LICEO PLINIO SENIORE ROMA: SHOAH, MEDICI E NAZISMO, INTERNATI ITALIANI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 27 gennaio 2017

 

Venerdì 27 gennaio il Liceo scientifico Plinio Seniore di Roma ha ricordato l’orrore della Shoah, il contributo di medici e scienziati allo sviluppo dell’antisemitismo razziale e anche la scelta eroica di 650mila militari italiani di rifiutare l’arruolamento nella Repubblica di Salò, con conseguente internamento in Germania. Un cortometraggio della IV B, relazioni e testimonianze di Georges De Canino, Lauro Rossi, Rina Menasci, Libera Picchianti e Elisabetta Di Renzi.

 

Quando una celebrazione storica è imposta per legge, il rischio incombe che  -con lo scorrere del tempo e venendo a mancare per i noti limiti posti dalla natura i testimoni diretti dell’evento da ricordare – essa si trasformi per assuefazione in rito stantio, cui si partecipa per obbligo ma senza coinvolgimento né di cuore né di mente, tra uno sbadiglio malamente trattenuto e l’altro.

Tale rischio incombe anche sul Giorno della Memoria, fissato da una legge italiana del 2000 per il 27 gennaio, data in cui – nel 1945 – le truppe russe entrarono nel campo di concentramento e sterminio di Auschwitz. Sono passati 62 anni, i sopravvissuti sono sempre meno, la memoria incomincia a stemperarsi nella società e anche tra le generazioni più giovani, figlie di un mondo apparentemente molto diverso e caratterizzato spesso da una fluidità e superficialità di pensiero che rende più difficile soffermarsi seriamente su quanto accade intorno a noi.

Perciò la mattinata che venerdì 27 gennaio il Liceo Scientifico Plinio Seniore di Roma ha saputo offrire ai suoi studenti va considerata con grande soddisfazione. Per le forme diverse di svolgimento, dalla presentazione di un cortometraggio alla lettura delle prime pagine de “La tregua” di Primo Levi, dalle relazioni alle testimonianze. E per i contenuti esposti, in una ricca varietà di temi.

L’attenzione degli studenti di terza, quarta e quinta che affollavano l’Aula Magna non è mai mancata, indice questo di un interesse comunque presente verso il tema e anche della capacità di coinvolgimento mostrata da chi l’ha trattato in alcuni suoi aspetti. Non si è parlato solo di Shoah, di Auschwitz, della retata romana del 16 ottobre 1943, ma anche – come previsto dalla legge del 2000 – dei deportati militari in Germania dopo l’8 settembre 1943, quando un milione di soldati impegnati al fronte furono posti davanti a una scelta drammatica: aderire alla Repubblica di Salò oppure essere internati in Germania per lavorare da schiavi nelle industrie tedesche ormai prive di operai a causa della guerra. 650mila tra loro rifiutarono -con un atto di grande valenza morale e civile- l’adesione alla Repubblica fantoccio dei tedeschi e furono perciò trasferiti oltralpe. 50mila morirono in Germania e gli altri – tornati in patria – furono accolti con imbarazzo e anche latente ostilità per ragioni politiche soprattutto legate al fatto che  il partito comunista italiano considerava la Resistenza come sostanzialmente di sua proprietà.

 

UN INTENSO CORTOMETRAGGIO DELLA IV B

Porto il benvenuto dal dirigente scolastico prof.ssa Maria Teresa Martelletti, gli allievi della IV B hanno presentato “Impresso nella mente”, un cortometraggio da loro confezionato e ricco di contenuti girato nel Ghetto di Roma in occasione di una visita al Museo ebraico. Dopo le prime immagini storiche del campo di concentramento di Mauthausen con tutti i suoi orrori, la parola è passata a diversi testimoni diretti o indiretti della Shoah, che hanno evidenziato tra l’altro il dovere di non dimenticare quanto successo. Sami Modiano ha ricordato come, dal momento in cui si entrava nei lager nazisti, si era considerati dei numeri con un destino segnato: quello di essere eliminati. Emotivamente molto coinvolgente la riproduzione sullo schermo del foglietto di istruzioni  - da concretizzare in venti minuti - che i tedeschi consegnarono quel tragico 16 ottobre del 1943 alle famiglie ebree del Ghetto di Roma e di altre parti della città. Nella retata furono catturate 1259 persone (compresi bambini, donne, anziani). L’ebreo Arminio Wachsberger conosceva però il tedesco e riuscì a convincere il capitano Dannecker a rilasciarne 237 perché non erano di “pura razza ebraica”. Gli altri furono deportati ad Auschwitz-Birkenau e in gran morte morirono. Tornarono solo in 16, 15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino.

 

GEORGES DE CANINO: L'EUROPA E' IL PIU' GRANDE CIMITERO EBRAICO DEL MONDO

Lette da due studentesse della IV B le prime pagine de “La Treguadi Primo Levi, il professor Georges De Canino - pittore e poeta - ha proposto un’ampia riflessione sull’insensatezza degli odi che hanno contrassegnato con il sangue la storia d’Europa, dando origine a guerre di religione, tra popoli, persecuzioni di ogni genere, fino ad arrivare allo sterminio etnico nei Balcani. L’Europa – ha rilevato De Canino – è stata da sempre terreno fertile per l’odio e non a caso “è il più grande cimitero ebraico del mondo”. Neppure si può dimenticare la conquista araba “fatta a fil di spada”. In realtà “Auschwitz c’è sempre stato, il nazismo non è nato per caso e certe prediche di Martin Lutero sembrano discorsi di Goebbels”. Del resto l’Europa degli Anni Trenta del XX secolo è in mano per buona parte a totalitarismi; le poche democrazie esistenti non sanno far altro che consegnare il continente a Hitler con l’Accordo di Monaco del 30 settembre 1938.

 

LAURO ROSSI: IL DRAMMA DEI 650MILA MILITARI ITALIANI INTERNATI IN GERMANIA DOPO l'8 SETTEMBRE

Vicepresidente dell’Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia (ANRP), il professor Lauro Rossi ha poi illustrato ai presenti una pagina spesso trascurata, se non dimenticata, della storia d’Italia (anche negli stessi libri di storia): l’internamento in Germania di 650mila militari che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 (in cui l’Italia “annunciava il rovesciamento delle alleanze”), avevano scelto la deportazione da schiavi piuttosto che l’adesione alla Repubblica di Salò. “Come è possibile che il Re e Badoglio abbiano stipulato l’armistizio senza pensare al milione di soldati italiani che in quel momento combattevano al fronte insieme con i tedeschi?”, si è chiesto Rossi. In effetti l’8 settembre è “una data tragica”: fuggono da Roma verso sud Vittorio Emanuele III, Pietro Badoglio, i generali e la città “viene lasciata in mano ai tedeschi”. Quando in 600mila torneranno dalla Germania dopo la guerra, “tanta è la coscienza sporca delle istituzioni che nessuno li vuole vedere”. Tra gli internati (in questo caso nell’isola di Rodi) c’era Alessandro Natta, segretario del Pci negli Anni Ottanta: raccontò le loro vicende in un volume intitolato “L’altra Resistenza”, che poté essere pubblicato solo nel 1997 (essendo stato scritto nel 1954) per le resistenze prima di Togliatti e poi della cultura dominante. Infatti la scelta eroica dei militari internati avrebbe potuto far ombra alla pretesa del Partito comunista italiano di essere stato ‘la’ resistenza italiana durante la Seconda Guerra Mondiale. Lauro Rossi ha anche invitato docenti e studenti a visitare il Museo permanente degli internati militari italiani a Roma, in via Labicana 15/A (www.anrp.it , www.imiedeportati.eu ).

 

RINA MENASCI: COME MIA MADRE EMMA INGANNO' I TEDESCHI

Una testimonianza vivace sul 16 ottobre del 1943 l’ha portata Rina Menasci, presente anche la gemella Alda. Rina ha raccontato di come la madre (Emma Terracina) ingannò i cinque soldati tedeschi che erano saliti al quarto piano dell’appartamento di via Monte della Farina per portar via l’intera famiglia. La madre (dopo le notizie sull’inizio del rastrellamento) aveva voluto restare sola in casa e si fece trovare ai fornelli, inventandosi poi che il padre era assente visto che fungeva da autista per i tedeschi. Con l’aiuto di un “quadernuccio” su cui c’erano alcuni termini correnti in italiano e in tedesco (come casa, camerata, amico, autocarro), Emma riuscì a convincere i tedeschi che la famiglia non era ebrea e anzi collaborava con loro tramite il padre. I soldati se ne andarono, non senza “aver lanciato molti baci” alla madre ventinovenne, “una gran bellezza” per giudizio comune.

 

LIBERA PICCHIANTI: LO SVILUPPO DELL'IDEA DI RAZZISMO BIOLOGICO

La dott.ssa Libera Picchianti, nota studiosa della Shoah, ha poi regalato ai convenuti una relazione riguardante “medicina e nazismo”, ricchissima di spunti degni di ulteriore approfondimento. In particolare la relatrice ha sottolineato che il “razzismo biologico” ha origini precedenti al nazismo (qui ha citato i nomi di Charles Darwin, Gregor Mendel, Francis Galton – che coniò il termine “eugenetica” – Cesare Lombroso). Sullo schermo è apparsa la riproduzione di testi tedeschi in cui già nel 1920 medici tedeschi chiedevano il permesso “di annientare vite indegne di essere vissute”; nel 1929 si metteva invece in guardia dalle conseguenze di una prolificità maggiore dei “meno validi” rispetto alla parte “più sana” della popolazione. Bisognava insomma evitare che nel popolo tedesco prendessero il sopravvento numerico i primi. E’ del 1933 la legge sulle sterilizzazioni forzate di chi era affetto da malattie ereditarie (“Quali genitori augurano ai propri figli un destino così crudele?”). E del 1935 l’evidenza data nel contesto alle ragioni economiche: “E’ un peso anche tuo – si leggeva nei manifesti – che chi è affetto da malattie ereditarie e raggiunge i 60 anni di età costa in media 50000 marchi al mese”. Nel 1939 si permette ai medici di uccidere i disabili: ne furono assassinati 70mila tramite le prime camere a gas (si pensò poi che la “pratica” potesse essere estesa per lo sterminio di massa degli ebrei).

Nell’ascoltare Libera Picchianti non ci si poteva impedire di pensare a quanto succede oggi, con il dilagare di richieste di eutanasia (meno malati di mente, meno spese per lo Stato; meno anziani malati, meno spese per lo Stato… anche, in Belgio e in Olanda, Paesi reputati a torto ‘civili’, il ricorso all’eutanasia per i minori). Aggiungiamo la selezione degli embrioni, l’eliminazione di quelli potenzialmente a rischio di malattia, la pratica schiavistica ed eugenetica nel contempo dell’utero in affitto. Tutte richieste che rimandano direttamente ai tempi bui del nazismo.

La relatrice ha rievocato lo sviluppo dell’idea del “razzismo biologico” pure in Italia, diffusa in particolare dal quindicinale “La difesa della razza” (1938-1943) ma sostenuta anche nel “Manifesto della purezza della razza” (luglio 1938, sottoscritto da dieci scienziati italiani), infine confluita nelle vergognose Leggi razziali (annunciate nel settembre 1938, approvate a novembre dal Consiglio dei ministri). Mussolini era stato costretto ad approvarle? si è chiesta Libera Picchianti: la sua risposta è no, avrebbe potuto rinunciarvi.

Tanto altro ci sarebbe da riferire sulla relazione, in cui si è detto ad esempio dei compiti dei medici tedeschi di attestare l’ “arianità”, di incentivare la “razza ariana” tramite gravidanze con giovani madri dai capelli biondi e gli occhi azzurri, di selezionare nei campi di concentramento le persone che sarebbero state trasformate in cavie per le sperimentazioni. A quest’ultimo proposito Libera Picchianti ha citato le sperimentazioni (sempre sui deportati) per la sterilizzazione di massa “con sistema rapido e veloce”, quelle per accrescere la resistenza fisica dei soldati, per la creazione di vaccini utili all’industria farmaceutica.

 

LA CONCLUSIONE ALL'EX-ALLIEVA ELISABETTA DI RENZI

A concludere la mattinata di interventi (indubbiamente di notevole spessore) è stata chiamata l’ex-allieva del Plinio Elisabetta Di Renzi, che ha fatto esperienza di due viaggi della memoria ad Auschwitz, anche con l’amico di famiglia Shlomo Venezia (noto scrittore ebreo di nazionalità italiana, nato in Grecia), deportato ad Auschwitz nel 1944, sopravvissuto e morto a Roma nel 2012. Proprio a Shlomo Elisabetta ha dedicato una sua suggestiva riflessione maturata nel campo di concentramento. Giornate come questa al Plinio Seniore, ha concluso, servono per trarre conclusioni utili per il confronto quotidiano di ciascuno con la realtà in cui è immerso…In ogni caso. … “non dovete mai rinunciare alla libertà interiore di vivere con quella speranza che nessuno vi può togliere!”

 

VOLENTIERI PUBBLICHIAMO AMPI STRALCI DELLA RELAZIONE DI ELISABETTA DI RENZI

 

IL SENSO DELLA VITA – A Shlomo Venezia, maestro di vita. Che riposi in pace”

PRIMA PARTE:L’INFERNO

“Siamo quasi arrivati. Per favore cominciate a rimettervi le giacche, fuori è molto freddo” dice la guida mentre Sofia è immersa nei suoi pensieri. Le attraversano la testa taglienti come lame affilate. Fortissime le attanagliano lo stomaco. Non riesce a capire se siano dovute alla fame o all’ansia per l’orribile spettacolo che tra poco si troverà davanti. Sa di non essere pronta, nonostante il padre le parli spesso di questa tragedia perché, dice, ricordare è importante affinché non si ripetano gli stessi orrori. D'altronde chi lo sarebbe: nessuno è né sarà mai preparato a vedere l’Inferno in terra con i propri occhi, soprattutto perché l’uomo diffida perfino della sua esistenza dopo la morte. Quella che Sofia ha davanti a sé ora è la prova inconfutabile che l’ Inferno è esistito più di settanta anni fa ed è stato il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau.

“Ragazzi,quella che farete oggi sarà forse l’esperienza più forte della vostra vita. Nessuno mai è riuscito a compiere ciò che è stato fatto qui. In questo luogo persone come noi sono state private della loro stessa vita dopo essere state trattate come bestie da macello, spogliate dell’identità e della dignità umana. Solo per il delirio di onnipotenza di un uomo.”

Ora i ragazzi sono radunati davanti all’entrata del campo di sterminio. Sofia è terrorizzata. Non riesce a credere ai propri occhi.  Da lontano scorge le baracche di legno. Le riesce impossibile pensare che lì abbiamo vissuto bambini, mamme, papà, nonni.  Esseri umani senza colpa,se non quella di essere nati ebrei, zingari o disabili.    

(…) Stringe forte a sé il libro che ha portato da Roma: "Sonderkommando Auschwitz" di Shlomo Venezia, sopravvissuto del Comando Speciale, morto il primo ottobre del 2012. 

Sofia conosceva bene Shlomo, era come un parente per lei. Il padre di Sofia, da sempre vicino alle sofferenze patite dagli ebrei durante la Shoah, ha trasmesso questa sensibilità a tutti i suoi figli. Nel 2006 il più grande dei fratelli di Sofia ha fatto lo stesso viaggio con la scuola accompagnato da Shlomo, al quale aveva consegnato una lettera scritta dal padre. Da allora è iniziata la magnifica e davvero unica amicizia tra la famiglia di Sofia e quella del sopravvissuto. Sofia non smetterà mai di ringraziare suo padre per questo: è grazie a lui se porta nel cuore la testimonianza della forza di Shlomo, che adesso la sta accompagnando nella discesa agli Inferi lavati con getti alternati di acqua gelida e bollente. Poi marchiati come bestie. Infine venivano distribuite le divise a righe e gli zoccoli di legno.

(…) Sofia percorre il corridoio e le sembra di sentire le urla di dolore e i singhiozzi disperati. (…) Sofia segue il corridoio che conduce in una sala. Al centro c’è una grande teca piena di foto, alcune sono state ritrovate successivamente negli archivi del campo, altre sono state donate dai parenti delle vittime. Si avvicina. Ognuna delle immagini racconta una storia. Mostra l’amore che lega una moglie al marito, la sicurezza che prova un bambino nelle braccia del suo papà e il legame indissolubile che unisce una famiglia.  Quello però che accomuna tutte queste persone è la spensieratezza che deriva dall’ignoranza di ciò che il futuro avesse in serbo per loro. La foto che più colpisce Sofia ritrae una ragazza che ha circa la sua età. Ha un’espressione seria, come chi sembra aver capito che la vita non è un gioco. Dai suoi occhi traspare una luce particolare, un misto di speranza e determinazione. Sembra forte e sicura di sé. Forse avrebbe fatto grandi cose nella sua vita. Se solo avesse potuto avere una vita.                                                                                                                                                     

(…) L’Inferno è esistito ed è stato qui. In questi luoghi feroci in cui i lupi facevano la tana e gli agnelli insanguinati tacevano perché avevano più cara la vita di ogni altra cosa. L’Inferno è l’interruzione del compimento della vita, è il luogo dove non c’è spazio per un sogno o per la bellezza, dove non si vede il cielo perché non è concesso alzare gli occhi. E’ il luogo dove la Morte regna padrona su tutte le anime insieme alla Paura. L’Inferno è il posto in cui manca la Speranza: dove non c’è speranza non c’è vita perché la speranza la è forza della vita, che ognuno deve custodire nel proprio cuore. È la voglia di farcela nonostante tutto, è ciò che rende ogni cosa più bella. (…)

SECONDA PARTE: CIO’ CHE INFERNO NON E’

“Il viaggio mi ha cambiato la vita” pensa Sofia. E’passato un mese dalla visita al campo di sterminio Auschwitz-Birkenau ma l’immagine della ragazza della foto è fissa nella mente di Sofia. A volte le sembra quasi che le parli.  

Sofia cammina per le vie della sua città che ora le sembra diversa. Soprattutto è lei a sentirsi cambiata: tutte le cose che disprezzava prima di partire hanno ora acquistato valore. Alza lo sguardo e tra il cielo rosso del tramonto intravede una stella. Sorride, ha sempre amato le stelle. Trova meraviglioso che anche dopo la morte continuino a brillare.  

“Shlomo è come una stella” pensa ”perché, nonostante lui non ci sia più, la forza della sua testimonianza continua ad illuminare la mia vita e mi sosterrà sempre”. (...) Se Sofia  ha imparato una cosa dal viaggio all’Inferno è che la vita è un dono, il più meraviglioso e prezioso di tutti. Non bisogna prenderla con superficialità,non bisogna dare importanza alle cose futili. E’ un’opportunità che va colta senza lasciar passare troppo tempo, perché il tempo corre e non aspetta. Bisogna avere cura della vita. L’errore più grande che l’uomo possa fare è darla per scontata:  in un secondo tutto può cambiare. Per quanto ci si affanni per evitarlo, a volte si cade. E fa paura da morire. Prima o poi il dolore colpisce sotto qualsiasi forma: una fitta leggera, un po’ di amarezza, un dolore che va e viene, la normale sofferenza con cui viviamo tutti i giorni. C’è poi un tipo di sofferenza che non riesci ad ignorare. Una sofferenza così grande che cancella tutti gli altri pensieri, che fa scomparire il resto del mondo. Così, per cercare di sopravvivere, ci nascondiamo, smettiamo di combattere e perdiamo la speranza nella vita.  Smettiamo di credere che le cose possano cambiare. A Sofia è capitato spesso di scappare dai suoi problemi per cercare di difendersi. Aspettava che i problemi si risolvessero da soli e che la vita si facesse più semplice. Ma la vita non è semplice. E’ piena di curve e di capovolgimenti, e quando crediamo di aver imparato a conoscere il percorso, ci viene a mancare la terra sotto i piedi e perdiamo l'equilibrio.

Come viviamo il cambiamento dipende da noi. Possiamo vederlo come la fine di una cosa o l’inizio di un’altra. Il viaggio ad Auschwitz ha mostrato a Sofia una realtà che non pensava potesse esistere: ciò ha stravolto completamente la sua visione della vita. Avverte una nuova forza dentro di sé, che arriva dal profondo del suo cuore. È una sensazione così nuova che quasi la spaventa. Quando era piccola, il mondo le sembrava così bello e colorato da credere che in fondo il bene avrebbe vinto su tutto. Crescendo si è accorta che la vita non era come l’aveva immaginata e fare i conti con la realtà, quando non è come ci piacerebbe che fosse, è la cosa più difficile. 

Ora però sa che nella vita non bisogna mai mollare né smettere di credere, che i sogni si possono avverare. Non bisogna darsi per vinti ma si deve combattere sempre, con tutte le forze, consapevoli di potercela fare. Fallimenti, sconfitte e cadute non possono distruggere la speranza perché essa è come il mare: in tempesta in superficie e calmo pochi metri sotto. Sant’Agostino diceva che la speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno per la realtà delle cose e il coraggio per cambiarle.    

Sofia ha diciassette anni e la vita da inventare. Ha tantissime domande e forse le risposte arriveranno quando le avrà dimenticate, ma di una cosa è certa: la vita è la favola più bella che si possa immaginare, fatta di bene e male, luce e ombra. Sta a noi avere il coraggio di fare la scelta giusta,che non è mai  la più semplice e comporta sempre dei rischi. E’ vero che sono i grandi incontri e gli eventi inaspettati che cambiano la vita ma sono i piccoli gesti che ricordano che vale la pena viverla: il sorriso di un’amica, l’amore di una madre e l’abbraccio di un fratello. Il senso della vita” pensa Sofia ” è come il vento: non lo vedo ma lo sento intorno a me”.