Il CASO CHARLIE GARD: DOLORE E INDIGNAZIONE PLURIMI – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 2 luglio 2017

 

Alcune considerazioni sul caso del bambino condannato a morte dai giudici inglesi e dalla Corte del Consiglio d’Europa. Le forti reazioni di tanti laici cattolici e di qualche ecclesiastico. Le reazioni pilatesche di altri ecclesiastici. Che fine ha fatto dentro il Vaticano e in sede Cei il “Ci alzeremo in piedi” di Giovanni Paolo II?L’ “Osservatore” a scoppio ritardato, mentre l’ “Avvenire” dà spazio al dramma di Charlie Gard, ma con un approccio molto ‘british’: per il quotidiano galantino e catto-fluido la vera battaglia è quella per l’accoglienza dei migranti.  

In questi ultimi giorni si assiste con sgomento al susseguirsi di fatti che suscitano grande preoccupazione sotto l’aspetto antropologico. C’è stato un episodio che può apparire minore, ma è pur sempre emblematico. La presidente della Camera italiana, la nota Laura Boldrini, ha fatto in aula gli auguri a una deputata neo-mamma, trascurando volutamente il padre: “Il papà non è parte in causa in questo caso. Scusate, la bambina à stata fatta (Ndr: ma com’è raffinata la ‘presidenta’!) da Celeste Costantino, è nostra collega e noi ci rivolgiamo a lei, essenzialmente a lei”. Siamo ormai al delirio ideologico puro.   

Un altro episodio, che però purtroppo non sorprende, ma è indice dello sbriciolamento in Europa dell’antropologia cristiana: venerdì 30 giugno il Parlamento tedesco ha approvato la parificazione tra matrimonio (che è solo eterosessuale) e ‘unioni omosessuali’ (adozioni comprese), dopo il ‘via libera’ dato dalla nota cancelliera Merkel (una cristiana ‘fluida’), che – in funzione pre-elettorale - ha escogitato il machiavello della ‘libertà di coscienza’ per i membri del suo partito. Si può presumere che Helmuth Kohl, che avrebbe voluto un discorso di Viktor Orban (primo ministro ungherese) al suo funerale, si stia rivoltando nella tomba. Dal canto suo l’arcivescovo di Berlino, mons. Heiner Koch (da non confondere con il cardinale svizzero Kurt Koch), si è detto “rammaricato” per la decisione: Monsignore, ma per favore non usi un linguaggio così violento…

 

CHARLIE GARD/ CATTOLICI CORAGGIOSI: AD ESEMPIO GANDOLFINI, DON COLOMBO, BELLETTI E GIGLI

C’è però un ‘caso’ su tutti che suscita dolore, orrore, indignazione al massimo grado, sia per i suoi contenuti che per certe reazioni da esso suscitate: quello di Charlie Gard, il bambino inglese nato il 4 agosto del 2016 e affetto da una rarissima malattia mitocondriale genetica. I genitori, come osserva Massimo Gandolfini (il neurochirurgo portavoce del comitato “Difendiamo i nostri figli”) nell’edizione de La Verità di sabato  primo luglio, “si sono rivolti ad un centro di terapia sperimentale ove si sta applicando un protocollo terapeutico riconosciuto e approvato nientemeno che dal Nhl (national Institute of healt) degli Stati Uniti e che ha, quindi, i sacri crismi della vera scienza”. Eppure Charlie Gard, hanno sentenziato giudici britannici e de facto approvato i giudici della ‘Corte europea dei diritti umani’ (eletta dal parlamento del Consiglio d’Europa) “deve essere soppresso – staccando il sostegno vitale della respirazione assistita – contro la volontà dei genitori”, perché – sostengono i giudici – sarebbe “una vita senza prospettive, inutile, indegna, senza valore. Un pesante scarto che una società moderna non può e non deve permettersi il lusso di mantenere”. Vera eutanasia di Stato, conclude giustamente e tristemente Gandolfini, la quale ci fa regredire all’eutanasia hitleriana dell’Aktion T 4, “con cui lo Stato nazista impose la morte di decine di migliaia di vite ‘indegne di essere vissute’ “.

Su Il Sussidiario di sabato primo luglio (sotto il titolo: “Perché negare ai genitori la terapia compassionevole?”) rileva un’altra voce particolarmente competente, quella di don Roberto Colombo, che alla Cattolica di Milano è responsabile del laboratorio di biologia molecolare e genetica umana per lo studio delle malattie ereditarie e si occupa specificamente di ricerche genetico-cliniche su alcune malattie ereditarie rare: “Charlie potrebbe essere il diciannovesimo soggetto con questa sindrome diagnosticato nel mondo, con la particolarità di una sopravvivenza insolitamente lunga. Tutti i casi precedenti sono morti poco dopo il parto o comunque entro sei mesi (questo dato non è insignificante: è nota la variabilità clinica della manifestazione dei difetti nel gene RRM2B e il bambino inglese potrebbe rappresentare un caso particolarmente "resistente" o con una espressione fenotipica meno clinicamente penetrante, la qual cosa giustificherebbe un supplemento di tentativi terapeutici o, quanto meno, la non frettolosità nel sospendere la ventilazione meccanica ed altri supporti vitali)”.

In effetti la terapia sperimentale statunitense cui guardano con speranza i genitori è “tutt'altro che bizzarra (sta alla base di altre terapie metaboliche già applicate con successo nel caso di differenti malattie ereditarie rare)” e consiste nello "scavalcare" (bypass) “il blocco enzimatico creatosi nelle cellule dei malati facendovi arrivare dall'esterno il metabolita di cui esse hanno bisogno per funzionare correttamente”. Insomma “non si tratta certo di una cura senza fondamento scientifico, biologicamente o clinicamente azzardata e rischiosa, attuata da incompetenti o malintenzionati, e neppure effettuata presso centri clinici privi di qualificazione ed autorizzazione (…) Non meno rilevante è la constatazione della scarsa tossicità delle molecole utilizzate per questo tipo di terapia sperimentale: esse non sono dei "farmaci di sintesi" (composti chimici dalla struttura e dalle proprietà differenti dalle molecole naturalmente presenti nel nostro corpo), ma dei metaboliti (o derivati di essi, che in essi si trasformano una volta entrati nel nostro corpo) ordinariamente presenti nelle cellule umane a qualunque età.

Vogliamo dar spazio a una terza voce di laico cattolico, quella di Francesco Belletti (già presidente del ‘Forum delle famiglie’) che il 30 giugno ha dichiarato tra l’altro a Radio Vaticana, a proposito di un altro risvolto sconvolgente del ‘caso’: lo Stato ha deciso al posto dei genitori, cui ha tolto la titolarità del figlio. “E’ un dato devastante, che potrebbe essere applicato in qualunque circostanza, per esempio su scelte educative di qualunque genere…”. Ma è bene ricordare che “in tutte le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del fanciullo, i genitori hanno la piena e inviolabile titolarità alla responsabilità. Qui i genitori hanno fatto di tutto per il loro figlio e lo Stato propone loro una cultura della morte”. Un fatto “assolutamente intollerabile”. 

Quarta e ultima voce laica in ambito cattolico quella di Gianluigi Gigli, deputato e presidente del ‘Movimento per la vita’ italiano, che osserva a ragione:  Con Charlie  muoiono la speranza e il diritto, muoiono la pietà e l’umanità. Siamo ben oltre l’eutanasia. Con la condanna a morte di Charlie si gettano le premesse perché ad altre vite, considerate inutili e senza prospettive di guarigione, possa essere imposto il dovere di morire, nel loro “best interest”».

 

LA CHIAREZZA DEL CARDINAL CAFFARRA E IL CERCHIOBOTTISMO DEI VESCOVI INGLESI

E in ambito ecclesiastico? Una delle voci più autorevoli (poche) che si sono alzate fin qui è quella del cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna: " Siamo arrivati al capolinea della cultura della morte. Sono le istituzioni pubbliche, i tribunali, a decidere se un bambino ha o non ha il diritto di vivere. Anche contro la volontà dei genitori. Abbiamo toccato il fondo delle barbarie" rileva in una dichiarazione rilasciata a’Il Giornale’ del 30 giugno. E aggiunge: "Siamo figli delle istituzioni, e dobbiamo la vita ad esse? Povero Occidente: ha rifiutato Dio e la sua paternità e si ritrova affidato alla burocrazia! L' angelo di Charlie vede sempre il volto del Padre. Fermatevi, in nome di Dio. Altrimenti vi dico con Gesù:  ‘Sarebbe meglio che vi legaste al collo una macina da mulino e vi gettaste nel più profondo del mare’.”

Tra le dichiarazioni ecclesiastiche ignobilmente pilatesche un posto d’onore va alla nota del 28 giugno – riportata dall’agenzia Sir – della Conferenza episcopale dell’Inghilterra e del Galles, presieduta dall’arcivescovo di Westminster, il cardinale bergogliano Vincent Nichols: “In questo difficile caso tutte le parti hanno cercato di agire con integrità e per il bene di Charlie, ciascuno secondo la sua visione. Comprensibilmente, i genitori di Charlie desiderano fare di tutto pur di salvare e migliorare la sua vita. (…)”. Si legge ancora nella nota: “La malattia terminale prolungata fa parte della condizione umana: non dovremmo mai agire con la deliberata intenzione di porre fine alla vita umana, compresa la rimozione dell’alimentazione e dell’idratazione che potrebbe provocare la morte. Dobbiamo, tuttavia, qualche volta riconoscere i limiti di ciò che può essere fatto, mentre si agisce sempre umilmente al servizio del malato fino al momento della morte naturale”.

 

E PAPA FRANCESCO CHE FA?

E papa Francesco? Ha forse applicato nel ‘caso Charlie” quanto affermò con veemenza Giovanni Paolo II il 7 ottobre 1979 a Washington (Capitol Mall), nella famosa omelia del “Ci alzeremo in piedi! We will stand up!”: “Reagiremo ogni volta che la vita umana è minacciata. Quando il carattere sacro della vita prima della nascita viene attaccato, noi reagiremo per proclamare che nessuno ha il diritto di distruggere la vita prima della nascita. Quando si parla di un bambino come un peso o lo si considera come mezzo per soddisfare un bisogno emozionale, noi interverremo per insistere che ogni bambino è dono unico e irripetibile di Dio, che ha diritto ad una famiglia unita nell’amore. Quando l’istituzione del matrimonio è abbandonata all’egoismo umano e ridotta ad un accordo temporaneo e condizionale che si può rescindere facilmente, noi reagiremo affermando l’indissolubilità del vincolo matrimoniale….”?

Ha forse almeno accennato al dramma di Charlie nell’Angelus di domenica 25 giugno? E nell’ Angelus del 29, festa di San Pietro e Paolo? Eppure Francesco è un papa che per scelta cita molto nelle pubbliche occasioni…ogni sorta di associazioni e gruppi presenti in piazza san Pietro, tante situazioni drammatiche che evoca al termine degli Angelus, è prodigo di incoraggiamenti, loda tra gli altri il defunto Pannella e Emma Bonino (radicali nefasti in materia antropologica).  

Quando vuole “s’immischia” (per riandare al verbo usato in una conferenza-stampa in aereo di ritorno dal viaggio in Messico del 18 febbraio 2016) e allora ecco ad esempio le vere e proprie ingerenze in materie che, anche in nome delle necessarie distinzioni tra sfera della Chiesa e sfera dello Stato, non sono pertinenti a un papa come la riforma delle pensioni in Italia o una nuova legge sull’immigrazione. Sono argomenti questi che per natura coinvolgono la responsabilità delle istituzioni statali e non ecclesiastiche. Papa Francesco a volte decide di “non immischiarsi”: di solito lo fa in tema di valori non negoziabili e allora ecco che volontariamente ignora i Family Day, certe Marce per la vita; non si esprime sulla legge Cirinnà per le ‘unioni civili’ (leggi: ‘matrimoni gay’) e neanche accenna per giorni al dramma di Charlie Gard. E’ un atteggiamento questo che addolora, deprime, scandalizza e indigna tanti cattolici praticanti fin qui molto impegnati nella difesa della vita e della famiglia.

Stavolta – forse perché come ha detto lui stesso: “Sono un po’ furbo” – ha ritenuto di dover dire qualcosa sul dramma di Charlie: l’ha fatto venerdì in serata, costrettovi dalla forte, massiccia reazione di tanti laici cattolici che hanno intasato le linee telefoniche di Casa Santa Marta e della Segreteria di Stato, inoltrando anche petizioni e suppliche con migliaia di firme e promovendo veglie di preghiera in tutta Italia e anche a piazza San Pietro. Ma come ha reagito? Utilizzando uno dei simboli della società ‘fluida’, Twitter… ecco una frasetta assai ‘fluida’ anch’essa (quasi sempre scritta da altri), con un riferimento evidente, ma senza una citazione precisa: “Difendere la vita umana, soprattutto quando è ferita dalla malattia, è un impegno d’amore che Dio affida ad ogni uomo”. Confrontiamo questa frasetta con l’impegno incessante e pubblico di papa Francesco per i migranti e poi sarà facile constatare che cosa stia veramente a cuore al papa sudamericano.  

Neanche nell’ Angelus di oggi,  domenica 2 luglio, papa Francesco ha fatto un accenno al dramma di Charlie. Ha parlato giustamente del Venezuela, recitando un’Ave Maria a Nostra Signora di Coromoto, patrona dello sventurato Paese devastato dalla dittatura chavista di Maduro; ha salutato pellegrini di Belfast e cresimandi di Schattdorf (Svizzera tedesca), anche i partecipanti al moto-pellegrinaggio provenienti da Cardito (Napoli)… ma nessuna citazione del dramma di Charlie. Purtroppo è solo una conferma di quanto dicevamo più sopra.

 

L’OSSERVATORE ROMANO E’ COSTRETTO A SCOPRIRE (A SUO MODO, SCARAFFIA INSEGNA) IL DRAMMA DI CHARLIE

Di questo atteggiamento non certo a quanto appare pubblicamente molto ‘impegnato’ di papa Francesco si è fatto eco naturalmente ‘L’Osservatore Romano’. Uscito venerdì 30 pomeriggio, prima che la pressione dei laici cattolici consigliasse a Francesco almeno il pur insufficiente tweet, il quotidiano della Santa Sede – mentre il mondo mediatico italiano dava grande risalto al ‘caso’ – in prima pagina non riportava nulla, relegando la notizia nella seconda pagina in taglio basso. Tra l’altra notizia (redatta in stile notarile) del “matrimonio” (ma per “L’Osservatore’ è già senza virgolette) tra omosessuali approvato in Germania e quella di un “mancato attentato contro musulmani” a Créteil nella Marna. Anche la notizia riguardante Charlie, a parte il titolo “la straziante vicenda del piccolo Charlie Gard”, è stesa con molto distacco, come mostra anche la citazione di dichiarazioni pilatesche come quella dei vescovi inglesi o mollaccione come quella di Adriano Pessina (direttore del Centro di bioetica della Cattolica di Milano).

Il giorno dopo, sabato primo luglio pomeriggio (il tweet papale è ormai uscito), il quotidiano della Santa Sede concede alla notizia l’onore di due articoli in prima pagina, non d’apertura, comunque di spalla. In alto la riflessione di Ferdinando Cancelli, medico, che evidenzia l’opportunità di ricorrere in simili casi alle cure palliative. Sotto invece le considerazioni di Lucetta Scaraffia, ultrà bergogliana che morde il freno, ma riesce comunque a polemizzare due volte in poche righe con i media che “mistificano” e “strumentalizzano”. Scrive la direttora che sembra suggerire come lo ‘staccare la spina’ sia piuttosto da considerare come un rifiuto di un ‘accanimento clinico’ (ma Giovanni Maria Vian condivide?): “Alcuni media, soprattutto in Italia, si sono distinti per cavalcare questa tragica vicenda facendone oggetto di conflitto ideologico, ulteriore occasione per schierarsi politicamente pro o contro l’eutanasia. Anche se nella straziante vicenda del piccolo Charlie Gard non è questo il problema. La frase, più volte ripetuta, «staccare la spina» evoca immediatamente un atto eutanasico, e non la possibile scelta di porre fine a un accanimento clinico, da sostituire con cure palliative. E se quella spina non avesse dovuto essere mai attaccata? Nel caso britannico non abbiamo gli elementi per rispondere, ma sappiamo che, in un mondo in cui si chiede alla scienza di vincere la morte in ogni modo possibile, è sempre più difficile trovare posto alla dolorosa ma ineludibile accettazione della fine”.

 

L’AVVENIRE FA BATTAGLIE DISSENNATE PER I MIGRANTI ED HA UN APPROCCIO INVECE MOLTO BRITISH AL DRAMMA DI CHARLIE GARD

E l’Avvenire, direte? Avevamo lasciato il direttor Tarquinio dopo aver analizzato un suo commento di martedì 27 giugno alle elezioni amministrative (in cui sentenziava di vincitori, delusi e vinti… ma dimenticandosi di inserirsi – insieme con i vertici della Cei – tra questi ultimi, insieme e forse anche di più del Pd). Al direttore galantino non è sfuggita la nostra analisi e, inusualmente ormai, ha stizzosamente replicato a stretto giro di posta il giorno dopo: rispondendo a un lettore, ha rilevato che quest’ultimo era “troppo buono e colto per farsi dare imbeccate da siti online cattivisti”. Certo che il direttore del quotidiano di ispirazione catto-fluida non poteva restar silente neppure il giovedì, con un editoriale di fuoco contro la proposta ventilata in seno al governo italiano di bloccare i porti alle navi delle Ong straniere (proposta non solo ragionevole, ma necessaria… affondata però già il giorno dopo dalla fronda in seno allo stesso governo e dalla levata di scudi di tutti quelli – certi ambienti ecclesiali compresi – che sono interessati al losco traffico di migranti imbarcati in Libia e destinati a una vita disumana nella Penisola). Citeremo solo un giudizio imperativo contenuto nell’editoriale sentenzioso del direttor galantino: “E’ stato davvero un grave errore quello commesso dal Governo italiano. Perché non si può e non si deve annunciare ciò che non si può e non si deve fare”. Forse che Marco Tarquinio, da direttore dell’Avvenire, ha mai scritto qualcosa di simile a proposito delle leggi scellerate del Governo italiano contro i valori non negoziabili e per lo sfascio della famiglia?  Ai lettori la (non) ardua sentenza.

Se giovedì 29 – come già mercoledì 28 - la prima pagina dell’Avvenire è dominata dal tema dei migranti (con due finestrelle sul dramma di Charlie, una delle quali rimanda a un bel commento di Assuntina Morresi), venerdì 30 l’apertura è per il bambino inglese condannato a morte, ma con un grande titolo assai criptico: “Charlie, senza scienza e senza più speranza”. Sommario (notarile): “Oggi spente le macchine. Il dolore dei genitori”. A lato i due editoriali condivisibili di don Roberto Colombo e di Francesco Belletti. Sabato primo luglio il titolo di prima pagina è “Fine vita” (anche questo di comprensione non immediata). Nel sommario “Il Papa: difendere i malati, impegno d’amore”. Nell’occhiello: “L’ospedale accorda una proroga prima di staccare il respiratore al piccolo inglese. Naufragio davanti alla Libia: muoiono donne e bimbi”.

L’Avvenire insomma non rinuncia ad associare il suo cavallo di battaglia, quello dei migranti, al dramma di Charlie: ma le due vicende sono molto diverse e  hanno in comune solo (probabilmente) un esito tragico, appartenendo a due ambiti differenti. Anche nell’editoriale di Marina Corradi si fa confusione intenzionale: “L’Europa che non si cura di Charlie è la stessa del resto che non si occupa delle migliaia di donne, uomini e bambini che annegano nel Mediterraneo”. Ma che scrivi, Marina Corradi? Ti sei dimenticata di aggiungere che le “migliaia di donne, uomini e bambini” si imbarcano per l’Italia per inseguire un sogno irresponsabilmente e colpevolmente favorito anche dai settori galantini del cattolicesimo italiano, Avvenire compreso: la realtà è che alcuni migranti muoiono annegati e gli altri o sopravvivono in genere in condizioni disumane (magari in centri con qualche prete trafficone) o sono cooptati dalla criminalità. E questa la chiamate ‘accoglienza’?

Nell’Avvenire di oggi, domenica 2 luglio, il direttor Tarquinio, rispondendo a una “pensosa” lettera radicale sul dramma di Charlie, invoca “ascolto, rispetto, chiarezza e umanità”, chiede il “dialogo che non è mai inutile e di troppo”, insomma ad ogni costo. Per passare a un altro argomento scottante, a pagina 4 dello stesso giornale non possiamo non notare - sulla rimozione del sessantanovenne cardinal Műller da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – un sommario che dice tutto sulla linea del quotidiano catto-fluido: “Il grazie del Papa al cardinale che conclude il suo mandato”. “Grazie”, “conclude”? Che soavità di toni… rispetto all’ Avvenire galantino il Tartufe di Molière fa la figura del dilettante.  

Giovedì 29 giugno abbiamo festeggiato i santi Pietro e Paolo, due stelle che dopo duemila anni brillano ancora nelle tenebre, come ha evidenziato don Giuseppe nell’ardente omelia della messa delle 19 a Sant’Ippolito presso piazza Bologna. Fiamma di fede l’uno, fiaccola di carità l’altro, hanno combattuto la buona battaglia e brillano ancora, guidandoci quali punti di riferimento ineludibili soprattutto nei momenti spesso bui che la nostra società sta vivendo (Chiesa cattolica compresa, con quel succedersi dentro e fuori il Vaticano di scandali veramente intollerabili agli occhi di tanti fedeli, non certo disposti alla cosiddetta ‘misericordia’, tanto più se a geometria variabile). Per nostra fortuna non hanno intenzione di spegnersi.

P.S. Domenica 2 luglio, alle 19.32, è giunta una dichiarazione del direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Greg Burke: "Il Santo Padre segue con affetto e commozione la vicenda del piccolo Charlie Gard ed esprime la sua vicinanza ai suoi genitori. Per essi prega, auspicando che non si trascuri il loro desiderio di accompagnare e curare sino alla fine il proprio bimbo". Ne prendiamo atto. Ciò che non aveva trovato posto nell'Angelus di mezzogiorno, l'ha trovato alle sette di sera (di domenica) in una dichiarazione perlomeno singolare nei tempi. Non sarà che le ulteriori, forti e indignate reazioni suscitate nel mondo cattolico dalla non menzione del dramma durante l'Angelus, abbiano 'costretto'  (o almeno consigliato) papa Francesco a intervenire pubblicamente, e non con un altro tweet simbolo di fluidità?