24 ANNI FA: ROMA ‘TEDESCA’ CONTRO ‘ER NANEROTTOLO IMBROJONE”- di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 12 luglio 2014

 

L’8 luglio 1990  lo Stadio Olimpico di Roma ospitava la finale di ‘Italia 90’. Ci è venuta voglia di ripubblicare l’articolo di colore apparso per l’occasione nel ‘Corriere del Ticino’ del 7 luglio: i contendenti erano gli stessi di oggi, le circostanze molto particolari e Roma si ritrovò a tifare per la Germania…dopo che l’Italia era stata sconfitta a Napoli – ai rigori, al termine di una semifinale intensa - dall’Argentina di Maradona…

 

A 24 anni di distanza i  Mondiali di calcio ripropongono la stessa finale tra Germania e Argentina. Allora ci occupavamo a Berna di vicende politiche svizzere per il ‘Corriere del Ticino’. Al direttore Sergio Caratti venne però la (buona) idea di inviarci a Roma per una serie di articoli di colore sulle ultime partite della Coppa del Mondo. Ne uscirono alcuni pezzi, di cui c’è venuta voglia di ripubblicare quello scritto alla vigilia della finale, intitolato Roma ‘tedesca’ contro ‘er nanerottolo imbrojone’  ( NdR: ricordate Maradona, la 'mano de Dios' contro l'Inghilterra nei Mondiali del 1986?) e alcuni passi dell'articolo post-finale …

 

Roma, 6 luglio – Se qualche marziano ignorante dell’italiano e dell’espressività dei volti dei quiriti atterrasse oggi a Roma, potrebbe pensare di trovarsi in una città in festa, in attesa di un Grande Evento. Specie se gli capitasse di impigliarsi nei rami di uno dei platani riverniciati di tricolore di via Merulana (sarebbe tra l’altro un bel pasticciaccio). Oppure se la ventura lo facesse planare nel cuore di San Lorenzo, verde-bianco-rosso dai panni stesi alle salsicce incartate dal macellaio. Forse però anche il nostro marziano, dopo qualche approccio sorridente, si renderebbe conto che smorfie e visi lunghi sono uno strano modo di festeggiare. E capirebbe che l’allegria resta solo nelle bandiere sventolanti al ponentino. Il resto è solo lutto, mugugno, in fin dei conti conclamato distacco dal Grande Evento. Che non è più, diranno alcune voci, di Roma nostra. Perché martedì sera a Napoli c’hanno fregato. Ovvero tutti c’avemo l’ora der minchione. Allora, che fare? Pe’ consolasse, abbasta a guardasse ‘ndietro, quando fu amico il sole di Spagna. Una rivincita, piccola piccola, si potrà avere subito, se la Germania, che è per metà italiana, distruggerà domenica er bassetto infame, er nanerottolo brutto e imbrojone. Roma di venerdì, a quarantotto ore dal Grande Evento declassato a piccola vendetta. E a ventiquattro dal Piccolo Evento di Bari (NdR: Italia- Inghilterra 2-1, finale per il terzo posto). Eh, ma…er panbruno nun è er pian bianco.

 

Siamo sbarcati ieri sera alla stazione Termini, dopo aver notato negli ultimi chilometri di percorso un fiorire di tricolori. Al Tiburtino prima della stazione, e poi a Centocelle, a Torre Spaccata. Ma l’Italia non ha perso? Come mai ancora tante bandiere? Siamo ancora sotto choc, non abbiamo avuto la forza psichica e fisica di ritirarle, ci dice il cinquantanovenne Marino, romanista di Viale dei Romanisti: Siamo convinti che dobbiamo giocare la finalissima. Mentre Sergio, capopopolo del Testaccio, core de Roma: L’Italia non ha perso e noi festeggeremo ancora. Una porchetta da sessanta chili e una botte da cinquanta litri di bianco dei Castelli attendono chi domenica vorrà stare con noi. Ci abbufferemo e brinderemo alla faccia di chi ci vuole male. Il riferimento è a quello iettatore piagnone che bacia i santini per una partita di calcio. Le bandiere non vengono tolte, ci dice Sandro di Boccea, poiché gli italiani si sono scoperti grandi patrioti. Di rincalzo Amedeo, cocomeraro con televisione di via Ostiense: Ammainare la bandiera? Mai. Sarebbe segno di resa. E noi non abbiamo perso.

Ma la voglia di festeggiare in molti se n’è andata. Come dice l’ex-consigliere federale (NdR: membro del Governo elvetico) Kurt Furgler, incontrato nella hall dell’Excelsior (dove pernottano i grandi della Fifa), la gioia mediterranea di quasi tutta la città s’è spenta.

Che farà Roma domenica? Andrà al mare, assisterà alla partita via schermo (ma non tutti); quelli che si recheranno alla stadio saranno, salvo eccezioni, per la Germania. Per Gigi, barista di via Nomentana, la Gernania ha i colori di Roma, se togliamo la banda nera. Sergio di Boccea: La Germania è una squadra di professionisti seri e fa simpatia. Alberto il tassista: La Germania il titolo se lo merita. Sergio capopopolo: Vola, tedesco, vola (NdR: si riferisce a Voeller, centravanti della Roma). Solo Zeno, artigiano di un’imbandieratissima via Urbana, farà il tifo per l’Argentina, che ha un allenatore intelligente e ammirevole. Dov’è la solidarietà tra latini? Ma che solidarietà e solidarietà, esclama Righetto, edicolante di piazza Testaccio: L’Argentina è una squadra di imbroglioni. Primo fra tutti – è il capopopolo che parla – quello le cui ceneri dovrebbero essere sparse ai quattro venti. Che si stia esagerando? Certo, conviene un netturbino, ci sono tante cose più importanti del calcio. E poi, piove o nun piove, er Papa magna.

Un rapido sopralluogo tra Piazza del Popolo, Piazza di Spagna e Piazza Navona ci ha permesso di appurare che i tedeschi (attesi in trentamila) non sono ancora arrivati. Per loro, avidi di sole e di vittoria, varranno le parole che Goethe scrisse nel 1786: Come lieto mi sento in Roma! Penso ai tempi in cui un giorno grigiastro, lassù nel Settentrione, mi circondava. Sempre che il pibe de oro divenga d’argento.

DALL’ARTICOLO APPARSO SUL ‘CORRIERE DEL TICINO’ DEL 9 LUGLIO 1990…

(…) Preso posto al centro della Curva Nord, ci siamo trovati in mezzo a una marea di tedeschi ben decisi a inneggiare alla loro nazionale. Poco sopra un migliaio di argentini dalla voce melodiosa. Poco sotto una folla prevalentemente italiana, di forti sentimenti anti-maradoniani. Lo stadio è colmo già alle sette. E quando, mezz’ora dopo, sui due schermi giganti appaiono le formazioni con tanto di foto singola, diventa chiaro per tutti che in realtà all’Olimpico l’Argentina dovrà giocare contro due avversari: la Germania e l’Italia (rappresentata dal pubblico di Roma). Se l’immagine degli altri argentini è sommersa da un fischiare compatto, quella del Grande Antipatico pare addirittura dissolversi sotto un uragano di imprecazioni. Domanda: sarà disapprovato anche l’inno nazionale biancoceleste? La risposta, giunta alle 19.52, non consente dubbi: l’Argentina paga soprattutto per Maradona. Un applauso ritmato e possente, tra uno sventolio impressionante di tricolori italo-germanici saluta invece il Deutschland Deutschland ueber alles, di cui si canta però solo la terza strofa (Unità, diritti e libertà per la nostra cara patria). Sale improvviso dalle tribune un Italia Italia, cui si associano gli alleati tedeschi. Poi la corrida incomincia. E il toro Maradona alla fine verrà matato. Per lui sono pronti quarantamila matador italiani di prima linea, oltre agli undici tedeschi nell’arena. Caduto una prima volta, si becca l’epiteto di buffone. Una seconda, invece, gli vengono ricordate dai feroci romani presunte sue origini ignobili. Al 39’ del secondo tempo il gol su rigore di Brehme. E’ proprio finita per Maradona che, salendo gli scalini per ritirare la medaglia d’argento sotto un diluvio di fischi, piangerà. Ridiventato forse più umano anche per i suoi detrattori. Vamos, vamos, Argentina, vamos a ganar (a vincere). Sarà per un’altra volta. In fondo, come ci dice il quindicenne Francisco di Buenos Aires, dovrebbe essere tutto deporte. E il deporte implica il ganar e il perder. Es war so wunderschön, ma non per Maradona.Stanotte ride la Germania, ridiventata grande anche nel calcio. Segno dei tempi.