, prima di passare a una sintesi degli interventi della serata, riproduciamo il testo integrale dello scritto papale.

La lettera di papa Francesco all’arcivescovo Agostino Marchetto

Caro Mons. Marchetto,

Con queste righe desidero farmi a Lei vicino e unirmi all' atto di  presentazione del libro: "Primato pontificio ed episcopato. Dal primo millennio al Concilio ecumenico Vaticano II". Le chiedo che mi senta spiritualmente presente.

La tematica del libro è un omaggio all'amore che Ella porta alla Chiesa, un amore leale e al tempo stesso poetico. La lealtà e la poesia non sono oggetto di commercio: non si comprano né si vendono, sono semplicemente virtù radicate in un cuore di figlio che sente la Chiesa come Madre; o per essere più preciso, e dirlo con 'aria'  ignaziana di  familia, come "la Santa Madre Chiesa gerarchica".

Questo amore Lei lo ha manifestato in molti modi, incluso correggendo un errore o imprecisione da parte mia, - e di ciò La  ringrazio di cuore -, ma soprattutto si é manifestato in tutta la sua purezza negli studi fatti sul Concilio Vaticano II.

Una volta Le ho detto, caro Mons. Marchetto, e oggi desidero ripeterlo, che La considero  il migliore ermeneuta del Concilio Vaticano II. So che é un dono di Dio, ma so anche che Ella lo ha fatto fruttificare.

Le sono grato per tutto il bene che Lei ci fa con la sua testimonianza di amore alla Chiesa e chiedo al Signore che ne sia ricompensato abbondantemente.

Le chiedo per favore che non si dimentichi di pregare per me.
Che Gesù La benedica e la Vergine Santa La protegga.

Vaticano 7 Ottobre 2013
                                                                                  Fraternamente,

                                                                                  Francisco

 

La patente di “miglior ermeneuta del Concilio ecumenico vaticano II” attribuita da papa Francesco a mons. Marchetto sarà oggetto sicuramente di commenti disparati. Ponendosi stavolta in pieno sulla linea di Benedetto XVI (vedi il discorso alla Curia Romana del 22 dicembre 2005), Jorge Mario Bergoglio conferma come il ‘Magno Sinodo’ – così piace chiamarlo ad Agostino Marchetto – deve per lui essere considerato come una sintesi felice di tradizione e rinnovamento, una prosecuzione fedele ma aggiornata del cammino millenario della Chiesa. La ‘consacrazione’ ufficiale dello storico vicentino non piacerà molto né ai ‘progressisti’ della Scuola di Bologna (allievi e simpatizzanti di Giuseppe Alberigo) né ai ‘tradizionalisti’ di cui voce importante è Roberto de Mattei. Come è noto le due tendenze considerano – pur dandone valutazioni opposte – il Concilio come un evento non certo di continuità, ma di rottura della tradizione precedente.

Due curiosità a proposito della lettera. La prima: papa Bergoglio ha segnalato un “errore” o “imprecisione” che il destinatario gli avrebbe corretto. Si tratta, secondo le parole di mons. Marchetto, di qualcosa riguardante proprio il Concilio. La seconda: il Papa ha insistito perché la lettera venisse letta pubblicamente e integralmente. Il che dà ulteriore peso alla valutazione sul lavoro del nunzio sostanzialmente mandato in pensione nel 2010 appena raggiunti i settant’anni, quand’era segretario del Pontificio Consiglio per la pastorale dei Migranti e degli Itineranti: un segretario assai frizzante e talvolta poco gradito alla Segreteria di Stato. Forse qualcuno ricorderà ad esempio che il 21 febbraio 2009 la stessa aveva preso clamorosamente le distanze dal nunzio, che aveva criticato duramente (parlando di “abdicazione allo Stato di diritto”) un decreto del governo Berlusconi sulle ‘ronde’ per la sicurezza in funzione soprattutto anti-immigrati irregolari. Martedì sera nella sua relazione l’arcivescovo Bruguès (Bibliotecario di Santa Romana Chiesa, verosimilmente prossimo alla porpora) ha voluto non a caso puntualizzare di aver “vissuto con tristezza l’allontanamento di mons. Marchetto dal Pontificio Consiglio”. Un “allontamento” – “ma forse si sbagliava” - che gli “sembrava abbastanza ingiusto”.

 

Gli interventi durante la presentazione del volume

 

Laura Boldrini

 

Folto il pubblico nella sala “Pietro da Cortona” in Campidoglio. Tra i presenti, oltre ai relatori, i cardinali Farina (autore della prefazione del volume), Brandmüller (che ha inserito nel volume un suo contributo su primato pontificio ed episcopato) e Re, oltre all’arcivescovo Baldisseri, nuovo Segretario del Sinodo dei vescovi.

Dopo il benvenuto di Giuseppe Lepore, che ha tra l’altro dato lettura dello scritto papale e il saluto di don Giuseppe Merola per la Libreria editrice vaticana, ha incominciato a sviluppare la sua relazione Jean-Louis Bruguès, che – dopo l’introduzione – si è interrotto per lasciar spazio alle considerazioni del presidente della Camera (in ‘corsia preferenziale’ dati i numerosi impegni).

Laura Boldrini - per la quale Lepore ha inizialmente ‘chiamato’ l’applauso -  si è detta onorata dell’amicizia di mons. Marchetto, collega di lotta per tanti anni in sede internazionale in materia di difesa dei diritti umani di migranti e rifugiati. E’ una persona, ha evidenziato, ricca di umanità e “molto coraggiosa”; “uomo di pensiero e di azione, è anche uomo di fede e di diritto”. Che ha saputo “alzare la voce” anche quando “non era così facile”. Marchetto ha interpretato nel modo migliore la virtù dell’accoglienza, postulando nel contempo “l’integrazione sociale dei migranti non come mera assimilazione, ma fondata su una comune visione di civiltà”. Proprio sul tema di migranti e rifugiati – ha annotato Laura Boldrini – “il mondo cattolico ha trovato una grande, grandissima occasione di attivarsi”. Certo oggi “va richiesto un livello più elevato di accoglienza”, che non può avere solo la dimensione “securitaria”. Perciò “sarebbe una sconfitta per tutti noi” se lo standard venisse abbassato: occorre dunque “sollecitare precise responsabilità” di chi le deve assumere.

Il moderatore Vian ha qui evidenziato nelle parole della presidente della Camera “lo stimolo a un impegno che vede da tempo le istituzioni civili accanto a quelle religiose per far fronte a un fenomeno sviluppatosi ormai da decenni”.

Jean-Louis Bruguès

 

Ha ripreso poi la parola l’arcivescovo Bruguès, rilevando tre punti fondamentali del contributo metodologico dato da mons. Marchetto allo sviluppo degli studi sul Concilio. Il primo riguarda “l’importanza di leggere e conoscere tutti (qui il relatore ha sottolineato l’aggettivo) i documenti conciliari”. Il secondo è “la certezza che il Concilio fu animato dalla fede”. Il terzo concerne “la comprensione del Vaticano II nel quadro dei concili ecumenici della tradizione cristiana”. Ha detto il Bibliotecario di Santa Romana Chiesa che da tale giusta metodologia emerge che “l’obiettivo del Concilio non era creare una nuova realtà ecclesiale, ma piuttosto aiutare la Chiesa a vivere sempre di più la sua natura profonda e più autentica”. Per Marchetto inoltre – ha continuato Bruguès - “il significato del Concilio non deve essere oscurato dal porre l’accento sulle discordanze e sui dibattiti tra teologi e vescovi nelle quattro sessioni: in una parola, sulla separazione tra tradizionalisti e progressisti”. Dobbiamo certo “apprezzare i contributi dei singoli protagonisti del Concilio, senza però dimenticare che questo fu realizzato dall’insieme di tutti loro”.

Kurt Koch

 

Il presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani Kurt Koch ha voluto dapprima rilevare come l’opera di mons. Marchetto “non solo combina storia, teologia e diritto, ma fa tra loro interloquire tali realtà”. Le “due tendenze estreme” di interpretazione del Vaticano II “concordano nell’operare una distinzione tra la Chiesa preconciliare e la Chiesa postconciliare, come se la Chiesa non fosse più la stessa prima e dopo il Concilio”. Confrontandosi con tali tendenze – ha sottolineato Koch – “mons. Marchetto ha sempre difeso un’ermeneutica della riforma, in cui continuità e rinnovamento sono uniti o, come ha scritto in maniera calzante lui stesso, tradizione e rinnovamento si abbracciano”. Su questo punto ha concluso il vescovo emerito di Basilea: “Il lavoro di mons. Marchetto è particolarmente significativo, poiché ci ricorda che i motivi degli sviluppi negativi e delle correnti pericolose diffusesi dopo il Concilio non devono essere ricercati nel Concilio stesso, ma nella sua ricezione sbagliata o mal interpretata, come già osservava negli Anni Settanta il futuro Benedetto XVI: Ciò che ha devastato la Chiesa dell’ultimo decennio non è stato il Concilio, ma il rifiuto di accoglierlo.

Il cardinale Koch si è poi soffermato sul rapporto tra primato petrino e sinodalità, centrale nel dialogo tra cattolici e ortodossi. E’ un dialogo, come è noto, che resta difficile, al di là di gesti fraterni, di visite significative (vedi quella di Putin in Vaticano, prevista per il 25 novembre)  e dichiarazioni di buone intenzioni;  di progressi realmente di spessore e significativi non se ne sono mai registrati, a meno di non intendere come tali i documenti di Balamand (1993) e Ravenna (2007). Sul tema è interessante leggere il contributo critico di don Nicola Bux  (“Sul primato del vescovo di Roma e la necessità di ripensare il metodo ecumenico”) inserito proprio nel volume in onore di mons. Marchetto. Per Kurt Koch, in vista di una concretizzazione vera del dialogo con gli ortodossi, “da un lato la Chiesa cattolica dovrà ammettere che non ha ancora sviluppato nella sua vita e nelle sue strutture ecclesiali quel livello di sinodalità che sarebbe possibile e necessario da un punto di vista storico e teologico” e che “il principio sinodale e il principio primaziale non si escludono a vicenda”. Dall’altro, però, “ci si può aspettare a ragione dalle Chiese ortodosse il riconoscimento del fatto che un primato anche a livello universale della Chiesa cattolica non è soltanto possibile e teologicamente legittimo, ma è necessario”. E che “la stessa situazione delle relazione intraortodosse spinge a riflettere su un ministero dell’unità a livello universale”. Ciò “non è assolutamente in contrasto con l’ecclesiologia ortodossa, ma è con essa compatibile”.

Angelo Bagnasco

 

Il presidente della Conferenza episcopale italiana nel suo intervento ha definito inizialmente la lettera papale a mons. Marchetto “molto opportuna” e “di grandissimo rilievo”. Il cardinale Bagnasco ha poi evidenziato alcuni aspetti importanti per comprendere l’opera del nunzio vicentino. Incominciando dall’ humus, da cui è nato il testo, caratterizzato da una varietà notevole degli ambiti di impegno dell’autore: la diplomazia, la storia, l’episcopato, l’incarico di segretario di un Pontificio Consiglio molto delicato ed anche l’esperienza della malattia, di cui è pervaso “Il tunnel della speranza” edito nel 1997.

L’occasione del testo è poi triplice: siamo a mezzo secolo dall’avvio del Concilio, a vent’anni dal Catechismo della Chiesa cattolica ed anche siamo nell’Anno della fede. Sul metodo applicato da mons. Marchetto, il cardinale ha rimandato alla “composizione delle polarità” cara a Romano Guardini. Una “sintesi” delle polarità (“vere o presunte”) che consiste in un loro superamento, “con una capacità che deriva da una libertà dello spirito”. Non si tratta, ha qui sottolineato il cardinal Bagnasco, di dedicarsi all’ embrassons-nous a ogni costo, “tacendo delle antinomie”. Insomma la “composizione” non è frutto di una scelta deliberata “che non voglia affrontare la realtà delle cose”, ma “l’individuazione degli elementi di verità che possiamo trovare ovunque”, presupposto che “la verità piena è solo Dio”.

Proseguendo il cardinale ha fatto diverse altre considerazioni. Ne citiamo alcune. Del Concilio “bisogna conoscere tutti i testi, salvaguardandoli da ogni riduzionismo”, così da “liberare l’interpretazione da visioni parziali”. La Chiesa va considerata ”come un organismo vivente, che si sviluppa, ma non muta geneticamente”. Qui il presidente della Cei ha inteso “ridimensionare” tra l‘altro “due approcci esistenti, anche emotivi”: quello di “chi pretende la mutazione genetica” e quello di chi “ha paura” di ogni rinnovamento. Su Papato ed episcopato, il cardinal Bagnasco ha insistito sul fatto che il primo è “garanzia dell’unità e della libertà della Chiesa, anche dei vescovi”.

Per concludere, le parole di ringraziamento dell’autore, che ha ricordato anche un episodio capitatogli alla fine del discorso di Benedetto XVI alla Curia nel dicembre 2005 (quello dell’ “ermeneutica della continuità” per quanto riguarda il Vaticano II). L’amico, conterraneo e neo-Segretario di Stato Pietro Parolin gli disse all’uscita: “Ma allora avevi ragione tu!”