Ricerca

    PAPA, 25 SETTEMBRE/CEI, VOTO LUCERNA, UNGHERIA

    PAPA, 25 SETTEMBRE/CEI, VOTO LUCERNA, UNGHERIA - di GIUSEPPE RUSCONI -  www.rossoporpora.org – 29 settembre 2022

    Il Papa non dimentica la guerra in Ucraina e lo scellerato invio di armi – Reazione della Cei al voto del 25 settembre: Chiesa o Ong? – Il popolo del canton Lucerna rifiuta un credito di 400mila franchi per la nuova caserma della Guardia Svizzera Pontificia – L’applauso del pubblico ungherese all’inno di Mameli.

     

    PAPA FRANCESCO, ARMI ALL’UCRAINA

    15 settembre, conferenza stampa in aereo di ritorno dal viaggio apostolico in Kazakhstan. Dalla risposta (lunga e assai disordinata) a una domanda sulla fornitura di armi all’Ucraina:

    . Questa è una decisione politica, che può essere morale, moralmente accettata, se si fa secondo le condizioni di moralità, che sono tante e poi possiamo parlarne. Ma può essere immorale se si fa con l’intenzione di provocare più guerra o di vendere le armi o di scartare quelle armi che a me non servono più… La motivazione è quella che in gran parte qualifica la moralità di questo atto.

    . Difendersi è non solo lecito, ma anche una espressione di amore alla Patria. Chi non si difende, chi non difende qualcosa, non la ama, invece chi difende, ama. Bisogna anche [considerare] un’altra cosa che ho detto in uno dei miei discorsi: che si dovrebbe riflettere ancora di più sul concetto di guerra giusta. Perché tutti parlano di pace oggi; da tanti anni, da settant’anni le Nazioni Unite parlano di pace, fanno tanti discorsi di pace. Ma in questo momento, quante guerre sono in corso? Quella che Lei ha menzionato, Ucraina-Russia, adesso Azerbaijan e Armenia che si è fermata un po’ perché la Russia è uscita come garante – garante di pace qui e fa la guerra lì –; poi c’è la Siria, dieci anni di guerra: che cosa succede lì, perché non si ferma? Quali interessi muovono queste cose? Poi c’è il Corno d’Africa; poi il nord del Mozambico; e l’Eritrea che è accanto all’Etiopia; poi il Myanmar, con questo popolo sofferente che amo tanto, il popolo Rohingya, che gira, gira e gira come uno zingaro e non trova pace. Ma siamo in guerra mondiale, per favore...

    . Io mi domando oggi se noi siamo con il cuore educato per piangere di gioia quando vediamo la pace. Tutto è cambiato. Se non fai guerra, non sei utile! (…) Poi c’è l’industria delle armi. Questo è un commercio assassino. Qualcuno mi diceva – che capisce le statistiche – che se si smettesse per un anno di fare le armi si risolverebbe tutta la fame nel mondo… Non so se è vero o no. Ma fame, educazione… niente, non si può perché si devono fare le armi.

    Tre considerazioni. La prima: il Papa ha subordinato (confermando la dottrina sociale della Chiesa in materia) l’invio di armi a una serie di ‘condizioni di moralità’. Che, se soddisfatte, sono quelle che rendono moralmente accettabile tale invio. Certo, se si inviano aiuti militari “con l’intenzione di provocare più guerra o di vendere le armi o di scartare quelle armi che a me non servono più”, allora le condizioni di moralità non ci sono. Forse che la guerra scellerata in Ucraina (di cui sono pesantemente corresponsabili gli Stati Uniti di Biden e le loro propaggini Nato e Ue), con tutte le sue conseguenze distruttive in tanti ambiti comunitari e personali in tutto il mondo non si cataloga come caso di assenza di ‘condizioni di moralità’?

    La seconda: il Papa de facto ha preso atto pubblicamente della grave insufficienza dell’azione delle Nazioni Unite nell’ambito del mantenimento della pace nel mondo: “Parlano di pace, fanno tanti discorsi di pace…”, ma nel mondo le guerre continuano a scoppiare senza sosta.

    La terza: L’industria delle armi, evidenzia il Papa, è “un commercio assassino”. Che, annota di seguito, impedisce di lottare più efficacemente contro la fame nel mondo e per un’educazione migliore. La realtà – aggiungiamo noi - purtroppo mostra che l’industria delle armi è ben viva ed è promossa da una lobby potente con propaggini politiche trasversali molto interessate, in una certa destra e in una certa sinistra. Anche in Italia.

     

    25 SETTEMBRE: MA LA CEI E’ UNA DELLE TANTE ONG DI AREA ‘PROGRESSISTA’?

    Il 27 settembre la CEI, attraverso il suo presidente cardinale Matteo Zuppi, ha reagito con una nota all’esito del voto politico italiano di due giorni prima.

    Nel testo, dopo la registrazione preoccupata dell’alto tasso di astensione, si legge:

    Agli eletti chiediamo di svolgere il loro mandato come ‘un’alta responsabilità’, al servizio di tutti, a cominciare dai più deboli e meno garantiti. Come abbiamo ricordato nell’appello (NdR: 21 settembre, Consiglio permanente della Cei), ‘l’agenda dei problemi del nostro Paese è fitta: le povertà in aumento costante e preoccupante, l’inverno demografico, la protezione degli anziani, i divari tra i territori, la transizione ecologica e la crisi energetica, la difesa dei posti di lavoro, soprattutto per i giovani, l’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti, il superamento delle lungaggini burocratiche, le riforme dell’espressione democratica dello Stato e della legge elettorale’. Sono alcune delle sfide che il Paese è chiamato ad affrontare fin da subito. Senza dimenticare che la guerra in corso e le sue pesanti conseguenze richiedono un impegno di tutti e in piena sintonia con l’Europa.

    La Chiesa, come già ribadito, ‘continuerà a indicare, con severità se occorre, il bene comune e non l’interesse personale, la difesa dei diritti inviolabili della persona e della comunità’. Da parte sua, nel rispetto delle dinamiche democratiche e nella distinzione dei ruoli, non farà mancare il proprio contributo per la promozione di una società più giusta e inclusiva.

    Due considerazioni. La prima: nella nota si richiama l’ ‘agenda' dei problemi citati nell’appello preelettorale del Consiglio permanente della Cei del 21 settembre. E’ un elenco che è bendettagliato su alcuni punti, come quello dell’accoglienza, la tutela, la promozione e l’integrazione dei migranti”, sbrigativo su altri come quando si cita l’inverno demografico (non indicando esplicitamente ad esempio la questione dell’aborto o quella dell’obiezione di coscienza in materia, oggi sotto forte attacco come dimostra anche il recentissimo e inqualificabile appoggio del centro-destra ligure,  salvo  - parzialmente - Fratelli d’Italia, a un ordine del giorno sinistro degno dell’Europarlamento), silente su famiglia, educazione e scuola, droga, fine vita. C’è solo da registrare un passo assai vago sulla “difesa dei diritti inviolabili della persona e della comunità”… ma su quali siano tali diritti si è scelto di tacere (è più facile parlare di superamento delle lungaggini burocratiche).

    La seconda: sulla guerra in corso e le sue pesanti conseguenze si auspica l’impegno di tutti. Guai a dire qualcosa in più… potrebbe disturbare “la piena sintonia con l’Europa” richiesta dagli stessi vescovi. A parte la sciatteria di parlare di Europa invece che di Unione europea (che esprime solo una parte, anche se importante, del Continente), è lecito chiedersi se per i vescovi italiani nella piena sintonia siano compresi anche il cosiddetto ‘diritto all’aborto’ (votato dall’Europarlamento, rivendicato quale ‘diritto costituzionale’ dal pupazzetto di plastica Macron), gli attacchi all’obiezione di coscienza in materia, l’affossamento della famiglia, l’indottrinamento gender nelle scuole, la sorveglianza centralizzata dell’informazione, l’adozione di un linguaggio arcobaleno, la repressione del dissenso ideologico, ecc…

    Insomma alla fine ci si chiede: ma il cardinale Zuppi è a capo di che cosa? Della Chiesa cattolica italiana o di una qualsiasi delle tante Ong italiane politicamente corrette di area ‘progressista’?

     

    DA LUCERNA UN NO A UN CONTRIBUTO DI 400MILA FRANCHI PER LA NUOVA CASERMA DELLE GUARDIE SVIZZERE

    Il 25 settembre si è votato (finalmente) in Italia per le elezioni politiche nazionali, a seguito della conclusione dell’esperienza del governo di maggioranza trasversale guidato da Mario Draghi. I risultati sono noti. Sarebbe un grave errore se il centrodestra vincitore non cogliesse un’occasione storica come questa per dare segnali di forte discontinuità con le esperienze precedenti laddove sia possibile, ma certo in ambito culturale, antropologico, educativo. A tale proposito richiamiamo con piacere un’intervista che abbiamo fatto nel 2008 per la rivista Il Consulente RE all’allora ministro della Gioventù Giorgia Meloni (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-personalita/72-intervista-al-ministro-giorgia-meloni.html ).

    Il 25 settembre però si è votato anche in Svizzera su quattro oggetti a livello  nazionale e su temi in discussione in singoli Cantoni e comuni.

    Come è noto il canton Lucerna è storicamente cattolico, alla guida anche della grande maggioranza dei cantoni cattolici in occasioni drammatiche come la ‘guerra del Sonderbund’ di metà Ottocento. Dati i pregressi, ha fatto quindi specie il rifiuto che il suo elettorato ha espresso della concessione di un credito di 400mila franchi quale contributo alla costruzione di una nuova caserma della Guardia Svizzera Pontificia.

    Il rifiuto è stato netto: il 71,48% di NO contro il 28,52% di SI, con una partecipazione assai alta (per le abitudini elvetiche) del 55,9%. A Lucerna città i favorevoli al credito sono risultati solo il 22,54%.

    Il parlamento cantonale aveva approvato il credito a gennaio dopo una discussione molto contrastata: 64 i favorevoli, 47 i contrari. Socialisti e Alleanza dei Liberi pensatori- appoggiati dai Verdi di ogni tendenza e dai giovani radicali- avevano lanciato subito un referendum che in breve tempo ha raccolto circa 7500 firme (il doppio del necessario).

    Della campagna degli oppositori doveroso ricordare un paio di cartelloni molto significativi dell’aria che tirava nella città dello storico Ponte di legno sul lago.

    Il primo gridava a caratteri cubitali, facendo riferimento alle misure di austerità economica prese recentemente nel Cantone: “Risparmiare a Lucerna – Scialacquare a Roma? NO al regalo al Vaticano”.

    Il secondo raffigurava papa Francesco seduto su una valigia, con la mano tesa a chiedere l’elemosina. La scritta diceva: “Ricco sfondato e tuttavia in giro a mendicare. NO a sovvenzioni al Vaticano”.

    Nella campagna degli oppositori sono emerse critiche feroci al Vaticano sia riferite allo scandalo degli abusi di minori che agli scandali finanziari. Non potevano mancare critiche di altro tipo, a proposito delle posizioni tradizionali cattoliche sul ruolo delle donne nella Chiesa e sul tema lgbt. Sullo sfondo anche quel Los von Rom da secoli caratteristico di una parte dei cattolici svizzero-tedeschi (vedi anche una nostra intervista del 2010 al cardinale Kurt Koch, https://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-cardinali/88-intervista-al-card-kurt-koch-sul-cattolicesimo-svizzero-tedesco.html ).

    Per la costruzione della nuova caserma delle Guardie svizzere (resasi opportuna, se non necessaria, sia per la fatiscenza che per gli spazi insufficienti dell’attuale) si prevede una spesa di circa 50 milioni di franchi. Cinque li darà la Confederazione, altri cinque il Vaticano (per alloggiare provvisoriamente le guardie durante i lavori), altri – fino a un montante di 42,5 milioni di franchi - sono stati versati o promessi da 16 Cantoni (Lucerna ormai escluso), da enti vari e da singoli. Mancano insomma circa 7,5 milioni di franchi (che, ci dicono, saranno certamente raccolti). La complessità dell’intervento architettonico (che contempla la collaborazione di vari e disparati organismi, anche italiani, poiché le mura dell’attuale caserma confinano con l’Italia a via di Porta Angelica) ha portato a uno slittamento dell’inizio dei lavori, rimandato a dopo l’Anno Santo del 2025. Sin d’ora si sa che sarà problematico usufruire della nuova caserma nel 2027, cinquecentesimo del Sacco di Roma (in cui 147 guardie svizzere persero la vita per consentire a papa Clemente VII di rifugiarsi in Castel Sant’Angelo).

    E’ evidente che la bocciatura lucernese è particolarmente dolorosa per la Guardia Svizzera, venendo da un Cantone che tra l’altro ha dato 24 dei 35 comandanti, compreso l’attuale colonnello Christoph Graf. Ma il voto ha danneggiato non poco anche l’immagine della Guardia all’interno del Vaticano. Ha sorpreso e colpito la dimensione numerica della sconfitta, con il rapporto tra NO e SI di 7 a 3.

    E’ anche palese ormai che il sostegno alla Guardia del popolo elvetico nel suo complesso ma anche nella sua parte cattolica oggi non si può certo definire granitico. E’ vero che la bocciatura è stata cantonale, perdipiù originata anche da considerazioni spicciole legate al difficile momento economico locale. Tuttavia si teme il lancio di referendum (con eventuali esiti perlomeno incerti) anche in altri dei 16 Cantoni che hanno approvato un contributo per la nuova caserma: secondo alcuni giuristi però ciò non succederà perché negli altri Cantoni il contributo non è stato discusso e approvato dai rispettivi parlamenti e dunque la possibilità di referendum è esclusa.

    Tra le reazioni ecclesiali elvetiche quella della diocesi di Basilea (che comprende anche Lucerna), guidata dal vescovo Félix Gmür (che è lucernese come del resto lo è il cardinale Kurt Koch). “Ci rammarichiamo del risultato, che è espressione di un sempre maggiore pluralismo culturale connesso a una crescente riduzione al privato del fatto religioso”. E questo è un dato purtroppo non solo svizzero, considerato come il relativismo investa ormai in ogni caso l’intero Occidente e si stia estendendo ben oltre. Del resto anche all’interno della Chiesa il relativismo è in marcia. O no?

     

    UNA NOTIZIA SINGOLARE E RALLEGRANTE: GLI UNGHERESI APPLAUDONO L’INNO DI MAMELI

    Lunedì sera chi era sintonizzato su RAI UNO per la partita di calcio Ungheria-Italia è stato testimone di un fatto non sappiamo se inedito, comunque molto raro. L’esecuzione dell’inno nazionale italiano (squadra ospite) è stata accompagnata dagli applausi ritmati del pubblico (60mila spettatori, tra i quali Viktor Orbán) della Puskas Arena. Normalmente, lo sanno gli appassionati, succede il contrario (vedi ad esempio recentemente a Wembley, con i maestri di stile inglesi). C’è chi dice che i risultati della domenica elettorale italiana abbiano influito sull’atteggiamento del pubblico magiaro. E tuttavia non si può dimenticare che, a detta dello stesso Viktor Orbán, la più bella canzone legata alla rivolta di Budapest del 1956 è italiana: Avanti, ragazzi di Buda… avanti, ragazzi di Pest (scritta da Pier Francesco Pingitore). Nemmeno che l’allenatore dell’Ungheria è il piemontese Marco Rossi (… e l’ha portata a sorprendenti, grandi successi anche recenti contro ad esempio Inghilterra e Germania).

    Poi la partita l’ha vinta l’Italia, che ha sciorinato per un’ora buona un calcio frizzante. Ma alla fine è restato impresso ancora una volta il comportamento del pubblico di Budapest, che – insieme con la squadra pur perdente – ha intonato l’inno nazionale (malinconico e intenso) e manifestato per lunghi minuti grande affetto e apprezzamento per chi in campo ha lottato con l'ormai consueto ardore per il tricolore ungherese.

    Ricerca