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LIBRI/ SU MARIO AGNES, DI GIORGIA MELONI – di GIUSEPPE RUSCONI -  www.rossoporpora.org – 5 giugno 2021

L’uscita de “L’Osservatore-Trentacinque anni di storia della Chiesa nelle carte private di Mario Agnes” ha offerto l’occasione di ricordare l’intellettuale cattolico popolare in un Convegno svoltosi all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede. Da poco in libreria (e in edicola) anche “Io sono Giorgia- Le mie radici, le mie idee”, un’autobiografia molto stimolante della leader di Fratelli d’Italia.

 

MARIO AGNES: LIBERTA’ E FEDELTA’ NEL DIRETTORE DE ‘L’OSSERVATORE ROMANO’ (1984-2007)

 

Il 9 maggio 2018 moriva nel suo appartamento dentro le mura leonine Mario Agnes, già direttore de “L’Osservatore Romano” dal primo settembre 1984 al 27 ottobre 2007. Austero, molto riservato, da tempo era malato ed anche de facto dimenticato dalla maggior parte del mondo vaticano; a fargli visita una ristretta cerchia di amici, ad accudirlo la famiglia. Eppure era stato un direttore di sostanza.

Ce l’ha ricordato il convegno promosso martedì 18 maggio (tra l’altro centounesimo compleanno di papa Wojtyla) dall’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede insieme con la Fondazione Biagio Agnes. L’occasione è stata offerta dall’uscita de “L’Osservatore – Trentacinque anni di storia della Chiesa nelle carte private di Mario Agnes” (ed. San Paolo), scritto da Ignazio Ingrao (successore di Aldo Maria Valli come vaticanista di Rai Uno). La prefazione (corposa, ricca di dettagli e considerazioni interessanti) è di Andrea Riccardi. C’è anche un’agile postfazione di Andrea Monda (cui è stato conferito il Premio Biagio Agnes per i 160 anni de “L’Osservatore”), preceduta da interviste al cardinale Leonardo Sandri (che quotidianamente, da Sostituto Segretario di Stato, aveva che fare con il direttore del quotidiano vaticano) e di Walter Veltroni. Di Sandri ci piace evidenziare due pennellate sintetiche su Mario Agnes. La prima: “Una delle qualità di Agnes che ho sempre apprezzato di più è stata la sua fedeltà laicale. Nel senso che non si è mai trasformato in un clericale camuffato. La seconda: “I tratti penitenziali del suo viso e delle sue maniere lasciavano chiaramente trasparire il suo percorso di fede. Senza tuttavia perdere la cordialità e il sorriso sempre presente sul suo volto”. Per parte nostra è questa l’impressione spontanea che abbiamo avuto quando l’abbiamo incontrato brevemente due o tre volte negli Anni Novanta per la pubblicazione di articoli sulla sciagurata politica svizzera in materia di droga.

L’autore ha avuto accesso all’archivio di Mario Agnes, quasi del tutto depauperato delle carte private (da lui stesso meticolosamente distrutte). E vi ritrova comunque un’agenda del 1976 e una, più piccola, del 1993. Nella prima affiorano echi di incontri e contatti con Paolo VI, con esponenti della gerarchia e figure-chiave della politica italiana come Andreotti (Mario Agnes a quel tempo è presidente dell’Azione cattolica); nella seconda brevi annotazioni riguardanti anche quell’anno già turbolento per la prima Repubblica. Dalla ricerca spunta poi  un inedito di un centinaio di fogli, scritto a mano in bella grafia, dal titolo “Le radici dell’azione del laicato italiano all’età di Pio IX”, cui è dedicato un intero capitolo del libro.

Nel cortile di Palazzo Borromeo Mario Agnes – per formazione un ‘cattolico popolare’ - è stato ricordato nei suoi tratti fondamentali da alcuni relatori di peso, introdotti dall’ambasciatore Pietro Sebastiani e moderati da mons. Dario Edoardo Viganò: il cardinale Pietro Parolin, Andrea Riccardi, Gianni Letta. Qualche spunto emerso nell’interessante mattinata.

Pietro Sebastiani (ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede)/1: Chiamato alla direzione de ‘L’Osservatore Romano’ da San Giovanni Paolo II nel 1984,  divenne presto un grande interprete di quest’ultimo riaffermando allo stesso tempo l’alto profilo culturale della testata e la lettura dell’attualità storica  ogni sabato con gli ‘Acta Diurna’ ripresi dalla grande tradizione di Gonella durante il Ventennio. Un ‘Osservatore Romano’ lo sappiamo che dava molto fastidio al regime. Se è vero come è vero che se ne ostacolava la distribuzione in ogni modo.

Pietro Sebastiani/2: Che numeri raggiunge l’Osservatore Romano? Una domanda   per me mal posta. Perché vanno aggiunti molti zeri alla cifra, dato il persistente prestigio della testata, il livello dei contenuti, la qualità delle persone e le stanze ed i luoghi che raggiunge, che fanno a mio avviso de ‘L’Osservatore Romano’  un caso unico sulla scena mediatica da molti e molti decenni.(…) ‘L’Osservatore’ è un vero giornale di vocazione universale, autorevole ben oltre lo steccato cattolico ed il cui orizzonte culturale ha da tempo superato i confini italiani. Una lettura assolutamente d’obbligo anche per chi si occupa o semplicemente si interessa  di politica estera. (NdR. Pare di ricordare che qualcuno - in visita il 24 maggio 2021 al Dicastero vaticano della Comunicazione e palesemente intenzionato a sfogare un suo malumore  – ha detto: “Io ho soltanto una preoccupazione – ci sono tanti motivi di preoccuparsi per la Radio, per l’Osservatore – ma una che a me tocca tanto il cuore: quanti ascoltano la Radio, e quanti leggono l’Osservatore Romano? Perché il nostro lavoro è per arrivare alla gente: che quello che si lavora qui, che è bello, è grande, è faticoso, arrivi alla gente, sia con le traduzioni, sia anche con le onde corte (…) La domanda che voi vi dovete fare è: ‘Quanti? A quanti arriva?’, perché c’è il pericolo – per tutte le organizzazioni – il pericolo di una bella organizzazione, un bel lavoro, ma che non arrivi dove deve arrivare… Un po’ come il racconto del parto del topo: la montagna che partorisce il topolino”. Imbarazzo comprensibile, tremend imbarazz da parte dei  presenti così misericordiosamente bastonati… nessuna risposta alle domande e repressione drastica dell’amarezza e degli eventuali moccoli. Eppure l’ambasciatore Sebastiani la risposta l’aveva già data sei giorni prima…

Pietro Parolin (cardinale Segretario di Stato): (Mario Agnes era consapevole che il giornale della Santa Sede dovesse essere ‘ogni giorno uno strumento umile ma chiaro, sereno ma attento, rispettoso ma coraggioso, fedele ma intelligente, dell’audacia della Verità che caratterizza il magistero di Giovanni Paolo II’. 

In questa frase è racchiusa tutta la professionalità, la dedizione e la determinazione con cui Agnes ha interpretato il suo ruolo di comunicatore. Innanzitutto, l’avverbio ‘ogni giorno’ sta ad indicare quel lavoro costante, artigianale, paziente che non si fa stordire dalla velocità che le tecnologie sembrano imporre sempre di più, che non va alla ricerca del like.  

Ci sono poi le quattro coppie di aggettivi che forniscono una sorta di programma, una road map dell’informazione di qualità: il binomio ‘umile ma chiaro’ fa riferimento alla capacità di fermarsi a comprendere i fatti prima di raccontarli, senza farsi dominare dalla fretta né dalla presunzione di sapere già tutto.

‘Sereno ma attento’ sono caratteristiche che invitano ad avere uno sguardo pulito, non inficiato dai pregiudizi né offuscato da interessi di parte, ma anche scrupoloso, vivace, pronto a cogliere la novità, la bellezza, la speranza.

Per Agnes poi il giornale doveva essere ‘rispettoso ma coraggioso’, ovvero libero e sempre attento alla dignità delle persone.

L’ultima coppia di aggettivi – cioè ‘fedele ma intelligente’ – riassume il modo con cui Agnes intendeva la sua missione al servizio del Papa.

Andrea Riccardi (storico della Chiesa)/1:  Agnes si celava in una grande riservatezza, proverbiale, rifiutando inviti, frequentazioni politico-diplomatiche. E’ a disagio in questo mondo, nei salotti, nelle chiacchere inutili. Sembra taciturno, timido, eccessivamente schivo: lo dicono, provinciale, ma è sempre molto informato sulla società e la Chiesa. In realtà è uomo d’intelligenza acuta, dalla battuta frizzante, persino caustica, amante della compagnia di quei pochi che sono compagni della sua vita. Un personaggio che sembra timido, è invece molto combattivo, anzi pugnace. Di battaglie ne ha fatte all’Azione Cattolica, sul giornale. E non si tirava indietro.

Andrea Riccardi/2: Agnes fu freddo sulla visione politica del card. Ruini; era rimasto legato al tono “pastorale” di Poletti, sul cui impulso fece il consigliere comunale in Campidoglio.  Ma soprattutto ci fu un momento importante nel 2003, con la guerra all’Iraq da parte di una coalizione occidentale guidata dagli americani, cui faceva parte pure il governo Berlusconi, in cui il papa divenne leader indiscusso di una pace senza aggiunte, inviò Etchegaray e Laghi da Saddam e da Bush. Agnes ebbe la percezione che sia la CEI in Italia che gli ambienti diplomatici vaticani tendessero a ridimensionare il messaggio assoluto del papa contro la guerra e si gettò nella mischia con i suoi maxititoli sull’Osservatore. Il messaggio doveva arrivare al popolo sine glossa.

Gianni Letta (già direttore de ‘Il Tempo’ dal 1973 al 1987), che ha definito Mario Agnes “un geloso custode della libertà, ma fedele nell’obbedienza al Papa”, ha voluto tra l’altro rievocare i contatti fecondi che ebbe in quegli anni con il Vaticano in materia di ‘Osservatore Romano’. Dapprima, nel 1978, quando da Oltretevere gli fu richiesto come successore di Raimondo Manzini un giornalista de Il Tempo, Valerio Volpini. Letta rispose affermativamente, sebbene ritenesse Volpini “un astratto, specialista in filosofia e teologia”: de facto – ha annotato Gianni Letta – era don Virgilio Levi, vicedirettore, che guidava il giornale in quegli anni… fino a quando lo stesso don Virgilio nel giugno 1983 incappò in un “incidente molto serio, un fondo di prima pagina dal titolo “Onore al sacrificio” in cui prefigurava il ritiro di Lech Walesa dalla vita politica. Era un fondo relativo al secondo viaggio del papa polacco in patria, dove vigeva ancora lo stato d’eccezione decretato dal generale Jaruselski. In quei giorni Karol Wojtyla che aveva incontrato con gesto tanto significativo quanto rischioso Walesa – in libertà vigilata – sui monti Tatra. Il commento suscitò la forte reazione di Giovanni Paolo II, che nel giro di poche ore costrinse don Levi a dimettersi. A quel momento, ha annotato Gianni Letta, “ ‘L’Osservatore Romano’ si ritrovò senza vicedirettore e con un direttore poeta”. Dal Vaticano si chiese ancora aiuto al direttore de il Tempo, che mise a disposizione Gianfranco Svidercoschi come vicedirettore, in attesa di trovare il nuovo direttore. Che fu insediato nominato il primo settembre 1983: Mario Agnes. E Svidercoschi dopo qualche mese tornò a Il Tempo.

 

GIORGIA MELONI, “IO SONO GIORGIA-LE MIE RADICI, LE MIE IDEE”, UNA LETTURA MOLTO STIMOLANTE

 

Premessa: Rossoporpora.org non è un sito legato a partiti o movimenti. Certo intende difendere e promuovere una certa visione di società, oggi spesso controcorrente. Naturalmente sostiene e incoraggia i politici che dimostrano con i fatti (leggi: non a chiacchiere, ma al momento del voto in Parlamento) di condividere almeno in parte tale visione. Perciò, cari lettori, non stupitevi di trovare le righe che seguono…

Quando un esponente politico pubblica un’autobiografia, sempre e spontaneamente ci si chiede quanta verità dei fatti ci sarà in quelle pagine. Anche perché la categoria è spesso forzatamente costretta a mentire in dosi massicce o almeno a celare parti fondamentali di verità per non dare vantaggi contingenti agli avversari. E’ per questo che, quando abbiamo comprato all’edicola “Io sono Giorgia – Le mie radici, le mie idee” (ed. Rizzoli) la domanda è sorta ineludibile sul tasso di sincerità emergente dalle oltre trecento pagine del volume. C’è tornata allora alla mente un’autobiografia di Sophie Marceau, uscita nel 1996 (ed. Stock) dal titolo “Menteuse” (Bugiarda): “Je suis une sacrée menteuse. Je mens à la perfection. Régulièrement, plusieurs fois par jour”. Valido per la popolarissima attrice del Tempo delle mele , altrettanto valido per una politica oggi in grande ascesa?

A nostro (fallibile) parere, no. “Io sono Giorgia” è un’autobiografia non solo utile a conoscere meglio l’autrice. Appare anche come una ricostruzione coerente e sincera di una vita tutt’altro che facile, caratterizzata dalla grande volontà di non tradire nell’azione politica quotidiana le proprie convinzioni e di affermare l’identità di una comunità che ha ben chiara una visione d’Italia fondata su principi che non rinnega per convenienza ed è nel contempo protesa verso il futuro.

Era d’ottobre. Del 2004. Tempi in cui si dibatteva molto delle radici giudaico-cristiane d’Europa e dell’atteggiamento da tenere verso la Turchia, allora interessata a far parte dell’UE (vedi anche le risposte dateci a Velletri dall’allora cardinale Joseph Ratzinger il 17 settembre 2004: https://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-cardinali/80-il-card-ratzinger-su-turchia-e-ue.html ).

Eravamo diretti a piedi verso San Pietro, quando – tra Castel San’Angelo e l’inizio di via della Conciliazione – notammo un folto gruppo di giovani che inalberava striscioni in favore delle radici cristiane d’Europa. Almeno trecento e tutti in ascolto – diremmo assorto - di un oratore. Anzi… di un’oratrice: una biondina magra magra che possedeva una voce tonante, parlava con chiarezza, esprimeva concetti condivisibili e senza fronzoli inutili. Alla fine dell’applaudito discorso si fumò (se non ricordiamo male) una sigaretta. La situazione ci colpì: una ragazza che riusciva ad ‘ammaliare’ politicamente – su una battaglia che il main stream culturale considerava nel migliore dei casi di retroguardia – centinaia di ragazzi tra i sedici e i trent’anni non era un fatto banale. Lei era la ventisettenne Giorgia Meloni, loro la ‘comunità’ di Azione giovani (parte dell’allora ‘Alleanza nazionale’).

Rivedemmo Giorgia Meloni qualche altra volta e, in particolare, la intervistammo nell’autunno del 2008, da ministro della Gioventù ( vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/interviste-a-personalita/72-intervista-al-ministro-giorgia-meloni.html ) a proposito di educazione, famiglia e droga. A tale riguardo - se ci è concesso un suggerimento - sarebbe non solo opportuno, ma indispensabile che l’odierno ministro per le politiche giovanili (con la delega anche alle politiche antidroga) Fabiana Dadone (grillina) leggesse e meditasse sia la nostra intervista del 2008 che il libro della leader di Fratelli d’Italia: con le sue dichiarazioni per legalizzazione della cannabis, per il disegno di legge Zan (“Assolutamente necessario”), sulla transessualità da ‘normalizzare’ (leggi: favorire) in tutte le scuole d’Italia, la Dadone appare non solo superficiale ma – dato il ruolo assegnatole all’interno del governo Draghi, un errore tanto incredibile quanto grave che andrebbe riparato il più presto possibile – del tutto irresponsabile. E dunque pericolosa per la gioventù italiana.

Fondato “Fratelli d’Italia” il 21 dicembre 2012, il successo elettorale non fu immediato: 1,96% alle politiche del febbraio 2012, 3,67% alle europee del 2014, 4,35% alle politiche del 2018 (con l’elezione in ogni caso di 32 deputati e 18 senatori). La molla scattò solo alle europee del maggio 2019, quando FdI raggiunse il 6,44% (con l’elezione di sei eurodeputati). Il voto al partito di Giorgia Meloni incominciò allora ad essere percepito come ‘utile’. E oggi, secondo i sondaggi unanimi (pur con tutte le cautele del caso, considerata certa volatilità di molti elettori) Fratelli d’Italia sarebbe addirittura – dopo una crescita sondaggistica costante, avvalorata da molti risultati nelle elezioni regionali – al 20%. Dietro solo alla Lega e davanti al Pd.

Qualche passo ora (scelta molto faticosa, data l’abbondanza di stimoli di riflessione) del libro di Giorgia Meloni, che ci piacerebbe fosse letto anche dai cattofluidi: legittimamente non sarebbero d’accordo con tal e tal altra affermazione dell’autrice, ma è possibile – confrontati con argomentazioni razionali e stringenti – che incomincerebbero a dubitare di tanti loro comportamenti politicamente corretti.

Madre e Family Day: Era l’inizio del 2016, avevo scoperto da due settimane che Andrea (NdR: il suo compagno) e io aspettavamo un bambino, e il pomeriggio del 30 gennaio partecipavo al Family Day di Roma, al Circo Massimo. Una manifestazione oceanica e molto sentita. In un miscuglio di felicità ed euforia, e anche coccolata dal calore dei manifestanti, senza pensarci troppo, d’istinto, racconto la mia novità a una giornalista che mi sta intervistando (…) passano poche ore (…) e subito si scatena una tremenda sarabanda di polemiche e volgari sarcasmi. (…) Leggere che qualcuno mi augurava di abortire fece male, e parecchio. Non per me, che non ho mai avuto paura di quattro vigliacchi da tastiera, ma per quella vita indifesa che avevo in grembo e che, inconsapevolmente, avevo esposto a quella cattiveria. (…) Per quei fulgidi pensatori progressisti, per quelle donne moderne e liberal non avevo il diritto di annunciare che sarei diventata madre a una manifestazione in difesa della famiglia solo perché ed esclusivamente perché non ero sposata. Ho sentito dire molto spesso questa stupidaggine. Se non sei sposato non puoi difendere la famiglia naturale fondata sul matrimonio. Un po’ come dire che se sei giovane non puoi avere a cuore il problema degli anziani.

Ancora sulla maternità: La maternità non era mai stata uno dei grandi obiettivi della mia vita. Ho sempre pensato che i figli fossero soprattutto un prodotto dell’amore. Se trovi la persona giusta, allora suggellerai in questo modo quel legame. Rimpiango di essere stata così cieca. I figli sono l’amore, il più assoluto che esista, ma non sempre riesci a capirlo prima di provare quel sentimento. Io non lo avevo capito. Vorrei averlo fatto, vorrei essere diventata madre più giovane e più di una volta. Ginevra, con quell’ingenuità tipica dei bambini, mi dice a volte: ‘Mamma, io voglio una bambina piccola vera’, e io mi sento in colpa per non poter assecondare quel suo desiderio. Mi sento in colpa di non poterle regalare un legame come quello che ho con mia sorella Arianna. Mi sento in colpa per aver preferito concentrarmi su cose di importanza secondaria e non avere, ora, più tempo per compiere di nuovo la missione più straordinaria che la vita possa regalare.

Carattere e limiti: Chi lavora con me sa che è impossibile farmi entrare in testa una cosa che non mi convince. (…) Il mio cervello si inceppa se quello che arriva non è passato prima dal cuore. Non è detto che sia un pregio. E’ questo tratto del mio carattere che mi ha impedito di correggere alcuni limiti. Come ad esempio il fatto che gesticolo come un polipo, che quando sono assorta o concentrata tendo a corrucciare la fronte e finisco per sembrare sempre arrabbiata, che essendo molto emotiva a volte mi lascio andare alla passione e mi metto a gridare, o che parlo troppo veloce. (…) Se riuscissi a smussare questi difetti, la mia immagine sicuramente ne guadagnerebbe. Ma sarei davvero io? (…) Le persone devono credere in te per chi sei davvero, non per chi fingi di essere.

Comunità è anche cantare insieme: La destra non aveva dimenticato i fratelli dell’Est Europa schiacciati dall’oppressione comunista. Anche qui, la musica ci è testimone. Il maestro Pier Francesco Pingitore, fondatore del Bagaglino, aveva scritto dopo l’invasione dei carri armati sovietici in Ungheria una canzone che, da noi, hanno cantato intere generazioni.  Avanti ragazzi di Buda, si intitola. Quando nel 2019 il primo ministro ungherese Viktor Orbán è stato ospite a Atreju (NdR: dal 1998 l’annuale manifestazione giovanile ricca di dibattiti politici e culturali), nel suo discorso ha ringraziato l’Italia e ha detto: ‘Fu scritta da italiani la canzone più bella sulla rivoluzione ungherese del 1956’ (…) E’ stato un attimo. La platea ha preso a cantare, prima piano, poi sempre più forte, in piedi Avanti ragazzi di Buda/avanti ragazzi di Pest/ studenti, braccianti, operai/ il sole non sorge più ad est. Migliaia di persone in sala e tutte ricordavano da dove venivano. In oltre vent’anni di Atreju, credo che quello sia stato in assoluto il momento più emozionante.

Follia: Viviamo in un tempo folle nel quale si profila una dittatura nuova, impalpabile; un’intolleranza imposta attraverso il massiccio potere della Tecnica e il controllo dell’immaginario. Il ‘politicamente corretto’ imperversa e detta le proprie leggi assurde: dalle ridicole imposizioni di burocrati progressisti che vogliono cancellare la naturale appartenenza genitoriale scagliandosi sui termini ‘padre’ e ‘madre’; passando per i figli di papà travestiti da rivoluzionari urbani che distruggono le statue che ricordano eroi di guerra, memorie di nazioni ; arrivando alla rilettura censoria di favole, racconti per bambini, cartoni animati, film passati sotto la censura della psico-polizia del pensiero unico.

Credere in Dio: Non ho mai smesso di credere in Dio. (…) Come tutti, di fronte ad alcuni fatti, mi sono interrogata sul disegno di Dio. Come molti ho chiesto aiuto quando ero in difficoltà, e ho ringraziato quando ho riconosciuto i suoi doni. (…) Grazie a Lui ho capito che ciascuno di noi ha una missione in vita. (…) Grazie a Lui io credo che la vita non vada affrontata con lo sguardo rivolto in avanti, ma in alto. (…) E il paradosso è che per elevarti hai bisogno di scavare nel profondo della tua esistenza. Per questo mi hanno sempre affascinato le grandi cattedrali, con le loro fondamenta conficcate nel terreno e quelle navate altissime a simboleggiare l’ascesi, il tentativo di raggiungere Dio con la preghiera.

Il cardinale Biffi e l’immigrazione: Destò enorme scandalo il cardinale Giacomo Biffi quando osò dire che l’Italia dovrebbe favorire un’immigrazione cristiana. Io penso che non ci sia nulla di scandaloso in questo. Anzi il fatto che uno Stato favorisca un’immigrazione il più possibile compatibile con la propria comunità nazionale è una dinamica del tutto ragionevole. (…) Eppure proprio il tema dell’immigrazione compatibile è quello che manda più in tilt la sinistra. (…) Perché l’immigrazione è uno strumento dei mondialisti per scardinare le appartenenze nazionali, per creare un miscuglio indistinto di culture, per avere un mondo tutto uguale e, possibilmente, tutto fatto di gente debole. E un’immigrazione compatibile non è utile in questo senso.

Sul fascismo: So di entrare in un campo minato, ma non ho alcuna paura a ribadire per l’ennesima volta di non avere il culto del fascismo. (…) Se poi mi si chiedesse un giudizio sull’infamia delle leggi razziali, non potrei che rispondere raccontando le mie personali sensazioni all’interno dello Yad Vashem di Gerusalemme. (…) Credo che nessuno possa uscire da quel luogo essendo la stessa persona che vi è entrata. Ho continuato a pensarci a lungo, domandandomi come fosse stato possibile quell’orrore. Un genocidio si consuma a piccoli passi, poco alla volta. Viltà dopo viltà. (…) Si tratta del punto di caduta del genere umano, non ho dubbi su questo. (…) La persecuzione degli ebrei non venne perpetrata nell’ignoranza, ma sostenuta da intellettuali, filosofi, scrittori. Soprattutto in Germania (…) Ma accadde anche in Italia, durante il fascismo, malgrado fossero ebrei molti dei protagonisti dell’ascesa di Mussolini, come tanti degli eroi italiani della Prima Guerra Mondial