INTERVISTA AL CARDINALE RENATO RAFFAELE MARTINO SU 'PRIMAVERA ARABA' E LIBANO - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI LUGLIO 2011

 

Nell’intervista il cardinal Martino parla con fondamentale ottimismo dei sommovimenti nordafricani/arabi, ritiene che ne verranno frutti positivi per le società coinvolte (ma certo bisogna aver pazienza), loda le aperture del re del Marocco Mohammed VI, sogna un vertice tra tutti i capi-tribù libici a Roma, rievoca la sua recente visita in Libano, Paese da lui molto amato.

 

 

Anche se ‘pensionato’ (ma non ha mai ugualmente tempo per sé e per le sue memorie!) il settantottenne cardinale Renato Raffaele Martino è sempre ben disposto a rispondere a domande di politica internazionale, pane quotidiano per il porporato salernitano fin da quando era giovane diplomatico, poi maturo osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite (16 anni!), infine presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e per la Pace. Mentre nell’intervista apparsa ne “il Consulente RE” online di gennaio 2011 gli argomenti principali erano stati il dialogo interreligioso e l’anticattolicesimo dilagante in Europa, stavolta abbiamo preso spunto da un quaderno recente della rivista italiana di geopolitica ‘Limes’ per parlare di quanto è successo e succede nel Nordafrica e nei Paesi Arabi…

 

Eminenza, partiamo da un passo dell’introduzione all’ultimo quaderno di Limes (rivista italiana di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo), che è dedicato a quanto sta succedendo in particolare nel Nordafrica e nel Medio Oriente: “Nelle Arabie le primavere sono brevi, se mai fioriscono. Sarà per questo che siamo repentinamente slittati dalla lirica rivoluzionaria sul nuovo Ottantanove alla stagione di depressione economica, emergenza sociale e insicurezza geopolitica che investe lo spazio affacciato sul nostro mare. Più che una primavera araba (…) viviamo un precoce autunno mediterraneo”. Eminenza, soffermiamoci dapprima sul termine primavera

 

Il termine primavera dà l’idea di uno schiudersi di fiori, di un esplodere della natura… direi che è un termine in questo caso un po’ esagerato. Però penso che il ‘terremoto’ che ha scosso il Nordafrica sia stato espressione di un forte desiderio di cambiamento dopo decenni di regimi autoritari. Credo anche che chi ha partecipato al ‘terremoto’ – islamisti compresi – non voglia ritornare alla situazione di prima, ma creare un’atmosfera favorevole a una democratizzazione dei diversi Paesi coinvolti, pronto a collaborare con chi ne favorirà lo sviluppo sociale ed economico.

 

Il sommovimento che c’è stato da alcuni è stato paragonato a un nuovo Ottantanove (caduta del Muro), da altri – tra cui almeno in parte il Suo confratello Angelo Scola – piuttosto a un nuovo Sessantotto…

 

Non farei paragoni né con l’uno né con l’altro momento storico. Il mondo arabo è al di fuori di questi fenomeni europei: è fatto di identità diverse, cresciute in contesti musulmani e arabi…

 

L’interpretazione del ‘sommovimento’ non può dunque scaturire da categorie mentali occidentali…   

 

No. Ho vissuto alcuni anni nel mondo arabo, in Libano dal 1967 al 1970. Posso ben dire che il mondo arabo evolve secondo le proprie categorie…

 

Allora quale il compito dell’Occidente?

 

Osservare e aiutare con senso di responsabilità lo sviluppo dei Paesi del ‘sommovimento’ verso un sistema politico e sociale democratico…

 

C’è qualcuno, Eminenza, che è più pessimista di Lei…Il 20 giugno, ai lavori del Comitato scientifico della rete Oasis riunito a Venezia, la politologa tunisina Malika Zegal ha osservato che sarebbe “pretesa romantica” il credere che la rivoluzione araba possa continuare, dato che “la democrazia fugace, come quella dei Paesi nordafricani, ha una fine”…

 

Difficile fare osservazioni definitive. Io mi auguro – e lo spero fermamente – che dalla ‘primavera’ araba non si torni al ‘prima’. Mi sembra veramente difficile, è un passo indietro che non si potrà fare. Quindi, anche restando nell’ambito dell’identità, della cultura islamica, credo che avremo società più aperte alla partecipazione di tutti.

 

Lei non pensa che l’aggravarsi della situazione economica (vedi quel che succede ad esempio in Egitto, dove le circostanze sono sempre più drammatiche: crollo del turismo, crollo delle importazioni, crollo della produttività, esplosione del prezzo di generi di prima necessità, come il pane) spinga poi buona parte della popolazione a un bisogno di ordine e di sicurezza fatalmente assicurato da un regime militare, magari con l’aiuto islamista non disinteressato…

 

Il pericolo c’è. Però va sottolineato anche l’impegno dei nuovi governanti di proteggere la pace sociale e la coesione nazionale. A vantaggio anche di comunità religiose come in Egitto quella copta…

 

Però, in un’intervista ad Avvenire del 24 aprile, un altro Suo confratello, il cardinale Antonios Naguib, patriarca copto, ha dichiarato: “Con il passare dei giorni si sono affermati in modo sempre più evidente i gruppi islamici radicali”. E poi: “Se commisuriamo la realtà di tutti i giorni con le speranze e gli slogan della rivoluzione, beh, devo dire che la distanza va crescendo)…”. Allora, per restare all’Egitto: ci saranno le buone intenzioni di pacificare la Nazione anche in nome di una sia pur parziale libertà religiosa, ma la realtà mostra un emergere forte di contrapposizioni tra le diverse comunità, fors’anche una ‘tribalizzazione’ del Paese…

 

E’ vero, e non capita solo in Egitto. Lo so, lo vedo con grande preoccupazione. Però resto un grande ottimista e penso che queste ‘scosse’ facciano parte dei movimenti di assestamento in una fase di transizione. Sono cosciente che prima della ‘rivoluzione’ in Egitto le comunità religiose convivevano pacificamente. L’ho constatato più volte personalmente. Anche in Iraq, prima della guerra, regnava la convivenza tra i gruppi religiosi. Tale convivenza c’è ancora oggi in Libano, sebbene non sia più il Libano di una volta, la ‘piccola Svizzera’ del Medio Oriente…E’ fondamentale che l’esperienza positiva continui e semmai si rafforzi laddove si è indebolita, anche perché non vorremo trovarci alla fine con un Medio Oriente senza più cristiani.

 

Per alcuni la ’primavera’ araba ha visto emergere con forza il volto di un Islam ‘moderato’, diffuso tra i giovani, attento ad alcune istanze dei diritti sociali e di libertà, sensibile al promovimento di almeno un parziale pluralismo all’interno della società islamica…Fin qui l’Islam ‘moderato’ era apparso poco sulla scena mondiale, occupata invece dalle gesta dei truci seguaci dell’Islam ‘fondamentalista’. Lei crede che Islam e modernità siano conciliabili?

 

Sì. Nei miei sedici anni da Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite a New York ho sempre avuto una collaborazione intensa con i rappresentanti dei Paesi musulmani. Ad esempio è solo grazie all’appoggio dei Paesi musulmani (e dell’America latina) che all’articolo 8, punto 25 del documento finale della Conferenza internazionale del Cairo riuscimmo a ottenere che in nessun caso l’aborto potesse essere invocato come uno strumento di pianificazione familiare. Grazie – lo evidenzio ancora - al mondo musulmano, non certo all’Europa! Attorno alla Santa Sede si compattarono 43 Paesi, in maggioranza musulmani e latino-americani: l’unico Paese europeo al nostro fianco fu Malta. Un mio vicino europeo commentò sarcasticamente l’esito del voto: “Mi meraviglio che non sia stato detto niente degli omosessuali!”. Ripeto: io ho vissuto l’intesa con i Paesi musulmani. E quello che è successo nella ‘primavera’ araba conforta la mia visione ottimistica.

 

A dire la verità, fin qui di chiari frutti positivi della ‘primavera’ non se ne sono visti...

 

Abbia pazienza e vedrà!

 

… salvo che in Marocco, dove peraltro ci sono state proteste di piazza (che si sono riacutizzate proprio in questi giorni), ma non c’è stata una rivoluzione: il popolo (è andato alle urne il 72% degli elettori) ha votato quasi plebiscitariamente (98%) per la proposta del re di una parziale limitazione dei poteri della monarchia a favore di Governo, parlamento e magistratura. La figura del re perde il suo carattere sacrale e, altra novità di rilievo, il berbero viene riconosciuto come seconda lingua ufficiale del Paese…  

 

Speriamo che l’apertura, l’intuizione coraggiosa (certo anche ‘suggerita’ da quanto accaduto nella ‘primavera’ araba) di re Mohammed VI possa essere ripresa da altri. Un buon esempio per altri Paesi…

 

Eminenza, veniamo brevemente alla Siria, Paese composito. Le rivolte che si susseguono non mettono in pericolo la convivenza tra le diverse comunità sunnita, alauwita, drusa, cristiana nelle sue varie forme, ecc…?

 

Non so quante decine di volte sono stato in Siria. Ho constatato l’intesa esistente tra le comunità. Non penso che le attuali rivolte compromettano la convivenza pacifica tra le comunità religiose e etniche presenti sul territorio nazionale. E’ una convivenza ben  radicata nei secoli.

 

Almeno un accenno alla Libia non può mancare. Molto diffusa è una forte critica dell’intervento militare voluto dalla Francia e condiviso da altri Stati della Nato. Per alcuni sarebbe stato addirittura meglio tenersi Gheddafi, un dittatore non certo peggiore di tanti altri che terrorizzano buona parte dell’Africa. Non manca chi paventa, come Limes, una ‘somalizzazione’ della Libia…

 

So che si sta cercando di mettere insieme tutti i capi-tribù della Libia compreso Gheddafi, che si è dichiarato disposto a partecipare a una eventuale riunione plenaria. So che il segretario generale delle Nazioni Unite sta incoraggiando tale sviluppo in vista di un’intesa. Anche il Papa nei suoi Angelus domenicali ne ha parlato due volte. So che gli Stati Uniti accettano l’idea dell’incontro. Personalmente sto dando un contributo in quel senso. Perciò sarei molto lieto se tra qualche tempo Roma ospitasse l’incontro dei capi-tribù per dare forme e contenuti alla nuova Libia.

 

Eminenza, Lei è appena tornato da una visita in quel Libano che la vide giovane diplomatico quarant’anni fa. Lei sa che da marzo i cattolici maroniti hanno una nuova guida, il patriarca Béchara Raï, dopo le dimissioni per ragioni di età del novantunenne predecessore Nasrallah Sfeir. Già nei primi mesi il neo-patriarca ha assunto diverse iniziative per la riappacificazione intra-maronita, per un dialogo costante tra le comunità religiose nazionali e sta sostenendo anche l’idea del gran muftì sunnita per un vertice in Libano dei capi islamo-cristiani dei Paesi nordafricani e arabi…

 

Nella storia del Libano il patriarca maronita è sempre stato l’autorità più rispettata, un punto di riferimento morale fondamentale per tutti i libanesi. Che sia diventato patriarca maronita monsignor Béchara Raï, mio fraterno amico da tanti anni, è una fortuna: Raï è un uomo di grande apertura, ha già interpretato e interpreterà il suo importantissimo ruolo in funzione del bene dei cristiani libanesi, di tutti i libanesi e dell’intero Medio Oriente.

 

Nei sedici anni da Osservatore permanente presso le Nazioni Unite a New York Lei avrà avuto l’occasione di parlare spesso anche della travagliata quotidianità libanese…

 

Andavo dall’allora segretario generale dell’ONU Perez de Cuellar, su mandato di Giovanni Paolo II, per discutere del Libano. Un giorno il diplomatico peruviano mi disse: “Io e il Papa abbiamo la stessa passione per il Libano”. Aveva ragione, perché papa Wojtyla era innamorato del Paese dei Cedri. Per lui il Libano aveva, ha un compito storico fondamentale: quello di essere un grande esempio di società multireligiosa per l’intero Medio Oriente.  Tra le istruzioni che Giovanni Paolo II mi dava direttamente quelle per il Libano erano costanti e importanti. Il suo desiderio cadeva naturalmente su un terreno fertile, dato il mio amore per quella terra.  

 

Torniamo alla Sua visita dal 14 al 18 luglio. Ha potuto incontrare il patriarca Raï e qualche politico?

 

Sono andato in Libano, insieme con il cardinale Sandri , per la consacrazione episcopale di Raphaël Minossian, nuovo ordinario per gli armeno-cattolici dell’Europa orientale. Certamente ho visto il patriarca più volte nei quattro giorni, anche in occasione della festa a Byblos/Jbeil (la diocesi di cui è stato pastore) per il venticinquesimo di episcopato. Dopo la celebrazione siamo stati tutti ospiti del presidente della Repubblica libanese Michel Sleiman (che sa e gioisce del mio amore per il Libano e non perde occasione per dirmelo) nella residenza di Amchit: tra gli invitati anche il primo ministro nuovo Najib Mikati e il presidente della Camera dei deputati Nahib Berri. La domenica 17 siamo andati con il patriarca all’annuale, grande festa a maronita di san Charbel a Annaya, poi sopra Beirut per i dieci della beatificazione del vescovo armeno Ignazio Maloyan, ucciso nel 1915 a 46 anni dai turchi. Devo dire che ho constatato una volta di più come monsignor Raï sia accolto dappertutto con grande simpatia; d’altra parte il nuovo patriarca maronita dimostra un entusiasmo dell’ascoltare e del fare veramente encomiabile. Non guasta certo il fatto che abbia una resistenza fisica fuori del comune.

 

Beirut però non è più la stessa di fine Anni Sessanta…

 

Quello no, ma vi ho ritrovato la stessa gioia di vivere e lo stesso attivismo imprenditoriale che già mi avevano colpito tanti anni fa.