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    1944/GIORGIO AJO', UNICO BAMBINO EBREO NELLA SCUOLA DELL'ITALIA OCCUPATA

     

    1944/GIORGIO AJO’, UNICO BAMBINO EBREO NELLA SCUOLA DELL’ITALIA OCCUPATA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 6 giugno 2016

     

    Una mattinata educativa  all’Istituto d’Istruzione Superiore Giosuè Carducci di via Asmara a Roma. In Aula Magna, dopo la presentazione dei lavori degli studenti sul tema della Shoah, la testimonianza serena di un settantanovenne romano sugli anni in cui era bambino… l’unico bambino ebreo ad aver frequentato una scuola statale nell’Italia occupata, cinque anni dopo l’emanazione delle famigerate leggi razziali.

     

    Nel pomeriggio di domenica 22 maggio 2016 alcuni scout stanno giocando una partitella presso il Parco Olimpia di Milano. Indossano una kippah, tipico copricapo degli ebrei praticanti. Un altro gruppo di ragazzi, notata la particolarità, li insulta pesantemente; poi si allontana.  I primi non reagiscono, concludono la partita, si rinfrescano alla fontanella. Lì rispuntano i ragazzi di prima, che – oltre a insultare – cercano di passare all’azione. Uno scout della Comunità ebraica di Roma, ospite a Milano, viene steso da un pugno. Interviene però quasi subito una volante della polizia. Il pestaggio è bloccato, gli aggressori riescono ad allontanarsi.

    Ecco una di quelle notizie che ripugna leggere, ma che bisogna leggere, per rendersi conto che l’antisemitismo anche in Italia non è morto. Si mantiene in vita nutrendosi in primo luogo di ignoranza e pescando insidiosamente nel mare di frustrazioni connesse alla vita quotidiana di quei  giovani che danno sfogo (quasi sempre in gruppo) alla loro rabbia esistenziale prendendosela con coloro che la rete indica non raramente come capri espiatori dei mali del mondo: i figli di David.

    E’ per questo che non solo sono utili, ma necessarie mattinate come quella del 25 maggio che – condotta dal dirigente scolastico Paola Senesi - ha coinvolto alcune classi dell’Istituto d’Istruzione Superiore Giosuè Carducci di via Asmara a Roma (così come ha coinvolto e coinvolge tante altre scuole d’Italia). Nell’Aula Magna gremita di loro compagni, una quarta e una quinta hanno dapprima presentato i risultati di una loro ricerca su alcuni aspetti del grande e drammatico tema della Shoah e poi hanno ascoltato la testimonianza di Giorgio Ajò, una delle voci del  ‘Progetto Memoria’ della Comunità ebraica di Roma. L’impressione avuta è che gli studenti abbiano seguito con molta attenzione le parole di Ajò, cui alla fine hanno posto anche alcune domande di carattere personale riguardanti ad esempio la sua percezione da bambino degli avvenimenti (“Solo dopo la guerra mi sono reso conto di quel che era successo”) o la maggior paura avuta in quegli anni (“Quando eravamo a Perugia e gli Alleati hanno bombardato la stazione”). Rispondendo a un’altra domanda, Ajò ha detto di essere molto legato spiritualmente a Israele, ma di non sentirsi un rappresentante dello Stato di Israele, che “come ogni Stato ha i suoi governi, criticabili da tutti”.

    Nella testimonianza il settantanovenne Ajò – di antica famiglia anconetana trasferitasi a Roma ai primi del Novecento – ha ricordato dapprima la sorpresa e il dolore degli ebrei per le leggi razziali del 1938 e l’infittirsi delle discriminazioni contro di loro. Renzo, il padre fu cacciato da una grande azienda; la madre dall’insegnamento nella scuola materna. In casa si tirava avanti con difficoltà, ma in un ambiente sostanzialmente sereno. Dopo il bombardamento alleato del quartiere di San Lorenzo e prima della retata nazista del 16 ottobre 1943, il capofamiglia aveva fatto in modo che i congiunti si trasferissero da amici a Perugia. Quel giorno lui riuscì a sfuggire alla cattura grazie alla ‘soffiata’ e all’ospitalità offerta dal maggiore Raffaello Tani, che abitava al piano di sopra del palazzo e che comandava il II battaglione della Legione Allievi della Guardia di Finanza, pur aderendo operativamente al ‘Reparto Fronte clandestino di Resistenza”. Per questo suo comportamento (replicato con altri ebrei) Tani è stato inserito tra i Giusti tra le Nazioni di Israele (così come la moglie Jolanda Salvi). Da notare che il palazzo aveva quattro piani e le SS il 16 ottobre ne perquisirono accuratamente tre: il primo (abitazione di Ajò), poi il quarto e il terzo. Poi se ne andarono e Ajò, provvisto dal Maggiore di documenti falsi, potè raggiungere il resto della famiglia a Perugia.  

    Con l’occupazione tedesca la città non era più sicura: perciò gli Ajò si trasferirono ad Agello, frazione di Magione, su una collina dominante il lago Trasimeno. Ufficialmente si chiamavano De Arcangelis e Giorgio risultava nato a Napoli e residente a Lanciano (in quella parte d’Italia già liberata). Solo il parroco di Agello conosceva la loro vera identità: “Ci trovò una casa, ci trattò con grande affetto”. Il piccolo Giorgio, oltre che fare il chierichetto (“Avevo imparato l’intera messa in latino”), potè così frequentare normalmente la prima elementare del paese, unico bambino ebreo in una scuola statale italiana dopo le leggi razziali. Venne poi il 20 giugno 1944 la liberazione di Perugia e gli Ajò fecero ritorno a Roma su un camion della Brigata ebraica che combatteva a fianco degli inglesi.

    Giorgio Ajò si considera molto fortunato per l’appartenenza a una famiglia che non ha conosciuto in nessuno dei suoi tanti componenti la morte in un lager:motivo in più per un impegno di testimonianza necessario anche oggi, tempo in cui a tratti riappare il demone antisemita, da combattere prima di tutto con l’informazione.

    E qui diventa preziosa la ricerca presentata nella prima parte della mattinata dagli studenti delle classi IV e V CS dell’Istituto, coordinati dalla professoressa Maria Pia Rago. Gli studenti si sono chiesti chi sono i ‘Giusti’: “Coloro che hanno affrontato eroicamente dei rischi concreti per salvare gli ebrei, non chiedendo nulla in cambio e motivati dall’amore per il prossimo”. Tra di loro è stata illustrata la figura di Gino Bartali, “campione e mito di un ciclismo povero e senza trucchi”, ma anche “vero e proprio eroe silenzioso” che salvò oltre 800 ebrei, trasportando all’interno della sua bicicletta – a sprezzo del pericolo - i documenti falsi necessari perché potessero vestire una nuova identità”.  E’ stato presentato anche lo Yad Vashem, “monumento e nome”, Ente nazionale israeliano per la Memoria della Shoah, “istituito nel 1953 per documentare e tramandare la storia del popolo ebraico durante la persecuzione e per celebrare i non ebrei  (tra loro una settantina di musulmani) di diverse nazioni che rischiarono le loro vite per aiutarlo”. Un altro gruppo di studenti ha analizzato i modi odierni di diffusione dell’antisemitismo, che trova spazio nella rete e si insinua inconsciamente nell’animo dei fruitori grazie anche a tanti messaggi subliminali, fino a fare in modo che le espressioni di odio antiebraico siano tollerate da non pochi internauti.

    In conclusione una mattinata positiva per gli studenti del Carducci di Roma, un istituto che – insieme con altre scuole romane – partecipa tra l’altro da alcuni anni a progetti internazionali di scambio anche con istituti parigini, occasioni di conoscenza culturale reciproca e spunti per una collaborazione concreta fondata sui principi di una scuola ‘inclusiva’, molto attenta alla persona.   

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