INTERVISTA AL PATRIARCA BECHARA RAI: NUOVE SPERANZE PER IL LIBANO – di GIUSEPPE RUSCONI - www.rossoporpora.org – 22 novembre 2016

 

Il 31 ottobre il Libano ha eletto - dopo due anni e cinque mesi di vacanza -  il nuovo presidente, il cristiano maronita Michel Aoun. Ne parliamo ampiamente con il patriarca cardinale Béchara Raï, approfondendo gli aspetti politici e sociali dell’elezione. I compiti più urgenti per il nuovo presidente e per il governo, guidato dal sunnita Saad Hariri e in via di costituzione. La gravità del problema dei rifugiati, circa due milioni, che raggiungono oggi la metà dell’intera popolazione libanese.

 

 

Oggi è il 22 novembre, giorno della festa dell’Indipendenza libanese dal protettorato francese, dichiarata 73 anni fa. Il Libano da tre settimane ha finalmente un nuovo presidente, eletto a ventinove mesi dalle dimissioni del predecessore Michel Sulemain. Venendo a Roma il patriarca maronita, cardinale Béchara Boutros Raï (ben conosciuto dai nostri lettori) per il Concistoro e per la chiusura dell’Anno giubilare della Misericordia, gli abbiamo posto alcune domande utili a chiarire per chi ci legge la tanto invocata ‘svolta’ registrata nel Paese dei Cedri lo scorso 31 ottobre.

E’ stata anche l’occasione per partecipare domenica sera 20 novembre alla santa messa in rito maronita presieduta dallo stesso patriarca nella chiesa di San Marun nel quartiere pinciano, presenti tra gli altri i cardinali Leonardo Sandri e Antonio Maria Vegliò (che è stato anche nunzio in Libano) e numerosi rappresentanti diplomatici (Portogallo, Australia, Canada, Turchia, Iraq, Libia, Quatar, Stato di Palestina, Sovrano Militare Ordine di Malta), accorsi per rendere omaggio all’ambasciatore libanese presso la Santa Sede Georges Khoury, giunto a fine mandato. Nell’omelia il patriarca Raï ha tra l’altro auspicato che l’elezione del nuovo presidente apra per il Libano un’era di stabilità, pace e prosperità. Reduci dal Festival internazionale di musica e arte sacra (in Sant’Ignazio abbiamo molto apprezzato coro e orchestra – di eccezionale consistente numerica - del Conservatorio statale di Kazan, che hanno interpretato in modo sublime il Pilgerchor del Tannhäuser wagneriano), ci siamo invece immersi in san Marun nell’atmosfera degli inni religiosi orientali, di spiritualità accentuata, grazie ai cori parrocchiale e dell’arcieparchia maronita di Cipro. 

E’ ora di passare all’intervista sull’attualità libanese al patriarca Béchara Raï, cui non a caso il presidente eletto Michel Aoun ha riservato la prima visita ufficiale, recandosi nella sede del Patriarcato a Bkerké. Non a caso, perché il patriarca maronita in Libano è considerato – come è noto e assodato – il massimo garante dell’unità nazionale e dell’indipendenza del Paese.  

 

Signor patriarca, dal 31 ottobre il Libano ha un nuovo presidente, il generale Michel Aoun (già presidente ad interim dal 22 settembre 1988 al 13 ottobre 1990, poi in esilio in Francia per 15 anni). Ci sono voluti due anni e cinque mesi per eleggere il successore del generale Michel Suleiman e Lei si è impegnato incessantemente perché le fazioni libanesi pervenissero infine a un accordo sull’argomento. E’ stata una lunga vacanza presidenziale, connotata anche da momenti di pessimismo considerato come diversi tentativi fatti di elezione siano stati vanificati già in culla, mentre intanto la situazione nel Paese (che ospita un milione e mezzo di profughi siriani e mezzo milione di profughi palestinesi) andava progressivamente peggiorando. La domanda: l’elezione del generale Aoun - presidente del gruppo cristiano ‘Movimento patriottico libero’ alleato con gli sciiti di Hezbollah - può essere ritenuta una sorta di ‘miracolo laico’? 

Sì, si può ben dire che sia stato un ‘miracolo’ il superamento della vacanza presidenziale, causato dal boicottaggio che impediva il raggiungimento in Parlamento del necessario quorum dei due terzi per l’elezione del nuovo presidente. Si diceva: “O il generale Aoun o nessun altro”. Noi tutti abbiamo pregato intensamente perché il Signore toccasse la coscienza delle parti politiche e parlamentari per giungere a una soluzione condivisa.

 

GLI ELEMENTI ESSENZIALI CHE HANNO PERMESSO L’ELEZIONE DEL GENERALE AOUN 

Quali gli elementi essenziali che hanno determinato l’elezione? 

Sono stati due. Il primo: le ‘Forze libanesi’ (maronite alleate con i sunniti) hanno presentato la candidatura del generale Aoun; e lo stesso hanno fatto Saad Hariri con il suo gruppo parlamentare sunnita. Il secondo: la conseguenza è stata che gli sciiti di Hezbollah hanno dichiarato di volersi presentare alla seduta elettiva del Parlamento fissata per il 31 ottobre, votando per il loro alleato e dunque per il generale Aoun.

Non è stato sorprendente questo sviluppo politico? 

Davvero sorprendente. Ma non dobbiamo dimenticare gli sforzi di mediazione della Santa Sede, della Francia, della Russia, del segretario generale dell’ONU, degli Stati Uniti: sforzi tutti tesi non all’elezione dell’uno o dell’altro candidato, ma perché l’elezione presidenziale avvenisse. Fondamentale anche un altro fatto: i musulmani, sia sunniti che sciiti hanno dimostrato di volere un presidente cristiano - onorando il patto nazionale e la Costituzione – perché costituisce un ponte tra di loro.

Che cosa si può dire ancora sull’elezione del generale Aoun? 

Essa ha evidenziato l’importanza per il Paese di eleggere un leader cristiano che presiede il maggior gruppo politico e parlamentare e possiede una grande conoscenza dell’apparato dello Stato così da essere ben preparato per guidare la Repubblica.

Generalmente potenze come Arabia Saudita, Iran e i grandi Paesi occidentali influiscono pesantemente sull’elezione del presidente libanese. Anche stavolta è stato così? 

Certamente c’è stato un assenso preventivo da parte dell’Arabia Saudita e dell’Iran, che hanno condiviso il desiderio della sciita Hezbollah e dei sunniti di eleggere il generale Aoun. Tuttavia va osservato che il partito sciita Amal, guidato da Nabih Berri, presidente del Parlamento, non ha votato per il generale Aoun, pur coordinandosi strettamente con Hezbollah nelle decisioni politiche.

L’elezione del generale Aoun ha rappresentato una vittoria per una parte e una sconfitta per l’altra? 

Non penso, poiché sia le Forze libanesi che il primo ministro designato per formare il nuovo governo Saad Hariri sono alleati dell’Arabia Saudita. Però la critica portata ad Aoun ed a Hezbollah riguarda il protrarsi del boicottaggio per due anni e cinque mesi per assicurare l’elezione di Aoun. Chi critica teme che in futuro Hezbollah ricorra agli stessi metodi per ottenere quello che vuole.

 

LA CHIESA MARONITA NON AVEVA UN PREFERITO, CHIEDEVA UN PRESIDENTE: AOUN E’ BEN PREPARATO, LO MERITAVA

Come ha accolto la Chiesa cattolica maronita l’elezione del generale Aoun? 

La Chiesa maronita voleva che si eleggesse un presidente, ma non aveva nessun candidato preferito. Però ha accolto molto bene l’elezione del generale Aoun come unica via d’uscita dalla vacanza presidenziale. Anche perché Aoun è ben preparato e lo meritava.

 

IL DOPPIO RUOLO DELLA CHIESA MARONITA NELL’ELEZIONE

La Chiesa maronita ha avuto un ruolo nell’elezione del generale Aoun? 

La Chiesa maronita ha avuto un ruolo in due sensi: interno ed esterno. Da una parte ha sollecitato nelle omelie domenicali e in ogni occasione possibile i gruppi politici e parlamentari a eleggere un presidente. Dall’altra ha chiesto la mediazione della Santa sede e degli Stati di sostegno al Libano tramite i rispettivi ambasciatori: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina, Germania, Italia più l’ONU e l’UE. A tale proposito delle riunioni sono state tenute nella sede del Patriarcato a Bkerké.

L’insieme dei cristiani libanesi come ha accolto l’elezione del generale Aoun? E’ un fatto che darà loro una forza maggiore? 

In grande maggioranza l’elezione è stata accolta dai cristiani con soddisfazione. E l’unità espressa per l’occasione dai politici maroniti darà loro certo una forza maggiore per il futuro. Chiediamo ora al nuovo presidente e al primo ministro designato di formare un governo di unità nazionale, come preludio di una riconciliazione globale.

Come hanno reagito all’elezione i musulmani sciiti e sunniti? 

I sunniti, inizialmente contrari al generale Aoun, hanno accettato l’elezione grazie al loro leader Saad Hariri, ma senza un grande entusiasmo. Hezbollah l’ha salutata certamente, ma non voglio entrare nelle loro intenzioni. Il gruppo sciita di Amal invece non ha accolto bene l’elezione e sarà all’opposizione.

L’elezione del generale Aoun modifica in qualche modo i rapporti con il governo siriano e con quello israeliano? 

Con il governo siriano, sì. Con il governo israeliano certamente no: qui una modifica ci sarà soltanto entro un quadro generale di riconciliazione e intesa tra Israele e tutti i Paesi arabi.

 

GIA’ MIGLIORATO IL CLIMA, MA ORA SI DEVE FORMARE IL NUOVO GOVERNO

In queste tre settimane dopo l’elezione si è già notato un cambiamento del clima psicologico in Libano? 

Certamente, poiché i libanesi vivono di speranza e credono sempre nel meglio. Il cambiamento di clima psicologico sarà completato però con la formazione del nuovo governo. Si pensava che esso sarebbe stato costituito tre o quattro giorni dopo l’elezione. Tuttavia sembra che i diversi gruppi politici tendano a imporre la scelta del ministero che a loro più conviene. Si teme di conseguenza un altro blocco a livello delle trattative per la formazione del nuovo governo.

 

IL GRAVE PROBLEMA DEI DUE MILIONI DI RIFUGIATI

Quali sono i compiti più urgenti per il nuovo presidente e il nuovo governo? 

Riguardano la nuova legge elettorale – auspicata da tutti - la crisi socio-economica, il blocco della crescita minacciosa del debito pubblico, la lotta contro la corruzione nei ministeri e nelle istituzioni pubbliche, la presenza di 2 milioni di profughi (1,5 milioni di siriani sunniti e 500mila palestinesi sunniti) che costituiscono la metà della popolazione dello Stato libanese. Tale presenza massiccia è una grande minaccia di carattere economico, politico, umanitario e culturale. E’ assolutamente necessario che la comunità internazionale risolva la crisi israelo-palestinese così che i rifugiati palestinesi possano ritornare nella loro terra. E che cessi la guerra in Siria, con la conseguenza del ritorno in patria dei rifugiati siriani. Diversamente si dovrebbe provvedere alla costruzioni di campi-profughi per loro nelle zone sicure della stessa Siria, sapendo che la superficie siriana supera di 18 volte quella libanese.

La mancanza di un presidente per due anni e cinque mesi ha comportato riflessi gravi nel tessuto sociali libanese e nella coesione nazionale? 

No. Ha però bloccato i lavori del Parlamento e l’attività del governo. Di conseguenza ha aggravato la crisi socio-economica e accresciuto l’emorragia migratoria specialmente a livello di giovani e di famiglie.

P.S. L’intervista appare in versione originale e integrale su www.rossoporpora.org;  in traduzione inglese sul mensile cattolico statunitense ‘Inside the Vatican’. Per la riproduzione di ogni parte dell’intervista si richiede la citazione della fonte. Per la riproduzione dell’intera intervista o di parti consistenti di essa si prega in ogni caso di chiedere l’autorizzazione a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. o a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..