INTERVISTA AD ANDREA MUCCIOLI - 'IL CONSULENTE RE ONLINE' DI LUGLIO 2011

 

A colloquio con il figlio di Vincenzo Muccioli, da anni responsabile della comunità di San Patrignano: la droga, business che attira finanze e Stati

 

Il 22 giugno 2011 si è svolta presso la sede della Stampa Estera a Roma una conferenza-stampa per presentare un film assai singolare, intitolato “Vivo”, girato dal regista francese Jérémie Attali e prodotto da Oversea e Keskya Productions. Il contenuto emerge già nel sottotitolo: “Un anno a San Patrignano”. E’ la storia in particolare di sei ragazzi della comunità: il loro percorso di recupero pieno in cinque casi è stato coronato da successo, in un caso invece c’è stato un abbandono dopo un anno e mezzo di tentativi. Il film, che in Francia sarà trasmesso per Natale da France5, sta ora cercando un canale di distribuzione italiano. Alla conferenza-stampa, moderata da Alessandro Barbano (vicedirettore del ‘Messaggero’), hanno partecipato Andrea Muccioli, Jérémie Attali e suo padre Jacques (vedi l’intervista in questo stesso numero de “Il Consulente RE” online).

 

Nove anni fa avevamo intervistato Andrea Muccioli (insieme con il vulcanico Ernesto Olivero, fondatore del ‘Sermig’ di Torino) nella sede ‘neutra’ di Piacenza. Il colloquio era stato pubblicato su “Il Consulente RE” cartaceo 4/2002 sotto il titolo: “Recuperare, non controllare”. E’ un titolo questo che conserva anche oggi la sua piena validità, come emerge dall’intervista che segue e che il quarantaseienne Andrea Muccioli (figlio di Vincenzo) ci ha volentieri concesso in occasione della presentazione di “Vivo”.  Andrea è da ormai sedici anni il responsabile della comunità di San Patrignano, fondata da suo padre nel 1978 sulle colline di Rimini. Quando nel 1995 morì Vincenzo Muccioli, ci si chiedeva se la Comunità avrebbe avuto la forza di continuare. L’ha avuta. E oggi ospita ancora circa 1600 tossicodipendenti sulla via del recupero (oltre 20mila dal 1978 a oggi); tra le infrastrutture un centro medico con 50 posti letto, un asilo, abitazioni e campi sportivi, un teatro, una cinquantina di laboratori di formazione professionale, il ‘Giornale di SanPatrignano’. Ben conosciuta l’eccellenza di San Patrignano nei prodotti di coltivazione e allevamento, in sport come l’ippica, nei tessili, in tante altre professioni manuali quasi dimenticate che la Comunità ha recuperato, valorizzandole. Da evidenziare il fatto che da tre studi scientifici di Università come Bologna, Urbino e Pavia (coinvolgenti ragazzi che da più di tre anni avevano concluso il loro percorso a San Patrignano) emerge nel 70-75% dei casi il pieno recupero, libero da droghe. Una percentuale che è di molto superiore a quella media di comunità, che si aggira attorno al 30%. Ma veniamo all’ampia intervista, che si apre con un riferimento al ‘Rapporto’ di una cosiddetta Commissione globale sulle politiche della droga, presentato il 2 giugno a New York.  

 

 

Caro Andrea, il 2 giugno una autodenominata “Commissione globale sulle politiche della droga” ha presentato a New York un rapporto in cui chiede la legalizzazione progressiva, partendo dalla cannabis, degli stupefacenti, dichiarando fallita la guerra alla droga e citando una serie di esperienze liberalizzatrici ritenute ‘positive’. Tra i 19 componenti della commissione l’ex-segretario generale dell’Onu Kofi Annan, l’ex- ministro di Nixon e di Reagan George Schultz, l’ex-presidente della Federal Bank Paul Volcker, il politico europeo Javier Solana, l’ex-commissario Onu per i diritti umani Louise Arbour, il primo ministro greco George Papandreu, il premio Nobel Mario Vargas Llosa, l’imprenditore britannico e fondatore della Virgin Richard Branson, il banchiere John Whitehead, l’ex-presidente della Confederazione svizzera Ruth Dreifuss, con cui abbiamo spesso energicamente duellato a Berna sulla sciagurata politica elvetica della droga…Nomi di personalità, così si dice, illustri…

 

Illustri…. Sì, illustramente incompetenti in materia…

 

… che nel Rapporto perorano tra l’altro la causa di ”quanti fanno uso di droghe senza procurare danno ad altri”: una frase che la dice tutta sul retroterra culturale della commissione…

 

E’ sempre molto di moda chiedere la legalizzazione della droga, nonostante i disastri che viviamo in tutta la nostra società occidentale relativamente all’aumento esponenziale dei consumi di stupefacenti, all’abbassamento a 12 anni dell’età media dell’inizio della tossicodipendenza, all’allarme sociale per quanto riguarda l’emergenza educativa…

 

Certo l’abbassamento dell’età media e l’aumento dei consumi suscitano l’interesse dei padroni del mercato…

 

Forse proprio per questo, poiché l’aumento dei consumi significa mercato più grande… con consumatori che incominciano sempre più giovani. Alletta molto il poter creare un mercato gigantesco di consumatori di droga legale, un business stratosferico, che interessa evidentemente i vari Richard Branson, George Soros…

 

Ma non si dice siano dei filantropi?

 

Ma che filantropi preoccupati per il recupero dei tossicodipendenti! Sono uomini d’affari impegnati a creare sempre nuovo business

 

Nella commissione dei 19, oltre a esponenti dell’economia, ci sono anche dei politici…

 

Dietro il Rapporto sta l’economia, spesso anche quella degli Stati. Non è questa un’ipotesi fantascientifica, delirante. Guardiamo all’esempio della California: lì, per sostenere la spesa pubblica, si è pensato coscientemente di legalizzare la marjiuana sottoponendola a tassazione. Questo comporta un ulteriore aumento dei consumi, poiché, laddove si abbassa l’allarme sociale, evidentemente i consumi crescono grazie alla libera e accattivante pubblicità che incita ad assumere droga per migliorare le proprie prestazioni: quelle del chirurgo come quelle del manager, quelle del broker come quelle del camionista…

 

E’ una situazione, quella che tu descrivi, già presente nella nostra società: la legalizzazione degli stupefacenti non farebbe che aggravarla ulteriormente con costi sociali altissimi…

 

Pagherebbero in primo luogo le famiglie, sempre più esposte al rischio che i figli consumino droghe che non sarebbero più considerate pericolose; e i ragazzi, martellati da una pubblicità legale che presenterebbe le droghe come la fonte maggiore del divertimento… nel senso che, se non arrivi un po’ sballato alla serata, non puoi divertirti!

 

Diciamo pure che qui saremmo davanti ad atti criminosi legalizzati…

 

Da anni constato tutti i giorni, accogliendo tanti ragazzi sotto i 22 anni di età a San Patrignano, come essi non concepiscano il divertirsi, lo stare insieme se non attraverso lo sballo. Il Rapporto della commissione merita veramente le critiche più dure per l’irresponsabilità sociale con cui è stato redatto e pubblicizzato.

 

Sempre nel Rapporto si elencano con favore le esperienze di cosiddetta riduzione del danno concretizzate in Olanda, in Canada, in Portogallo, quelle per noi famigerate applicate in Svizzera…

 

La politica di riduzione del danno è anch’essa, a mio modo di vedere, un gigantesco business, perché contribuisce a mantenere strutture e infrastrutture pubbliche e private in buona parte d’Europa, sottraendo di fatto la gestione del problema all’area educativa competente in materia. La tossicodipendenza non è una malattia cronica e quindi i tossicodipendenti non sono malati da spolpare per tutta la vita a suon di psicofarmaci, ansiolitici, antidepressivi, metadone: i tossicodipendenti sono soprattutto persone recuperabili…

 

Quali le esperienze positive in questo campo?

 

Le uniche esperienze che mostrano dati concreti relativamente al recupero dei tossicodipendenti in forma stabile, reinseriti nella società e liberi dalla droga, sono i percorsi residenziali  drug free di lungo periodo, con un importante componente di formazione professionale.

 

Come si fa a San Patrignano…

 

Sì. E c’è però un rammarico grande: le politiche sociali europee non hanno voluto insistere né tantomeno investire su tali esperienze positive. Hanno invece scelto il filone medicalizzante, cronicizzante, creando così delle enormi sacche – in continuo allargamento – di tossicodipendenti cronici, oltre i trenta-quarant’anni, che stanno invecchiando in tutta Europa comportando costi sociali giganteschi, in termini di perdita di produttività, di spesa sanitaria, di spese giudiziarie legati a percorsi penali…

 

Oltre che di dolori e angosce di chi sta loro vicino in famiglia…

 

C’è qui da evidenziare che chi continua a drogarsi con metadone e psicofarmaci non diventa meno pericoloso nei comportamenti, come purtroppo dimostrano innumerevoli episodi di violenza domestica, di bambini che hanno ingerito metadone in assenza dei genitori drogati, di incidenti stradali, di aggressioni fuori casa. Le cronache di tutti i giornali europei ne sono pieni. Neppure il drogato che assume metadone e psicofarmaci cessa di cercare e servirsi del mercato delle droghe illegali: anche qui l’esperienza è inequivocabile. Rispetto alla cocaina, poi, il metadone non ha nessun effetto…

 

In un commento elogiativo delle proposte del Rapporto, apparso su Repubblica dell’8 giugno, il noto Adriano Sofri scrive tra l’altro: “Quanto alle nostre strade, gran parte dei reati e delle sciagure che le insidiano dipende dalla tossicodipendenza e dalla sua illegalità”…

 

E’ del tutto evidente che, in termine di consumo, quanto più noi rendiamo facile la presenza di certi prodotti sul mercato, più la rendiamo appetibile, più la inseriamo nelle cose in, di moda, tanto più aumenteremo il numero delle persone alla ricerca di tali prodotti e ne favoriremo un accrescersi del consumo. Lo sdoganamento ufficiale della droga, cioè la sua accettazione istituzionale farebbe crollare anche le ultime barriere che oggi permangono: un vero disastro…a quel punto né famiglia né scuola riuscirebbero più a frenare il consumo di ciò che si può acquistare in tabaccheria. 

 

Nell’intervista rilasciataci nove anni fa (insieme con Ernesto Olivero ci ritrovammo in un albergo di Piacenza, tu venivi da San Patrignano, Ernesto da Torino, io da Roma) dichiaravi ancora di avere una certa fiducia nella capacità dei politici di affrontare il problema…

 

. ero giovane ed evidentemente ancora un po’ ingenuo!

 

Da allora è cambiato qualcosa in meglio?

 

La situazione è decisamente peggiorata in termini di volume dei consumi, di pericolosità sociale, di diffusione. Vedo purtroppo anche un attenuarsi dell’attenzione delle istituzioni pubbliche. E parallelamente vedo crescere l’interesse di gruppi privati, che – vista l’enorme dimensione assunta dal mercato della droga – sarebbero felici di una legalizzazione così da trarne gran profitto: questi signori hanno già capito che gli psicofarmaci sono un grande affare. E, aiutati da governi ed enti vari che con gran facilità concedono i relativi permessi, stanno riuscendo a creare una larga fascia di dipendenti, dunque clienti fedeli del prodotto. Anche manipolabili, fino a un certo punto, poiché – quando si intontiscono totalmente – poi si trasformano in costi sociali enormi. E le comunità allora diventano luoghi in cui ‘scaricarli’, non più luoghi di percorso di recupero.

 

Però San Patrignano resiste, a sedici anni dalla morte di tuo papà Vincenzo…

 

San Patrignano è un’oasi oppure un faro che illumina la notte di un mare in tempesta, una tempesta che dura da anni e di cui non si vede la fine. Quanti vascelli vi sopravvivono sballottati tra le onde, senza più timoniere! San Patrignano resta invece un punto di riferimento costante, un esempio di come si possano recuperare i ragazzi dall’abisso in cui erano sprofondati, reinserendoli nella società produttiva. In nessun’altra parte del mondo si sono raggiunti fin qui i risultati ottenuti da San Patrignano, dove tre ragazzi su quattro ritornano a vivere stabilmente liberi dalla droga. San Patrignano continua ad essere un esempio per tanti. Ogni anno è visitata da decine e decine di istituzioni di tutto il mondo, che prendono ispirazione dal nostro modello per cercare di replicarlo – magari con qualche adattamento locale – nei loro Paesi di provenienza. Capiscono infatti che è necessario trovare un’alternativa praticabile, efficace al modello medicalizzante e cronicizzante della riduzione del danno, che ha provocato e provoca solo danni sociali enormi.

 

Siamo qui nella sede di via dell’Umiltà della Stampa estera e tra poco ci verrà presentato un film intitolato “Vivo, un anno a San Patrignano”, una produzione internazionale girata dal regista francese Jeremie Attali. Alla conferenza-stampa partecipa anche il padre del regista, l’economista Jacques Attali, presenza pesante e significativa. Che cosa ci vuole dire questo film? Che cosa vuole dire a chi – e sono sempre di più – appare rassegnato davanti al dilagare della tossicodipendenza?

 

Il film di oggi vuole portare una ventata di speranza che soffi per tutta l’Europa e che illumini tutti nel comprendere che la tossicodipendenza è sempre stata e sempre sarà un problema fondamentalmente sociale ed educativo, non una malattia, men che meno una malattia cronica e irrecuperabile. Se noi incominciassimo a vedere in questi ragazzi quello che vediamo a San Patrignano, cioè delle persone con risorse indispensabili e potenzialità straordinarie per la nostra società, probabilmente il nostro futuro sarebbe migliore.