INTERVISTA AL CARDINALE KURT KOCH SUL CATTOLICESIMO SVIZZERO-TEDESCO - di GIUSEPPE RUSCONI - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI DICEMBRE 2010 

Nell’intervista il neo-porporato rievoca anche il voto anti-minareti, quello più recente per l’espulsione degli stranieri che delinquono, la spaccatura tra vescovi e fedeli in materia politica ed esprime una grande preoccupazione per la divisione ideologica tra Svizzera francese e principalmente tedesca. Il cardinale Kurt Koch parla anche del dialogo ecumenico e di alcune vicende passate e presenti del cattolicesimo svizzero- tedesco.

Nato a Emmenbrücke (vicino a Lucerna) sessant’anni fa (il 15 marzo 1950,) il cardinale Kurt Koch è un teologo che il 6 dicembre 1995 fu eletto vescovo di Basilea da Giovanni Paolo II. Consacrato un mese dopo, è stato presidente dei vescovi svizzeri nel periodo 2007-2009. Nominato il primo luglio scorso da Benedetto XVI successore del cardinale Walter Kasper come presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani, relatore a fine agosto a Castelgandolfo sulla corretta interpretazione del Vaticano II e sulla liturgia durante l’ultimo ‘Schülerkreis’, è stato creato cardinale il 20 novembre. Due settimane dopo l’abbiamo incontrato in via della Conciliazione, nella sede del suo dicastero…

Eminenza, oggi è il 6 dicembre, festa di san Nicolao (utilizziamo la versione svizzero-italiana del nome, calco dal tedesco Sankt Niklaus), E’ un giorno molto amato dai bambini svizzeri, che ricevono un sacchetto con noci, mandarini, cioccolatini et similia; nelle scuole arriva spesso san Nicolao, che – accompagnato dal fedele servitore Schmutzli – legge anche da un librone fatti e misfatti (veri o presunti) di ogni singolo bambino. Ecco, eminenza, Lei come viveva da piccolo la festa di San Nicolao?

Con ansia e gioia, come tutti i bambini. A tre anni il mio primo desiderio fu proprio di diventare Sankt Niklaus.Poi delle visite mi ricordo in particolare il momento in cui Sankt Niklaus leggeva dal librone. Ce l’ho ben scolpito nella memoria, perché una volta il santo ha letto di me, come mancanza, una cosa non vera: “Kurt, dopo l’asilo devi andare subito a casa!”. Ma io l’avevo sempre fatto! Allora ho pensato che, se Sankt Niklaus non diceva sempre la verità, non poteva essere il vero santo…

Insomma Lei ha scoperto presto come andavano le cose…

Sì, l’ho scoperto molto presto. Però, da adulto, quand’ero professore alla Facoltà teologica di Lucerna, mi sono vestito tante volte da Sankt Niklaus per rallegrare i bambini dell’asilo…

Lei sa che anche alla Scuola svizzera di Roma la ricorrenza è ben festeggiata. Mi ricordo ad esempio l’albergatore (Hotel Victoria a via Campania) Alberto H. Wirth, il fondatore della Scuola nel 1946, che, seppure in là con gli anni, ci teneva a fare il giro delle classi distribuendo leccornie e frutta varia…

C’è poi un altro fatto da evidenziare: io poi sono stato nominato vescovo da papa Giovanni Paolo II nel 1995, il 6 dicembre, proprio nel giorno di Sankt Niklaus

Un santo che certo è ben presente nella Sua vita. Eminenza, in questi primi mesi, in cui ha preso il testimone dal cardinale Walter Kasper alla testa del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, ha già avuto qualche nostalgia elvetica?

Non ho ancora avuto tempo di avere nostalgia della Svizzera, poiché il mio nuovo servizio è una grande sfida piena di viaggi, incontri, relazioni. Sono molto contento di questo. Certo del mio vescovado di Basilea ho bei ricordi, come quelli – una grande gioia – delle visite pastorali nelle parrocchie il sabato e la domenica.

La Sua diocesi non era piccola…

No, c’erano 525 parrocchie e anche sessanta missioni italiane, spagnole, portoghesi e di altra nazionalità.

I Suoi quasi quindici anni da vescovo di Basilea avranno conosciuto anche qualche difficoltà, quelle tipiche del cattolicesimo in certe aree tedescofone…

Mi sono ad esempio dovuto confrontare con quel certo sentimento anti-romano molto diffuso. A tale proposito penso che nella Svizzera tedesca non tutti capiscano la grandezza del Santo Padre.

Sul sentimento anti-romano torneremo tra poco, rievocando una vicenda emblematica della Svizzera tedesca degli Anni Ottanta-Novanta. Eminenza, Lei si attendeva di essere chiamato a Roma?

No, non era tra i miei desideri di diventare vescovo o cardinale…

E ora come si sente in vesti rossoporpora? Lei è oggi uno dei principali collaboratori del Santo Padre…

Questo per me è molto importante. Penso che l’elevazione alla dignità cardinalizia sia soprattutto un segno dell’importanza che papa Benedetto XVI attribuisce al concretizzarsi del cammino ecumenico. La porpora è stata data in primo luogo al mio nuovo servizio più che alla mia persona. Per quanto riguarda le vesti rossoporpora, non ho ancora una grande esperienza in materia…

L’ecumenismo è stato fin qui – e lo resta in maniera accentuata – uno dei Suoi temi principali di interesse… un tema che L’ha ‘catturata’ fin da ragazzo…Come mai? E’ vero che in Svizzera protestanti (un tempo maggioritari, ora minoritari al 35%) e cattolici (oggi poco oltre il 40%) si sono sempre divisi storicamente il territorio, talvolta all’interno dello stesso cantone…

Sono tre le ragioni che mi hanno spinto e mi spingono a fare dell’ecumenismo uno dei temi principali della mia vita. La prima deriva dall’esperienza vissuta con coppie miste cattolico-protestanti, che non possono partecipare insieme alla stessa Cena, alla stessa Eucaristia. La seconda nasce dalla divisione storica in Svizzera, che è anche un Paese della Riforma, tra popolo cattolico e popolo protestante. La terza ragione è la più antica nella mia vita. Fin da ragazzo sono sempre stato impressionato da una scena narrata nella Passione, quella della spartizione delle vesti di Gesù. I soldati romani hanno diviso le vesti di Gesù, ma hanno lasciato intera la tunica, tessuta d’un pezzo da capo a fondo, dicendo: Non stracciamola, ma tiriamola a sorte a chi tocca (Giov. 19,24). Noi cristiani invece nella storia abbiamo diviso non solo la tunica, ma il corpo di Cristo: si è creata una situazione tragica, cui noi vogliamo porre rimedio ripristinando l’unità di quel corpo.

Si sente dire e si legge assai spesso che nell’ambito ecumenico i rapporti con gli ortodossi sono più ‘facili’ che quelli con i protestanti. Per la Sua esperienza, che cosa può dire su questa affermazione?

Con gli ortodossi abbiamo in comune i fondamenti della fede, ma siamo di cultura diversa. Con i protestanti non abbiamo la stessa comunanza per quanto riguarda i fondamenti, ma veniamo dalla stessa cultura. Talvolta per tanti cattolici la cultura è più importante della fede… oggi abbiamo anche una sorta di ‘cattolicesimo culturale’…

Da ciò consegue anche in quei cattolici un avvicinamento ai protestanti?

Sì. Nel secolo scorso vi fu un ‘Kulturprotestantismus’, oggi si è creato un ‘Kulturkatholizismus’ per il quale le affinità culturali sono più importanti delle differenze nella fede.

E i rapporti con gli anglicani? Le conseguenze della Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus del 4 novembre 2009 non hanno in qualche modo appesantito le relazioni cattolico-anglicane?

Conversioni dall’anglicanesimo ce ne sono sempre state, ma a livello di singoli credenti. La novità è data dalla volontà di aderire alla Chiesa cattolica parte di interi gruppi di credenti, di preti e di vescovi. E’ una nuova realtà: penso che sia giusto che il Santo Padre apra le porte a queste persone che vogliono entrare nella nostra Chiesa. E’ vero che tale situazione non è facile da affrontare per la Chiesa anglicana. Bisogna anche dire che l’applicazione della Anglicanorum coetibus ricade sotto la competenza della Congregazione per la Dottrina della Fede; noi come Pontificio Consiglio per l’Unità dei Cristiani ci dedichiamo invece al dialogo ecumenico…

In tal modo il dialogo ecumenico non è in pericolo…

No, per noi non è in pericolo. Come considerano invece la situazione alcuni anglicani è un’altra cosa.

Vent’anni fa ero a Berna come giornalista parlamentare del “Corriere del Ticino” (il maggior quotidiano della Svizzera italiana) e mi ricordo nitidamente della vicenda, molto spinosa, nata attorno ai comportamenti dell’allora vescovo di Coira (e oggi arcivescovo di Vaduz) Wolfgang Haas. Mi rammento ad esempio che il 18 giugno 1990 confluirono a Coira circa settemila persone, venute in parte con treni speciali da Zurigo, per un’inedita manifestazione anti-Haas: ricordo i molti cartelli che irridevano il vescovo giocando anche con il suo cognome. I toni e i contenuti dei discorsi tenuti per l’occasione furono assai duri: un granconsigliere nidwaldese (ironia della sorte si chiamava Urs Römer) si scagliò contro la Roma papale. … Eminenza, Lei non era ancora vescovo di Basilea, ma di certo non ha dimenticato quella vicenda…

Io non ho potuto partecipare all’insediamento a Coira di monsignor Haas il 22 maggio 1990, ma ricordo molto bene quel che è accaduto in quei mesi e anni, con le grandi tensioni connesse, che hanno reso visibile una netta divisione nel popolo dei fedeli diocesani, Non voglio dire con questo che la divisione è stata voluta da monsignor Haas, ma che esse si sono palesate a tutti e purtroppo continuano ad esistere anche oggi…

 …Ciò significa che in parti non trascurabili del cattolicesimo svizzero-tedesco viene ancora condiviso quel sentimento di ribellione anti-romana che si riassume nello slogan Los von Rom (Via da Roma)?

Il sentimento è proprio quello, anche se lo slogan non emerge pubblicamente. E’ lo stesso sentimento che portò nel XIX secolo alla creazione della Chiesa dei ‘vecchi cattolici’: si volle fare allora una Chiesa nazionale cattolica indipendente da Roma. Si deve però aggiungere che tale tendenza oggi, pur se ancora diffusa, non ha futuro.

Eminenza, secondo Lei, il sentimento anti-romano è presente anche nelle forti polemiche sorte attorno al vescovo di Coira Vitus Huonder (che nel 1990 monsignor Haas – ora arcivescovo di Vaduz – volle come vicario generale)? Si contesta oggi la scelta di monsignor Huonder di una preparazione speciale che formi i sacerdoti che intendono celebrare la messa secondo il rito tridentino nell’edizione tipica preconciliare, del 1962, di Giovanni XXIII…

Il punto principale è che monsignor Huonder vuole concretizzare il Motu proprio ‘Summorum Pontificum cura’ del 7 luglio 2007 con cui a ogni sacerdote è data facoltà di celebrare la messa secondo il rito prescritto dal Messale Romano di san Pio V nell’edizione del 1962. Vuole che sia applicato nella realtà: e ciò è positivo, poiché ogni vescovo deve aderire al Motu proprio voluto fermamente dal Santo Padre.

Il 29 novembre 2009 il 57,5% del popolo svizzero ha approvato l’iniziativa che voleva bloccare la costruzione di minareti su suolo elvetico (vedi anche “Il Consulente RE” di ottobre e di dicembre 2009). Tutti i cantoni cattolici hanno votato in favore dell’iniziativa, sebbene i vescovi svizzeri (di cui Lei era ancora presidente) avessero espresso un parere negativo. Che riflessioni ha fatto, eminenza, sull’accaduto? 

La presa di posizione dei vescovi svizzeri si fondava su due ragioni principali: la necessità di rispettare la libertà religiosa e il rifiuto di un equilibrio basato sull’ingiustizia…

... Dato che loro non permettono, allora anche noi…

La Svizzera è un Paese democratico di grande tradizione e non può attendere che altri agiscano prima di lei in un certo modo. Detto questo, credo che gli svizzeri abbiano votato su molte cose, ma non direttamente sui minareti.

Ad esempio sull’identità nazionale?

Hanno voluto dare un segnale preciso, che va preso molto sul serio, ai politici e anche ai vescovi.

Lei adduceva tra le ragioni della presa di posizione dei vescovi anche quella del rispetto della libertà religiosa. Però c’è chi ritiene che con la libertà religiosa i minareti – che sono un simbolo di occupazione ben visibile del territorio – non c’entrino per niente…

Sì, il minareto è un simbolo politico, che non c’entra con la libertà religiosa: questo è chiaro. Ma non tutti i musulmani la vedono così, non tutti i musulmani sono d’accordo con questa affermazione.

Qualche giorno fa il popolo svizzero ha voluto una sorta di bis, pur se un argomento diverso… ma le analogie non mancano! Il 28 novembre il 52,9 % di chi si è recato alle urne ha approvato un’altra iniziativa per l’espulsione immediata degli stranieri condannati per reati gravi e anche per truffa delle assicurazioni sociali. Pure in questa occasione i vescovi avevano espresso un parere contrario, ma sono stati nuovamente sconfessati da tutti i cantoni cattolici svizzero-tedeschi, dal Ticino e dal Vallese (misto), Contro l’iniziativa i cantoni francofoni (compresi il Giura e Friburgo, che è misto) e Basilea-città. Anche qui quali sono, eminenza, le Sue riflessioni?

La divergenza di opinione tra vescovi e fedeli raramente è tanto grande come sugli argomenti politici. Credo che molti pensino che i vescovi non abbiano nulla da dire ‘in politica’. Esiste poi una grande differenza di opinione tra Svizzera francese e Svizzera tedesca…

… cui da tempo si aggrega politicamente quella italiana…

Sì, è vero. In Romandia i vescovi sono più vicini ai fedeli che nelle altre regioni svizzere. E’ una grande sfida per la Svizzera questa della spaccatura tra Svizzera francese e principalmente Svizzera tedesca. La seguo con grande preoccupazione e timore.

Eminenza, quale augurio di Natale vuol fare a chi ci legge?

Per me il grande miracolo del Natale è che Dio si è fatto molto piccolo per essere allo stesso livello degli occhi dell’uomo. Che Dio si sia fatto molto piccolo, questa è la vera Sua grandezza. Cerchiamo di capirlo, testimoniamola questa grandezza di Dio nel nostro mondo. Davanti a tale miracolo anche i grandi del mondo diventano un po’ più piccoli. Buon Natale a tutti!