INTERVISTA AL DIRETTORE DI 'AVVENIRE' MARCO TARQUINIO - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI OTTOBRE 2010

 

Tra gli argomenti dell’intervista il clima sociale del Paese, la sofferenza di tante famiglie, la situazione della Chiesa italiana, lo scandalo pedofilia nella Chiesa e nel mondo, la degenerazione di certo giornalismo, la diffusione di ‘Avvenire’, il ‘caso Eluana’e dintorni, le persecuzioni anticristiane nel mondo.

 

Il 24 novembre del 2009 Marco Tarquinio si insediava ufficialmente quale nuovo direttore di ‘Avvenire’: assumeva quindi su di sé l’eredità pesante di un giornalista di spessore come Dino Boffo, dimissionario nei giorni drammatici di inizio settembre. Da subito l’interim era stato affidato al cinquantaduenne giornalista umbro, esperto di politica interna e internazionale, entrato ad ‘Avvenire’ nel 1994 e vicedirettore dal 2007. Nell’ampia intervista rilasciataci nella sede centrale di piazza dei Carbonari, Marco Tarquinio tocca alcuni tra i temi più delicati che riguardano l’odierno giornalismo italiano e il clima sociale del Paese, oltre a richiamare alcuni fatti che in tempi recenti hanno profondamente smosso la coscienza dei cattolici italiani.

 

D: Caro direttore, è ormai passato quasi un anno dall’investitura ufficiale a timoniere della barca non leggera di Avvenire: andrebbero aggiunti anche gli oltre due mesi e mezzo da timoniere a interim… Riandiamo al Suo primo editoriale da direttore ufficiale e vi leggiamo tra l’altro che “noi giornalisti di Avvenire continueremo – per mestiere e per convinzione – a tenere gli occhi ben aperti su ciò che davvero conta. (…) Continueremo a chinarci responsabilmente su ogni albero che cade, e ad ascoltare con passione la foresta che cresce”. Queste Sue parole hanno trovato conferma in quanto accaduto in questo Suo primo anno da direttore?

 

Insieme con i miei colleghi penso di essere riuscito a dimostrare che un giornalismo forte eppure non gridato è ben possibile. Abbiamo riferito senza reticenze e distrazioni gli eventi clamorosi e negativi, quelli che si pensa colpiscano di più l’opinione pubblica. Abbiamo indagato e raccontato i misfatti compiuti dalla criminalità organizzata del nostro Paese e le grandi tragedie che, da Haiti al Cile al Pakistan, hanno piagato il mondo. E non abbiamo chiuso gli occhi su nulla, tantomeno sulle persecuzioni anticristiane in diversi Paesi. Altri hanno fatto più fatica a vederle e a darne conto. C’è stato bisogno che un oscuro pastore protestante, Jones, lanciasse una stolta e inaccettabile provocazione alla vigilia dell’anniversario della strage dell’11 settembre alle Due Torri perché ci si rendesse finalmente conto – sia pure come di rimbalzo – che ci sono estremisti che attaccano brutalmente le minoranze cristiane nei Paesi a maggioranza islamica.

Fin qui abbiamo parlato dell’albero che cade con gran fragore. E della foresta che cresce?

E’ una parte importante della vita del mondo e dell’Italia… Noi cerchiamo di riconoscerla e di farla conoscere.

Ma la foresta italiana non è un po’ scarnificata?

Già, in questo tempo di crisi si ha la sensazione che da noi ci siano in giro ben poche energie positive… La realtà, però, è fortunatamente diversa. Lo ha confermato, nel settembre scorso, una ricerca Doxa-Focsiv: la propensione italiana alla donazione, la disponibilità concreta al sostegno delle iniziative per i più poveri e svantaggiati è rimasta altissima. Anche dall’osservatorio privilegiato di Avvenire abbiamo potuto constatare con quanta generosità gli italiani hanno reagito alla chiamata della Cei per dare vita al “prestito della speranza”. E poi penso alla generosa mobilitazione seguita al terremoto dell’Aquila, al disastro di Haiti e, sia pure in misura minore, al devastante terremoto cileno, il quarto più forte di sempre. E poi c’è l’attenzione mai sopita per l’Africa. E l’impegno per la giustizia sociale e la legalità nel nostro Sud, dove le cosche malavitose, le ‘quattro mafie’, continuano a incidere pesantemente sulla realtà ma dove continuano anche le attività delle cooperative di giovani che lavorano nei terreni confiscati alla criminalità. Dire “Libera”, “Antipizzo”, “Progetto Policoro” significa chiamare per nome la speranza. Sono segni potenti, che vanno valorizzati: non sono solo il presente, preannunciano soprattutto un futuro diverso rispetto a quello della rassegnazione e della condiscendenza. Ma la “foresta” cresce anche al Nord: penso alle iniziative contagiose delle chiese locali, delle nostre piccole e grandi comunità cristiane, per sensibilizzare e coinvolgere tutta la società civile e la politica nel sostegno alle vittime della crisi economica. Soprattutto al Nord, Milano ha fatto scuola, ma anche in altre aree del Paese è nata una miriade di fondi di sostegno alla piccola imprenditoria in difficoltà e alle famiglie in affanno, e la mobilitazione è stata imponente. Vedo poi in genere, una bella capacità di reagire alle provocazioni di certe frange estremiste…

Si riferisce ad esempio alle contestazioni avvenute a settembre all’interno della festa del Pd? O ai frequenti insulti e attacchi ai sindacalisti della Cisl?

Certo. Conforta il fatto che la reazione sia stata in genere pronta, e che nonostante alcune incresciose mancanze di solidarietà (penso in particolare al silenzio della Fiom…) ci sia stata una vasta e netta presa di distanza da chi cerca di far tacere le voci scomode e di intimidire i riformatori. Quest’anno di crisi ci sta dimostrando che il nostro Paese sa vivere con dignità e coraggio anche momenti così difficili. Anche se stiamo cominciando a conoscere di nuovo un po’ troppe piazze tumultuanti e aggressive e ombre minacciose tornano a profilarsi…

 … il clima è malsano… mi viene in mente anche la signora aggredita nella metropolitana di Roma perché leggeva “Il Giornale”…

 

Noi che abbiamo vissuto gli ‘anni di piombo’ sappiamo bene quali sono i meccanismi che possono innescarsi nell’ambito di una grande eccitazione sociale sostenuta da tribune mediatiche irresponsabili. E oggi le vie del web moltiplicano messaggi, distorsioni e il rischio che dal mondo virtuale certe parole di fuoco precipitino in modo drammatico nel mondo reale …

Lei non ritiene che i recenti episodi, verificatisi in varie parti d’Italia, siano un indizio di possibili tempi cupi?

 

Se non ci fosse una reazione adeguata, certo potrebbe succedere. Nei casi che Lei cita, le parole sono state appunto superate di slancio e si è arrivati ai gesti violenti. Gesti che sono la prosecuzione di polemiche smodate e attuali ma che sono “montati” nei troppo lunghi anni di bipolarismo furioso che abbiamo fissuto dal 1994 in qua. Nel nostro Paese le contrapposizioni sono, ormai, forti e radicate. A tutt’oggi, però, mi sembra che i violenti siano estremamente minoritari e che il grosso dei movimenti sociali sia concentrato su problemi veri, a cominciare dal gran tema della difesa “non conservatrice” dei posti di lavoro e della evoluzione dei rapporti all’interno delle aziende. Oggi su tutto questo nel Paese si sviluppa un confronto anche aspro, che però non è guidato da frange estremiste. Le grandi vicende innescate dalle iniziative della Fiat a Pomigliano e a Melfi stanno costringendo tutti – movimento sindacale, organizzazioni imprenditoriali, mondo politico – a riflettere su come trasferire nel tempo nuovo della globalizzazione l’essenziale dei diritti e delle garanzie dello ‘Stato sociale’ all’europea…

Insomma, malgrado l’avanspettacolo offerto non raramente da certa politica, Lei pensa che il Paese offra segnali positivi…  

Il Paese – o, meglio, gran parte di esso – sta affrontando questo tempo difficile con affannosa dignità. A differenze di quando dicono certi indicatori ufficiali, la gente oggi non vive bene. Se si guarda l’Italia nel profondo, si constata una diffusa sofferenza delle famiglie. Ma la famiglia resta anche il grande ammortizzatore sociale in questo Paese. Sta supplendo a molto, e con una fatica sempre maggiore. I genitori anziani sostengono i figli in cassa integrazione, gli espulsi di mezza età dal mondo del lavoro resistono solo se hanno una famiglia al fianco …

… ma fino a quando reggerà?

Francamente non lo so. Ma so che la politica, se fosse seria e sapesse guardare lontano, considererebbe le difficoltà del presente e preparerebbe un futuro migliore per tutti. Questo, a mio parere, significa soprattutto una cosa: scelte precise e ben articolate a sostegno della famiglia, cellula base della società..

Di ciò si parla da tante campagne elettorali…le promesse abbondano… però oggi il clima culturale non è più favorevole alla famiglia…

Credo che la sua centralità sia oggettiva. Ma è vero che c’è ormai la necessità di ribadirla, anche sul piano culturale, restaurando il ruolo che alla famiglia fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna assegna l’articolo 29 della nostra Costituzione. Da questo riconoscimento culturale e politico discende tutto il resto, a incominciare da un’azione di governo che smetta di ignorare o addirittura penalizzare la famiglia. Noi siamo tra coloro che chiedono un fisco che la premi, ma sarebbe già importante un fisco che smetta di penalizzarla. Oggi in Italia chi ha una famiglia unita e mette al mondo figli è paradossalmente svantaggiato sia nell’accesso ai servizi sia sul piano delle tasse …

Si dice sempre che mancano i soldi per aiutare seriamente la famiglia. Non si può qui fare a meno di osservare che in Francia, in Germania, negli Stati nordici per la famiglia i soldi ci sono…

 

Perfino in Spagna, pur nel contesto di una legislazione controversa e ambigua, c’è qualche indizio di revisione dell’atteggiamento punitivo mantenuto a lungo… Da noi, invece, si dice sempre che i soldi non ci sono. Tra l’altro, non si riesce neppure a quantificare – si oscilla tra i tre e i dodici miliardi – la somma necessaria per sostenere la famiglia con un sistema basato sul quoziente familiare o su strutturate deduzioni fiscali (due modi che consentono di giungere a un trattamento equo). Ma l’importante è avviare la svolta e per farlo non servono tutte e subito le cifre di cui si straparla. E poi è noto a tutti che, quando c’è stato bisogno di fare una manovra dolorosa su imposizione dell’Unione Europea, nel giro di cinque settimane sono stati recuperati addirittura 24 miliardi...

Torniamo al Suo primo editoriale da direttore di Avvenire. Dopo la frase programmatica sull’albero che cade e sulla foresta che cresce, vi si legge che ci si potrà continuare ad occupare di questo “perché abbiamo un editore che ci dà responsabilità e forza” e “perché questa è una redazione di giornalisti veri”. Incominciamo dall’editore…

Dico spesso che il nostro editore è il più presente e il meno invadente che si possa immaginare. Lo dico a ragion veduta, anche per l’esperienze fatta in diversi altri giornali.

“Il più presente”…

Il nostro editore è il mondo cattolico attraverso la sua massima espressione italiana. Come è noto Avvenire è controllato in maggioranza dalla fondazione della Cei “Santi Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena”, cui si aggiunge una cordata di azionisti della cosiddetta “finanza bianca”: nomi importanti e belle energie… E’ chiaro che il nostro editore di riferimento è la Chiesa italiana, che per storia e sempre rinnovata dedizione ha uno straordinario e diretto rapporto con il Successore di Pietro, a sua volta Primate d’Italia. La nostra collaborazione con le singole Diocesi e con la Cei e in particolare con il suo presidente, il cardinale Angelo Bagnasco, è naturale, profonda e serena, nascendo dalla lettura quotidiana di ciò che la Chiesa è e fa sul nostro territorio. Non dimentichiamo poi che la nostra, piaccia o non piaccia a qualcuno, è e resta una “Chiesa di popolo”.

Una realtà che risalta maggiormente in rapporto alla situazione in altri Paesi d’Europa…

… non c’è partita, poiché sono diverse le Chiese che non sono riuscite a contenere l’ondata secolarizzatrice così che la loro presenza si è, in non pochi casi, grandemente affievolita.

 

Certo il problema è serio, tanto che papa Benedetto XVI ha voluto creare un nuovo dicastero pontificio, quello della ri-evangelizzazione di quelle porzioni – religiosamente quasi desertificate – del mondo occidentale in cui la presenza e la consapevolezza cristiana si è ridotta grandemente. In Italia ci sono aspetti contrastanti, ma resta un dato di fatto incontrovertibile: resiste una cultura condivisa e permane una presenza popolare massiccia che si esprime ad esempio nei milioni di persone che ogni domenica si muovono per incontri dello Spirito, per pregare in chiese e santuari. A sud come a nord, al centro come nelle isole, dappertutto si riscontra lo stesso fenomeno, legato sì alla tradizione ma anche al presente.

Non è che, salvo casi eccezionali, in genere i mass-media ne parlino

Già, questo fenomeno sui mass-media praticamente non esiste. Ed è incredibile. Su Avvenire abbiamo raccontato della rete dei piccoli santuari italiani e di ciò che suscitano: è impressionante! I santuari non sono soltanto luogo di devozione, ma anche di incontro, di scambi di esperienze vive. Eppure, sì, è un dato quasi inavvertito…

… non è di moda…

 

… però è la realtà. Poi, ci si meraviglia se questa Italia in occasioni decisive – come il referendum sulla legge riguardante la fecondazione assistita – imbocca una strada che è opposta a quella voluta dai grandi mass-media e preconizzata da certi soloni della politica, che credevano di aver capito tutto del Paese. Forse, o senza forse, tanti avrebbero motivo per riflettere.

Nonostante i fatti citati, diversi istituti demoscopici rilevano che comunque anche la Chiesa italiana ha patito nella credibilità pubblica a causa degli scandali emersi negli ultimi due anni nella Chiesa universale…

Non credo molto ai sondaggi e non m’incanto di certo di fronte ai dati che sfornano. E’ vero, però, che ci sono dei problemi e nasconderli non serve. Il principale riguarda la trasmissione del grande patrimonio di fede e di cultura, ricchezza consolidata della realtà italiana: saremmo più poveri tutti se una secolare capacità di trasmissione di questo lascito vivo diminuisse sensibilmente.

Il problema è drammatico per le nuove generazioni…

Non a caso la Chiesa italiana ha posto al centro dell’attenzione del prossimo decennio l’emergenza educativa. E si è rivolta a tutti, credenti e no. C’è infatti da trasmettere ciò che è alla base stessa della nostra cultura, ciò che ha consentito a questo nostro Paese di elaborare un modo originale di vivere insieme nella diversità e nella complessità. Vede, dietro di me c’è appesa una cartina dell’Italia prima della sua unità politica…

 Un po’ più grande di quella attuale… scorgo Istria, Dalmazia, Nizza, la Savoia, Malta, il Canton Ticino…

Questa cartina “postale e stradale” racconta l’Italia alla vigilia delle guerre d’indipendenza. La disegna e dice come era intesa e collegata, culturalmente, già prima dell’unità politica. Il dato cristiano è fondante della nostra cultura condivisa. Se noi questa nostra cultura la lasciassimo sfaldare, perdendone il cuore, perderemmo anche la capacità di vivere insieme che ci ha reso tanto a lungo positivamente speciali. E sarebbe tanto più grave in tempi in cui ci confrontiamo da vicino, qui in casa nostra, con i “diversi” che provengono da terre di culture lontane e appartengono in misura non marginale anche ad altre esperienze religiose.

Torniamo al rapporto tra scandali emersi nella Chiesa e credibilità…

 

La polemica ricorrente contro la Chiesa ha trovato nuovi spunti nello sconcerto suscitato dall’onda massmediatica sollevatasi attorno a scandali veri o presunti che hanno coinvolto ecclesiastici e religiosi. La cosiddetta “emergenza pedofilia” nella Chiesa cattolica, nella quale siamo stati immersi per mesi, era fondata su tutta una serie di fatti che hanno riguardato soprattutto il passato, più o meno lontano. Vicende gravissime, che hanno permesso di constatare che il problema si è manifestato dentro la Chiesa Cattolica come dentro le tante altre realtà a contatto con i giovani: dal mondo della scuola a quello dello sport, dal mondo delle associazioni a quello delle più diverse religioni e confessioni… I mass-media si sono concentrati esclusivamente su quanto è successo all’interno della Chiesa cattolica, sebbene in altri ambienti le percentuali di pedofili fossero più elevate, e io – alla fin fine – non me ne dolgo. Perché nessuno ha considerazione dei piccoli più di un cristiano, e lo scandalo ha permesso alla stessa Chiesa di affrontare il problema con dolore sì, ma anche con tutta la necessaria serietà. 

 Anche Avvenire ha pubblicato sul tema dei dossier esplicativi molto sereni e nel contempo rigorosi. Uno in particolare prima dell’estate…

Già da anni Avvenire racconta con continuità lo scandalo pedofilia per quello che è davvero: la sofferenza di 220 milioni di creature, tre milioni schiavizzate sessualmente, e un movimento di miliardi e miliardi di dollari derivato dal turismo sessuale legato appunto ai minori. E’ una piaga che tocca in particolare l’America centro-meridionale, una fascia d’Asia che va dal Nepal alla Cambogia alla Tailandia, alcune regioni d’Africa. In tutti questi anni non sono mancati gli allarmi lanciati dalle agenzie internazionali legate alle Nazioni Unite e da grandi organizzazioni umanitarie… ma Lei ha forse visto il tema ricevere l’attenzione massmediatica che merita?

No di sicuro… ma quando si toccano certe lobbies danarose, certi interessi consolidati…Torniamo adesso a quanto sostenuto da Lei il 25 novembre 2009, quando scriveva: “Questa è una redazione di giornalisti veri”. Un aggettivo certo non casuale…

 

Non è casuale, perché io credo che una delle grandi emergenze del giornalismo odierno derivi dallo sempre maggiore “scostamento” dai fatti, da quanto accade veramente. per consegnarsi a una rappresentazione della realtà in cui pesano troppo le opinioni di chi scrive. Leggo un po’ dappertutto articoli di cronaca che assomigliano a editoriali. Secondo me, come mi hanno insegnato anche maestri del mestiere rigorosamente laici, è invece giusto tenere fatti e opinioni separati: i fatti ben spiegati e le opinioni ben dichiarate. Avvenire cerca di seguire questa strada: non nascondiamo certo il nostro parere, limpido, su tanti temi, ma – come dice sempre un mio bravissimo collega – “non litighiamo con i fatti”. Bisogna dare al lettore la possibilità di conoscere prima di tutto le cose per quello che sono. E’ su questa base che lui o lei si farà, poi, un’opinione, che potrà o no coincidere con la nostra. Questo è il senso della libertà di stampa: la nostra libertà di giornalisti è figlia della libertà dei lettori. Non mi stanco di ripeterlo: svolgiamo un servizio, non esercitiamo un potere.

La cultura dominante va in senso opposto: basta sintonizzarsi sui principali canali televisivi per rendersi conto di come ognuno salga sul pulpito a dire tutto e il contrario di tutto. Se i bambini dicono la loro nei tristi programmi in cui si esibiscono cantando, se perfino le candidate a Miss Italia contestano in diretta i voti della giuria, se nei talk show si sproloquia su tutto (per non parlare di quanto accade nei famigerati “Grande fratello”, “Uomini e donne” e simili), se in tanti telegiornali si affonda e si rigira morbosamente il coltello in certi fatti di cronaca nera (di cui basterebbe dar notizia in termini essenziali), come meravigliarsi che anche nel giornalismo prevalga la voglia di protagonismo sempre e comunque?

Tutto vero, però leggo e vedo anche tanto buon giornalismo, magari confinato televisivamente o radiofonicamente in orari impossibili… Magari umiliato dalle prime pagine dei giornali.

Se una buona trasmissione è all’una di notte, trova la maggioranza dei potenziali telespettatori ormai nelle braccia di Morfeo. E allora: a che e a chi serve?

 A un pubblico limitato. Il grande pubblico è invece ‘formattato’ dentro a un’immagine della realtà che viene propagandata in orari comodi. La nostra categoria, caro direttore, è proprio chiamata a un soprassalto di autocoscienza: deve capire che la nostra professione ha senso se è specchio non deformante della realtà e se è collegata, in questo servizio, alla responsabilità. Se un fatto è negativo – poniamo si parli degli scandali economico-finanziari che ha conosciuto il nostro Paese negli anni scorsi e che hanno visto coinvolte grandi aziende nazionali – io devo prima di tutto raccontarlo onestamente, poi potrò “contraddirlo” in sede di analisi e di commento.

Dalla degenerazione dei cosiddetti salotti televisivi deriva anche un altro aspetto che caratterizza parte del giornalismo italiano: la voglia di rissa, la tendenza all’urlo. A volte i toni urlati possono purtroppo essere necessari, dato che ad esempio non pochi politici denotano una tendenza alla sordità (non quella fisica) e dunque vanno stimolati e tenuti ben desti… Tuttavia normalmente i toni urlati non sono un esempio da seguire…

Penso che questo tipo di giornalismo alla lunga non paghi: sta distruggendo la credibilità e il numero delle copie dei giornali. Se guardiamo gli indici, impietosamente all’ingiù, notiamo che negli ultimi due anni i principali giornali nazionali, le cosiddette ‘corazzate’, abbiano perso ognuno decine di migliaia di copie. In un Paese che s’è scoperto nel dna una propensione alla lettura non altissima, il fatto preoccupa, e molto.

Lei pensa che il calo generalizzato (salvo eccezioni) delle vendite sia dovuto anche ai toni urlati?

 

Lo penso e lo dico: i toni urlati pesano. Ma pesa anche l’evoluzione-involuzione verso internet o la crisi economica che rende problematico per molti sborsare anche un euro e venti al giorno. Non sono affatto pochi, però, quelli che non ne possono più dei titoli-cannonata riguardanti il teatrino della politica. Certo, titoli pungenti li facciamo anche noi di Avvenire, solo che non riguardano le chiacchiere, ma problemi reali che toccano la quotidianità di molta gente (ad esempio nella battaglia che abbiamo condotto in solitudine a difesa dei veri invalidi e contro quelli falsi). Credo sia necessario un buon giornalismo d’indagine e di proposta, che non abbia timori e reticenze. E credo che tanta gente cominci a non poterne più di gossip in dosi d’urto e di cronache inzuppate di sesso. Noi suoniamo un’altra musica. E in un certo modo i lettori ci premiano: teniamo nel numero di copie. E’ un dato che rincuora: in Italia è davvero possibile – e anche pagante – fare un tipo di giornalismo diverso da quello gossiparo.

Allora vediamo qualche cifra…

 

Il grosso della diffusione, oltre l’80%, resta legato agli abbonamenti. Il resto è dato sostanzialmente dalle vendite in edicola. In totale in media la nostra diffusione media è attorno alle 106-107mila copie giornaliere, mentre la tiratura media è sulle 145-150mila. Siamo presenti su tutto il territorio nazionale con una diffusione capillare: arriviamo, insomma, dappertutto.

Si vedono anche nelle parrocchie (ma non sempre in occasioni delle messe domenicali…

Quello è il cosiddetto ‘canale della buona stampa’, prezioso e naturalmente più consistente la domenica. Voglio però sottolineare che anche il giovedì e il sabato per le vie ordinarie la diffusione è assai alta…

Merito anche del bell’inserto Popotus?

 

Merito anche di questa straordinaria esperienza, che da ormai quindici anni accompagna Avvenire: Popotus è un giornale per bambini (ma non bambinesco) che racconta le notizie del giornale dei grandi con un linguaggio adeguato all’età, abituando i piccoli lettori a familiarizzare con la carta stampata. Uno strumento importante rivolto a una fascia cruciale: Popotus è riuscito a sopravvivere in questi anni non per caso, ma poiché ha trovato la formula giusta per il suo pubblico.

Un bel modo per interpretare la missione culturale di Avvenire.

Caro direttore, ancora qualche domanda su temi importanti su cui Lei ha espresso con forza la Sua opinione. Incominciamo dall’editoriale del 10 febbraio 2009, dal titolo: Adesso però vogliamo sapere tutto. Ne leggo l’incipit: “Eluana è stata uccisa. Davanti alla morte le parole tornano nude. Non consentono menzogne, non tolerano mistificazioni. E se noi – oggi – non le scrivessimo, queste parole nude e vere, se noi – oggi – non chiamassimo le cose con il loro nome, se noi – oggi – non gridassimo questa tristissima verità. non avremmo più titolo morale per parlare ai nostri lettori, ai nostri concittadini, ai nostri figli. Non saremmo cronisti, e non saremmo nemmeno uomini”. A più di un anno e mezzo di distanza da quei giorni drammatici, Lei riconferma quanto scritto?

Assolutamente sì. Quell’editoriale l’ho scritto poco dopo la morte procurata di Eluana, cui avevano tolto il nutrimento – e lei non prendeva medicine né era tenuta in vita da sistemi artificiali. L’ho scritto anche e soprattutto con cuore di padre - ho due figlie -perché quella vicenda mi interrogava anche come genitore nella mia responsabilità educativa. In quest’anno e mezzo passato dopo la morte procurata di Eluana a che cosa abbiamo assistito? Per caso a code di persone davanti a luoghi di cura che chiedevano di essere ‘terminate’? Io ho visto persone in fila davanti a luoghi di cura che chiedevano di essere curate e guarite. E stato forse un sogno? Abbiamo forse assistito a un’altra miriade di “scandali” – come quello costruito attorno alla figura dolce e tragica di Eluana – per segnalare che a qualcuno era negata la morte invocata? Oppure ci è toccato segnalare morti che erano frutto di casi di malasanità? Non sono domande retoriche le mie. Anche oggi in Italia si chiede ancora e sempre una sanità buona, orientata a far concreto nella realtà quel favor vitae espresso nel nostro ordinamento sanitario. Con la vicenda tragica di Eluana si è inferto un vulnus a quel principio e a un intero ordinamento. Perciò si è dovuto pensare a una legge…

 

Lei scriveva a tal proposito, sempre nell’editoriale del 10 febbraio 2009: “Che Eluana non sia morta invano, e che non muoia mai più. Ci sia una legge, che la politica ci dia subito una legge. E che nessuno, almeno nel nostro Paese, sia più ucciso così: di fame e di sete.” Legge annunciata, legge promessa subito, in tempi brevissimi, entro pochi giorni, entro poche settimane, prima delle vacanze estive, dopo le vacanze estive, dopo le elezioni regionali, dopo dopo dopo… e ancora si è impantanati – dopo l’approvazione in Senato – in qualche meandro della Camera…

In quest’anno e mezzo non ci sono stati altri casi e quindi non si è sentita l’urgenza di una legge. Questo dimostra che la battaglia portata avanti per Eluana Englaro su una presunta domanda (che non c’è) di eutanasia nel nostro Paese, era una battaglia ideologica. Nel contempo la questione, dopo il primo tratto di strada al Senato, è finita alla Camera, prigioniera delle guerre e guerricciole della politica. Io mi auguro che nelle prossime settimane si porti a conclusione il percorso incominciato al Senato e che venga di nuovo detta una parola chiara sull’argomento: ci sono state iniziative e pronunciamenti in sede giudiziaria che hanno cambiato l’ordine delle cose radicato nei principi fondamentali della legge e della nostra civiltà. Da cittadino e da osservatore attento della realtà questo è quello che mi preoccupa di più.

Ultimo argomento. Il 14 settembre, rispondendo a due lettori sui tragici assalti islamici a scuole e chiese nel Kashmir e nel Punjab, Lei scrive tra l’altro: “Il mio primo pensiero – da cristiano – è stato per le nuove sofferenze di quei nostri fratelli di fede. Il secondo – da giornalista – è corso alla reazione dei mass-media: forse, mi sono detto, stavolta non saremo i soli a dare ampio e giusto risalto alla feroce ingiustizia degli attacchi contro le minoranze cristiane nei Paesi a maggioranza religiosa diversa”. Questa volta anche gli altri mass-media hanno dato spazio alla sanguinosa caccia ai cristiani?

Alcuni sì. Paradossalmente questo è avvenuto perché si era sviluppata, prima, una gran tempesta mediatica relativa alla provocazione dell’oscuro reverendo battista americano Terry Jones che si era inventato la folle idea di bruciare il Corano. Jones è una persona senza seguito: ai suoi sermoni sono accorsi più giornalisti che fedeli. Incredibile come un tale individuo abbia ottenuto spazi giganteschi sui mass-media… Un altro caso che dovrebbe indurre a profonda riflessione tutti gli operatori dell’informazione. Non è accettabile che il primo signor Nessuno che si alza la mattina, con l’idea di essere il portavoce addirittura del “sentire cristiano”, veda i suoi spropositi amplificati da un’enorme catena di agenzie, televisioni, quotidiani. Poi sono venuti i fatti veri, le moltitudini fanatiche che hanno ucciso, incendiato, saccheggiato, infierito sulle persone e sulle cose delle minoranze cristiane nei loro Paesi. L’hanno chiamata ritorsione, ma è stato il ripetersi condensato in poche ore di gesti e violenze purtroppo diffuse e permanenti.

La verità è che c’è una parte del mondo in cui il principio del rispetto delle minoranze è ormai acquisito – pur dopo un cammino lungo e tormentato – e ce n’è un’altra in cui siamo ancora lontani dall’obiettivo. Credo che la comunità internazionale debba levare finalmente la propria voce in modo forte e chiaro in favore dei diritti delle minoranze etniche e religiose. C’è una significativa iniziativa italiana e di parte dell’Unione Europea in questo senso, spero che venga incardinata seriamente nei lavori dell’Assemblea dell’ONU e che il testo finale sia all’altezza del problema. Spero anche la stampa si renda conto dell’importanza della questione, della gravità della situazione e dell’urgenza di porvi rimedio: è noto che tra le minoranze religiose quella cristiana è la più inerme e perseguitata nel mondo. Con casi di discriminazioni che si verificano ormai nella stessa Europa. E’ incredibile che qui in Occidente non si riesca ad aprire gli occhi sugli orrori anticristiani e li si consideri ancora con una sufficienza miope, ingiustificata e sempre più imperdonabile.