IVO PULCINI: IL BRUTTO ANATROCCOLO CHE HA MESSO LE ALI DEL CUORE – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 21 marzo 2019

 

Originario di Leonessa (nobile città del Reatino), Ivo Pulcini è specializzato in cardiologia, medicina dello sport, scienze nutrizionali e, tra l’altro, da tredici anni è direttore sanitario della Lazio. Nei suoi settantatré anni di vita, tante le esperienze le più disparate e spesso a dir poco insolite: nell’intervista che segue ce ne offre il sapore, alla vigilia del Gran Gala che, promosso dalla sua onlus ‘Un cuore per tutti…tutti per un cuore”, si propone in particolare di raccogliere fondi per salvare  i bambini cardiopatici.

Quel 14 dicembre 2018, vedendolo entrare nel salone degli Orionini a Monte Mario - laddove si stava svolgendo un corso salvavita per un nutrito gruppo di futuri missionari (ne abbiamo riferito in questo stesso sito, vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/cultura/834-disostruzione-formare-per-salvare-la-vita-oltre-che-l-anima.html ) - ci aveva colpito subito per la sua ‘faccia da buono’, dal sorriso aperto irradiato dagli occhi ben vispi. Portava con sé sette defibrillatori da donare ai missionari, strumenti fondamentali per riattivare il battito cardiaco nel caso di disostruzione prolungata delle vie aeree intasate da pezzi di cibo. Non sapevamo chi fosse, ma subito qualcuno ci comunicò che era il dottor Ivo Pulcini, uno – si capiva al volo – di casa presso gli Orionini. Ci salutammo con immediata cordialità, anche perché intanto eravamo venuti a sapere che era il direttore sanitario della beneamata Lazio: ci disse che stava aiutando anche i bambini cardiopatici siriani nell’ospedale universitario di Damasco. Osservammo che l’argomento era molto interessante pure per noi e gli promettemmo un’intervista su www.rossoporpora.org. Detto, fatto.

Mercoledì 13 marzo lo raggiungiamo nel suo studio vicino a piazza Mazzini; già prevediamo che l’intervista – che prenderà spunto dai bambini di Damasco – avrà una grande varietà di contenuti. E il dottor Pulcini non ci ha certo deluso…

Caro dottore, perché questa intervista un po’ singolare per www.rossoporpora.org? Si ricorda che il 14 dicembre scorso eravamo dagli Orionini, dove si svolgeva un corso di disostruzione delle vie aeree a beneficio di alcuni futuri missionari? Lei venne portando in dono dei defibrillatori e mi disse tra l’altro che era il direttore sanitario della Lazio (il che non poteva che rallegrarmi) e che aveva molto a cuore anche il reparto di cardiologia pediatrica dell’ospedale universitario di Damasco alla cui fondazione aveva partecipato… Le promisi che su questo l’avrei intervistata ed eccomi qua. Intanto, preparandomi, ho scoperto molte altre cose sulla Sua vita a dir poco tanto sorprendente quanto poliedrica. Allora incominciamo: come è nato in Lei l’interesse per Damasco? 

Verso la metà degli Anni Novanta ero a Damasco per un congresso internazionale di cardiologia. In quei giorni la capitale siriana era tappezzata dalle foto di un ragazzo trentaduenne amatissimo dal popolo e morto in un incidente mentre era alla guida della sua Ferrari, l’unica a Damasco: Basil-al-Assad, figlio dell’allora presidente Hafiz e fratello dell’attuale presidente Bashar. Fin da bambino avevo, come tanti altri, il mito della Ferrari e la cosa mi impressionò molto e mi spinse a voler onorare in qualche modo la memoria del defunto.. Dopo aver scartato altre ipotesi, fui per così dire folgorato sulla via di Damasco: aderii così all’idea di ricordare Basil con un aiuto concreto, sostanzioso ai tanti bambini cardiopatici e microcitemici della capitale…bisognava fare qualcosa per salvare loro la vita!

Come si è sviluppata poi l’idea?

Ne parlai all’amico arcivescovo cattolico siriano, greco-melchita  Hilarion Capucci …

Proprio lui, il famoso prelato?

Sì, proprio lui, che tra l’altro era mio paziente: condivise l’idea e ci aiutò a concretizzarla. Con il professor Alessandro Frigiola e un sostegno istituzionale ho perciò fondato presso l’ospedale pediatrico universitario di Damasco un reparto di cardiochirurgia e di trapianto del midollo osseo…

Chi è il professor Frigiola?

E’ un pioniere della cardiochirurgia pediatrica di fama mondiale, un uomo generoso e capace che è sempre in prima linea con le sue mani ‘magiche’ in tanti Paesi in via di sviluppo e che negli Anni Novanta ha costituito l’associazione “Bambini cardiopatici nel mondo”. Opera come direttore dell’area cardiochirurgica del Policlinico San Donato di Milano.

Torniamo a Damasco…

A Damasco la prima pietra fu posta nel 2008, l’inaugurazione avvenne nel 2011.

Ma l’orribile guerra di Siria ha danneggiato anche l’attività dell’ospedale pediatrico di Damasco?

Per fortuna l’ospedale non è stato colpito dall’artiglieria, ma sicuramente la guerra ha causato gravi problemi di scorta di medicinali e di materiale sanitario (come garze e disinfettanti), cui noi in questi anni abbiamo cercato di porre rimedio facendo giungere a Damasco – attraverso sacerdoti o altri conoscenti - almeno una parte di ciò che mancava. L’attività dunque è stata rallentata, ma non si è mai fermata. Ora la speranza è tornata a rifiorire e forse riusciremo ad andare a breve a Damasco per riprendere contatto diretto con l’ospedale.

Quanti bambini sono stati salvati fin qui a Damasco?

Oltre millesettecento, nonostante le difficoltà create dalla guerra. I posti-letto originariamente erano una sessantina, con una decina di medici. Grazie soprattutto a “Bambini cardiopatici nel mondo”, si è potuta offrire a diversi medici siriani l’occasione di un periodo di formazione in Italia, così che potessero tornare con una competenza aggiornata in patria, rendendosi il più possibile autonomi. Il che si è rivelato ancora più prezioso vista la guerra in corso, che ha reso molto difficili gli spostamenti tra Italia e Siria. 

Come sono i rapporti con il presidente Assad?

Mi pare molto buoni. Il cardiochirurgo che presiede il reparto è assai vicino e benvoluto dalla famiglia Assad. L’attuale presidente, che abbiamo incontrato, ha studiato medicina, è specializzato in oftalmologia (ha seguito corsi anche a Londra) ed è molto sensibile a tutto ciò che riguarda la salute. L’ospedale è del resto dedicato a Basil, il fratello di Bashar di cui abbiamo detto.

 

UN BARRIO IN ARGENTINA

Vedo anche che, come “Un cuore per tutti…tutti per un cuore”, avete costruito un villaggio in Argentina…

Sì, con i proventi dell’associazione e sostenendo un progetto di Alessandro Priorelli - un mio compagno del probandato orionino di Villa San Biagio sopra Fano - abbiamo costruito in Argentina il Barrio Ugo Pulcini in memoria di mio padre, che ospita un centinaio di bambini con le loro famiglie e che è stato visitato più volte dall’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio: è un’opera che l’odierno papa Francesco ha sempre molto apprezzato. Avevamo trovato 70mila euro, con i quali abbiamo finanziato l’acquisto di materiale da utilizzare in loco. Indimenticabile l’inaugurazione nel 2005 a Barranqueras (nel Chaco argentino, dove i bambini si nutrivano di quel che trovavano nei rifiuti… e al solo vederli faceva male al cuore!). Presiedette la celebrazione don Roberto Simionato, sesto successore di don Orione.

 

UN CUORE PER TUTTI...TUTTI PER UN CUORE

Prima di spaziare su altri interventi nel mondo, ci parli della Sua associazione, l’onlus “Un cuore per tutti… tutti per un cuore”, che ogni anno (quest’anno il 23 marzo) organizza a Roma un Gran Gala, i cui proventi vanno sia all’associazione del prof. Frigiola che ai bambini tibetani…

Nel 1997 con la mia famiglia e con alcuni amici del mondo dello spettacolo – per tutti cito i compianti Fabrizio Frizzi e Little Tony e poi tra i primi anche Emanuela Aureli, Sergio Cammariere, Manuela Villa, Miss Italia con Enzo e Patrizia Mirigliani (sono anche il medico di ‘Miss Italia’), il Club Ferrari Appia Antica - incominciai a raccogliere fondi per opere di beneficenza, per far star bene chi è meno fortunato. Il primo Gran Gala è del 2004 e sabato 23 marzo 2019 si terrà la XVI edizione: in quindici anni non è mai mancato l’appoggio generoso di tanti amici del mondo dello spettacolo, della cultura, dell’imprenditoria, della medicina, dello sport…”Un cuore per tutti…tutti per un cuore” non è una grande onlus, ma nel suo piccolo è riuscita fin qui a dare un suo contributo prezioso per salvare la vita di tanti bambini cardiopatici o comunque bisognosi di aiuto come quelli del Tibetan Children’s Village, in esilio in India. Sono circa 800mila i bambini cardiopatici nel mondo e 600mila rischiano di morire prematuramente. 

Lo slancio che Lei prova verso gli altri da che cosa deriva?

Ho settantatré anni e non mi sono mai pentito della scelta fondamentale fatta da giovane: penso che la vita sia molto bella per te quando sei felice, ma sia ancora migliore se tu vedi che gli altri sono felici grazie a te, grazie a quello che tu hai fatto per loro. Le racconto un episodio per me emblematico. A suo tempo avevo adottato a distanza due bambini africani, per i quali davo una cifra veramente modesta, quella richiesta dall’associazione cui mi ero iscritto. Un giorno telefonai a Milano, dicendo più o meno questo: “Se voi mi garantite che le mie diecimila lire vanno per intero ai bambini cui sono destinate, vi prometto il versamento di una cifra molto consistente, poiché so quanto serve veramente a loro. Ma, dottore, Lei lo sa che abbiamo le segretarie, i telefoni, l’affitto…”.  Ho disdetto tutto ed è in quel momento che ho deciso di crearmi una mia onlus facendomi carico di tutte le spese organizzative. 

 

IL DALAI LAMA E I BAMBINI TIBETANI

“Un cuore per tutti…tutti per un cuore” aiuta bambini non solo in Siria…

Senta… un giorno mi trovai a occuparmi della sorella del Dalai Lama, a sua piena soddisfazione. Sa, sono cardiologo, medico sportivo, medico nutrizionista e faccio anche terapia manuale, una specializzazione poco conosciuta in Italia, che ho mutuato dal dottor Maigne di Parigi, approfondendola. La pratico ad esempio per un mal di schiena, per un mal di spalla; prima di un possibile intervento chirurgico, c’è chi viene da me e in larga parte dei casi riesco ad evitarglielo. Tornando alla sorella del Dalai Lama, qualche tempo dopo averla assistita, mi chiamò perché il fratello, proprio il Dalai Lama, si era sentito male a Roma in un grande albergo di piazza della Repubblica e lamentava un dolore a sinistra. Si pensava a un infarto. La sorella volle che lo visitassi anch’io. Mentre gli mettevo per forza le mani addosso, i suoi monaci mi guardavano come se fossi un emissario della Cina. In realtà si trattava di un dolore cervico-brachiale: “La causa del dolore non è a sinistra, ma nella spalla destra, che non ha ancora assimilato una caduta di diverso tempo fa – gli dissi. Mi guardò stupito, simpatizzammo e mi chiese di accompagnarlo a Venezia, dove doveva ricevere la cittadinanza onoraria, e poi a Baden Baden. Da allora divenni un suo medico di fiducia.

Da quell’incontro è derivato poi l’aiuto ai bambini tibetani…

Sì, in India ci sono molti tibetani, ospiti non proprio d’onore ma tollerati: i bambini non avevano le scuole dove studiare e allora - con la sorella del Dalai Lama e con l’aiuto di  molti nel mondo - abbiamo pensato di creare un villaggio per migliaia di loro. Lì hanno messo una lapide in cui ringraziano i benefattori, tra cui la mia onlus e ogni anno per riconoscenza una rappresentanza di monaci tibetani partecipa anche al Gran Gala di Roma.

E in Africa?

In Africa è la onlus del professor Frigiola, “Bambini cardiopatici nel mondo”, la più coinvolta direttamente. Noi collaboriamo. Verrà anche lui il 23 marzo a illustrare i progetti in corso per i bambini cardiopatici. Ogni mese si organizzano ‘missioni di speranza’ nei Paesi in via di sviluppo. Ci sono filmati che dicono tutto. Quello della mia prima esperienza ancora mi sommuove fino alle lacrime: non c’è gioia più grande che salvare la vita di un bambino che rischia di morire. E’ un’esperienza che ti avvicina a Dio.

 

L’EMOZIONE PIU’ GRANDE: QUEL GIORNO A DAMASCO

Dove è accaduto?

In un corridoio dell’ospedale di Damasco. Addossate alla parete una trentina di madri col burqua con figli in braccio, tutti cardiopatici. Con il professor Frigiola si dovevano scegliere quindici bambini da operare. Naturalmente ogni mamma non faceva gesti, consapevole che vicino aveva un’altra mamma… ma con gli occhi ti supplicava: “Salva mio figlio!”. Fra le mamme ce n’era una con un bambino di tre mesi, già cianotico, che boccheggiava… avrà avuto tre ore di vita… Ho detto a Frigiola: “Professore, lo operiamo subito? Sono turbato dagli occhi di questa mamma, ma soprattutto da questo bambino che non è giusto che muoia”. Frigiola osservò: “Ivo, ormai è troppo tardi…”. E io: “Proviamo”. Portato il bambino in sala operatoria, bloccato il cuore, corretto il difetto congenito, Frigiola mi disse: “Tu che sei un appassionato di motori e di Ferrari, fai ripartire questa Ferrarina”. Pensavo che scherzasse… invece no: diedi un colpettino al cuore e il cuore ripartì. Il cuore batteva a 150 battuti al minuto e i polmoni, essendo l’operazione a cuore aperto, si allargavano e si stringevano come un mantice. E’ stata una cosa così emozionante… penso che sia intervenuta la mano di Dio a darmi il permesso di far ripartire quel cuoricino!

Ritorniamo un momento al 14 dicembre, dagli Orionini, quando ci siamo conosciuti per il corso di disostruzione coordinato dal dottor Squicciarini…

E’ stata un’altra giornata che ha riempito il cuore. Io sono un ex-allievo del don Orione…ho frequentato per cinque anni il probandato di Villa San Biagio, ho imparato che cos’è la carità cristiana. Laureatomi, sono diventato il loro medico di fiducia e col cuore do loro ogni tipo di assistenza. Qualche tempo fa ho pensato che chi va in missione, magari in zone impervie, sprovviste di tutto o quasi, spesso si trova confrontato con persone – specie bambini – che non riescono più a respirare per la presenza di un corpo estraneo in gola. Necessario dunque un corso per mettere i missionari in condizione – grazie alle manovre di disostruzione delle vie aeree – di salvare oltre le anime anche i corpi. In quei casi i defibrillatori sono preziosissimi, fondamentali per riattivare il cuore. Speriamo di riuscire a donarne altri di defibrillatori, oltre ai sette già consegnati…

 

I PASCOLI DI LEONESSA

Lei viene dalla nobile città di Leonessa, alle pendici del monte Terminillo. Mi dica qualcosa dei suoi primi anni….

Lei mi vuole far emozionare… mia mamma si chiamava Maria, mio padre Ugo… a sei anni pascolavo il gregge…ero un semi-selvaggio che correva nei prati e sui pendii…

…insomma la versione maschile di una certa Heidi…

Avevo il pensiero delle pecore, una ventina… che il numero tornasse ogni sera… mi capitò una volta di perderne tante e poi di ritrovarle dopo ore di ricerche… e una volta mi trovai davanti a un lupo che sbranò due pecorelle… urlai tanto e, com’è come non è, il lupo sollevò la bocca dal fiero pasto e se ne andò. Feci le elementari a Leonessa, poi il probandato dagli Orionini a Villa San Biagio. Mi aiutarono molto, moltissimo…. E io sto cercando di restituire con gli interessi ciò che ho avuto!

Dopo gli Orionini, il liceo-ginnasio ‘Giulio Cesare’ a Roma…

Nella sezione H, per alcuni anni. E ora gliene racconto un’altra. Dopo gli anni del probandato, vivevo con pochi mezzi a Roma, nella borgata Fidene, a una decina di chilometri dal liceo. Andavo a scuola, a corso Trieste, con l’autobus e ogni volta erano 25 lire da sborsare. E’ così che i miei compagni hanno fatto una colletta per comprarmi una bicicletta. In quel tempo, prima di andare in aula, lavavo una rampa di scale di un palazzo a via Trasone, non lontano da corso Trieste: ogni volta che si apriva una porta, mi nascondevo, temendo che stesse per uscire una ragazza che pure frequentava il ‘Giulio Cesare’. Per motivi familiari contingenti il diploma lo feci poi all’ ‘Albertelli’.

Per l’Università scelse Medicina, tra molte traversie …

Mio padre voleva che mi iscrivessi a giurisprudenza, per fare l’avvocato. Ma a me non andava di magari dover far condannare un innocente. La mia vocazione era fare il medico. Mio padre rivolle indietro i soldi che mi aveva dato e io dovetti arrabattarmi a guadagnare il sufficiente per poi continuare gli studi a Medicina. Andai a Londra e lavorai come barman, feci il tassista, mi industriai a organizzare feste, mi veniva facile imparare le lingue… ne parlo otto. Messo da parte un gruzzolo decoroso, tornai e ripresi a studiare Medicina: mi laureai il 19 luglio 1973 con trenta e lode, dopo aver sostenuto il primo dei 23 esami il 5 maggio 1972: tre anni in uno… Vedo che  mi guarda con aria interrogativa… ma è tutto giustificato!

E dopo?

Divenni il medico sociale della “Stella Azzurra” di basket (Roma, San Giuseppe de Merode) che allora era in Serie A. Mi specializzai in cardiologia e in medicina sportiva, mi appassionai anche di alimentazione e così incominciai  a restituire quello che la Provvidenza mi aveva donato. Inizio al Gemelli, poi la scelta di dedicarmi soprattutto alla medicina sportiva …

 

ALLA LAZIO DA TREDICI ANNI

A tale proposito… da diversi anni Lei è il direttore sanitario della beneamata Lazio…

Lo sono dal 2006 (stimolato da una richiesta di Dino Petrucci, allora medico sociale) e il presidente Claudio Lotito mi ha rinnovato anche quest’anno la sua fiducia come responsabile dello staff medico. Non solo della prima squadra, ma anche della Primavera e delle altre formazioni.  Prima ero stato il medico di alcune nazionali: ad esempio quella di pentathlon moderno ai tempi di Daniele Masala. Anche della Federazione italiana di hockey e pattinaggio e mi ricordo delle vittorie mondiali in Brasile e in Spagna… mi chiamavano “l’undicesimo” (in campo giocano in dieci), perché lì non avevo a disposizione uno staff come oggi alla Lazio e coprivo tutto il settore medico.

Qualche momento particolarmente coinvolgente?

Per esempio, quando negli spogliatoi mi salutano tutti “alla grande”, che è il mio motto. Una volta un calciatore si è fatto male in campo e l’ho accompagnato al Gemelli, dove l’ho vegliato l’intera notte. Aveva un trauma alla testa… tutti dicevano che non avrebbe più potuto giocare. Ma l’ho fatto visitare da specialisti e dopo un po’ l’ho rimandato in campo assumendomi la responsabilità della decisione: è andato tutto bene.

Com’è dirigere uno staff medico di una grande squadra di calcio?

Lo staff è come un mosaico: ogni tassello deve stare al suo posto e non creare confusione. Ognuno ha le proprie competenze e quelle deve esercitare. Capirà che chi dirige uno staff deve avere anche le qualità di un mediatore.

 

LA VALENZA PSICOLOGICA DELL’AQUILA OLIMPIA

Che dice dell’aquila Olimpia, la mascotte biancazzurra?

Ha una importante funzione psicologica, Dà un senso di serenità e nel contempo entusiasmo sia ai tifosi che alla squadra. Vedere un’aquila che vola è di buon auspicio. Quest’anno vola assai alto.

Ho visto una foto in cui Lei è da solo con Olimpia, senza falconiere. Anch’io ho avuto la ventura di accarezzarle il capo e di farle solletico alla gola, ma sempre con l’aiuto della mano del falconiere Juan Bernabè (salvo che in un’occasione per alcuni secondi)…

Olimpia certamente è un’aquila che emana calma e saggezza, sprigiona un’energia positiva. Io poi, da piccolo - come già detto – ero abituato a stare con gli animali. Si ricorda del lupo affamato? Una volta in una foresta amazzonica incontrai perfino un giaguaro adulto: ero in calzoncini, gli andai incontro e lui, probabilmente per salutarmi festosamente, mi leccò il ginocchio con la lingua, lacerandomi un poco la pelle. Poi imperturbabile se ne andò.

 

FABRIZIO FRIZZI, UN FRATELLO ANCOR PIU’ CHE UN AMICO

Ma guarda un po’: Lei si chiama Pulcini, è cresciuto a Leonessa, ha pascolato le pecore, s’è trovato davanti un lupo affamato, ha incontrato un giaguaro a suo modo festoso…con la Sua calma sorridente è sopravvissuto a tutto….come poteva trovarsi a disagio con l’aquila Olimpia? Passiamo ora ai suoi rapporti con la gente dello spettacolo, che volentieri si presta a fare da testimonial per raccogliere fondi, specie nella serata del Gran Gala…

Cito in particolare Fabrizio Frizzi, che per me non era un amico, ma un fratello. Portava i fiori a mia madre, ricordandosi ogni anno del suo compleanno. Era anche un mio paziente e mi sono accorto che stava male una ventina di giorni prima che, il 23 ottobre 2017, Fabrizio fosse ricoverato d’urgenza all’Umberto I, che io raggiunsi insieme con la moglie Carlotta Mantovani (mi aveva ‘prelevato’ dallo studio). Purtroppo Fabrizio è morto cinque mesi dopo, come era stato previsto da un primo consulto degli specialisti oncologi della Sapienza che avevano invece proposto una terapia alternativa a quella scelta dalla famiglia e già percorsa senza successo in un altro caso analogo. E’ da due anni che non mi do pace e, come vede, Fabrizio ce l’ho sempre qui in foto e nel cuore. Era un generoso, animava il Gran Gala e aiutava molto, in particolare i bambini tibetani.

 

RICORDI PAPALI

Ha conosciuto qualche Papa?

Delle visite del cardinal Bergoglio al Barrio Ugo Pulcini ho già detto. Da quando è Papa, ho organizzato ad esempio un convegno sulla Medicina dello Sport e una Partita del cuore, sempre per raccogliere fondi per le case-famiglia che premono molto al Santo Padre. Ho conosciuto anche Paolo VI: venivo dal probandato orionino, suonavo l’organo per guadagnarmi da vivere e cantavo anche l’Ave Maria di Schubert per gli sposi nella chiesa di Santa Felicita alla borgata Fidene. Avevo costituito un coro di ragazze. Paolo VI è venuto per il Natale del 1965 a celebrare in borgata la messa dell’aurora. Portava con sé un autotreno di derrate alimentari. L’abbiamo accolto con il mio coro.

L’ho sentita anche accennare anche a Giovanni XXIII…

Ci ha ricevuti in udienza come Orionini e ha raccontato la storia della scodella di don Orione…

Non la conosco…

Don Orione predicava le missioni a Castelnuovo Scrivia  e in un’omelia sulla Misericordia disse queste parole: “Se anche qualcuno avesse messo il veleno nella scodella di sua madre e l'avesse così fatta morire, se è veramente pentito e se ne confessa, Dio, nella sua infinita misericordia, è disposto a perdonargli il suo peccato...". Quando Giovanni XXII rievocò l’episodio, fui preso da una forte emozione. In una gita con studenti ho conosciuto a Sotto il Monte, Zaverio Roncalli, fratello del papa. Aveva allora 81 anni e volevamo salutarlo. Ci dissero che stava nell’orto. Ci è venuto incontro e io, forse per una sorta di baldanza alla romana, gli dissi: “Ma come? E’ il fratello del Papa e a 80 anni sta ancora a zappare l’orto?”. E lui: “Figliolo, io a 80 anni mangio ancora!”.

Qualcos’altro da raccontare sui contatti papali?

Nel 2012 Benedetto XVI ha fatto giungere a me, come presidente di “Un cuore per tutti…tutti per un cuore” la Benedizione apostolica… Voglio ancora raccontare del segretario don Alfred Xuereb. Una volta è venuto da me per una visita e, dopo averlo scrutato, gli ho detto: “Lei è stato allattato dalla mamma per solo tre mesi”. Osservò: “Ha forse la sfera di cristallo? Vuol prendermi in giro? Accetto la sfida: guardi che lo chiederò a mia madre”. Dopo un paio di settimane è tornato molto meravigliato: “Lo sa che Lei aveva ragione? Ero a pranzo col Papa e con mia madre e a un certo punto le ho chiesto se era vero quanto Lei sostiene. Le cadde la forchetta… “Come fai a saperlo? Non lo sapeva nessuno”.

 

UN COLLEZIONISTA NIENTE MALE

Caro dottor Pulcini, sfogliando una rivista di moto ho notato che Lei non finisce mai di stupire… è anche un noto collezionista… e non di farfalle…

E’ vero, mi è sempre piaciuto… ho tra l’altro una moto Bianchi 175 sport del 1931, targata Roma 1

Ho l’impressione che la targa sia un indizio formidabile per risalire al proprietario…

Sì, era proprio la sua, di Mussolini. Ne sono venuto in possesso casualmente, da una signora che mi segnalò la presenza a casa di una vecchia moto, ereditata dal padre che era stato il meccanico di fiducia di Mussolini ed era intestata all’allora Ministero della Guerra. Poi ho anche la Vespa 150 del film Vacanze Romane, con Gregory Peck e Audrey Hepburn, che un amico avvocato mi aveva chiesto di restaurare. E ancora: una Ferrari 250 GT California Convertibile del 1961 appartenuta a re Juan Carlos di Spagna… e ancora tante altre…

Per oggi credo che basti. Non dubito però che ci potrà essere magari una seconda puntata…ci sarebbe ancora molto da raccontare!

 

P.S. Per saperne di più sulla onlus “Un cuore per tutti…tutti per un cuore”: www.tuttiperuncuore.org . Tra le pubblicazioni di Ivo Pulcini “Primo soccorso-manuale pratico universale delle emergenze mediche” (con Elena D’Agostini); “Sorrisi&Salute” (con Sergio Di Giacomo); a Ivo Pulcini è dedicato il capitolo ‘El pastorcito’ nel libro “Noi siamo le persone che incontriamo” di Alessandro Priorelli; Ivo Pulcini è molto impegnato anche nella promozione di Leonessa e delle sue feste popolari (vedi inoltre il sostegno dato alla guida bilingue della città edita da discoverplaces.travel)