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    QUALCHE NOTA SU 'I CRISTIANI E LA PACE' DI MOUNIER

    QUALCHE NOTA SU ‘I CRISTIANI E LA PACE’ DI MOUNIER - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 30 aprile 2022

     

    Il saggio del filosofo francese Emmanuel Mounier (originariamente intitolato:  ‘Pacifistes ou Bellicistes?’), molto citato in queste settimane, offre di certo stimoli importanti per una riflessione sull’atteggiamento dei cristiani verso la guerra. E’  scritto però nel 1939 e riflette il contesto del tempo. Attualizzarlo? Sembra una forzatura. Se Mounier vivesse ancora, forse farebbe sue le parole di papa Francesco…

     

    C’è un testo di una sessantina di pagine che dall’inizio della crudele invasione russa dell’Ucraina (dopo otto anni di sanguinoso conflitto nella regione del Donbass) ha stimolato non poco a riflettere sull’atteggiamento che un cristiano dovrebbe avere verso la guerra. Il breve e intenso saggio è opera del filosofo personalista Emmanuel Mounier, fondatore della rivista Esprit (per “liquidare il disordine stabilito e realizzare un ordine nuovo sul primato viventg dei valori spirituali”). Pubblicato nel 1939 con il titolo “Pacifistes ou Bellicistes?”(Ed. du Cerf, Paris), inserito nel 1961 nelle Oeuvres (ed. du Seuil, Paris) con il titolo “Les chrétiens devant le problème de la paix”, pubblicato in traduzione italiana nel 2008 dalle ed. Città Aperta, è stato riproposto quest’anno da Castelvecchi con il titolo “I cristiani e la pace”. Mantenendo l’introduzione di Giancarlo Galeazzi e con la novità di una breve ma sostanziosa prefazione di Stefano Ceccanti, in cui il noto costituzionalista si propone di far emergere l’attualità del pensiero di Mounier nel contesto della guerra in Ucraina. Dell’attivissimo deputato piddino i lettori di Rossoporpora.org del resto conoscono il pensiero in materia (soprattutto riguardo all’invio di armi da parte dell’Italia), esposto con nettezza nell’intervista pubblicata il 2 marzo scorso (vedi: https://www.rossoporpora.org/rubriche/italia/1065-ripudio-guerra-invio-armi-ucraina-legittimo-per-stefano-ceccanti.htm ).

    Il saggio è stato presentato recentemente anche alla Camera dei deputati su impulso di Ceccanti. Ben moderati da Danilo Paolini (Avvenire), ne hanno dibattuto – oltre al promotore – Enrico Letta, Claudia Mancina e Marco Bentivogli. Tra gli spunti offerti (ed evidenziati soprattutto dal segretario piddino) quello sui rapporti tra diritto e forza: scriveva Mounier che “non esiste diritto che non sia stato plasmato da una forza, che non si sostenga senza una forza (…) La forza è all’origine e non può essere eliminata per tutto il cammino percorso dal diritto”. Uno “spirito cristiano” non può “rifiutare a priori l’uso della forza al servizio della giustizia che vi si cerca o delle comunità in cui viviamo”. Si è discusso naturalmente di articolo 11 della Costituzione e armi all’Ucraina: e qui i relatori – chi più chi meno – hanno indossato gli elmetti piddini di ordinanza, giustificando quella che per molti resta una violazione crassa e supina della norma costituzionale sul “ripudio” della guerra, che non consente in ogni caso  di aiutare militarmente uno Stato belligerante pur aggredito e situato (benché foraggiato da anni nascostamente) all’esterno di un’alleanza come la Nato (che non è stata attaccata), di cui l’Italia è parte. Inoltre la guerra in Ucraina si configura sempre meno come difensiva, considerati gli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti e da qualche loro satellite particolarmente bellicoso.

    Qualche nota ora più direttamente sul libro di Mounier. Non siamo né filosofi né giuristi né costituzionalisti, per cui ci limiteremo a quelle considerazioni che sono sorte spontanee mentre leggevamo con attenzione le pagine frutto delle riflessioni del filosofo francese.  

    Accenniamo dapprima al contesto storico in cui esce il saggio, qualche mese dopo il Patto di Monaco, quell’accordo scellerato con cui il 29 settembre 1938 Francia e Gran Bretagna acconsentivano alla richiesta della Germania nazista (appoggiata dall’Italia fascista) di annessione dei Sudeti, regione germanofona della Cecoslovacchia. Il ‘sì’ di Daladier e Chamberlain fu motivato dalla convinzione, così facendo, di evitare lo scoppio di una nuova guerra, considerato come Hitler (che a marzo, con l’Anschluss, si era già impadronito dell’Austria) si fosse impegnato a non annettere nuovi territori europei. Mounier fu molto negativamente impressionato dall’accordo, tanto è vero che cita Monaco già nell’incipit del suo saggio: “La parola pace significa oggi, per la maggior parte degli uomini, ‘assenza di guerra armata’. Monaco ha salvato la pace significa: i fucili non hanno sparato”. Ma “il cristiano deve rifiutarsi di chiamare pace la semplice assenza di guerra armata o di sangue versato”. Perché “la pace apparente, nel senso negativo della parola può essere, in certe condizioni, un male spiritualmente superiore a quello della guerra”.

    Considerazioni indubbiamente pregnanti quelle di Mounier a proposito di Monaco 1938. Il saggio si sviluppa poi in cinque capitoli in cui il filosofo francese illustra “ciò che il cristiano chiama pace”, frutto di “ordine interiore e giustizia visibile, virtù di fortezza, opera collettiva dell’umanità, opera di giustizia e opera di carità”. Nella seconda parte troviamo invece la riflessione su patria, nazione, comunità internazionale, insegnamento teologico. E su pace armata e ‘guerra giusta’.

    A proposito di pace armata, Mounier cita tra gli altri pontefici Leone XIII nel 1889. Vale la pena di rileggere: “Per assicurare al mondo la pace, non basta il desiderio, e scarso presidio offre altresì la volontà. Similmente gli eserciti innumerevoli e la forza sconfinata di apparati bellici valgono a contenere, per qualche tempo, gli assalti dei nemici, ma non potranno mai produrre pace stabile e sicura. Anzi, le armi imbrandite minacciosamente riescono più acconce ad alimentare che a spegnere gli odi e i sospetti; fanno vivere i popoli in continua trepidazione di un burrascoso avvenire, e in particolare traggono seco gravami e sacrifici; non si saprebbe dire sovente se più tollerabili della guerra. Da ciò consegue che alla pace debba ricercarsi fondamento più saldo e più conforme a natura”. Non vi sembrano assai attuali queste riflessioni di papa Pecci da Carpineto Romana, il pontefice dell’enciclica sociale Rerum Novarum?

    Riguardo alla ‘guerra giusta’ rileva Mounier: “Al di fuori dei sentieri della santità integrale, il cristiano ha il dovere di resistere alla forza con la forza. Ciò che differenzia uno Stato di ispirazione cristiana è che, ad ogni conflitto, esso cercherà dapprima di far prevalere le vie della carità, esaurirà prima tutti i mezzi che non siano mezzi di guerra. Ma può arrivare il momento in cui tali mezzi si rivelano definitivamente inefficaci, per la potenza del male o per la malizia degli uomini. Allora, e allora soltanto, contornando la decisione con numerose garanzie e precisazioni, il cattolicesimo ammette la legittimità della violenza al servizio della giustizia”. “Allora, e allora soltanto”…. non a caso qui Mounier ricorda poi “le rigorose condizioni”  che la tradizione teologica scolastica poneva per il riconoscimento di una ‘guerra giusta’.

    Può essere utile anche per noi evocarle. Sono quattro. La prima: la guerra “deve essere anzitutto pubblica, dichiarata dall’autorità legittima e per quanto possibile in accordo con il popolo”. La seconda: la guerra “deve avere una causa giusta (…) inoltre il motivo della guerra non deve solo essere giusto di per sé ma deve esserlo anche in proporzione ai rischi e ai mali che la guerra può causare”. La terza: la guerra “deve essere (…) intrapresa e portata avanti con l’unico scopo della pace, e di una pace giusta”. La quarta: la guerra “è giustificata solo se risulta essere l’unico mezzo per riparare l’ingiustizia”.

    Fondamentale poi che “queste condizioni formano un tutto inscindibile: il venir meno di una sola di esse è sufficiente per tacciare la guerra di illegittimità”. Oggi, osserva Mounier, “la possibilità di una guerra giusta che risponda alla definizione scolastica è sempre più contestabile”. Ad esempio, in riferimento al primo punto, quello della dichiarazione di guerra, rileva Mounier: “La prima clausola è aggirata, oggi, da ciò che si può definire l’elusione della guerra. (…) Si attua la mobilitazione al grido di ‘La mobilitazione non è la guerra’, mentre l’informazione industrializzata prepara la ‘volontà generale’ (…); non si dichiara guerra: si compie un’operazione di polizia internazionale (…)”. Sentiamo in queste considerazioni del 1939 di Mounier un vago sapore che però ci suona familiare….

    Esclusa dal Magistero recente la possibilità di una guerra offensiva, resta quella di una guerra “ detta difensiva”. Che però non è di definizione così immediata: “Conosciamo le doppiezze che quest’etichetta può celare da quando la coscienza giuridica e l’opinione mondiale le hanno concesso il monopolio della legittimità di guerra. Mounier cita qui un passo delle conclusioni di un gruppo di teologi riunitisi a Friburgo: a volte “si arriva a coprire col nome di guerra difensiva qualsiasi impresa di un nazionalismo esagerato, avido di conquiste e di prestigio”.

    Come dovrebbe comportarsi un cristiano davanti alla guerra? Ecco le conclusioni di Mounier. E’ chiaro che “la guerra è un flagello, in qualsiasi epoca. La guerra moderna è, insieme, un cataclisma senza proporzioni e una catastrofe spirituale totale. (…) Quindi chiunque, per sua volontà, per imprudenza o per astensione, assuma una qualsiasi responsabilità diretta nella preparazione alla guerra, si rende complice si uno dei più gravi peccati collettivi del suo tempo”. No dunque al bellicismo. Ma Mounier dice no anche a un certo tipo di pacifismo: il cristiano non ha il diritto di “comprare la pace a prezzo di un accrescimento di viltà, di un ulteriore arretramento dello spirito cristiano di fronte alle forze anticristiane. (…) In un mondo in cui certi vogliono la guerra o almeno non la escludono dai loro rimedi, rifiutare ogni azione che potrebbe comportarne il rischio significa rifiutare ogni resistenza, poiché il rischio è ovunque, salvo nell’avvilimento o nel suicidio deliberato”. Mounier condanna impietosamente (e anche ingenerosamente) questo tipo di pacifismo, forse “il più diffuso”, che si caratterizza per “la paura bruta della morte, della sofferenza e delle percosse da parte di uomini disabituati al rischio, che non hanno più ragione di vivere né ragione di morire”. E’ il pacifismo di coloro, continua, che” nel settembre del 1938 non avevano a cuore la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi (…) ma avevano una sola ossessione: che non si interrompessero i loro sogni di pensionato”.

    Ci si può chiedere a questo punto quanto sia applicabile all’attuale guerra in Ucraina il saggio di Mounier, di certo utile per un’integrazione delle proprie riflessioni sull’argomento. Non si può dimenticare che Mounier scrive nel 1939, dopo lo sciagurato accordo di Monaco, che concedeva de facto a Hitler il via libera per altre sue criminali e lugubri imprese.  

    E’ paragonabile l’Europa del 1939 a quella del 2022? E’ legittimo pensare di no. Prima di tutto appare oggettivamente fuori luogo comparare Putin a Hitler, la Russia alla Germania nazista, l’Ucraina alla Polonia invasa. Non si può ad esempio dimenticare che la guerra in Ucraina è incominciata nella sua parte prevalentemente russofona, il Donbass, già otto anni fa (14mila morti secondo le stime). Non si può dimenticare che l’Ucraina da anni è considerata da Stati Uniti e Nato una propria dépendance, una vera spina nel fianco dell’orso russo: fiumi di dollari, centinaia di istruttori, armi a profusione, guida dei laboratori di armi batteriologiche…. fatti che in gran parte sono stati tenuti nascosti, ma ora stanno emergendo nello sviluppo delle operazioni belliche. Non è dunque possibile nessun paragone con i Sudeti annessi o con la Polonia invasa! Diversissima anche la situazione a livello geopolitico in Europa, con una predominanza degli Stati Uniti e dei Paesi loro alleati, non certo della Russia. Se consideriamo poi la condizione delle istituzioni espressione della comunità internazionale e miranti alla promozione della pace, nel 1939 esse erano de facto inesistenti; oggi invece esistono, ma sono paralizzate come il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dai veti contrapposti. E non è che possano essere sostituite da organismi come la Nato, che si vorrebbero far passare come sussidiari e che non sembra possano però definirsi di tipo filantropico.  

    Se Mounier scrive che è un dovere per un cristiano rispondere quale ultima ratio con le armi a un’aggressione armata, è perché prefigura la tragedia della Seconda Guerra mondiale scatenata dalla lucida e satanica follia hitleriana. Ci si può chiedere se sia giusto ridurlo a sponsor nobile del coinvolgimento italiano nella guerra in Ucraina mediante l’invio - sempre più massiccio  - di armi al governo di Kiev (violando come già ricordato l’articolo 11 della Costituzione, tesi sostenuta da tanti noti giuristi come Michele Ainis,  Gaetano Azzariti, Lorenza Carlassare e altri). Un invio che si caratterizza tra l’altro per una scarsissima trasparenza poco democratica, che richiama molto quella utilizzata nei mesi e anni scorsi da Stati Uniti e Nato per rifornire l’Ucraina. Ancora: pure le armi italiane rischiano di finire in mano a gruppi ucraini fino al 24 febbraio poco raccomandabili, poi sbianchettati delle propaggini mediatiche del Partito Unico con l’Elmetto (chissà che direbbe Mounier se fosse ancora vivo…).

    Ci sono altri due aspetti che diventano sempre più evidenti con il passare dei giorni. Quella in Ucraina è in sostanza una guerra tra Russia e USA/Nato: il popolo ucraino? Carne da macello. Non è dunque in realtà quella in corso una guerra difensiva: se la Russia mira a un’annessione riconosciuta de facto se non de jure di Crimea, Donbass e fascia costiera del mare d’Azov, gli Stati Uniti e i loro satelliti della Nato puntano a un indebolimento rilevante della potenza russa, da ridurre a potenza regionale. Anche qui Mounier, se vivesse, si porrebbe certo qualche domanda sul suo utilizzo in chiave, in definitiva, pro- USA e Nato.

    Chissà, forse Mounier oggi aderirebbe in toto agli interventi incessanti di papa Francesco, l’unico leader mondiale credibile come fautore di un mondo di pace. Pure lui, ogni tanto, è costretto suo malgrado a cedere alle forti pressioni esterne che la Segreteria di Stato riceve e che gli ‘gira’ per scelta (o ‘deve’ girargli). Vedi quanto successo con il testo preparato per la XIII Stazione (Croce retta da un’ucraina e una russa) della Via Crucis del 15 aprile al Colosseo: sostituito con un momento di silenzio, è saltato ad esempio – per le forti proteste ucraine - il passo del “Signore, dove sei? Parla nel silenzio della morte e della divisione ed insegnaci a fare pace, ad essere fratelli e sorelle, a ricostruire ciò che le bombe avrebbero voluto annientare”. Il Papa ha dovuto digerire anche l’annullamento del secondo incontro in presenza con il patriarca Kirill. Ha detto in modo trasparente al riguardo Jorge Mario Bergoglio nell’intervista a La Nacio, pubblicata il 21 aprile: “Mi dispiace che il Vaticano abbia dovuto annullare un secondo incontro con il patriarca Kirill, che avevamo programmato per giugno a Gerusalemme. Ma la nostra diplomazia ha ritenuto che un incontro tra noi in questo momento potesse portare molta confusione. Io ho sempre promosso il dialogo interreligioso. Quando ero arcivescovo di Buenos Aires ho riunito in un fruttuoso dialogo cristiani, ebrei e musulmani. È stata una delle iniziative di cui vado più orgoglioso.  È la stessa politica che promuovo in Vaticano. Come mi avrà sentito dire molte volte, per me l’accordo è superiore al conflitto”.

    Nonostante questi compromessi che si sente costretto ad accettare (e, come si è notato, questo lo fa ben capire) il Papa non cessa di levare alta la voce contro i signori della guerra e le loro propaggini umane e mediatiche, condiviso in questa sua impari lotta da una larga parte del popolo non solo cattolico (ma pubblicamente da pochi politici e da ancor meno giornaloni e tv turiferarie del politicamente corretto).

    Di seguito, per concludere in modo fecondo, alcuni esempi tra gli ultimi e tra i più significativi (in neretto alcune nostre sottolineature) degli interventi di Francesco.

    2 aprile – La Valletta (Malta), incontro con le autorità, la società civile e il Corpo diplomatico  (dopo aver ricordato La Pira): Oggi è tanto difficile pensare con la logica della pace. Ci siamo abituati a pensare con la logica della guerra. Da qui comincia a soffiare il vento gelido della guerra, che anche stavolta è stato alimentato negli anni. Sì, la guerra si è preparata da tempo con grandi investimenti e commerci di armi. Ed è triste vedere come l’entusiasmo per la pace, sorto dopo la seconda guerra mondiale, si sia negli ultimi decenni affievolito, così come il cammino della comunità internazionale, con pochi potenti che vanno avanti per conto proprio, alla ricerca di spazi e zone d’influenza».

    10 aprile – Domenica delle Palme, Angelus:  Si depongano le armi! Si inizi una tregua pasquale; ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere, no!, una tregua per arrivare alla pace, attraverso un vero negoziato, disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente. Infatti, che vittoria sarà quella che pianterà una bandiera su un cumulo di macerie?

    17 aprile – Pasqua, Messaggio Urbi et Orbi : Si scelga la pace. Si smetta di mostrare i muscoli mentre la gente soffre. Per favore, per favore: non abituiamoci alla guerra, impegniamoci tutti a chiedere a gran voce la pace, dai balconi e per le strade! Pace! Chi ha la responsabilità delle Nazioni ascolti il grido di pace della gente. Ascolti quella inquietante domanda posta dagli scienziati quasi settant’anni fa:Metteremo fine al genere umano, o l’umanità saprà rinunciare alla guerra?’ (Manifesto Russell-Einstein, 9 luglio 1955).

    23 aprile – Udienza alla comunità della Madonna delle lacrime di Treviglio: Le lacrime di Maria sono anche segno del pianto di Dio per le vittime della guerra che sta distruggendo non solo l’Ucraina; siamo coraggiosi e diciamo la verità: sta distruggendo tutti i popoli coinvolti nella guerra. Tutti. Perché la guerra non solo distrugge il popolo sconfitto, no, distrugge anche il vincitore; distrugge anche coloro che la guardano con notizie superficiali per vedere chi è il vincitore, chi è lo sconfitto. La guerra distrugge tutti. Attenti a questo.

    24 aprileDomenica in Albis, della Divina Misericordia, dopo-Regina Coeli: Proprio oggi ricorrono due mesi dall’inizio di questa guerra: anziché fermarsi, la guerra si è inasprita. È triste che in questi giorni, che sono i più santi e solenni per tutti i cristiani, si senta più il fragore mortale delle armi anziché il suono delle campane che annunciano la risurrezione; ed è triste che le armi stiano sempre più prendendo il posto della parola.

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