ELEZIONI USA/ LETTURA CONTROCORRENTE DELLA LOTTA TRA DUE ‘PEGGIORI’ – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 7 luglio 2016

 

Del prossimo appuntamento elettorale statunitense hanno discusso mercoledì 6 luglio a Roma, presso la Stampa estera, il giornalista Andrew Spannaus – autore di “Perché vince Trump” – e i politologi Lucio Martino e Germano Dottori. Tante le domande inquietanti. Per l’Italia (e per l’Europa) sarebbe meglio vincesse Trump contro una Hillary Clinton intenzionata a provocare e umiliare la Russia di Putin.

 

Non ha certo buttato via il suo tempo chi ha deciso di dedicare un’ora e mezzo dell’afoso pomeriggio di mercoledì 7 luglio al tema delle prossime elezioni presidenziali americane. Se n’è discusso in modo vivace e ‘non allineato’ a Roma, presso la Stampa estera, prendendo spunto dal recente libro del giornalista statunitense Andrew Spannaus intitolato un po’ provocatoriamente “Perché vince Trump” (ed. Mimesis, Milano-Udine). Con l’autore hanno alimentato il dibattito Lucio Martino (Institue for Pubblic Affairs, John Cabot University) e Germano Dottori (Studi strategici, Luiss Guido Carli), moderati da Roberto Montoya, segretario dell’Associazione stampa estera.

In sintesi, per citare Spannaus, gli USA stanno vivendo un duello inedito tra un’esponente storica dell’ establishment e un magnate che si è posto come simbolo dirompente dell’anti-casta, ma che, se eletto, tenderebbe al pragmatismo. Se dovesse vincere Trump, per l’Italia e per l’Europa sarebbe meglio: “L’Europa è in grado di sopravvivere a quattro anni di Trump e anche di prosperare” – ha detto Germano Dottori – “La Clinton invece ci renderebbe molto difficile qualsiasi apertura alla Russia di Putin”. Lucio Martino non scorge somiglianze tra Trump e Reagan, forse qualcuna con il pragmatico Nixon, di più con l’ex-attore e governatore della California Arnold Schwarzenegger. In qualche aspetto Trump può essere accostato anche a Grillo. Quanto al parallelo, che sembra per certi versi “facile”, con l’ascesa di Silvio Berlusconi, Spannaus ha evidenziato che Berlusconi nella sua impresa fu appoggiato subito da tutte quelle forze istituzionali che non volevano i comunisti in versione Pds al potere; l’ascesa di Trump è invece avvenuta contro le forze istituzionali, compreso il proprio partito, i cui leader sono stati travolti dal magnate anti-sistema. Come ha detto lo stesso Trump assai semplicisticamente: “L’unico antidoto a decenni di governo disastroso da parte di una piccola élite è un’infusione marcata di volontà popolare. Su ogni questione che affligge questo Paese, il popolo ha ragione e l’élite di governo ha torto”.

Segnaliamo ora altri spunti di riflessione emersi dall’incontro. 

Per Lucio Martino Donald Trump è anche l’emblema di una crisi particolare e preoccupante: quella del sistema di integrazione statunitense, per cui si è passati da una società multietnica (ogni nuovo immigrato diventa in primo luogo americano, adottando lo stile di vita yankee e  relegando in secondo piano la cultura d’origine) a una multiculturale, in cui ogni immigrato conserva ben visibile il proprio ‘marchio’ etnico. Ciò facendo, si stanno forse minando le fondamenta degli Stati Uniti?   

“Non mi angoscerebbe una vittoria di Trump, mi angoscerebbe quella di Hillary Clinton per i riflessi sulla politica estera degli Stati Uniti”: così Germano Dottori. La Clinton mostra una “marcata propensione” alla politica interventista dei cambi di regime: l’Europa ha invece bisogno di una presidente USA che agisca sul piano della stabilità, il contrario di quanto fatto fin qui dall’ex-Segretario di Stato americano del primo quadriennio di Obama.

Per Dottori la sfida tra Trump e Hillary Clinton non è ideologica, quella di un ‘conservatore’ contro una ‘progressista’, come piace evidenziare alla stampa nazionale internazionale “che si abbevera alle fonti estere”. Ad esempio i “neo-conservatori” sono con la Clinton, mentre alcuni sostenitori di Bernie Sanders (democratico, molto di sinistra e anti-casta) potrebbero votare per Trump. In quale viene dipinto molto spesso secondo stereotipi superficiali che non danno ragione del grande successo ottenuto negli Stati Uniti dal magnate immobiliare e proprietario di casinò.

“Trump è un uomo d’affari e dunque molto pragmatico”, ha rilevato Andrew Spannaus. Vuol “fare accordi” anche con Putin. Le sue argomentazioni sono fondate sulle difficoltà quotidiane di tanti americani, anche della classe media: “E’ inutile spendere cinque trilioni di dollari per rovinare il Medio Oriente. Potevamo usare questi soldi per ricostruire strade e ponti negli Stati Uniti”.

Anche alla base della sua insistenza nella richiesta di erigere un muro lungo l’intera frontiera con il Messico ci sono importanti motivi economici, che si possono sintetizzare nella frase: “I messicani che entrano negli Stati Uniti vi rubano il posto di lavoro”. Ha qui osservato Germano Dottori: “Un muro con il Messico c’è già oggi, l’ha visto anche il Papa e la sua prima pietra è stata posta da… Bill Clinton!”. Per Trump è anche un fatto di ristabilimento della legalità contro l’immigrazione clandestina. Ma non si può ignorare un altro aspetto della questione: “La diaspora del Messico incomincia a diventare un rischio per l’integrità territoriale nazionale statunitense”, dato che i messicani popolano soprattutto quegli Stati che un tempo appartenevano al Messico e a un certo momento potrebbero sorgere lì rivendicazioni di ritorno alla Madrepatria.

Concordi i relatori sul fatto che i toni e i contenuti delle dichiarazioni pubbliche di Trump obbediscono a una precisa strategia di presenza nelle prime pagine dei massmedia. Non appartenendo all’establishment, per “farsi sentire” Trump ha scelto tale strategia che comprende anche giudizi molto offensivi per diverse categorie di cittadini americani, dai latinos alle donne ai musulmani. E’ un linguaggio francamente spesso inaccettabile, ma è studiato per dare soddisfazione alla rabbia di un’altra parte dell’opinione pubblica statunitense, quella che gli errori economici e sociali della ‘casta’ hanno impoverito enormemente. Come ha annotato Andrew Spannaus, l’uomo è anche spesso imprevedibile: ci si chiede se sia in grado di controllarsi, di fare il Presidente… e fin qui “ancora non ci siamo”, anche se il suo pragmatismo potrebbe essere per certi versi rassicurante. Per Germano Dottori l’esperienza dimostra che spesso i leader politici europei di caratteristiche ‘muscolari’, quando raggiungono il potere, “in realtà tendono a smussare gli aspetti più spigolosi del loro programma”.

Sul tema della devastazione antropologica promossa dall’imposizione dell’agenda della nota lobby Lgbt, ha osservato Lucio Martino che la Clinton e Trump sono ambedue più vicini a una visione liberal (nel senso americano del termine) che cristiano-evangelica. Tuttavia la prima è certo più impegnata come ‘icona’ del movimento Lgbt ( e sui suoi trascorsi ‘filosofici’ giovanili si legga un interessante articolo di Marco Respinti sul numero di luglio de “Il Timone”), il secondo è più attento invece a una delega ai diversi Stati che compongono gli Usa delle controversie persistenti su tale problematica. Si deve ancora notare – ha rilevato Andrew Spannaus – che in questa campagna elettorale presidenziale i temi al primo posto sono quelli con implicazioni economiche e di politica estera ed è su questi che fa leva quotidianamente Trump.

Di Hillary Clinton è stata più volte ricordata la propensione verso una politica estera statunitense molto aggressiva verso la Russia e in Medio Oriente. Del resto, quand’era Segretario di Stato, la Clinton era favorevole ad armare le cosiddette milizie ribelli moderate in Siria e aveva premuto per l’ intervento in Libia (da senatrice aveva votato per l’intervento in Iraq). In Ucraina la sua ex-portavoce Victoria Nuland ha istigato il colpo di Stato all’inizio del 2014. Ora la Clinton vedrebbe con favore anche un intervento per un cambio di regime in Bielorussia, per mostrare la faccia feroce a “quei mostri cattivi” di russi.. Sostiene l’ingresso della Turchia nell’Unione europea, è molto amica del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, per le stranezze della politica coltiva assai anche i “Fratelli Musulmani”: chi ha tenuto l’orazione funebre per Muhammad Alì (Cassius Clay) se non un certo Bill Clinton?

Insomma: l’elettore statunitense avrà la possibilità di scegliere tra un’esponente gelida e cinica dell’ establishment politico, economico, finanziario, culturale e un magnate dal passato dubbio, apparentemente scarso di competenze, grossolano nei modi, fin qui anche poco equilibrato. Non è una scelta facile tra due ‘peggiori’. Per fortuna non siamo americani.