INTERVISTA ALL'EURODEPUTATO LUCA VOLONTE' - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI SETTEMBRE 2010

 

Luca Volonté è assai conosciuto nell’ambito politico e in quello cattolico in genere, per le sue battaglie a favore della vita, della famiglia, di una corretta laicità dello Stato.

 

Un ardore che il deputato dell’Udc ha esportato anche a livello europeo, in particolare oggi che è capogruppo del partito popolare presso l’Assemblea del Consiglio d’Europa di Strasburgo, collaborando assiduamente anche  con Grégor Puppinck, direttore del Centro europeo per il diritto e la giustizia (vedi intervista ne “il Consulente RE” di luglio 2010). Quarantaquattrenne, laureato in scienze politiche, radicato spiritualmente e culturalmente  in Comunione e Liberazione, il politico lombardo è stato eletto più volte alla Camera dei deputati (ricoprendo anche il ruolo di capogruppo Udc); tra i suoi libri-pamphlet La congiura di Torquemada (Rubbettino, in cui parla del veto a Buttiglione quale commissario europeo), Furore giacobino (Aliberti), Benedetta Sapienza (Rubbettino, in cui si rievoca il triste caso che portò Benedetto XVI a rinunciare a parlare all’Università statale di Roma 1). Non solo l’assemblea parlamentare dell’Unione europea, ma anche quella del Consiglio d’Europa è sempre più spesso teatro di discussioni accese su temi eticamente sensibili. Dal 4 all’8 ottobre a Strasburgo si discuteranno due risoluzioni: la prima postula una grave limitazione del diritto all’obiezione di coscienza in campo sanitario, la seconda una più decisa azione degli Stati membri del Consiglio (47) nella lotta contro l’orrendo fenomeno degli abusi sessuali di bambini. Quest’ultima è accompagnata da un memorandum fortemente anti-cattolico della relatrice. Nell’intervista che gli abbiamo fatto alla Camera Luca Volonté, dopo aver fatto il punto sullo stato del ricorso italiano contro la sentenza anti-crocifisso, parla dei due temi in esame competente, combattivo e speranzoso come sempre.

 

On. Volontè, prima di tutto: a che punto siamo nella trattazione del ricorso italiano riguardo alla sentenza della Corte dei diritti umani di Strasburgo contro l’esposizione del crocifisso nella scuola e in altri spazi pubblici?

E’ stata fatta un’azione intensa sul piano diplomatico e anche su quello della sensibilizzazione dei parlamentari da parte della delegazione italiana al Consiglio d’Europa. Molto forte la solidarietà con l’Italia espressa da diversi Paesi membri, importanti le dichiarazioni di alti esponenti delle Chiese non cattoliche, ancora più importante la valutazione del Comitato dei ministri…

… formato dai rappresentanti dei ministri degli esteri dei 47 Paesi membri del Consiglio d’Europa…

Il Comitato dei ministri, pur senza entrare nel merito della sentenza sul crocifisso, ha voluto ribadire – sotto la presidenza macedone – la fondamentale importanza del principio del margine di apprezzamento concesso ai singoli Stati su alcune questioni ‘eticamente sensibili’ (coinvolgenti anche la cultura nazionale) e del principio di sussidiarietà. Già nella primavera scorsa a Interlaken, nell’Oberland bernese, il Comitato aveva segnalato che una ristrutturazione della Corte dei diritti dell’uomo sarebbe dovuta necessariamente passare attraverso i due principi citati. Quanto detto mi lascia ben sperare riguardo alla decisione della Grande Chambre sul ricorso italiano. Alla fine di giugno si è svolta l’udienza in cui il professor Joseph Weigel ha illustrato le ragioni dell’atto, con un impatto che sembra essere stato molto forte all’interno dell’aula di Strasburgo. Insomma, si può essere relativamente ottimisti sulla probabilità che la Grande Chambre riconosca l’appartenenza piena del simbolo del crocifisso alle radici culturali, religiose ed anche civili del nostro Paese, come dice la nostra comprovata giurisprudenza.

Quanti i Paesi che si sono associati al ricorso italiano?

Quattordici al 30 giugno e altri sei con lettera scritta dai rispettivi Ministeri degli Esteri…

Un bel numero se si pensa che al Consiglio d’Europa appartengono 47 Paesi…

 

Non ci sono precedenti di una tale manifestazione di solidarietà, anche su temi eticamente sensibili come quelli del riconoscimento dei cosiddetti ‘matrimoni omosessuali’. La vasta solidarietà riscontrata mi sembra politicamente molto rilevante, poiché palesa che venti Stati hanno lo stesso approccio positivo dell’Italia nei confronti della presenza cristiana nella sfera pubblica. Sarà difficile per la Corte ignorare tale presa di posizione.

Veniamo alla risoluzione che postula forti restrizioni nel riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza degli operatori in materia di ‘trattamenti sanitari’, approvata a maggioranza il 22 giugno dalla Commissione Affari sociali, salute e famiglia e destinata al dibattito in aula nella prossima sessione plenaria di ottobre. Il titolo suona così: Accesso delle donne a cure mediche legali: il problema di un uso non regolamentato dell’obiezione di coscienza...

 

Sia il titolo che il testo sono costruiti in maniera molto abile e possono anche trarre in inganno. Da un lato si strumentalizza il diritto all’interno di ogni singolo Stato di non subire discriminazioni nell’esecuzione di leggi  riguardanti l’accesso ai “trattamenti sanitari” (leggi aborto e magari eutanasia). Dall’altro la risoluzione contiene tre punti fondamentali e molto delicati su cui ci sarà un grande scontro culturale, oltre che politico.

Sentiamoli.

Sono tre punti molto pericolosi per lo stesso Consiglio d’Europa, della cui Convenzione dei diritti umani si festeggiano quest’anno i sessant’anni. Si vuole ridurre in genere il diritto umano all’obiezione di coscienza in ambito sanitario. In particolare: si ridurrà la possibilità per i medici di essere obiettori, per esempio in materia di aborto; si negherà il diritto all’obiezione per il personale paramedico;si invitano gli Stati a non permettere che sul loro territorio ci siano istituzioni che non contemplino la possibilità dell’aborto o dell’eutanasia…

Il che significa che gli ospedali cattolici sarebbero costretti ad avere anche medici abortisti o favorevoli all’eutanasia…

Se la risoluzione fosse approvata così com’è, sarebbe palese la violazione della Convenzione dei diritti umani dello stesso Consiglio d’Europa: sarebbe un suicidio da parte dell’Assemblea nei confronti di un documento fondativo e fondamentale dell’organismo continentale. Oltre a violare tale Convenzione, l’approvazione violerebbe tutta una serie di normative e accordi internazionali delle stesse associazioni di categoria a livello globale, come l’Organizzazione mondiale della Sanità. Poi: tale testo contrasta con il principio di sovranità interna dei diversi Stati, sponsorizzando in qualche modo ad esempio proposte abortiste così da postularle come valide e vincolanti all’interno di ogni Stato, anche di quelli che riconoscono oggi il diritto all’obiezione di coscienza. Qui in effetti si vogliono negare le radici del Consiglio d’Europa, minandone altresì l’autorevolezza nel contesto della difesa dei diritti umani.

Come va interpretata l’approvazione a maggioranza in Commissione?

R: E’ una maggioranza molto ridotta quella che l’ha approvata. Penso che i presenti fossero una ventina, un quarto dei membri della Commissione. Questa non è una giustificazione, è un dato di fatto, ma fa capire che in aula i giochi sono ancora aperti. Come capogruppo del PPE, insieme con molte Ong europee che si sono accorte della pericolosità della mozione per i diritti umani e per gli Stati, sto cercando di rendere consapevoli della posta in palio molti colleghi di ogni tendenza politica e di diverse estrazioni religiose, dagli ortodossi ai battisti a una parte degli evangelici.

L’esito del voto è dunque incerto?

R: Secondo me sì, anche se la relatrice McCafferty è spalleggiata da potenti organizzazioni abortiste, che dedicano gran parte della loro attività a quel fine. Per loro – l’hanno già dichiarato – la risoluzione non avrà nessun problema ad essere approvata con un’ampia maggioranza dall’Assemblea del Consiglio d’Europa. Da parte nostra speriamo con la nostra azione di convincimento razionale di riuscire a persuadere molti colleghi parlamentari, così da intaccare e rovesciare tali sicurezze.

Se la risoluzione fosse approvata nella forma presentata, ci sarebbero conseguenze sulle legislazioni nazionali?

Grazie a Dio le risoluzioni del Consiglio d’Europa non hanno nessun potere vincolante nei confronti degli Stati membri. Le risoluzioni servono per invitare gli Stati ad agire in una certa direzione; in questo caso 46 Stati su 47 (tutti tranne la Svezia) hanno una legislazione che riconosce pienamente la legittimità dell’obiezione di coscienza. Se la risoluzione McCafferty fosse approvata, il Comitato dei ministri non farebbe altro che metterla in coda a tutte le scartoffie oppure la depositerebbe nel cestino più vicino. Tuttavia la risoluzione ha ugualmente un aspetto molto preoccupante: la sua approvazione consentirebbe alle organizzazioni pro-aborto di sventolarla come importante pezza d’appoggio alla loro causa in sede internazionale, in vari consessi come l’Onu e l’Unione europea in cui c’è la possibilità di incidere materialmente sulle legislazioni nazionali. Certo non casualmente questa settimana a Bruxelles un gruppo denominato Secolaristi e laicisti ha dato avvio a una serie di incontri sul tema dell’obiezione di coscienza. Nell’ultima tavola rotonda  la relatrice McCafferty, dichiarandosi certa dell’approvazione della mozione, ha già invitato il gruppo a cercare un bis all’interno stavolta del Parlamento europeo…

Mi viene in mente quell’ “andarono per suonare e furono suonati”: speriamo che si concretizzi nell’aula di Strasburgo…Anche in Italia le organizzazioni abortiste darebbero fiato alle trombe. E magari tenterebbero di limitare il diritto fin qui garantito all’obiezione di coscienza attraverso il cavallo di Troia delle Regioni… vedi quel che è successo in Puglia, anche se poi è stato bloccato…

 

Il tentativo del governatore  Vendola, la contemporanea discussione della risoluzione Mc Cafferty, l’avvio delle tavole rotonde di Bruxelles lasciano presagire l’attuazione di una precisa  strategia internazionale (che ha naturalmente padri e madri ben conosciuti) favorevole alla banalizzazione dell’aborto. E’ proprio per questo che anche la risoluzione che sarà dibattuta al Consiglio d’Europa ha una sua grande importanza: ogni battaglia diventa fondamentale.

Nella sessione dal 4 all’8 ottobre si discuterà anche di abusi sessuali ai danni di bambini…

 

Sì, la collega Marlene Rupprecht, socialista e protestante, fa parte anche della Commissione che  indaga da qualche mese sugli abusi sessuali nelle istituzioni tedesche e per il Consiglio d’Europa ha stilato una risoluzione assolutamente condivisibile che sostanzialmente impegna tutti gli Stati membri a lottar con maggior vigore contro la drammatica piaga, di cui sono vittime i bambini. Ciò che non condividiamo è quanto contenuto nel memorandum allegato alla risoluzione, impostato sugli abusi riscontrati nelle istituzioni cattoliche. Il tutto dovrebbe essere utilizzato per sostenere il lancio a Roma nel prossimo novembre della Convenzione europea contro gli abusi sessuali nei confronti dei minori. Il memorandum della collega Rupprecht dà un quadro molto parziale della situazione, scandalistico: perciò abbiamo preparato – io sono il primo firmatario – un altro memorandum (che verrà pure allegato alla risoluzione) in cui cerchiamo di dare un quadro più oggettivo e più completo delle condizioni devastanti in cui ci troviamo ad operare…

… e che vanno purtroppo ben al di là dei tristissimi casi in ambito cattolico…

 

Gli orrori da parte di sacerdoti cattolici non li abbiamo certo ignorati. Bisogna però pur dire che il contesto mondiale è ancora più cupo. Da anni i dati dell’Onu, dello stesso Consiglio d’Europa, dell’Organizzazione mondiale della Sanità, di tante Ong  gridano inutilmente che la situazione è fuori controllo: pensi agli affari che si fanno con il turismo sessuale, pensi alla diffusione orrenda della pedopornografia, al numero di abusi dentro e fuori le famiglie, ai tanti casi nelle società sportive, in quelle cultural-ricreative. Non vogliamo certo minimizzare gli abusi commessi dai sacerdoti cattolici (che tra l’altro alcuni studi scientifici mostrano però essere meno della metà della metà di quelli che si compiono da appartenenti ad altre confessioni o religioni ): tuttavia occorre avere un quadro d’insieme che sia la base oggettiva e solida su cui si fondi la condivisibile risoluzione Rupprecht e nel contempo serva da stimolo per pungolare i Paesi membri a un’azione più decisa, più determinata contro la vergogna degli abusi, un fenomeno che fa venire la pelle d’oca.