Ricerca

    IN CARCERE CON DON DARIO VIGANO': PALIANO HA FIOR DEL VERDE

    IN CARCERE CON DON DARIO VIGANO’: PALIANO HA FIOR DEL VERDE – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 27 giugno 2018

     

    Nel comune ciociaro la fortezza costruita dai Colonna ospita un carcere di massima sicurezza riservato ai collaboratori di giustizia provenienti dai ranghi di mafia, camorra (la maggior parte), ‘ndrangheta e sacra corona unita. Sabato 23 giugno per tutti è stata una giornata molto particolare… - In aggiunta cinque foto sulle attività del carcere.

      

    Due note preliminari sul titolo.

    La prima: Paliano chi o che cosa è? E’ un comune ridente di circa 8mila abitanti nella zona del Piglio (vino cesanese) in provincia di Frosinone, dunque nella Ciociaria occidentale. La fortezza che domina il Paese, fatta costruire nel XVI secolo dai Colonna, ospita una casa di reclusione con complessivamente un’ottantina di detenuti: sono ‘collaboratori di giustizia’, provenienti dall’Italia meridionale. Una sezione separata (con una decina di detenuti, perlopiù stranieri) è adibita invece a sanatorio per la cura della tubercolosi (esempio-modello in Italia, apprezzato a livello europeo e internazionale).

    La seconda: “Paliano ha fior del verde”.  Nel terzo canto del Purgatorio (versi 103-145) si incontra la figura di Manfredi, figlio naturale di Federico II e re di Sicilia, morto da scomunicato nella battaglia di Benevento nel 1266. Per Dante anche uno scomunicato, se in fin di vita si pente, può evitare la dannazione eterna: perciò pure per Manfredi “la speranza ha fior del verde”, la speranza del perdono di Dio verdeggia.  Così è per chi è detenuto nel carcere di Paliano.

     

    SABATO 23 GIUGNO: UNA GIORNATA PARTICOLARE

    Qualche mese fa mons. Dario Viganò, ora assessore del nuovo Dicastero per la  Comunicazione, ci fece parte di una certa sua attività pastoral-comunicativa, svolta a beneficio dei detenuti di alcune carceri, come ad esempio Rebibbia. Ci parlò anche di Paliano, un carcere molto particolare perché riservato ai ‘collaboratori di giustizia’, ai membri di camorra (la maggioranza), mafia, ‘ndrangheta e sacra corona unita che hanno deciso di mettere a disposizione della legalità le conoscenze acquisite nella loro carriera criminale. Pentiti veri? Pentiti solo per convenienza, al fine di ottenere sconti di pena? In non pochi casi è difficile rispondere a tali domande: il cuore dell’uomo lo conosce infatti solo Dio.

    Fatto sta che il 4 aprile accompagnammo per la prima volta mons. Viganò a Paliano. L’occasione era molto particolare: si trattava di portare in regalo ai carcerati venti palloni e quaranta magliette, calzoncini, calzettoni. Con quale obiettivo, considerato come i detenuti fossero rinchiusi dentro una grigia fortezza, con spazi molto limitati per giocare a calcio? L’idea era stata di un imprenditore settentrionale, Walter Iacaccia, che aveva chiesto a mons. Viganò che cosa potesse fare per aggiungere un po’ di colore alla vita del carcere di Paliano.  In effetti i detenuti fino a qualche giorno giocavano a calcio in un cortiletto asfaltato di circa cinquanta metri per dieci: garantite ginocchia e gomiti sbucciati. Incaccia propose dunque di ricoprire, di erba sintetica il cortile, limandone le asprezze e le buche e rendendo così le partite meno pericolose. Un regalo per i detenuti da fare a breve. E’ così che si è giunti al 23 giugno, giorno in cui il campetto è stato ufficialmente inaugurato. C’eravamo anche noi.

     

    UN CAMPETTO VERDE SPERANZA

    Il verde è, come si sa, il colore della speranza. E di verde di questi tempi abbiamo un forte bisogno. Il verde rallegra, il verde stimola al cambiamento, suscita pensieri positivi: e in un carcere grigio è particolarmente benvenuto. Dovevate vedere come brillavano gli occhi delle decine di detenuti che, addossati al muro del cortile, hanno assistito al taglio del nastro: luccicavano di emozione perché giocare a calcio su un terreno erboso (sia pur sintetico) vuol dire fare un passo avanti – almeno psicologico – verso il ritorno alla normalità della vita quotidiana.

    Il campetto ha due porte nuove: come ha ricordato il vescovo argentino Gustavo Zanchetta (assessore dell’Apsa) - che settimanalmente incontra i detenuti ed è da loro chiamato “don Gustavo” – è papa Francesco stesso che le ha volute regalare. Nel segno – ha poi chiosato mons. Viganò – di una continuità, di un filo rosso che si snoda a partire dalla visita dello stesso Pontefice per la messa in Coena Domini del 13 aprile 2017, con la lavanda dei piedi a dodici detenuti.

    La direttrice del carcere, la vulcanica calabrese Nadia Cersosimo (una vera e infaticabile mamma, una matrona tutto cuore e iniziative per i detenuti, che la apprezzano grandemente, come si è notato in diverse occasioni della giornata), ha insistito sull’importanza dell’inaugurazione del ‘nuovo’ campetto: “Il momento dello sport ci mancava un po’. Che questo sia il momento per incominciare la partita di una nuova vita”.

    Mons. Viganò ha poi tagliato il nastro tricolore, insieme con la direttrice. Poi si sono dati i simbolici calci d’inizio. Erano presenti anche alcuni membri della Comunità di Sant’Egidio, che – in una partitella in anteprima – avevano subito dai detenuti un super-cappotto per 16 a 0.

     

    MA LA GIORNATA PROSEGUE, SEMPRE  NEL SEGNO DELLA SPERANZA

    Ad accogliere i convenuti, nel grazioso cortiletto sotto il campo di calcio, un mercatino di oggetti artigianali – tutti coloratissimi - creati dalle mani sapienti delle poche detenute di Paliano: cuscini, quadretti, rosari, braccialetti, bambole ‘pigotte’. Nel carcere di Paliano – grazie soprattutto alla spinta della direttrice Cersosimo – i detenuti, molto responsabilizzati, svolgono diverse attività: oltre all’artigianato (vedi anche le bellissime penne in legno d’ulivo o di noce), si dedicano con passione all’allevamento (galline, anatre, conigli, capre, pecore, asini… c’è anche un vecchio cavallo a simboleggiare l’eredità nobiliare), all’orto, alla cucina (ottime le pizze, le focaccine, i dolci… tutti di sapore meridionale), alla falegnameria, alla ceramica, al teatro. Da notare il laboratorio di icone, curato dalla Comunità di Sant’Egidio, un unicum nelle carceri italiane: in quei locali i detenuti creano dal nulla icone bellissime, come quella che è posta oggi sulla sinistra dell’altare della cappella interna. Non si può dimenticare nemmeno quella sorta di ‘ciclo della vita’, che incomincia con la posa nell’incubatrice delle uova di gallina (di vari tipi, anche faraona), di anatra, di quaglia; prosegue con i pulcini che cercano di uscire dal guscio e poi pigolano e si nutrono in altri contenitori, prima di essere portati nell’area del grande pollaio.

     

    ANCORA SPERANZA NELLA PRESENTAZIONE DI UN LIBRO…

    Un momento di importanza particolare si è avuto con la presentazione di “Ora sono un uomo nuovo” (Ancora editrice) di Bruno Buttone, per lunghi anni boss incontrastato e spietato della camorra di Marcianise (nel Casertano). Nella Sala dell’Unità d’Italia tante le emozioni destate dal contatto con un’esperienza non comune di pentimento.

    “Questo è un luogo toccato dal Signore”, ha esordito non a torto il moderatore Davide Dionisi (giornalista del Dicastero vaticano per la comunicazione). In effetti la conversione di Buttone appare come un lungo, difficile e tormentatissimo processo di presa di coscienza di una vita criminale da trasformare nel suo opposto.  I primi segni di turbamento, i primi dubbi, le prime domande sono state originate in lui dalla nascita del figlio nel maggio del 2006. Turbamento, dubbi, domande cresciuti sempre più - grazie anche alla fedelissima, eroica moglie “dagli occhi verdi” - fino a sfociare nella decisione di collaborare con la giustizia nel gennaio del 2013. Buttone, già condannato all’ergastolo, ora sta scontando una pena di trent’anni di reclusione.

    Due le prefazioni del libro. La prima di mons. Viganò, che sabato ha evidenziato come il testo sia “un racconto che ha una forza testimoniale grazie alle parole – anche spigolose - che evocano la storia personale. Buttone non concede nulla al tono melodrammatico”, concentrandosi invece sul “miracolo della vita”, una vita nuova. In ogni caso, ha affermato Viganò, rivolgendosi ai detenuti presenti in un clima di grande commozione, “nessuno di voi è estraneo alle parole e alle vicende riportate in questo libro”. Perché  questo “non è un testo scritto solo dall’autore, ma da tutti voi”.

    La seconda è di una suora molto coriacea, suor Rita Del Grosso (canossiana), che in due sere aveva letto il manoscritto datole da Buttone e ne era rimasta entusiasta, tanto da bussare alla porta di Davide Dionisi e di mons. Viganò. La suora ha poi aiutato Buttone nella redazione del testo.

    La direttrice Nadia Cersosimo, espressa gratitudine per tutti coloro che a Paliano regalano il loro affetto, ha rilevato che “il percorso messo per iscritto da Bruno Buttone è quello che fanno anche gli altri ragazzi qui”. I “ragazzi” partecipano alla vita della nostra famiglia penitenziaria e “partecipare significa riprendere la dignità di uomini”. Del resto “tutti abbiamo bisogno di una seconda chance”. E giornate come quella di sabato ci inducono a credere che “il carcere possa essere anche un luogo educativo, un territorio di frontiera che oggi più che nel passato esige un surplus di progettualità così da poter operare in favore della comunità”.

    Padre Giovanni Castellaz, in rappresentanza dellla casa editrice Ancora, pavoniana, ha evidenziato che “il libro rientra perfettamente nei canoni del nostro carisma” e ha constatato come il senso della famiglia giochi un ruolo determinante (e commovente) nel pentimento di Buttone.

    Dopo che l’imprenditore Walter Iacaccia ha espresso ancora tutta la sua gioia per la concretizzazione del suo sogno di dare dignità al campetto di Paliano (“Spero che questa esperienza si possa ripetere. Il verde mi ha illuminato”), ha preso la parola Bruno Buttone, che così ha esordito: “Sto facendo quello che sognavo di fare da ragazzo. Grazie allo Stato italiano, grazie alle nostre istituzioni, sono contento di essere italiano”. L’autore ha evocato una omelia del 1958 di don Primo Mazzolari, in cui il sacerdote si concentra sulla figura di Giuda, il traditore. Anch’io, ha detto Buttone (da cinque anni collaboratore di giustizia) “sono stato un traditore, ma un traditore della legalità e di Cristo. Ho tradito per il denaro e la camorra mi ha distrutto la vita”. Dice Buttone di aver fatto poche cose belle fin qui: “Una di sicuro sì, la nascita di un figlio, che mi regalato la dimensione della paternità. Quanto mi sarebbe piaciuto averlo qui con voi per chiedergli scusa!”.

    Il gruppo della Comunità di Sant’Egidio ha poi consegnato gli attestati ai partecipanti al laboratorio iconografico (“un lavoro comune in uno spazio comune, in cui ognuno sopperisce alle carenze dell’altro”). Altri attestati sono stati dati alle artigiane del mercatino e il detenuto Raffaele ha recitato una bella poesia in napoletano; infine le forze dell’ordine (in particolare gli agenti di polizia penitenziaria, in grave deficit di organico) hanno riscosso un forte applauso di ringraziamento. In sala anche suore canossiane, francescani, oblati di Maria Immacolata: tutti volontari di ammirevole dedizione.

    La visita alla cappella, l’apprezzamento per il grande presepe napoletano, l’evocazione della battaglia di Lepanto e del trionfo di Marcantonio Colonna nella Sala del Capitano, hanno preceduto il buffet finale, preparato dai detenuti-cuochi di sapienza culinaria indiscussa. Inoltre, come ha comunicato Davide Dionisi, tra le ‘novità’ previste per Paliano spicca anche la possibile collaborazione con il Coro della Cappella Sistina.

     

     

     

    Ricerca