DON DARIO EDOARDO VIGANO’: FILMOTECA VATICANA, PAPI E CINEMA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 25 novembre 2019

 

Ampia intervista con l’autore de “Il cinema dei Papi. Documenti inediti dalla Filmoteca vaticana” (Marietti 1820) in occasione dei sessant’anni della stessa. Le radici della cinefilia di Dario Edoardo Viganò, lombardo cinquantasettenne nato in Brasile. L’attenzione partecipe verso il cinema di Eugenio Pacelli (già come Segretario di Stato), poi di Angelo Giuseppe Roncalli (già come nunzio in Francia e successivamente Patriarca di Venezia). Papa Francesco e il cinema.

 

Il 16 novembre 2019 la Filmoteca vaticana ha festeggiato i suoi sessant’anni di vita. E’ in quest’ottica che va considerata la pubblicazione di “Il cinema dei Papi. Documenti inediti dalla Filmoteca Vaticana” (Marietti 1820), il libro-ricerca di Dario Edoardo Viganò presentato il 29 ottobre nei saloni dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Tra i relatori il Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin  -che ha evidenziato l’attitudine “dinamica e ottimistica” con cui già dai tempi di Pio XII  “il Magistero pontificio, con vigile attenzione” ha seguito la rapida evoluzione dei mezzi di comunicazione sociale - e il prefetto del Dicastero competente Paolo Ruffini, che ha rievocato una citazione molto cara a Jorge Mario Bergoglio, quella attribuita comunemente (attribuita, perché in realtà non si ritrova negli scritti del musicista) a Gustav Mahler: bisogna “custodire il fuoco e non le ceneri” ovvero la memoria e non il rimpianto. L’autore del libro, un noto e accanito cinefilo che ha fatto da levatrice nel 2015 alla neonata Segreteria per la Comunicazione, dal 31 agosto scorso ha traslocato da via della Conciliazione 5 dentro le mura vaticane, nell’idillio collinare della Casina Pio IV, dove – su nomina papale - svolge il servizio di vicecancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle scienze sociali “con specifica competenza per il settore della comunicazione”. E’ l’occasione giusta per una nuova ampia intervista, dopo quella del 2 aprile 2016 su Papa e comunicazione, in cui ci aveva illustrato tra l’altro i contenuti della riforma avviata da alcuni mesi (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/papa-francesco/580-papa-e-comunicazione-intervista-a-mons-dario-edoardo-vigano.html )

Don Dario, dicci un po’: il gene del cinema fa parte del tuo DNA?

Se per cinema intendiamo rendere visibile l’invisibile, allora sì. Nel senso che il DNA è quello del Battesimo che ci abilita a vivere la figliolanza con Dio Padre e per questo a manifestare la sua stessa vita. A ben vedere, del resto, il cinema possiede uno sguardo estroverso, capace di evocare non solo quello che è fuori inquadratura ma anche di affinare lo sguardo orientandolo verso un “di più” che ci circonda. Il testo cinematografico di fatto ci mostra i propri confini e, insieme, si (ci) spinge a oltrepassarli. Ci rende prossimi appunto all’inafferrabile.

…ci rende prossimi all’inafferrabile… bella definizione. Ma com’è che ti sei ritrovato a occuparti di cinema? E’ stata una tua scelta o un servizio chiesto dai tuoi superiori?

Erano i primissimi Anni ’90, anni in cui il card. Carlo Maria Martini, a quel tempo arcivescovo di Milano, aveva scritto due Lettere pastorali sulla comunicazione, Effatà (1990) e Il lembo del mantello (1991). Si rendeva così necessaria l’individuazione di un prete da inviare a studiare comunicazione. Così è nato il mio percorso, che si è poi concluso con una tesi in Drammaturgia teorica; tornato poi in Diocesi, il cardinale mi chiese di occuparmi espressamente di cinema –nella Chiesa di Milano avevamo circa 200 sale parrocchiali – e pertanto ho iniziato anche un dottorato in cinema che mi ha aperto tra l’altro la via dell’insegnamento in università.

Sì, ma che cos’è il cinema per te? Che cosa ti attira maggiormente del cinema come persona e come presbitero?

Il cinema, non certo quello di pura evasione, è occasione per leggere le pieghe dei drammi dell’umano, per aprire percorsi a volte inediti anche sul mistero cristiano. Il mio pensiero non va solamente ai grandi autori del passato, a cominciare da Robert Bresson, Carl Theodor Dreyer, Ingmar Bergman, Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini o Ermanno Olmi, di cui ricordo quell’ultimo grande, drammatico affresco che è “Torneranno i prati” …

… sì, scritto e diretto nel 2014 per il centenario della Prima Guerra mondiale, un affresco memorabile di una notte in una trincea italiana avanzata, con i colpi di mortaio austriaci sempre più vicini… la paura, la disperazione, la fede che cerca di consolare, gli affetti familiari e il dolore del temuto addio… e tu che per pochi centimetri avresti potuto morire o salvarti… un grande film… (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/cultura/441-torneranno-i-prati-la-guerra-dolente-di-ermanno-olmi.html)

Naturalmente faccio riferimento non solo al cinema di ieri, ma anche a quello di oggi, ai registi capaci di scandagliare l’animo dell’uomo, di cogliere tutti gli affanni ma anche le speranze nascoste; autori in prima linea nel racconto degli ultimi, di chi vive la mancanza di lavoro e la povertà che morde il quotidiano: su tutti Ken Loach, come anche i fratelli Dardenne, Wim Wenders, Susanne Bier, Clint Eastwood o gli italiani Mimmo Calopresti, Alessandro D’Alatri e Alice Rohrwacher. Non posso però tralasciare la commedia sociale di Carlo Verdone, attento osservatore delle relazioni umane.

 

DON VIGANO’: LA FILMOTECA VATICANA? L’HO CONOSCIUTA GRAZIE ALLE RICERCHE SU MONTINI E IL CINEMA

Quando sei stato chiamato a Roma, già conoscevi per esperienza la Filmoteca Vaticana? Che impressione ti ha fatto?

Sì, ne avevo intercettato l’esistenza durante la stesura della mia tesi di dottorato, che ha messo a tema il rapporto tra gli episcopati milanesi del ‘900 e il cinema. Nello specifico, l’episcopato di Montini mi aveva portato alla Filmoteca Vaticana. Consultando gli archivi vaticani emerge un attivismo di Montini, in qualità di sostituto della Segreteria di Stato, verso la Pontificia Commissione della Cinematografia creata all’inizio degli anni ’50, cui impresse un cambio di passo soprattutto nel coinvolgimento degli organismi laici internazionali, superando dunque la gestione curiale e italocentrica. Tra gli obiettivi di Montini c’era la creazione di un coordinamento internazionale nella messa a punto di criteri di valutazione morale dei film, così come la formazione di competenze intellettuali cattoliche nell’ambito del cinema e dei mass media. Sentiva l’urgenza, per la Chiesa e la comunità tutta, di abitare con maggiore competenza uno spazio mediale-culturale in fermento, in forte espansione.

Nel libro “Il cinema dei Papi. Documenti inediti dalla Filmoteca Vaticana” uscito poche settimane fa per la Marietti 1820 illustri in particolare il rapporto con il cinema di due pontefici, Pio XII e Giovanni XXIII. Prima di tutto che cosa ti ha spinto alla ricerca?

Anzitutto c’è una data da ricordare, il 16 novembre 1959. In quel giorno Giovanni XXIII istituiva la Filmoteca Vaticana, portando così a compimento l’intuizione coltivata all’inizio di quel decennio dal suo predecessore, papa Pio XII. Evento carico di simbolismi potenti: la nuova istituzione trovava sede nei locali di Palazzo San Carlo, che quindici anni prima erano divenuti il centro logistico dell’Ufficio Informazioni per i prigionieri di guerra. Un felice connubio, dunque, tra esperienza di comunicazione ed esercizio della carità. Al di là, però, di queste simbologie contingenti, quella data rappresenta uno spartiacque nel rapporto tra Chiesa e cinema. L’istituzione della Filmoteca Vaticana, infatti, può essere guardata sia come l’atto finale di una relazione con i media ancorata alla strategia della doppia pedagogia, sempre in equilibrio tra ammonimento e incoraggiamento, sia come l’annuncio della profonda rivisitazione del rapporto tra i mezzi di comunicazione di massa e l’azione ecclesiale.

Prima di Pio XII, già Pio XI si era confrontato con i nuovi mezzi di comunicazione sociale…

Pio XI, nell’ambito del Comitato centrale per l’Anno Santo straordinario del 1933, istituì il Centro di Studi e di Produzioni cinematografiche, un'esperienza fallimentare che rappresentò però l'avvio del Centro cattolico cinematografico, organo dell’Azione cattolica italiana sorto nel 1935. È poi da ricordare anche la Lettera enciclica Vigilanti cura del 1936 interamente dedicata al cinema, che ha come destinatario l’episcopato degli Stati Uniti d’America impegnato al tempo in una grande campagna di moralizzazione della nuova arte.

 

PIO XII, PER ECCELLENZA IL ‘PAPA DEL CINEMATOGRAFO’

Da Segretario di Stato il card. Pacelli aveva mostrato interesse per il cinema, come si evince da alcuni documenti…

La prospettiva, per rispondere a questa domanda, è l’articolo di Mario Meneghini sull’Osservatore Romano una settimana dopo l’elevazione di Pacelli al soglio di Pietro. Quell’articolo ricordava due documenti dell’allora Segretario di Stato Pacelli: il primo indirizzato a mons. Johannes H.G. Jansen, arcivescovo di Utrecht del 17 giugno 1932, e il secondo rivolto al canonico Abel Brohée, segretario generale dell’Office Catholique International du Cinéma (Ocic) del 27 aprile 1934. Documenti importanti per comprendere l’atteggiamento che Pacelli, da papa, avrebbe tenuto verso i nuovi strumenti di comunicazione. Pio XII, infatti, inaugurò un inedito rapporto tra la figura del papa e le masse; e tra i pontefici del Novecento fu certamente il “papa del cinematografo”, oltre che della radio e il primo della televisione.

Che cos’era il cinema per Pio XII? Un’opportunità da cogliere per il cattolicesimo? Un’arma pericolosa se in mano ai nemici della Chiesa? Come comportarsi?

La sua esperienza da Segretario di Stato lo aveva portato a comprendere le potenzialità di influenza sulle masse e gli utilizzi ideologici cui il cinema poteva prestarsi. Aveva seguito da vicino la redazione della Lettera enciclica ai vescovi americani, la Vigilanti cura e aveva consapevolezza della rapida ascesa della cinematografia sovietica anticristiana. Percepiva dunque il cinema come potente strumento di influenza sulla società. Ma è il corpus dottrinale dedicato al cinema da parte di Pio XII la fonte più utile per comprendere il pensiero del Papa: nei suoi diciannove anni di pontificato Pacelli indirizzò al cinema otto discorsi tra il 1941 e il 1949, Lettere encicliche come la Sacra virginitas del 1954 o la Miranda prorsus del 1957. In particolare, nei Due discorsi sul film ideale del 1955 vediamo però con chiarezza il graduale avanzare in seno alla Chiesa di più marcate esigenze di dialogo e apertura nei confronti del cinema. I due Discorsi si configurarono come un momento di trasformazione nell’atteggiamento della Chiesa che da difensivo si fece sempre più propositivo.

Quali frutti diede la collaborazione tra Pio XII e Luigi Gedda, chiamato nel novembre 1941 a presiedere il Centro cattolico cinematografico?

Certamente due film-manifesto prodotti dal Centro cattolico cinematografico: Pastor Angelicus (1942) e Guerra alla guerra (1946). Tali film vennero costruiti con l’intento di presentare il Papa come l’unica autorità capace di assicurare la pace e l’ordine, non solo in Italia ma nel nuovo contesto globale postbellico.

Pio XII vedeva lui stesso dei film? Mi ricordo che all’oratorio di Giubiasco a cavallo degli Anni ’50-’60 ho visto tra gli altri tre film che mi hanno sempre fortemente impressionato: L’assedio dell’Alcazar, Roma Città aperta e La terra trema. Pensi che anche Pio XII li abbia visti?

Non so cosa abbia visto, ma certamente nell’archivio della Gendarmeria Vaticana ci sono le note di carico e scarico delle pellicole “provenienti dall’Appartamento”, ovvero dall’appartamento papale. Dai documenti si tratta di pellicole riguardanti eventi religiosi. In particolare, tra i documenti della Gendarmeria si trova un appunto del 1951 con la segnalazione di alcune pellicole destinate alla proiezione interna a Palazzo San Carlo, tra cui tre documentari dell’Anno Santo 1950 (Proclamazione del Dogma dell’Assunta, Santificazione di Maria Goretti e Festività del Corpus Domini) e un film di Maurice Cloche, Peppino e Violetta (1950).

 

LE FREQUENTAZIONI CINEMATOGRAFICHE DI RONCALLI DA NUNZIO A PARIGI

Con il successore Giovanni XXIII nasce la Filmoteca Vaticana, il 16 novembre 1959. Quali le ragioni che spinsero Angelo Giuseppe Roncalli a istituirla?

La Filmoteca conclude un percorso iniziato nel 1948, come già indicato, cui ha impresso grande spinta Pio XII.

Qual era il rapporto di Roncalli, che tra l’altro fu patriarca di Venezia e prima ancora nunzio apostolico a Parigi, con il cinema? Parigi, Venezia, due luoghi privilegiati per il mondo cinematografico…

Scorrendo i suoi diari si comprende come Roncalli fosse molto presente. Un episodio su tutti: uno scatto fotografico risalente al 1947, che vede Roncalli, nunzio apostolico a Parigi, sul set del film Monsieur Vincent con il regista Maurice Cloche e l’attore Pierre Fresnay nei panni di san Vincenzo de’ Paoli. Un’annotazione anche in occasione della prima proiezione del film: “Nel complesso io lo trovo stupendo, commovente e riuscitissimo. Qualche piccolo dettaglio è discutibile e secondo il gusto. Per me è un grande successo e ne benedico Iddio” (20 agosto 1947).

Intanto il mondo delle comunicazioni di massa era in rapida evoluzione. Come recepì il cambiamento Giovanni XXIII?

Era complesso comprendere ciò che stava accadendo. Basti pensare che anche il Concilio Vaticano II ha faticato a trovare l’equilibrio tra riservatezza e comunicazione. Certamente possiamo dire che se Pio XII fu il papa del cinema, Giovanni XXIII fu quello della televisione: come non ricordare infatti la celebrazione di inizio Concilio trasmessa dalla Rai e il famosissimo discorso alla luna che proprio la Tv portò in tutte le famiglie? Approfondire questo tema aprirebbe ulteriori fronti di riflessione.

 

PAPA FRANCESCO: DAL NEOREALISMO A WIM WENDERS

Hai perfettamente ragione, ma non possiamo abusare troppo della pazienza dei lettori di www.rossoporpora.org …A tua conoscenza ci sono dei film che sono stati o sono particolarmente amati dai suoi successori, fino a papa Francesco? Quali?

Penso nuovamente a Pastor Angelicus e Guerra alla guerra. Poi di Giovanni Paolo II si ricorda in particolare il legame con La vita è bella (1997) di Roberto Benigni. Papa Francesco, come è noto, oggigiorno non guarda film; in verità ha smesso da tempo. Di certo nel suo cuore sono rimasti saldi i ricordi lasciati dai film del neorealismo, a partire da I bambini ci guardano (1943) di Vittorio De Sica e Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini. Papa Francesco ha mostrato poi grande apprezzamento per la poetica di Federico Fellini nel film La strada (1954) così come per la favola sociale Il pranzo di Babette (1987) di Gabriel Axel. Da ultimo, sempre riguardo a papa Bergoglio, va senza dubbio menzionata l’esperienza con il visionario regista tedesco Wim Wenders, che ha portato alla realizzazione del film tra documentario e intervista Papa Francesco. Un uomo di parola, presentato nel 2018 al Festival di Cannes e diffuso in tutto il mondo.

Per concludere questa intervista ‘cinematografica’: la Filmoteca Vaticana è ancora richiesta da studiosi e da curiosi?

Devo dire che a oggi la Filmoteca è come un fuoco sotto le ceneri da ravvivare. Ci sono 8mila titoli, alcuni dei quali ben conservati, mentre altri necessitano di restauro. Tutti comunque sono ancora da digitalizzare. Si tratta di un grande lavoro che credo debba essere fatto per rendere la Filmoteca sorella alla pari della Biblioteca o dell’Archivio Apostolico. Se ci riflettiamo bene, saranno quelli audiovisivi i documenti analizzati in un prossimo futuro da storici e studiosi di Visual History. Accanto al patrimonio cinematografico della Filmoteca Vaticana, va ricordato poi il grande archivio dell’audiovisivo del Dicastero della Comunicazione della Santa Sede, di cui fanno parte tutti i documenti girati e montati dal Centro televisivo vaticano, oggi Vatican Media, che riguardano l’attività del Papa e in generale della Santa Sede.