INTERVISTA AL MINISTRO GIORGIA MELONI - 'IL CONSULENTE RE' DI NOVEMBRE 2008

 

Giorgia Meloni, ministro italiano della Gioventù, riflette sull’odierna problematica educativa - Il sistema scolastico non deve livellare verso il basso, necessari meritocrazia e autorevolezza, bisogna puntare sull’uguaglianza nel punto di partenza e non sull’egualitarismo – Doveroso promuovere la famiglia naturale, preesistente agli Stati, scelta di libertà, responsabilità e solidarietà nel contempo – I giovani impegnati oggi nel sociale sono più coraggiosi di quelli del Sessantotto, poiché respirano l’incertezza esistenziale – Occorre far capire che chi si droga è un perdente, rischia di non conoscere mai il meglio di se stesso   

 

Nelle pagine precedenti abbiamo potuto conoscere l’opinione del ‘ministro’ vaticano dell’educazione cattolica sia su quest’ultima che sull’educazione in genere; in quelle che seguono ci è parso giusto e comunque interessante dare la parola al ministro italiano della Gioventù sulla tematica educativa nella nostra società. La trentunenne Giorgia Meloni, che da sedici anni è attivissima in politica (negli ultimi come presidente di “Azione giovani”, vicepresidente della Camera, da maggio ministro), ha certo – dato il suo curriculum - le carte in regola per parlare di giovani e per prospettare quella svolta culturale ineludibile se si vuole cercare di superare “l’emergenza educativa” di cui tutti soffriamo, come ha ricordato opportunamente anche papa Benedetto XVI. Saliamo dunque al secondo piano del palazzo di largo Chigi, dove il ministro è ben lieto di rispondere alle nostre domande con un linguaggio che poco concede, anzi nulla, ai fronzoli di salotto. Come si conviene a chi ha l’entusiasmo e la volontà di cambiamento connaturale alla giovinezza.  

Signor ministro, partiamo dal Sessantotto. Quali secondo Lei i suoi effetti più importanti a livello di vita quotidiana?

Sul piano culturale ed educativo il Sessantotto ha avuto effetti devastanti a lungo termine. Devastante ad esempio l’aver assunto il principio dell’egualitarismo come uno degli obiettivi primari, sostituendolo al principio di eguaglianza. C’è una grande differenza tra i due: per me uguaglianza significa dare a tutti la possibilità di misurarsi nel percorso della vita sociale, avendo pari condizioni nel punto di partenza, il che presuppone l’eliminazione di ciò che è frutto di posizioni di rendita e di oligarchia precostituita. Tale concetto di uguaglianza consente a tutti di essere valorizzati al massimo nelle proprie attitudini e si manifesta anche in un sistema educativo centrato sulla persona: per me la valorizzazione del singolo arricchisce l’intera comunità nazionale.  

L’egualitarismo sessantottino invece?

Ha preteso l’uguaglianza nel punto di arrivo, una lettura di tipo marxista che però ha causato un livellamento generale verso il basso. Si è puntato così sull’omologazione del singolo, mortificandone e spegnendone le attitudini.

Che cosa si dovrebbe fare oggi per promuovere l’uguaglianza, quella nel punto di partenza?

Bisogna tentare di invertire la tendenza culturale attraverso la promozione della meritocrazia. Da noi il merito è stato considerato spesso qualcosa di elitario… in verità non è così: ciascuno deve essere messo in condizione di valorizzare la propria specificità, parte integrante della propria identità, una ricchezza che abbiamo il dovere di coltivare. Bisogna portare avanti la rivoluzione del merito, così che tutti – indipendentemente dal censo, dall’età, dal sesso – possano misurarsi con possibilità serie sul terreno sociale. Per fare questo sono sorte iniziative come la formazione alla cultura d’impresa, il prestito d’onore, l’accesso al credito. Centrale resta naturalmente lo strumento della scuola, compreso il livello universitario.

Quali sono i segni odierni della persistenza di residui non marginali di cultura sessantottina nell’educazione scolastica dei giovani?

Risultato di quella cultura è certo una mancanza di autorevolezza da cui spesso la scuola odierna è connotata. Il nostro sistema educativo non è molto credibile, poiché non è in tanti casi autorevole. La classe docente risente in parte di una formazione sessantottina, non è adeguatamente remunerata e nemmeno spesso adeguatamente preparata nè abbiamo gli strumenti necessari per aggiornarla seriamente. Per molti anni la scuola è stata utilizzata soprattutto come ammortizzatore sociale per i docenti. Oggi si discute tanto del maestro unico, ma a me pare che l’introduzione della pluralità di docenti per una stessa classe sia derivata in particolare dalla necessità di mantenere i posti di lavoro in relazione al calo delle nascite. Si sono volute evitare allora scelte dolorose, che in una certa misura sarà il governo attuale a dover concretizzare. Il punto è che, fino a quando non razionalizzeremo le risorse, non potremo avere un sistema scolastico all’altezza dei tempi. Allora secondo me i residui del Sessantotto che si materializzano ancora all’interno della scuola vanno individuati in una forma di protezione rispetto a un sistema che non funziona, a un eccessivo ideologismo con il quale si affrontano le tematiche attinenti in particolare alla formazione: in sintesi ci si confronta con un’incapacità sostanziale di anteporre all’interesse complessivo della Nazione quello di parte.

La prima educazione avviene in famiglia. Anche lì è venuta in tanti casi a mancare l’autorevolezza dei genitori…

 

Buona parte dei messaggi che sono stati veicolati spesso e capillarmente sono sbagliati. La cultura sessantottina ha introdotto l’idea che tutto va sempre giustificato, che alla base di tutto c’è sempre un disagio sociale… A tale proposito – glielo dice una che per curriculum e per età è schierata con le giovani generazioni – quando si viene a parlare degli atti di bullismo, non credo che essi dipendano sempre da situazioni di degrado sociale. Non raramente le famiglie dei ‘bulli’ sono benestanti. Allora quali sono le cause? Nel quadro della mancanza di valori che questa società ci regala, anche la famiglia è stata intaccata profondamente dal fenomeno: vediamo genitori che non sanno essere di esempio, punti di riferimento…

… che invece un tempo si ritrovavano in primo luogo in famiglia…

 

Ma da anni la famiglia è oggetto di messaggi distorti: la famiglia è obsoleta, da superare… come se in qualche misura la famiglia esistesse in ragione dell’esistenza di uno Stato… invece la famiglia nasce prima dello Stato, delle leggi: per questo si parla di ‘famiglia naturale’. Questi messaggi distorti vengono prodotti per motivi ideologici, elettorali, economici: e sono messaggi che contengono in sé la precarizzazione della famiglia. Quando uscì il disegno di legge sui ‘Dico’ del governo Prodi, l’ho osteggiato non tanto per la questione dei diritti individuali, ma soprattutto per il messaggio lanciato in particolare ai giovani: Ma chi te lo fa fare di assumerti la responsabilità gravosa di creare una famiglia nei confronti di un’altra persona, dei figli che dovessero arrivare… No, molto più facile scrivere una bella raccomandata con ricevuta di ritorno; da quel momento sei una famiglia! Poi, se ti dovessi stancare, scrivi un’altra bella raccomandata con ricevuta di ritorno e il rapporto è bell’e finito…

 

Una procedura di tale superficialità e irresponsabilità anche sociale è tipica della società del Voglio tutto e subito, e ne godo fino a quando non mi stanco…

 

E’ il segno di una vera mercificazione dei rapporti umani… Giulio Tremonti ha parlato di  “supermercato dei rapporti umani”: tu prendi il prodotto che ti piace e poi lo butti quando ti stufi. Ma qui siamo davanti a persone, qui si tratta di rapporti umani inseriti in una comunità di vita, atto di responsabilità che comporta solidarietà. Quando si arriva a tale livello di mercificazione, vuol proprio dire che siamo al crepuscolo della civiltà! La famiglia ai nostri giorni risente certo della delegittimazione che le è venuta dal clima sociale, dai massmedia, da tanti politici, da buona parte dell’intellighenzia che ci ha regalato e ci continua a regalare tante belle letture di moda… qui la deriva sessantottina persiste! La crisi della famiglia (che, scriveva Martin Lutero, “è la fonte delle fortune o delle sfortune dei popoli”), dello scuola, dello Stato è causata dalla mancanza di credibilità e dunque di autorevolezza, una qualità senza la quale non si può essere punti di riferimento, esempi per le giovani generazioni.

Signor ministro, Lei in interventi diversi ha più evidenziato come, a proposito di comportamenti giovanili censurabili, di singoli o di gruppi, sia sbagliato ‘criminalizzare’ l’intera gioventù.

Spesso contesto la lettura ‘colpevolista’ che non raramente si dà delle giovani generazioni: penso sia una lettura superficiale. Se è vero che la generazione attuale ha i suoi sbandamenti, non penso che si senta poi peggiore dei propri padri e nonni. Si dimentica spesso che questa generazione vive in condizioni sociali difficili, più difficili di quelle di cui godeva la generazione precedente. Oggi l’insicurezza sostanziale aleggia dappertutto: in famiglia, nel mondo del lavoro, per la casa… Tutto ciò rende quasi eroico l’ancora forte impegno sociale e civile di questa generazione, nel volontariato, nella politica…

Lei ha certo una lunga e ricca esperienza in materia, da attivista e negli ultimi anni da presidente di “Azione giovani”…

 

R. Sì, sono presidente di un movimento giovanile cui sono iscritti migliaia e migliaia di ragazzi che fanno politica per anni senza aver assolutamente nulla in cambio… fanno politica unicamente avendo una propria visione del mondo, credendo in un determinato sistema di valori e lottando perché sia realizzato nella nostra società. Quarant’anni fa i giovani avevano in genere le spalle molto ben coperte da famiglie che offrivano certezze; oggi invece, in una situazione dominata dall’incertezza del futuro, ci vuole molto più coraggio per dedicare parte della propria esistenza alla politica, al volontariato. Ci vuole più coraggio, poiché chi i giovani che oggi si impegnano per la  comunità sono consapevoli in qualche modo che stanno togliendo tempo prezioso alla loro possibilità di avere domani un ruolo importante nella società in termini di  affermazione professionale e remunerazione economica, insomma di salire nella scala sociale. Questa generazione la trovo più coraggiosa, provvista di un sano eroismo quotidiano per esempio in chi sceglie di mettere al mondo un bambino pur vivendo nella precarietà professionale. E’ una generazione anche rivoluzionaria, ribelle…

I giovani sono ‘naturalmente’ ribelli, ma bisogna intendersi sul significato del vocabolo…

Certo. E allora diciamo con chiarezza che il vero ribelle non è chi fuma uno spinello in un sistema nel quale ci sono partiti politici che distribuiscono cartine per rollare le canne in campagna elettorale. Oggi essere autenticamente anticonformisti significa scegliere – di fronte a uno Stato che non ti aiuta, di fronte a una società che ti dice che la famiglia è un istituto obsoleto – di assumersi una responsabilità di fronte a un’altra persona, di mettere in piedi una famiglia, di avere un bambino in una situazione di incertezza. Ci vuole tanto coraggio per fare questo!

Come ha rilevato in un’altra occasione, anche i giovani delle Giornate mondiali della Gioventù sono ammirevoli, nuotano controcorrente…

 

I giovani delle Giornate mondiali della Gioventù sono forse l’espressione più clamorosa nelle dimensioni del fatto che ci sono ancora molti giovani che non sono degli sbandati, che cercano valori e persone in cui credere, che non sono bulli né sognano di fare le veline…

Lei aveva sottolineato, riguardo ai giovani “di Sydney”, anche la loro voglia di “essere parte con gli altri di una straordinaria avventura”, di cercare i valori insieme…

Cercano la comunità. Guardi, mi sono iscritta a quindici anni all’allora “Fronte della Gioventù”. Sinceramente non credo che avrei continuato a fare politica per tanto tempo e avrei raggiunto certi livelli, se non avessi trovato una comunità ben viva di coetanei e con essa la capacità di condividere vittorie, sconfitte, gioie ed amarezze… l’idea che quando tu cadi, c’è qualcuno pronto a rimetterti in piedi. E’ bello sentirsi parte viva di qualcosa di vivo. A ben guardare, è anche quello che accade negli stadi, nelle curve: il bisogno di appartenere, di credere in qualcosa… purtroppo spesso degenera. Ed anche quando degenera, resta il fatto che questi ragazzi gridano un loro bisogno, cercano aiuto. Noi invece ci accontentiamo di ‘sparare’ la notizia nei telegiornali. E così incoraggiamo anche la cattiva emulazione, molto più facile oggi grazie a strumenti come You tube e i videotelefonini. Sarebbe ben più saggio invece presentare il buono operato da tanti giovani, le loro ‘storie belle’ e non quelle della  minoranza di bulli, così che siano loro a essere emulati dai coetanei! Si facciano sentire i non bulli… non facciano come la famosa ‘maggioranza silenziosa’!

I giovani e la droga: nonostante tutto, persiste nella nostra cultura dominante, massmediatica (salvo poche retromarce), la banalizzazione del problema droga. Che possiamo fare perché si operi  una svolta culturale profonda?

 

Questo è un altro grande tema. La legge Fini-Giovanardi in vigore è molto buona: è sì giustamente repressiva, ma è anche di prevenzione e di recupero. Vede, spesso si pensa al tossicodipendente come a un malato incurabile: è un grave errore, nessuno è irrecuperabile come dimostrano certe esperienze di comunità. Sono stata a San Patrignano, pochi giorni fa alla tradizionale giornata di “Pane e mortadella” della Comunità Incontro ad Amelia. E la constatazione è una sola: i tossicodipendenti, anche quelli che sembravano ormai ineluttabilmente o quasi ai margini della società, sono pienamente recuperabili.

Basti pensare ai prodotti di alta qualità della Comunità di San Patrignano…

 

San Patrignano restituisce alla società i suoi ragazzi come persone che hanno qualcosa da insegnare agli altri. Ai ragazzi della Comunità Incontro visti domenica scorsa ho detto che alla fine del loro percorso di recupero sarebbero stati un esempio per i loro coetanei, che avrebbero ascoltato volentieri loro come mai hanno ascoltato un politico. E’ la testimonianza vera di chi a torto pensava di potersi permettere tutto e poi è caduto nella polvere, ma infine ha voluto risollevarsi e c’è riuscito.  Ho detto ai ragazzi di Amelia che, al di là di una buona legge, indispensabili sono i testimoni credibili e perciò convincenti, quelli che hanno pagato sulla propria pelle il disastro di una scelta riconosciuta poi come sbagliata.

Della cultura della banalizzazione del triste fenomeno fa parte anche la presunta distinzione tra droghe ‘leggere’ e ‘pesanti’…

Una distinzione orribile, le droghe fanno male tutte. Dobbiamo promuovere una svolta culturale forte, definitiva. Ancora troppo spesso si pensa che la persona per essere tale, per valorizzarsi abbia bisogno di una sostanza esterna. Questa è la deresponsabilizzazione promossa da tutti quei politici e intellettuali che per ragioni di propaganda hanno ‘venduto’ la droga come se fosse simbolo di libertà, forma di emancipazione. La droga invece è il contrario della libertà e dell’emancipazione: dobbiamo avere la forza di far passare il messaggio che chi si droga scappa, chi si droga è un perdente, non può essere il leader di un gruppo dato che non ha il coraggio di essere se stesso. Ognuno di noi ha un patrimonio genetico unico, irripetibile: se tu ti accontenti di essere un po’ obnubilato come tanti altri, perdi la possibilità di valorizzarti come persona, di tirar fuori il meglio che c’è in te. I veri ragazzi anticonformisti si sveglino, parlino con i loro coetanei, li convincano mostrando il masochismo di certi comportamenti cosiddetti ‘emancipati’: questo varrebbe più di tante leggi, di tante norme, pur necessarie, pur di rilievo, pur molto positive!