INTERVISTA SULLA SIRIA AL VESCOVO DI ALEPPO ANTOINE AUDO - 'di GIUSEPPE RUSCONI - 'IL CONSULENTE RE' DI SETTEMBRE 2008

 

A colloquio con monsignor Antoine Audo, vescovo di Aleppo dei Caldei – La condizione dei cristiani in Siria e in Iraq – L’originalità dell’apporto degli arabi cristiani alla cultura araba: “Non siamo né latini né greci, siamo figli di Aleppo, Damasco, Antiochia, Baghdad” – Difficile superare l’idea di dhimmitudine - Il prossimo documento sulle linee-guida per il dialogo interreligioso: “Niente sincretismo, niente proselitismo, dialogo in verità e amore nel contempo”

 

Cogliendo l’occasione della plenaria del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso abbiamo incontrato e intervistato una delle voci più autorevoli del cristianesimo mediorientale, il vescovo di Aleppo dei Caldei monsignor Antoine Audo. L’abbiamo fatto presso la Curia generalizia dei gesuiti, Ordine di appartenenza del presule sessantatreenne. Che, nato ad Aleppo, entrò nella Compagnia di Gesù nel 1969, fu ordinato sacerdote dieci anni dopo e consacrato vescovo di Aleppo dei Caldei nel 1992 (consacrante principale il patriarca di Babilonia dei Caldei Raphael I Bidawid). Monsignor Audo si è laureato nel 1972 in lettere arabe presso l’Università di Damasco, poi ha conseguito il dottorato alla Sorbona nel 1979 in pensiero politoco musulmano contemporaneo. Ha studiato successivamente presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma e per dieci anni è stato professore di esegesi biblica in Libano, presso l’Università di San Giuseppe. Dall’8 marzo del 2007 è membro del Pontificio Consiglio guidato dal cardinale Jean-Louis Tauran. L’eparchia (diocesi) di Aleppo dei Caldei (suffraganea della già citata Babilonia, che ha sede a Baghdad) comprende circa 15mila cattolici distribuiti in 13 parrocchie (13 i sacerdoti). Sulla presenza di cristiani in Siria (esclusi i rifugiati) le cifre sono imprecise: dovrebbero situarsi tra il milione e il milione e mezzo su 19 milioni di abitanti. I rifugiati cristiani dall’Iraq si aggirerebbero attorno alle settantamila persone (tra loro 50mila caldei).

Con monsignor Audo abbiamo parlato dei contenuti particolari del cristianesimo orientale, della condizione attuale dei cristiani in Siria, delle loro difficoltà essendo da molti additati come “crociati” filo-statunitensi. Il vescovo di Aleppo dei Caldei ha evidenziato l’originalità dell’apporto cristiano alla cultura araba, la buona collaborazione con i capi musulmani e il maggior coinvolgimento possibile di famiglie musulmane sfollate dall’Iraq nei programmi di aiuto alimentario, sanitario, scolastico della Caritas (di cui è presidente). Molto interessanti le considerazioni del presule gesuita sull’idea di dhimmmitudine e sulla sua concretizzazione nella vita quotidiana. A proposito di rapporti con il Libano, monsignor Audo ha ricordato con piacere il suo decennio da biblista nel cuore maronita del Paese dei Cedri; naturalmente le notizie che provengono dal Libano lo rattristano. L’ultima parte dell’intervista è dedicata al documento di orientamenti per il dialogo interreligioso che sarà tra breve a disposizione del mondo cattolico; proprio al vescovo di Aleppo dei Caldei è stato affidato nell’ultima plenaria il compito di riassumere l’ Instrumentum laboris in una dozzina di pagine, poi discusso e modificato là dove sembrava opportuno.    

Monsignor Audo, in Siria i cristiani sopravvivono o vivono? Lei sa che in diversi altri Paesi sopravvivono a stento…

Spontaneamente desidero che i cristiani vivano. E noi facciamo tutto quello che possiamo perché questo accada, ispirandoci alla storia, alla ricchezza della nostra tradizione. Talvolta, purtroppo, si ha l’impressione che diversi cristiani trovino difficoltà nella vita quotidiana. Da pastori noi abbiamo una preoccupazione primaria: quella di dare un futuro alla comunità cristiana, in modo che non si indebolisca, che non sia tentata dall’emigrazione, che senta in sé la vocazione del cristianesimo orientale. Sempre la nostra storia è stata tormentata, per ragioni differenti, attinenti alla geopolitica, alle relazioni con l’Occidente e con l’Islam; però nei momenti difficili siamo sempre riusciti ad andare avanti, pur se con tanti sacrifici.

Lei ha parlato di “cristianesimo orientale”: è un’identità con caratteristiche ben precise?  

Credo che il cristianesimo orientale sia radicato in una cultura semitica definita, siriaca, araba…Insisto nel dire che siamo dei cristiani orientali di cultura araba, una  cultura oggi molto forte: da generazioni parliamo l’arabo e siamo integrati in questa cultura ricca e universale. Non siamo latini né greci, siamo figli di Aleppo, Damasco, Antiochia, Baghdad. Abbiamo una spiritualità, una mistica derivate dalla nostra tradizione. Siamo riusciti ad affiancare l’Islam per secoli, l’abbiamo influenzato, ne siamo stati influenzati.

Essere arabi cristiani nei nostri anni…quando l’arabo è spesso identificato come musulmano…

Gli arabi cristiani hanno una loro originalità e sono portatori di un messaggio sostanziale verso i musulmani: li possono aiutare a vedere nei cristiani persone con molte somiglianze e nel contempo diverse da loro. I cristiani hanno qui un ruolo di alterità, importantissimo per l’Islam odierno. Perchè non pochi musulmani rischiano oggi di negare la storia, dimenticando che i cristiani arabi sono radicati nel Paese da più tempo e che sono parte integrante della cultura araba e ne sono fieri, anche se non in senso nazionalista. 

In particolare negli ultimi anni il nome “cristiano” è stato associato nel mondo arabo e musulmano a “crociato, occidentale, americano”. Quali conseguenze per voi ne derivano?

Ne abbiamo un grande svantaggio. Soprattutto in Iraq, poichè noi cristiani di Iraq – e dico così perché sono caldeo e la Chiesa caldea è radicata in Iraq – abbiamo già pagato un prezzo molto alto a causa di tale identificazione. Lei lo sa… nell’Islam non si distingue tra società e Stato… si pensa: Gli americani sono cristiani e quindi i cristiani iracheni sono solidali con l’imperialismo statunitense…

Eppure papa Giovanni Paolo II aveva cercato in tutti i modi di scongiurare l’attacco all’Iraq, prendendo le distanze dalla politica americana in materia… 

Sì, è vero… ma il pregiudizio è restato in buona parte dell’Islam… Anche in Siria i sunniti, consciamente o inconsciamente, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein a seguito dell’invasione, tendono ad associarci alla politica degli Stati Uniti. E’ frustrante per noi: nonostante tutti gli sforzi fatti, anche in Siria si risente un po’ dell’insoddisfazione islamica mondiale verso l’Occidente, di cui noi facciamo le spese.

In che modo cercate di reagire? 

Per prima cosa non dobbiamo scoraggiarci, non dobbiamo avere paura di continuare a costruire ponti, a incontrare i musulmani. Nel mondo islamico i contatti personali rivestono una grande importanza: ad esempio noi vescovi di Siria cerchiamo sempre l’incontro con i capi musulmani, siamo in buoni rapporti con le autorità. Abbiamo progetti di ristrutturazione di chiese, di centri parrocchiali e con noi collaborano anche ingegneri musulmani, muratori musulmani: ci teniamo molto a rapporti fraterni, rispettosi, sinceri. Poi: se tra i cristiani sorgono malcontenti, noi vescovi cerchiamo di calmarli, non di attizzarli, relativizzandoli nella loro importanza immediata e pensando sempre in primo luogo al futuro.

Collaborate con i musulmani anche in ambito caritativo?

Certamente. . Ad esempio ho vissuto un’esperienza molto interessante ad Aleppo tramite Caritas

… di cui Lei è presidente…

Sì. Abbiamo coinvolto in un programma di aiuto alimentare, sanitario, scolastico della Caritas  anche 250 famiglie musulmane irachene. E’ stato bello e consolante vedere venire all’interno del perimetro della nostra parrocchia caldea cristiani e musulmani iracheni. Non sono mancati i gesti commoventi di riconoscenza e di fraternità, che noi abbiamo molto apprezzato.  

Monsignor Audo, come ha reagito ai racconti – certo drammatici - dei cristiani  profughi dall’Iraq che hanno raggiunto la Siria? 

Non sono rimasto sorpreso dai racconti, piuttosto rattristato, turbato. Da vescovo caldeo conoscevo la situazione. Mi ha colpito molto il rapimento a Mosul dell’arcivescovo Rahko, che io conoscevo. Quando visito per Natale le famiglie cristiane profughe dall’Iraq, ascolto sempre con dolore quello che hanno da raccontare, le loro sofferenze, troppe sofferenze… Temo che tutto questo possa capitare anche a noi… allora mi difendo cercando di trovare delle soluzioni preventive…

Un Suo confratello, l’arcivescovo latino di Baghdad Jean Benjamin Sleiman, ha scritto una testimonianza drammatica sulla vita dei cristiani in Iraq (vedi anche la recensione del libro “nella trappola irachena” apparsa nel numero 2/2008 della nostra rivista). Al di là del ricorso alla speranza cristiana, il quadro tratteggiato non lascia molto spazio all’ottimismo per l’avvenire. Pessimista, monsignor Slejman?

Non so se è pessimista, so che è realista. Monsignor Slejman è un antropologo, ha studiato la dhimmitudine , la ‘sottomissione’ e fa delle analisi interessanti non nascondendo la verità. Le società arabe moderne a livello di principi vogliono adottare il linguaggio dei diritti umani. Ci sono stati, è vero, dei progressi in quell’ambito. Tuttavia nella realtà quotidiana credo che l’idea di dhimmitudine  sia ben presente e tra i musulmani e tra i cristiani, molto difficile da superare. Il problema secondo me consiste nel fatto che il musulmano si sente in una condizione di dhimmitudine  rispetto ad Allah e deve eseguire i suoi precetti per essere in pace; nella società, sempre per sentirsi in pace, tratta i cristiani come Allah tratta lui, pretendendo cioè sottomissione. Un atteggiamento che molti musulmani ritengono di grande generosità verso i cristiani, portati a ‘condividere’ la sorte musulmana. Per i cristiani invece il rapporto tra l’uomo e Dio è diverso, fondato com’è  su libertà, differenza, filiazione.  I cristiani devono conoscere e comprendere la mentalità dei musulmani, ma non possono dimenticare di essere figli di Dio nella libertà.

Monsignor Audo, i rapporti tra Siria e Libano sono da sempre complessi. E i Suoi con i maroniti libanesi?

Come Antoine Audo, prima di diventare vescovo, ho vissuto una decina di anni nel Libano, anche da superiore di una comunità gesuita nel cuore maronita. Ho insegnato la Bibbia, mai mi sono sentito rifiutato, sempre mi sono sentito accolto dai maroniti. Ho conservato molti amici là, dei libanesi invidio il temperamento, la voglia di vivere nonostante tutto. E mi rattristo, mi inquieto molto quando sento quel che accade di negativo in Libano. Dal punto di vista dei rapporti politici rispetto la politica del mio Paese.

Lei è membro del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso: si è appena conclusa l’assemblea plenaria annuale, durante la quale è stato annunciato dal cardinale Tauran un documento di orientamenti per il dialogo interreligioso, da condurre “in verità e amore”. Ci può dire qualcosa in merito?  

Si è incominciato con un questionario inviato a tutti i membri del Consiglio, ai consultori, agli esperti concernente la questione del dialogo interreligioso. All’interno di tale tipo di dialogo, i rapporti con l’Islam sono preminenti. I destinatari del questionario hanno risposto e, a partire da una cinquantina di risposte, all’interno del Consiglio si è elaborata una sintesi di una quarantina di pagine, un Instrumentum laboris, frutto di un gran lavoro indisciplinare. Mi si è chiesto poi di riassumere in una dozzina di pagine l’Instrumentum laboris; sulla base di tale documento si sono avviati i lavori della plenaria. In tre giorni molto intensi abbiamo riflettuto sul testo e l’abbiamo modificato là dove sembrava necessario. Ora il documento è pronto per l’ultima fase gestita dal Pontificio Consiglio. A coronamento del tutto il Santo Padre nell’udienza finale ha ricordato le linee-guida del testo, che orienterà i cattolici nel dialogo interreligioso: niente sincretismo, niente proselitismo, dialogo in verità e amore nel contempo. Mi piace molto in Benedetto XVI – e l’ho detto nella plenaria - questo suo insistere nel rispetto delle differenze, questa sua ‘carità intellettuale’. Per la conclusione del documento ci siamo ispirati al brano finale dell’enciclica Spe salvi, dove il fine teologo diventa poeta in grado di intercettare la grande bellezza, giungendo così al cuore del messaggio. .