PAPA FRANCESCO: UN SABATO DI PAROLE FORTI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 19 maggio 2013

Sabato 18 maggio papa Francesco ha offerto con le sue parole materia abbondante di riflessione: la mattina nell’omelia a Santa Marta ai cattolici, il pomeriggio a tutti, oltre che ai duecentomila membri di associazioni e movimenti laicali convenuti in piazza san Pietro e dintorni per la Veglia di Pentecoste, un incontro di grande rilievo ecclesiale inaugurato da Giovanni Paolo II nel 1998 e proseguito da Benedetto XVI nel 2006.

 

Se nell’ormai tradizionale celebrazione mattutina a Santa Marta il Papa ha sferzato chi nella Chiesa alimenta la chiacchiera (con gravi conseguenze per il corpo ecclesiale), qualche ora dopo ha toccato temi di grande rilievo sociale, a incominciare da quelli sulla condizione umana in un tempo di profonda crisi esistenziale della società.

Estrapoliamo subito qualche passaggio molto impegnativo dalle risposte date da papa Francesco a quattro domande postegli in piazza san Pietro da rappresentanti della grande galassia dei movimenti ecclesiali. Rispondendo alla seconda domanda, sul come si può “comunicare efficacemente la fede”,  Jorge Mario Bergoglio ha evidenziato tre parole connesse a tale atto. La prima è “Gesù”: “Se noi andiamo avanti con l’organizzazione, con altre cose, con belle cose, pure, ma senza Gesù, non andiamo, la cosa non va”. La seconda è “preghiera”: “Guardare il volto di Dio, ma soprattutto sentirsi guardati”. A volte, ha confessato papa Francesco, la sera pregando mi addormento, come capita a chi è stanco per la giornata o ai giovani che rientrano in treno dopo aver vissuto una giornata faticosa a Roma: eppure l’importante è “guardare il volto di Gesù ma soprattutto sentirsi guardati”. Perciò “quando prego sento il conforto di Gesù che mi guarda e questo mi dà forza e mi aiuta a testimoniarlo”. La terza parola è “testimonianza”: come hanno ricordato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI “ il mondo di oggi ha bisogno dei testimoni, non tanto di maestri”.  

Nella terza domanda si chiedeva come affrontare la “grave crisi di oggi”, in cui emerge in tutta la sua drammaticità la sfida della povertà. “Prima di tutto vivendo il Vangelo – ha detto papa Francesco. Precisando poi subito: “La Chiesa non è un movimento politico o una struttura bene organizzata. Non è nemmeno una ong. Perché quando la Chiesa diventa una ong, perde il sale, non ha sapore e diventa una vuota organizzazione”. La Chiesa non può chiudersi: “Quando si chiude, si ammala. Pensate di entrare in una stanza che resta chiusa per un anno. Quando la si riapre, c’è umidità, c’è odore. Ecco, per la Chiesa è lo stesso”. La Chiesa “deve uscire da se stessa. Certo, se uno va fuori, come quando va in strada, può succedere un incidente. Ma io vi dico che preferisco mille volte una Chiesa incidentata che una Chiesa malata di chiusura” col rischio di restare vittima di “strutture caduche che ci fanno schiavi e non Figli di Dio”.  I cristiani dunque non siano “inamidati, troppo educati, che parlano di cose teologiche mentre prendono il tè”. Essi invece devono andare a “cercare quelli che sono la carne di Cristo”, cioè i poveri, nelle “periferie esistenziali”. Sulla grave crisi odierna papa Francesco ha detto che “questa è una crisi dell’uomo, che distrugge l’uomo”. Ad esempio “nella vita pubblica, politica, se non c’è l’etica, tutto è possibile, tutto si può fare”. Per avvalorare le sue parole ha citato un midrash del XII secolo in cui si parla della costruzione della Torre di Babele, per la quale ogni mattone era importantissimo. Tanto prezioso che, “se si frantumava un mattone, era una tragedia; ma se invece cadeva un operaio e moriva, era un’altra cosa”. L’esempio del midrash può essere attualizzato e qui l’osservazione di papa Francesco è dirompente: “Se calano gli investimenti nelle banche, questa è una tragedia; se le famiglie stanno male o la gente non ha niente da mangiare, allora non fa niente. Questa è la nostra crisi di oggi. La Chiesa povera per i poveri va contro questa mentalità”.

Nella risposta alla quarta domanda sulla “Chiesa dei martiri”, papa Francesco ha rilevato che “ci sono più martiri oggi che nei primi secoli della Chiesa”. Da notare che, al termine della Professione di fede successiva alle risposte, Jorge Mario Bergoglio ha chiesto alla Piazza se per questa fede era disposta “a vivere e a morire”. E dalla folla si è levato un forte, impressionante e commovente “Sì”!

La mattina a Santa Marta papa Francesco si era occupato invece di un tarlo doloroso che rode la Chiesa dal di dentro: le chiacchiere: “Quanto si chiacchiera nella Chiesa! Quanto chiacchieriamo noi cristiani! La chiacchiera è proprio spellarsi, eh? Farsi male l’un l’altro (…) Invece di crescere io, faccio che l’altro sia più basso e mi sento grande. Quello non va”. Ha ancora osservato il papa: “la chiacchiera è così: è dolce all’inizio e poi ti rovina, ti rovina l’anima! Le chiacchiere sono distruttive nella Chiesa, sono distruttive… E’ un po’ lo spirito di Caino: ammazzare il fratello con la lingua, ammazzare il fratello”. Tra sono i gradi della chiacchiera: dapprima la disinformazione, poi la diffamazione, infine la calunnia. “Tutte e tre sono peccato! Questo è dare uno schiaffo a Gesù nella persona dei suoi figli, dei suoi fratelli!”

Il sabato di papa Francesco si è rivelato un’altra grande occasione di riflessione. Ognuna delle affermazioni fatte (con lo stile diretto e colloquiale che caratterizza Jorge Mario Bergoglio e che gli permette di raggiungere facilmente il cuore della gente) merita di essere approfondita. Perché riguarda la vita quotidiana di ogni cristiano e i suoi rapporti con il mondo, che è carne e non teoria. Che poi quanto papa Francesco dice, riesca anche a cambiare concretamente la vita di chi lo ascolta, questo è un altro discorso. Come minimo costringe in ogni caso a porsi le domande fondamentali dell’esistenza. E questo è già più di qualcosa.