RICORDO A PIU' VOCI DELLO STORICO GABRIELE DE ROSA - di GIUSEPPE RUSCONI - www.rossoporpora.org - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI GENNAIO 2010

 

 

Nel giorno dell’Immacolata è morto a Roma a 92 anni lo storico (ed anche ex-senatore e deputato per la DC, poi per il PPI) Gabriele De Rosa. Non pochi l’hanno frequentato sui banchi di scuola studiando i suoi manuali.

Abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo negli anni Ottanta come persona di grande spessore umano. L’abbiamo anche intervistato per “Il Consulente RE” 5/2002, in relazione all’apertura (il 3 maggio) del processo di canonizzazione di don Luigi Sturzo, che nell’occasione definì “un uomo di una fede straordinaria” e di cui disse: “ Molte pagine sue  possono leggersi come un augurio, un desiderio di quel che avvenne con il pontificato di Giovanni XXIII”. Ebbe una vita molto intensa: cresciuto durante il Ventennio, ufficiale dei granatieri a El Alamein, maturò una crisi interiore che lo portò a schierarsi nella Resistenza romana, ad avvicinarsi alla Sinistra cristiana, a frequentare la redazione de L’Unità, spinto dalla sua ricerca di un ideale sociale da concretizzare e per cui impegnarsi.  Una nuova riflessione (e gli incontri in particolare con don Giuseppe De Luca e don Luigi Sturzo, cui fu molto vicino dal 1954 al 1959, anno della morte del sacerdote siciliano) fecero sì che approfondisse in modo particolare le vicende del movimento cattolico in Italia, oltre che i contenuti della pietà religiosa popolare. Presidente dell’Istituto Sturzo dal 1979 alla morte, lo rese anche un luogo ricco di fermento intellettuale del cattolicesimo politico contemporaneo. I suoi funerali, celebrati il 10 dicembre nella chiesa di Sant’Agostino, sono stati una riprova della stima e dell’amicizia di cui godeva: molti i politici della ‘vecchia guardia’ democristiana, tanti gli storici; erano presenti anche alcuni granatieri di Sardegna, con il gagliardetto. Per ricordare Gabriele De Rosa abbiamo chiesto il contributo del cardinale Achille Silvestrini (di cui pubblichiamo l’omelia pronunciata durante la messa esequiale), del vescovo di Terni Vincenzo Paglia (che ha affiancato il cardinale, insieme con il confratello Michele Pennisi, pastore di Piazza Armerina), dello storico Francesco Malgeri, suo allievo.

                  

(g. rus.)

 

 

  

IL CARDINALE ACHILLE SILVESTRINI: PASSIONE CIVILE COME LIEVITO DI RICERCA STORICA

 

 

Nel dare il saluto a Gabriele De Rosa il nostro animo è preso da un sentimento intenso, profondo, di ammirazione e di rispetto. Non si può, qui, nella liturgia fare una commemorazione di una personalità come la sua, direi gigantesca. Ci saranno occasioni, sedi opportune per ricordarlo come studioso che lascia un’eredità complessa e cara a cui guardiamo tutti con ammirazione grandissima.

 

Qui vorrei soffermarmi su alcuni aspetti morali della sua persona.

 

Il primo di questi è il coraggio della verità. Negli studi, nelle prime esperienze giovanili degli anni quaranta egli prende coscienza della seria situazione italiana e fa le scelte giuste: nel 1941 è ufficiale dei granatieri, e matura la consapevolezza che il domani sarebbe stato problematico per la patria. Chiede di andare nel fronte africano, e combatte ad El Alamein. Il 25 luglio del 1943 è convinto che “la libertà è mezzo per riuscire nel proprio destino di uomini e di nazione”. Egli comprende e diviene resistente nella guerra di liberazione.

 

“Il resto, le mie ricerche, i miei studi, il mio insegnamento accademico, il mio impegno politico e parlamentare, tutto è seguente, in qualche modo, a questa mia tormentata esperienza. Francamente non siamo rimasti ad attendere alla finestra quale sarebbe stato il vincitore. Noi combattemmo con le armi, con le ferite e i sacrifici delle persone e abbiamo potuto raccontare - e questo non è poco - come la liberazione avvenne moralmente, civilmente, letterariamente e infine politicamente, senza modelli che non fossero scaturiti dalla nostra esperienza di vita”.

 

Anche le sue esperienze politiche con la sinistra, dal 1945 al 1952, sono contrassegnate dalla ricerca di una “causa” sociale a cui dedicarsi per dare un significato alla vita e agli studi. E successivamente sono gli studi ad approfondire le sue convinzioni. Egli scopre nella storia italiana la presenza di un grande movimento cattolico quando le sue riflessioni si dirigeranno verso le fonti della storia contemporanea, la revisione della nostra storia post-risorgimentale, l’età giolittiana, la crisi dello Stato liberale.

 

A questo punto incontra un sacerdote, don Giuseppe De Luca, le cui “Edizioni di Storia e Letteratura” rappresentavano una scuola di erudizione per quanto riguarda la storia della Chiesa, facendogli scoprire quella storia più interna che investe la fede, l’area dei sentimenti, la mistica e la pietà. Nacque il saggio su “Giuseppe Sacchetti e la pietà veneta”  e poi una serie di studi, da Sant’Alfonso a Gerardo Maiella sino a San Nilo, raccolti nel volume “Storie di santi”.

Contemporaneamente De Rosa pubblicava la “Storia politica dell’Azione Cattolica” e la “ Storia del Partito Popolare italiano”, questa con l’aiuto della memoria storica di Don Luigi Sturzo, al quale fu vicino dal 1954 al 1959 e che De Rosa trascrisse nel testo “Sturzo mi disse”. Di qui si motivò anche l’impegno che diede vita all’Istituto Sturzo.

 

“Fu per me un’immersione nel vissuto di un’epoca, dalla fine dell’Ottocento alla crisi dello Stato liberale, che umanizzava uomini e cose. Una lezione irripetibile. Avevo scoperto finalmente la mia vocazione di storico, anche se non potevo indicare il nome di un maestro, nemmeno il titolo di un solo libro che avesse rappresentato “ un momento importante se non cruciale nella mia formazione di storico”. Però a pensarci bene, se non un libro, una “riflessione politica di particolare respiro storico” c’è stata, non occasionale, non breve, ma di lungo periodo, che continua ancora, con una propria datazione, che va dalla guerra con la sconfitta nella sabbia insanguinata di El Alamein, passa  per la resistenza, gli orrori dei lager e della Shoah, per Hiroshima ed arriva all’oggi con l’11 settembre e la comparsa globale, ancora attiva, dell’Iniquità, di cui parla San Paolo nella seconda lettera ai Tessalonicesi”.

 

De Rosa è stato uno degli ultimi “maestri” della storiografia italiana, in cui la passione civile si è fatta lievito di ricerca storica, senza mai farla diventare  lotta politica condotta con altri mezzi; l’apertura internazionale si è coniugata con un radicamento nella terra italiana, dal Veneto degli “intransigenti” ottocenteschi al Mezzogiorno delle plebi rurali. Il rinnovamento metodologico non si è mai risolto in una sperimentazione fine a se stessa, ma è stato diretto all’approfondimento di temi e problemi emergenti nel concreto lavoro storico. 

 

 

FRANCESCO MALGERI: UN GRANDE CONTRIBUTO ALLA STORIA DEL MOVIMENTO CATTOLICO ITALIANO

 

Il nome di Gabriele De Rosa si inserisce a pieno titolo tra le figure più rappresentative della storiografia italiana del Novecento. I suoi studi hanno avuto il merito di svecchiare e superare vecchie impostazioni, indicando nuove e significative piste di ricerca. Le sue indagini si sono orientate principalmente verso la storia del movimento cattolico italiano, la figura di Luigi Sturzo, la storia della Chiesa, della pietà popolare e della religiosità nell’Italia moderna e contemporanea. Si tratta di studi che hanno consentito un rilettura originale e incisiva della storia politica, sociale e religiosa del nostro paese in età moderna e contemporanea, in un costante equilibrio fra l’analisi delle forze profonde che agiscono nella società e lo studio delle istituzioni politiche e delle classi dirigenti.

 

Particolare rilievo assumono gli studi da lui dedicati al movimento cattolico italiano tra Ottocento e Novecento, testimoniati da un’opera come la Storia del movimento cattolico in Italia (2 voll., Laterza, Bari 1966) nella quale le vicende del cattolicesimo politico in Italia dagli anni della Restaurazioni all’avvento del fascismo, sono ripercorse con l’attenzione a cogliere non soltanto le articolazioni e il dibattito interno, ma ad allargare l’indagine agli aspetti religiosi, economici e sociali legati all'evoluzione della società italiana: dalla crisi del rapporto città-­campagna, alla questione meridionale, dalla nascita del movimento socialista alle trasformazioni capitalistico-industriali dell’economia nazionale, dal moderni­smo al trauma della prima guerra mondiale, dal popolarismo al fascismo. I suoi studi sul movimento cattolico costituiscono un punto di riferimento imprescindibile per seguirne la complessa articolazione e cogliere il senso della presenza cattolica nella vita pubblica e sociale dell’Italia contemporanea.

 

Nell’ambito di questo indirizzo, De Rosa ha privilegiato particolarmente la figura di Luigi Sturzo. La pubblicazione, nel 1977, della biografia di Sturzo (Luigi Sturzo, Utet, Torino 1977) è il risultato di anni di studi, di ricerche e di riflessioni attorno alla figura del fondatore del partito popolare, del quale sottolinea i1 ruolo svolto nella formazione di una coscienza civile e politica delle masse cattoliche, la sua ansiosa rivendicazione dei valori della libertà e della democrazia, la sua figura sacerdotale, segnata da una profonda spiritualità..

 

Gli studi di De Rosa sono andati al di là degli aspetti esclusivamente politici e sociali. La sua attenzione, sollecitata dalle indicazioni di Giuseppe De Luca, di Gabriel Le Bras, e dalla lezione della scuola delle Annales, si è orientata verso ricerche di particolare interesse sui temi della pietà e della religiosità popolare, della pastoralità e della santità. La sua opera Vescovi, popolo e magia nel Sud (Guida, Napoli 1971) ci consente di leggere la storia della religiosità meridionale al di fuori dalle ricorrenti interpretazioni sociologico-folcloriche, per proporre la visione di una Chiesa, impegnata a far penetrare nella realtà religiosa del Sud, la riforma post tridentina, incontrando resistenze culturali e ambientali,

 

Accanto ai temi della pietà e della religiosità popolare, De Rosa ha rivolto la sua attenzione al problema della santità, riproposto con una chiave di lettura originale, dove la tradizione storiografica di stampo esclusivamente agiografico viene rovesciata, cogliendo la santità nel rapporto diretto del santo con l’ambiente, con il popolo e i suoi problemi, con il mondo contadino o borghese, nei quali l’attesa del miracolo riflette le esigenze materiali della vita quotidiana, richiedendo al santo – scrive De Rosa – “anche nelle forme di una pietà sconcertante e crudele, quegli aiuti di cui la natura o la sorte è avara, che non riescono a separare ancora la scienza dal mistero, i meccanismi economici della storia dalla Provvidenza” (Storie di santi, Laterza, Roma-Bari 1990, p. IX).

 

Il nome di Gabriele De Rosa si inserisce a pieno titolo tra le figure più rappresentative della storiografia italiana del Novecento. I suoi studi hanno avuto il merito di svecchiare e superare vecchie impostazioni, indicando nuove e significative piste di ricerca. Le sue indagini si sono orientate principalmente verso la storia del movimento cattolico italiano, la figura di Luigi Sturzo, la storia della Chiesa, della pietà popolare e della religiosità nell’Italia moderna e contemporanea. Si tratta di studi che hanno consentito un rilettura originale e incisiva della storia politica, sociale e religiosa del nostro paese in età moderna e contemporanea, in un costante equilibrio fra l’analisi delle forze profonde che agiscono nella società e lo studio delle istituzioni politiche e delle classi dirigenti.

 

Particolare rilievo assumono gli studi da lui dedicati al movimento cattolico italiano tra Ottocento e Novecento, testimoniati da un’opera come la Storia del movimento cattolico in Italia (2 voll., Laterza, Bari 1966) nella quale le vicende del cattolicesimo politico in Italia dagli anni della Restaurazioni all’avvento del fascismo, sono ripercorse con l’attenzione a cogliere non soltanto le articolazioni e il dibattito interno, ma ad allargare l’indagine agli aspetti religiosi, economici e sociali legati all'evoluzione della società italiana: dalla crisi del rapporto città-­campagna, alla questione meridionale, dalla nascita del movimento socialista alle trasformazioni capitalistico-industriali dell’economia nazionale, dal moderni­smo al trauma della prima guerra mondiale, dal popolarismo al fascismo. I suoi studi sul movimento cattolico costituiscono un punto di riferimento imprescindibile per seguirne la complessa articolazione e cogliere il senso della presenza cattolica nella vita pubblica e sociale dell’Italia contemporanea.

 

Nell’ambito di questo indirizzo, De Rosa ha privilegiato particolarmente la figura di Luigi Sturzo. La pubblicazione, nel 1977, della biografia di Sturzo (Luigi Sturzo, Utet, Torino 1977) è il risultato di anni di studi, di ricerche e di riflessioni attorno alla figura del fondatore del partito popolare, del quale sottolinea i1 ruolo svolto nella formazione di una coscienza civile e politica delle masse cattoliche, la sua ansiosa rivendicazione dei valori della libertà e della democrazia, la sua figura sacerdotale, segnata da una profonda spiritualità..

 

Gli studi di De Rosa sono andati al di là degli aspetti esclusivamente politici e sociali. La sua attenzione, sollecitata dalle indicazioni di Giuseppe De Luca, di Gabriel Le Bras, e dalla lezione della scuola delle Annales, si è orientata verso ricerche di particolare interesse sui temi della pietà e della religiosità popolare, della pastoralità e della santità. La sua opera Vescovi, popolo e magia nel Sud (Guida, Napoli 1971) ci consente di leggere la storia della religiosità meridionale al di fuori dalle ricorrenti interpretazioni sociologico-folcloriche, per proporre la visione di una Chiesa, impegnata a far penetrare nella realtà religiosa del Sud, la riforma post tridentina, incontrando resistenze culturali e ambientali,

 

Accanto ai temi della pietà e della religiosità popolare, De Rosa ha rivolto la sua attenzione al problema della santità, riproposto con una chiave di lettura originale, dove la tradizione storiografica di stampo esclusivamente agiografico viene rovesciata, cogliendo la santità nel rapporto diretto del santo con l’ambiente, con il popolo e i suoi problemi, con il mondo contadino o borghese, nei quali l’attesa del miracolo riflette le esigenze materiali della vita quotidiana, richiedendo al santo – scrive De Rosa – “anche nelle forme di una pietà sconcertante e crudele, quegli aiuti di cui la natura o la sorte è avara, che non riescono a separare ancora la scienza dal mistero, i meccanismi economici della storia dalla Provvidenza” (Storie di santi, Laterza, Roma-Bari 1990, p. IX).

 

Il contributo culturale recato da Gabriele De Rosa alla ricerca storica è maturato attraverso la rigorosa applicazione di un metodo scientifico sempre criticamente vigile e attento, fortemente accompagnato da un costante impegno civile, sorretto e guidato da una viva e profonda ispirazione morale e religiosa.

 

IL VESCOVO VINCENZO PAGLIA: HA MOSTRATO QUANTO SIA DECISIVA LA FEDE NELLA VICENDA UMANA

 

La scomparsa di Gabriele De Rosa è una perdita non lieve per la cultura del nostro Paese e non solo. Ci lascia infatti un fine intellettuale che nel campo storico ha portato un contributo impareggiabile.

 

Non solo ha avviato ricerche che hanno messo in luce la forza della dimensione religiosa nel procedere della storia degli uomini, sconfiggendo così la pretesa di una lettura economicista e materialista della storia. Ma è stato anche un organizzatore della la ricerca storica in campo nazionale, sia attraverso la creazione di istituti di storia sociale e religiosa, sia attraverso l’analisi accurata di nuove “fonti” spesso disattese per ricostruire la storia delle popolazioni dell’Italia. Tale originale prospettiva ha presto superato i confini del Paese e ha percorso l’Europa a partire dagli studiosi francesi che hanno così guardato con nuova attenzione alla storiografia italiana.

 

Dopo la caduta del muro, De Rosa è stato tra i primi a coinvolgere gli storici dei paesi dell’Est in questa avventura. Era infatti ben cosciente della rilevanza che tale metodologia storiografica aveva per il futuro di quei Paesi. Ben altro, ovviamente, si dovrebbe scrivere sull’opera di De Rosa storico, e mi auguro che venga quanto prima realizzata.

 

Per parte mia non posso non testimoniare la passione che poneva in questa sua opera di intellettuale. Sapeva che era indispensabile per la crescita della società italiana. Tale passione per la storia del Paese lo portò anche a spendere la sua vita nell’agone politico. E fece anche questo con incredibile passione attingendo da quella storia che costituiva il bagaglio da cui attingeva anche l’ispirazione politica. Erano i difficili anni della transizione del nostro Paese e De Rosa portò nella politica e nel Parlamento il suo contributo di studioso che tutti apprezzarono per la profondità delle riflessioni e delle proposte. Ma anche qui lascio ad altri il ricordo di questa passione che gli toccò avanti negli anni.

 

Vorrei, invece, spendere qualche breve parola su ciò da cui la sua variegata azione traeva linfa: la fede. De Rosa è stato un credente attento e profondo. I suoi due maestri sono stati senza dubbio don Luigi Sturzo e don Giuseppe De Luca: due uomini di fede che seppure diversissimi tra loro erano però di grande statura politica e culturale. La formazione di De Rosa deve molto alla vita, al pensiero e alla religiosità di questi due preti. Da loro ha compreso che la fede cristiana è impastata della storia, della vita e della cultura del tempo in cui il credente si trova a vivere. C’è anzi una circolarità virtuosa tra fede e cultura che è indispensabile cogliere e promuovere. Intuiva con chiarezza che fede e cultura, terra e religiosità, popolo e fede popolare, vanno congiuntamente.

 

Questa sua profonda convinzione si trasferiva nella sue ricerche storiche. Era ben cosciente che la storia sociale non poteva essere disgiunta da quella religiosa. E mentre questa convinzione affinava gli occhi dello storico nello stesso tempo gli faceva allargare il campo delle fonti di ricerca. Come dimenticare l’opera preziosissima di ritrovo e riordino degli archivi parrocchiali dopo il terremoto dell’Irpinia?

 

La fede di De Rosa non era relegata in una intimità astratta, per lui diveniva immediatamente “pubblica”, sociale, coinvolgente ogni aspetto della vita. Per questo è impossibile in lui distinguere lo storico dal credente, il politico dall’uomo di fede, come anche il credente dal marito o dal padre nella famiglia. Ovviamente, questo non significava confusione di metodologie o sconfinamenti confessionali. La sua fede era “laica” nel senso corretto del termine, ossia una fede inseparabile dalla sua vita di storico, di politico, di cittadino, senza tuttavia confondere metodi e logiche. Come credente sentiva forte la spinta a scendere nelle profondità della storia, non solo quella dei potenti, ma anche quella della società più minuta. Quanti dibattiti abbiamo fatto sui diversi modi di manifestarsi della stessa fede cristiana nel nostro Paese.

 

Se c’era in lui una preferenza, l’aveva per la fede del Mezzogiorno d’Italia: concreta eppure fine, forte ed anche drammatica, dolce ed anche penitente. Tra i santi preferiti vi era quel Sant’Alfonso che in maniera esemplare manifestava la ricchezza del cristianesimo meridionale sapiente e popolare. I numerosissimi studiosi che sono usciti dalla sua scuola possono testimoniare quanto la fede ispirasse la sua ricerca di storico della società, come anche del suo impegno di uomo politico. Numerosissime sono le sue opere di studioso, alcune magistrali. E tuttavia, l’ “opera” più preziosa che De Rosa ha lasciato a questo nostro Paese è aver mostrato quanto sia decisiva la fede nella vicenda umana. E questo a partire da se stesso. La fede aiuta anzi allarga l’impegno del credente per rendere migliore la società nella quale vive.