INTERVISTA AL CARDINALE ANGELO BAGNASCO, PRESIDENTE DELLA CEI - 'IL CONSULENTE RE' DI OTTOBRE 2007

A colloquio con il presidente della Cei, sull’intensificarsi – anche in Italia - degli attacchi massmediatici alla Chiesa cattolica.  Ritorna l’irrisione come nell’Ottocento. Cresce nell’opinione pubblica il disgusto verso tale tipo di ‘messaggi’ televisivi e della carta stampata. “Avvenire” come voce controcorrente, preziosa e ineludibile, meritevole di maggiore diffusione

 

Il 7 marzo scorso il sessantaquattrenne arcivescovo Angelo Bagnasco è diventato presidente della Conferenza episcopale italiana, raccogliendo l’eredità preziosa e difficile del suo predecessore, il cardinale Camillo Ruini, che per sedici anni ha diretto con saggezza lo stesso organismo. Subito l’arcivescovo di Genova si è trovato a gestire la sfida dei Dico, a subire minacce varie (tanto che gli è stata imposta la scorta), a dover fronteggiare un crescendo di attacchi a tratti furibondi a tratti velenosi e irridenti contro la Chiesa cattolica italiana, esposta al pubblico ludibrio da burattinai interessati (economicamente, ideologicamente) che hanno utilizzato - e utilizzano – tanti compiacenti pulpiti televisivi (anche quelli del cosiddetto servizio pubblico) e cartacei (scegliendo a turno uno dei cosiddetti grandi giornali). Tali attacchi sono anche alimentati dalla rabbia per la cocente delusione laicista riguardo ai referendum del 12 giugno 2005, una rabbia accresciutasi dopo il grande successo del raduno pro-famiglia del 12 maggio a piazza San Giovanni. Con monsignor Bagnasco – già, lo ricordiamo, arcivescovo di Pesaro e ordinario militare per l’Italia – abbiamo parlato di tutto questo. E anche del grande valore di una testimonianza (un vero ‘miracolo’ giornaliero) offerta da “Avvenire”, quotidiano del cui Consiglio di amministrazione il nostro cortesissimo interlocutore è stato presidente dal 2001 al 2007 (venendo poi sostituito da monsignor Marcello Semeraro). Siamo partiti proprio da lì.  

Mons. Bagnasco, Lei nel 2001 – da arcivescovo di Pesaro - è stato chiamato, succedendo a monsignor Giacomo Barabino, a un servizio particolare: la presidenza del Consiglio di amministrazione di Avvenire, il quotidiano dei cattolici italiani. Come mai? Se l’aspettava?

Il cardinale Camillo Ruini me lo chiese durante l’Assemblea generale della Cei del 2001. Non avevo motivi per rifiutare la mia disponibilità. Mi sono sentito onorato per la proposta, anche se non avevo fino ad allora dimestichezza con l’ambiente giornalistico. Ho accettato ben volentieri. Gli anni di questo servizio sono stati molto fecondi per me: sono entrato nel mondo dell’editoria, in particolare in quello  stimolante di Avvenire. Ho imparato come si confeziona un quotidiano, con grande attenzione sia alle dinamiche interne e agli aspetti amministrativi che all’aspetto dei contenuti, della scelta delle notizie…

Perché le notizie si scelgono…

Certamente bisogna fare delle scelte. In questi anni ho capito meglio la delicatezza che si deve accompagnare alla confezione di un giornale. E l’importanza di offrire in questo caso alla società italiana un’informazione seria, onesta, fornendo nel contempo chiavi di interpretazione solide di aspetti essenziali della vita quotidiana.

Ricorda con soddisfazione qualche momento particolare dei sei anni da presidente del Consiglio d’amministrazione di  Avvenire ?

 

Ad esempio il salto di qualità che avvenne nel 2003 con il cambiamento grafico e di impostazione del giornale. E’ stata una grande sfida dal punto di vista economico, ma anche della fantasia, dell’ intelligenza, della professionalità; una svolta felice che ha coinvolto tutte le componenti di Avvenire, condivisa con entusiasmo anche dal Consiglio d’amministrazione. Il cambiamento è stato riconosciuto nel suo valore da tutti nel mondo massmediatico: è un dato di fatto significativo.

Tuttavia, quando si ha a che fare soprattutto oggi con un giornale, le preoccupazioni sono lì che si affacciano senza essere invitate…

 

Le preoccupazioni sono a un duplice livello. In primo luogo per quanto attiene alla qualità: un quotidiano come Avvenire deve raggiungere e riuscire a mantenere un alto livello qualitativo, per onestà verso i lettori e per poter competere seriamente con gli altri quotidiani italiani. Però la qualità non decreta mai da sola il successo di un giornale: è necessario che sia accompagnata da un’opera capillare, sistematica paziente, convinta di diffusione.

Per quanto riguarda la diffusione è innegabile la crescita della tiratura di Avvenire  in questi anni…però ci sono ancora non pochi cattolici che Avvenire non lo comprano… se comprano un giornale prendono magari Repubblica, come si nota ad esempio alle messe domenicali…sovente capita anche di constatare che tante  delle copie di Avvenire poste vicino alle porte delle chiese restano invendute… Come mai c’è una parte di quel popolo cattolico, che dovrebbe essere il beneficiario per eccellenza della lettura di Avvenire, ma non compra il quotidiano, anzi sembra pervicacemente ‘resistere’?

Sottolineo anch’io quello che Lei evidenzia, cioè la crescita sensibile dei ‘numeri’ riguardanti Avvenire. Bisogna poi anche mettere in rilievo che il canale principale della diffusione del quotidiano è la via dell’abbonamento, non della vendita diretta in edicola o nelle chiese. E’ vero inoltre che persiste in una certa parte del mondo cattolico un atteggiamento di disattenzione rispetto alla stampa cattolica in generale e quindi verso Avvenire

Da che cosa deriva questo atteggiamento?

E’ un retaggio di pregiudizi del passato, come se Avvenire, essendo il quotidiano dei cattolici, mancasse di obiettività nell’informazione, fosse un giornale fazioso. Questo vecchio pregiudizio si sta sfilacciando gradualmente, perché chi prende in mano il giornale e incomincia a leggerlo per alcuni giorni, si accorge subito che Avvenire vanta una serenità di giudizio e una capacità di selezione delle notizie – tra le moltissime che ovviamente non possono andare tutte a finire sui giornali – di alto profilo: serenità e capacità che vengono riconosciuti da chi ha onestà intellettuale anche in ambiti non cattolici. Si tratta ora di riuscire a sfatare completamente il vecchio pregiudizio e di sensibilizzare di più il mondo giovanile in particolare così che si avvicini ad Avvenire, impari a conoscerlo e ci si affezioni.

Secondo la Sua esperienza quali sono le difficoltà maggiori oggi per una stampa cattolica che si proponga di incidere a livello di società?

 

Dapprima evidenzierei una difficoltà generale, che vale per tutta la stampa: la difficoltà di leggere. Abituati come siamo al linguaggio televisivo, la lettura è diventata per molti faticosa; certo è più facile ascoltare quel che ci viene offerto dal video. Ma anche più rischioso. La lettura implica uno sforzo, un’applicazione molto superiore da parte chi legge. Si può poi anche pensare alla difficoltà, attraverso la carta stampata, di rendere di facile comprensione questioni complesse. Tanti giornali conoscono questa sfida. E quelli cattolici forse più degli altri, poiché gli argomenti di cui trattano riconducono spesso non al gossip, ma a domande esistenziali, dunque bisognose di approfondimento. Per chi deve saper proporre sintesi adeguate nei contenuti, comprensibili nelle forme, oggi il compito è improbo, dato che la nostra è la società della frammentazione, degli spot che interrompono i programmi. E l’approfondimento per i lettori di oggi è spesso ostico: cronaca e gossip sono molto più semplici per tutti!

Avvenire nei suoi contenuti appare controcorrente rispetto a larga parte della stampa italiana: si pensi ad esempio all’ampiezza dedicata alle questioni internazionali, oltre che a quelle riguardanti i destini dell’uomo e della società. A partire poi dai referendum sulla Legge 40, miseramente falliti, Avvenire – da giornale dei cattolici - si trova a difendersi da un crescendo di attacchi che riguardano aspetti diversi della vita quotidiana della Chiesa nelle sue componenti, attacchi che da qualche mese sono addirittura quotidiani. A questo si aggiunge la propaganda tambureggiante di stili di vita non certo cristiani, che riguardano in particolare la famiglia e la vita, che ci vengono propinati giornalmente attraverso telegiornali, programmi di intrattenimento, alcune delle fiction cosiddette per famiglie, reality show, telenovele americane e quant’altro trasmessi da reti pubbliche e commerciali…

 

Innanzitutto mi sembra di rilevare il disgusto crescente di molte persone verso i messaggi che ci giungono quotidianamente sui grandi valori che sono parte fondante della nostra tradizione, dell’ identità italiana: valori come quelli della famiglia, della vita, dell’amore, della religione, della sollecitudine per il bene comune. Gli attacchi a tali valori fondanti della nostra tradizione non mi pare abbiano fin qui avuto buon gioco nella grande massa dei nostri concittadini. Basti pensare a quanto è successo per i referendum sulla Legge 40, ma anche – oggi- alla stanchezza e al disgusto che mi sembra di cogliere verso una tale impostazione massmediatica.

Avvenire ha un ruolo importante nello stimolare i cittadini alla presa di coscienza e alla reazione verso tale fenomeno potenzialmente molto insidioso…

Avvenire, come suo dovere, difende e promuove i valori fondamentali della nostra identità, che il nostro popolo in grande maggioranza sente come parte essenziale di se stesso. Sono molte le testimonianze di persone – non necessariamente cattoliche - che giudicano Avvenire e Sat 2000 come fonti di informazione di indubbia serietà per impegno e onestà intellettuale. E’ questa una valutazione che io percepisco essere sempre più diffusa.

Secondo Lei, monsignor Bagnasco, gli attacchi degli ultimi mesi ad attività e comportamenti della Chiesa come istituzione o come singoli membri – vedi i verbali secretati che camminano e si infilano nelle casette di quotidiani scelti, una nel centro della pianura, una più a ovest, una più a sud… a ognuno il suo verbale… - ecco… tali attacchi obbediscono a una strategia pianificata da lobbies italiane e/o estere?

Che ci sia un attacco programmato, strategico alla Chiesa, al suo messaggio, alla sua presenza nella società italiana ed europea… sa, le strategie derivano sempre da intenzioni precise ed è sempre difficile parlare delle intenzioni altrui…. Però io guardo i fatti e i fatti sono quelli che Lei ha registrato. Non passa quasi giorno che non vi sia una valutazione negativa, una messa in rilievo di fatti veri o presunti che riguardano la Chiesa, i suoi ministri…

… si potrebbe aggiungere ”una messa in rilievo compiaciuta”…

Sì, ha ragione, compiaciuta. E’ un dato di fatto. Di fronte a tale situazione l’atteggiamento della Chiesa nel suo insieme è di serenità e di grande serietà nell’ annunciare il Vangelo e nel contribuire con il proprio patrimonio di valori alla costruzione di un Paese sempre più attento ai valori della persona umana.

Gli attacchi verso la Chiesa sono violenti nella forma, ma in molti casi anche irridenti: è questo un atteggiamento che si ritrovava certo tra gli anticlericali ottocenteschi, ma da alcuni decenni si era stemperato di molto ed era ormai confinato in qualche osteria. Il risorgere della beffa, dell’irrisione La preoccupa?

 

Su questo punto mi viene in mente quanto accadeva nell’Ottocento, in cui la dimensione dell’irrisione, del sarcasmo era largamente diffusa ed era pubblica. Si vede che in questi ultimi tempi si ritiene ancora che la critica sia più incisiva, più corrosiva se accompagnata dall’irrisione. Il condimento beffardo, che per sua natura generalizza il caso isolato, si pensa possa discreditare maggiormente la Chiesa e contribuire ad estirparne la fiducia tra gli italiani. A me sembra che certi signori sbaglino i calcoli, perché credo che il buon senso degli italiani possa ancora prevalere sull’emergere del sarcasmo generalizzatore.

Si può anche ritenere che il furore di certi attacchi recenti - che vorrebbero sancire la condanna a mezzo stampa sia di persone sulle quali per il momento la giustizia non si è pronunciata che dell’intera istituzione ecclesiale – dipenda dal fatto che la Chiesa è forse l’ultimo avversario solido sulla strada di una rifondazione relativistica (e dunque anche con profitti economici non indifferenti) della nostra società…

Gli attacchi possono essere letti anche come una reazione violenta a una constatazione innegabile: per molti la Chiesa è ormai un punto di riferimento ineludibile in certi momenti della storia come potrebbe essere il nostro in Italia e in Europa. Ecco allora la Chiesa come “ultimo baluardo”, che si cerca di abbattere con i mezzi a disposizione. Anche ritornando al sarcasmo dell’Ottocento.