CATTOLICI E VOTO ALLE POLITICHE DEL 24/25 FEBBRAIO - DI GIUSEPPE RUSCONI - 'CORRIERE DEL TICINO' DEL 16 FEBBRAIO 2013

 

Una consistente percentuale, forse il 40% dei cattolici praticanti (vengono considerati tali per i sondaggisti coloro che osservano il precetto domenicale almeno due volte al mese), non ha ancora deciso se recarsi alle urne e chi votare il 24 e 25 febbraio. Gli incerti si ritrovano soprattutto tra i cattolici “senza etichetta”, quelli non legati all’associazionismo. Gli altri, in genere, hanno già fatto la loro scelta, magari – come scriveva Montanelli nel 1976 – turandosi il naso.

L’unità politica dei cattolici è ormai acqua passata. A dire il vero è sostanzialmente esistita forse solo per un paio di decenni dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. Già il Partito popolare, fondato da don Sturzo nel 1918, con l’avvento del fascismo conobbe un’emorragia di cattolici attirati da quello che sarebbe poi diventato un regime. Giusto però ricordare che l’unica resistenza vera (anche se discreta) di popolo fu quella incarnata dall’Azione cattolica, che, non a caso, il regime tentò di imbavagliare.

Dopo la Seconda Guerra mondiale la grande maggioranza dei cattolici si ricompattò attorno allo scudo crociato. Galvanizzati dai ‘Comitati civici’ di Luigi Gedda, centinaia di migliaia di cattolici si trasformarono in attacchini in funzione anticomunista. “Nell’urna Dio ti vede, Stalin no” era uno degli slogan più diffusi, ideato da Giovanni Guareschi. Ci furono anche alcuni cattolici – detti poi catto-comunisti - nel Fronte popolare, attratti dall’afflato sociale del Pci.

Dopo il Sessantotto si palesò un’emorragia assai consistente di voti verso il Movimento sociale italiano di Almirante (elezioni del 1972). Le elezioni del 1976 si svolsero, per la Dc, con l’incubo di farsi sorpassare dal Pci, che aveva messo in lista diversi intellettuali catto-comunisti come Raniero La Valle. Il sorpasso non riuscì; nacque l’idea del ‘compromesso storico’ tra i due partiti maggiori guidati da Moro e  Berlinguer, affossata dal rapimento e assassinio del primo.  

Nelle elezioni del 1992 la Dc scese sotto il 30%, ma conservò il voto della maggioranza dei cattolici restando così il primo partito. Dal 1994 è tutta un’altra storia: incomincia l’era berlusconiana. L’unità già traballante si spezza, i cattolici si combattono tra loro aspramente. La maggior parte dei praticanti vota per il centro-destra, dove – proprio grazie a loro – cresce il peso di Alleanza nazionale, nata dalle ceneri del Msi e guidata da un Fini lontano parente di quello odierno. Il fattore Berlusconi spinge invece un’altra parte consistente di cattolici verso sinistra, dove dominano gli eredi del Pci.

Si va avanti così per alcuni anni. Da notare le elezioni del 2006, vinte ufficialmente per un soffio dalla coalizione di centro-sinistra guidata dal cattolico Romano Prodi (com’era già stato il caso del 1996).

Nel 2008 il voto cattolico pende di nuovo verso Berlusconi, ma negli ultimi due anni la situazione si complica. Il Cavaliere fa di tutto per complicarsi i rapporti con la vasta area cattolica di centro-destra, pur disposto a digerire rospi in quantità pur di non vedere al potere la nuova sinistra (quella antropologicamente poco in linea con la tradizione comunista e molto più vicina all’ideologia libertaria). A un certo punto la miscela esplosiva di leggi ad personam e di comportamenti privati discutibili spinge anche la Conferenza episcopale, guidata da un cardinale prudente e moderato come Angelo Bagnasco (già ordinario militare d’Italia) a puntualizzare sempre più spesso il suo dissenso. Cade il Cavaliere, viene imposto il Professore, che nel suo governo imbarca alcuni ministri cattolici come Riccardi (fondatore dell’attivissima Comunità di Sant’Egidio), Ornaghi e Balduzzi.

Tuttavia il Professore non entusiasma i cattolici, pur se non perde occasione per rendere omaggio al Papa. Le pesanti misure d’austerità non bilanciate da altre miranti alla crescita gli attirano aspre critiche. Tuttavia, soprattutto ad opera del ministro Riccardi, ci sono tentativi (la prima volta a Todi nell’ottobre 2010, poi un anno dopo sempre a Todi) di ricompattare politicamente il mondo cattolico sotto le bandiere del Professore. Al momento buono, cioè il 10 gennaio, tutto cade: troppi gli aspiranti protagonisti, non se ne fa più niente.

In conclusione i cattolici, che in questi ultimi anni hanno ritrovato un’unità d’azione nel servizio in ambito sociale, restano molto divisi politicamente. Il tema è stato del resto affrontato l’altra sera a Roma soprattutto dal vicepresidente dei senatori del Pdl Gaetano Quagliariello e dalla cattolica dell’Udc Paola Binetti nel corso della presentazione del libro-inchiesta “L’impegno”, sull’accompagnamento che la Chiesa fa della società nella vita quotidiana. I cattolici sono sparpagliati: da una parte vorrebbero diventare sale per molti ambienti, dall’altra dalla dispersione potrebbe anche derivare l’insignificanza de facto delle istanze cattoliche. Con il centro-destra troviamo buona parte di una Comunione e Liberazione assai indebolita per le note vicende e un gruppo di cattolici molto attivi come Quagliariello e Roccella. Con Monti, oltre a un’Udc pure indebolita, sono schierati diversi altri rappresentanti dell’associazionismo, che devono però fare i conti con le critiche della loro base per la citata austerità considerata iniqua e con le preoccupanti ambiguità e audacie del professore sul tema della famiglia. Con Bersani e Vendola, che in materia non sembrano proprio in linea con la dottrina sociale della Chiesa, si ritrova un’altra parte dell’associazionismo, che culla l’intenzione (probabilmente: l’illusione) di moderare gli appetiti libertari dei compagni di viaggio. Una fetta non irrilevante di cattolici settentrionali continuerà a scegliere la Lega; un’altra piccola parte preferirà la Destra di Storace. Quanti poi andranno a votare? Quanti nel segreto dell’urna annulleranno la scheda o voteranno per rabbia impotente Grillo? Le risposte le daranno solo le elezioni, mai come quest’anno incerte nel loro esito.