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PAPA RATZINGER: RIFLESSIONI, REAZIONI CATTO-SINISTRE E TURIFERARIE - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 14 aprile 2019

 

Il testo della riflessione di Joseph Ratzinger per la rivista bavarese ‘Klerusblatt’ sulla crisi della Chiesa ha suscitato reazioni diverse tra i sostenitori per convinzione o per convenienza del Magistero bergogliano. I catto-sinistri veraci, come quelli di “Noi siamo Chiesa” (Wir sind Kirche), hanno emanato un comunicato di duro dissenso dai contenuti dell’argomentata riflessione; i catto-fluidi (categoria turiferaria per eccellenza) l’hanno ignorata o minimizzata o sprezzantemente attaccata.

 

Giovedì 11 aprile 2019 sull’insospettabile Corriere della Sera e su alcuni altri media internazionali è apparsa una lunga e argomentata riflessione ecclesiale d’attualità (diciotto pagine e mezzo di “appunti”) che il Papa emerito Benedetto XVI ha consegnato per la pubblicazione al mensile bavarese Klerusblatt (nato cent’anni fa)

 

LE RAGIONI, LE MODALITA’, UNA SINTESI DEI CONTENUTI DELLA RIFLESSIONE DEL PAPA EMERITO BENEDETTO XVI

"Dal 21 al 24 febbraio 2019, su invito di Papa Francesco, si sono riuniti in Vaticano i presidenti di tutte le conferenze episcopali del mondo per riflettere insieme sulla crisi della fede e della Chiesa avvertita in tutto il mondo a seguito della diffusione delle sconvolgenti notizie di abusi commessi da chierici su minori. La mole e la gravità delle informazioni su tali episodi hanno profondamente scosso sacerdoti e laici e non pochi di loro hanno determinato la messa in discussione della fede della Chiesa come tale. Si doveva dare un segnale forte e si doveva provare a ripartire per rendere di nuovo credibile la Chiesa come luce delle genti e come forza che aiuta nella lotta contro le potenze distruttrici.


Avendo io stesso operato, al momento del deflagrare pubblico della crisi e durante il suo progressivo sviluppo, in posizione di responsabilità come pastore nella Chiesa, non potevo non chiedermi - pur non avendo più da Emerito alcuna diretta responsabilità - come, a partire da uno sguardo retrospettivo, potessi contribuire a questa ripresa. E così, nel lasso di tempo che va dall’annuncio dell’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali al suo vero e proprio inizio, ho messo insieme degli appunti con i quali fornire qualche indicazione che potesse essere di aiuto in questo mo­mento difficile. A seguito di contatti con il Segretario di Stato, cardinale Pietro
Parolin, e con lo stesso Santo Padre, ritengo giusto pubblicare su ‘Klerusblatt’ il testo così concepito.

Il mio lavoro è suddiviso in tre parti. In un primo punto tento molto breve­mente di delineare in generale il contesto sociale della questione, in mancanza del quale il problema risulta incomprensibile. Cerco di mostrare come negli anni ’60 si sia verificato un processo inaudito, di un ordine di grandezza che nella storia è quasi senza precedenti. Si può affermare che nel ventennio 1960-1980 i criteri validi sino a quel momento in tema di sessualità sono venuti meno completamente e ne è risultata un’assenza di norme alla quale nel frattempo ci si è sforzati di rimediare.

In un secondo punto provo ad accennare alle conseguenze di questa si­tuazione nella formazione e nella vita dei sacerdoti.

Infine, in una terza parte, svilupperò alcune prospettive per una giusta ri­sposta da parte della Chiesa".

 

ALCUNI PUNTI QUALIFICANTI DELLA RIFLESSIONE DI BENEDETTO XVI

. Tra le libertà che la Rivoluzione del 1968 voleva conquistare c’era anche la completa libertà sessuale, che non tollerava più alcuna norma. (…) Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accet­tarlo con tutte le sue conseguenze. Il diffuso collasso delle vocazioni sa­cerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato cle­ricale furono una conseguenza di tutti questi processi.

. Indipendentemente da questo sviluppo, nello stesso periodo si è verifica­to un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a quei processi nella società. Cerco di delineare molto brevemente lo svolgimento di questa dinamica. Sino al Vaticano II la teologia morale cattolica veniva largamente fondata giusnaturalistica­mente, mentre la Sacra Scrittura veniva addotta solo come sfondo o a supporto. Nella lotta ingaggiata dal Concilio per una nuova compren­sione della Rivelazione, l’opzione giusnaturalistica venne quasi comple­tamente abbandonata e si esigette una teologia morale completamente fondata sulla Bibbia. (…) Infine si affermò ampiamente la tesi per cui la morale dovesse essere de­finita solo in base agli scopi dell’agire umano. Il vecchio adagio «il fine giustifica i mezzi» non veniva ribadito in questa forma così rozza, e tut­tavia la concezione che esso esprimeva era divenuta decisiva. Perciò non poteva esserci nemmeno qualcosa di assolutamente buono né tantome­no qualcosa di sempre malvagio, ma solo valutazioni relative. Non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio.

. Sul finire degli anni ’80 e negli anni ’90 la crisi dei fondamenti e della presentazione della morale cattolica raggiunse forme drammatiche. Il 5 gennaio 1989 fu pubblicata la «Dichiarazione di Colonia» (…) Questo testo, che inizialmente non andava oltre il livello consueto delle rimo­stranze, crebbe tuttavia molto velocemente sino a trasformarsi in grido di protesta contro il magistero della Chiesa, raccogliendo in modo ben visibile e udibile il potenziale di opposizione che in tutto il mondo anda­va montando contro gli attesi testi magisteriali di Giovanni Paolo II . (…) Papa Giovanni Paolo II, che conosceva molto bene la situazione della teologia morale e la seguiva con attenzione, dispose che s’iniziasse a la­vorare a un’enciclica che potesse rimettere a posto queste cose. Fu pubblicata con il titolo Veritatis splendor il 6 agosto 1993 suscitando violente reazioni contrarie da parte dei teologi morali. In precedenza già c’era stato il Catechismo della Chiesa cattolica che aveva sistematica­mente esposto in maniera convincente la morale insegnata dalla Chiesa.

. L’Enciclica fu pubblicata il 6 agosto 1993 e in effetti conteneva l’affermazione che ci sono azioni che non possono mai diventare buone. Ci sono beni che sono indisponibili. Ci sono valori che non è mai lecito sacrificare in nome di un valore ancora più alto e che stanno al di sopra anche della conservazione della vita fisica. Dio è di più anche della sopravvivenza fisica. Una vita che fosse acquistata a prezzo del rinnegamento di Dio, una vita basata su un’ultima menzogna, è una non-vita. Il martirio è una categoria fondamentale dell’esistenza cristiana. Che esso in fondo, nella teoria sostenuta da Böckle e da molti altri, non sia più moralmente necessario, mostra che qui ne va dell’essenza stessa del cristianesimo.

. Nella teologia morale, nel frattempo, era peraltro divenuta pressante un’altra questione: si era ampiamente affermata la tesi che al magistero della Chiesa spetti la competenza ultima e definitiva («infallibilità») solo sulle questioni di fede, mentre le questioni della morale non potrebbero divenire oggetto di decisioni infallibili del magistero ecclesiale. In questa tesi c’è senz’altro qualcosa di giusto che merita di essere ulteriormente discusso e approfondito. E tuttavia c’è un minimum morale che è inscindibilmente connesso con la decisione fondamentale di fede e che deve essere difeso, se non si vuole ridurre la fede a una teoria e si riconosce, al contrario, la pretesa che essa avanza rispetto alla vita concreta. Da tutto ciò emerge come sia messa radicalmente in discussione l’autorità della Chiesa in campo morale. Chi in quest’ambito nega alla Chiesa un’ultima competenza dottrinale, la costringe al silenzio proprio dove è in gioco il confine fra verità e menzogna.

. In diversi seminari si formarono club omosessuali che agivano più o meno apertamente e che chiaramente trasformarono il clima nei seminari. Il clima nel seminario non poteva aiutare la formazione sacerdotale. (…) Poiché dopo il Concilio Vaticano II erano stati cambiati pure i criteri per la scelta e la nomina dei vescovi, anche il rapporto dei vescovi con i loro seminari era differente. Come criterio per la nomina di nuovi vescovi va­leva ora soprattutto la loro «conciliarità», potendo intendersi natural­mente con questo termine le cose più diverse. In molte parti della Chie­sa, il sentire conciliare venne di fatto inteso come un atteggiamento cri­tico o negativo nei confronti della tradizione vigente fino a quel momen­to, che ora doveva essere sostituita da un nuovo rapporto, radicalmente aperto, con il mondo.

. La questione della pedofilia è, per quanto ricordi, divenuta scottante solo nella seconda metà degli anni ’80. Negli Stati Uniti nel frattempo era già cresciuta, divenendo un problema pubblico. Così i vescovi chiesero aiuto a Roma perché il diritto canonico, così come fissato nel Nuovo Co­dice, non appariva sufficiente per adottare le misure necessarie. In un primo momento Roma e i canonisti romani ebbero delle difficoltà con questa richiesta; a loro avviso, per ottenere purificazione e chiarimento sarebbe dovuta bastare la sospensione temporanea dal ministero sacerdotale. Questo non poteva essere accettato dai vescovi americani perché in questo modo i sacerdoti restavano al servizio del vescovo venendo così ritenuti come figure direttamente a lui legate. Un rinnovamento e un approfondimento del diritto penale, intenzionalmente costruito in modo blando nel Nuovo Codice, poté farsi strada solo lentamente. A questo si aggiunse un problema di fondo che riguardava la concezione del diritto penale. Ormai era considerato «conciliare» solo il così detto «garantismo». Significa che dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati e questo fino al punto da escludere di fatto una condanna. Come contrappeso alla possibilità spesso insufficiente di difendersi da parte di teologi accusati, il loro diritto alla difesa venne talmente esteso nel senso del garantismo che le condanne divennero quasi impossibili.

. Cosa dobbiamo fare? Dobbiamo creare un’altra Chiesa affinché le cose possano aggiustarsi? Questo esperimento già è stato fatto ed è già falli­to. Solo l’amore e l’obbedienza a nostro Signore Gesù Cristo possono in­dicarci la via giusta. In primo luogo direi che, se volessimo veramente sintetizzare al massi­mo il contenuto della fede fondata nella Bibbia, potremmo dire: il Signo­re ha iniziato con noi una storia d’amore e vuole riassumere in essa l’intera creazione. L’antidoto al male che minaccia noi e il mondo intero ultimamente non può che consistere nel fatto che ci abbandoniamo a questo amore. Questo è il vero antidoto al male. La forza del male nasce dal nostro rifiuto dell’amore a Dio. È redento chi si affida all’amore di Dio. Il nostro non essere redenti poggia sull’incapacità di amare Dio. Imparare ad amare Dio è dunque la strada per la redenzione degli uo­mini.

. Se ora proviamo a svolgere un po’ più ampiamente questo contenuto es­senziale della Rivelazione di Dio, potremmo dire: il primo fondamentale dono che la fede ci offre consiste nella certezza che Dio esiste. Un mon­do senza Dio non può essere altro che un mondo senza senso. Infatti, da dove proviene tutto quello che è? In ogni caso sarebbe privo di un fondamento spirituale. In qualche modo ci sarebbe e basta, e sarebbe privo di qualsiasi fine e di qualsiasi senso. Non vi sarebbero più criteri del bene e del male. Dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte. Il potere diviene allora l’unico principio. La verità non conta, anzi in realtà non esiste. Solo se le cose hanno un fondamento spirituale, so­lo se sono volute e pensate - solo se c’è un Dio creatore che è buono e vuole il bene - anche la vita dell’uomo può avere un senso.

. Una società nella quale Dio è assente - una società che non lo conosce più e lo tratta come se non esistesse - è una società che perde il suo cri­terio. Nel nostro tempo è stato coniato il motto della «morte di Dio». Quando in una società Dio muore, essa diviene libera, ci è stato assicurato. In verità, la morte di Dio in una società significa anche la fine della sua libertà, perché muore il senso che offre orientamento. E perché vie­ne meno il criterio che ci indica la direzione insegnandoci a distinguere il bene dal male. La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire. E per questo è una società nella quale si perde sempre più il criterio e la misura dell’umano. In alcuni punti, allora, a volte diviene improvvisa­mente percepibile che è divenuto addirittura ovvio quel che è male e che distrugge l’uomo. È il caso della pedofilia. Teorizzata ancora non troppo tempo fa come del tutto giusta, essa si è diffusa sempre più. E ora, scossi e scandalizzati, riconosciamo che sui nostri bambini e giovani si commet­tono cose che rischiano di distruggerli. Che questo potesse diffondersi anche nella Chiesa e tra i sacerdoti deve scuoterci e scandalizzarci in misura particolare.

. Come ha potuto la pedofilia raggiungere una dimensione del genere? In ultima analisi il motivo sta nell’assenza di Dio. Anche noi cristiani e sacerdoti preferiamo non parlare di Dio, perché è un discorso che non sembra avere utilità pratica. Dopo gli sconvolgimenti della Seconda guerra mondiale, in Germania avevamo adottato la nostra Costituzione dichiarandoci esplicitamente responsabili davanti a Dio come criterio guida. Mezzo secolo dopo non era più possibile, nella Costituzione euro­pea, assumere la responsabilità di fronte a Dio come criterio di misura. Dio viene visto come affare di partito di un piccolo gruppo e non può più essere assunto come criterio di misura della comunità nel suo complesso. In questa decisione si rispecchia la situazione dell’Occidente, nel quale Dio è divenuto fatto privato di una minoranza.
.
. Il nostro rapporto con l’Eucaristia non può che destare preoccupazione. A ragione il Vaticano II intese mettere di nuovo al centro della vita cristiana e dell’esistenza della Chiesa questo sacra­mento della presenza del corpo e del sangue di Cristo, della presenza della sua persona, della sua passione, morte e risurrezione. In parte questa cosa è realmente avvenuta e per questo vogliamo di cuore ringraziare il Signore. Ma largamente dominante è un altro atteggiamento: non domina un nuovo profondo rispetto di fronte alla presenza della morte e risurrezio­ne di Cristo, ma un modo di trattare con lui che distrugge la grandezza del mistero. La calante partecipazione alla celebrazione domenicale dell’Eucaristia mostra quanto poco noi cristiani di oggi siamo in grado di valutare la grandezza del dono che consiste nella Sua presenza reale. L’Eucaristia è declassata a gesto cerimoniale quando si considera ovvio che le buone maniere esigano che sia distribuita a tutti gli invitati a ra­gione della loro appartenenza al parentado, in occasione di feste familia­ri o eventi come matrimoni e funerali. L’ovvietà con la quale in alcuni luoghi i presenti, semplicemente perché tali, ricevono il Santissimo Sa­cramento mostra come nella Comunione si veda ormai solo un gesto cerimoniale. Se riflettiamo sul da farsi, è chiaro che non abbiamo bisogno di un’altra Chiesa inventata da noi. Quel che è necessario è invece il rinnovamento della fede nella realtà di Gesù Cristo donata a noi nel Sacramento.

. In effetti oggi la Chiesa viene in gran parte vista solo come una specie di apparato politico. Di fatto, di essa si parla solo utilizzando categorie politiche e questo vale persino per dei vescovi che formulano la loro idea sulla Chiesa di domani in larga misura quasi esclusivamente in termini politici. La crisi cau­sata da molti casi di abuso ad opera di sacerdoti spinge a considerare la Chiesa addirittura come qualcosa di malriuscito che dobbiamo decisa­mente prendere in mano noi stessi e formare in modo nuovo. Ma una Chiesa fatta da noi non può rappresentare alcuna speranza.

.. No, anche oggi la Chiesa non consiste solo di pesci cattivi e di zizzania. La Chiesa di Dio c’è an­che oggi, e proprio anche oggi essa è lo strumento con il quale Dio ci salva. È molto importante contrapporre alle menzogne e alle mezze verità del diavolo tutta la verità: sì, il peccato e il male nella Chiesa ci sono. Ma anche oggi c’è pure la Chiesa santa che è indistruttibile. Anche oggi ci sono molti uomini che umilmente credono, soffrono e amano e nei quali si mostra a noi il vero Dio, il Dio che ama. Anche oggi Dio ha i suoi testimoni («martyres») nel mondo. Dobbiamo solo essere vigili per vederli e ascoltarli.

.Alla fine delle mie riflessioni vorrei ringraziare Papa Francesco per tutto quello che fa per mostrarci di continuo la luce di Dio che anche oggi non è tramontata. Grazie, Santo Padre!

 

REAZIONI TURIFERARIE E REAZIONI CATTO-SINISTRE

Elaborata tra il settembre 2018 e il febbraio 2019 in vista del vertice vaticano sugli abusi, la riflessione – sottoposta per conoscenza al cardinale segretario di Stato e al Pontefice regnante, da cui è venuto un ‘via libera’ per la pubblicazione su Klerusblatt - ha suscitato un pandemonio all’interno del mondo vaticano: condivisa totalmente o parzialmente da non pochi (ma raramente in pubblico), è stata percepita come un inaspettato schiaffo in piena regola dalla corte turiferaria. Che, pur schiumando rabbia, avrebbe preferito ignorare del tutto il testo ratzingeriano. Facile da pensare, difficile da praticare. Perché la rabbia è talmente grande che diventa umanamente quasi impossibile impedire che tracimi. Fin qui però il Turiferario Maggiore (Maggiore non certo per caso) è riuscito a trattenersi pubblicamente in prima persona. E’ vero che sul ‘suo’ Vatican news è apparso l’11 aprile un articolo riassuntivo di Sergio Centofanti, in cui subito (ma proprio subito) viene evidenziata la “gratitudine” del Papa emerito per il Papa regnante. Lo stesso articolo è stato pubblicato su L’Osservatore Romano – non richiamato in prima pagina – come taglio basso a pagina 7 (la penultima, dominata in ogni caso da un servizio sul seminario ‘mediterraneo’ della ‘Civiltà Cattolica’ del Turiferario Prezzemolo): una scelta eloquente di basso profilo da parte del quotidiano ufficioso vaticano diretto da alcuni mesi dal Turiferario Armonioso, un papolatra incallito ma stavolta anch’egli silente. 

Ha sostanzialmente minimizzato (tramite una procedura di annacquamento) l’ex-giornale cattolico Avvenire (a proposito… vendite in edicola di febbraio 2019: Avvenire 20.953, La Verità 22.626, Libero 23.065…), con un richiamino in prima pagina e un articolo corposo in apertura di pagina 23 del buon Mimmo Muolo che si carica, novello Sisifo, dello sforzo immane di rendere digeribili anche a stomaci bergogliani i passaggi più ostici e, per fugare ogni pur minimo dubbio sulla bontà dell’operazione,  rileva che “vanno respinti con forza i tentativi di usare lo scritto del Papa emerito contro l’azione pastorale di Francesco”, proclamando che “basterebbero le ultime parole di ringraziamento al Papa per smentire questa tesi perniciosa”. La solidità di codesta perentoria argomentazione è tale da chiudere il dibattito: Avvenire locuto, disputatio finita.

Il disprezzo (saccente) è invece stato utilizzato dalla Turiferaria della Casa Stefania Falasca. La pimpante editorialista di Avvenire ha difatti voluto ricordare pubblicamente, dall’alto della sua straripante sapienza canonica, al Papa emerito (e vescovo emerito di Roma) - già tra l’altro prefetto per venticinque anni (una bazzecola…) della Congregazione per la Dottrina della fede – un paio di obblighi contenuti nel “Direttorio per il ministero pastorale dei vescovi”, emanato il 22 febbraio 2004 dalla Congregazione competente, firmato dal prefetto cardinale Giovanni Battista Re e dal segretario arcivescovo Francesco Monterisi. Lo ha fatto suddividendo in due tweet un capoverso del punto 226 (capitolo IX): Il  Vescovo emerito avrà cura di non interferire in nulla né direttamente né indirettamente nella guida della diocesi ed eviterà ogni atteggiamento ed ogni rapporto che potrebbe dare anche solo l’impressione di costituire quasi una autorità parallela a quella del Vescovo diocesano, con conseguente pregiudizio per la vita e l’unità pastorale della comunità diocesana. A questo fine il Vescovo emerito svolgerà la sua attività sempre in pieno accordo ed in dipendenza dal Vescovo diocesano, in modo che tutti comprendano chiaramente che solo quest’ultimo è il capo e il primo responsabile del governo della diocesi.

Non poteva mancare da Oltre Oceano la voce indignata di un noto catto-fluido, il melloniano Massimo Faggioli (vedi Huffington Post dell’11 aprile): “Il documento evidenzia importanti differenze rispetto alla visione di chiesa e dell'analisi del fenomeno (Ndr: degli abusi) da parte di papa Francesco (…) La tesi Ratzinger sugli abusi sessuali nella chiesa costituisce una contro-narrazione che va ad alimentare direttamente l'opposizione a papa Francesco e che crea confusione sul che fare in questo momento drammatico, specialmente attorno a una questione: il legame tra abusi sessuali e omosessualità (…) Qualunque cosa diranno papa Francesco e i media vaticani nei prossimi giorni, è chiaro che questo episodio costituisce un vulnus: una ferita al regime dei rapporti tra i due uffici”. Stando così le cose, all’inquisitore Faggioli piacerebbe menar subito le mani e imporre restrizioni speciali a Benedetto XVI e ai suoi collaboratori. Non essendo ciò, ahimè, concretamente possibile, dà alcuni suggerimenti in materia per il futuro: “Quella del papa emerito è un'istituzione che necessita di una regolamentazione che oggi non ha: al momento delle dimissioni, dovrebbe dimettersi assieme al papa anche la sua segreteria, che viene riassegnata; il ruolo di prefetto della casa pontificia va abolito; il papa emerito deve cessare di vestire di bianco; i suoi rapporti coi media non vanno lasciati alla discrezione di segretari che hanno tutto l'interesse a prolungare la vita di un pontificato che è cessato a tutti gli effetti (ma non dal punto di vista mediatico)”.  E se il prossimo papa emerito fosse Francesco? Faggioli ‘ingabbierebbe’ anche lui?

Una stroncatura molto particolare – attraverso la casa editrice Rubbettino - è venuta da un altro indignato, il vicedirettore emerito de L’Osservatore Romano” Gianfranco Svidercoschi, il quale, dopo essersi chiesto se sia veramente Benedetto XVI l’autore materiale del testo, ne liquida così il contenuto: “Non c’è dentro una sola idea nuova, non una sola proposta, sulla tragedia che sta scuotendo la comunità cattolica”. Di fatto, annota Svidercoschi, “l’intero testo sembra voler rivedere le “bucce” al recente summit convocato da papa Francesco”.  E – qui senti il fastidio irrefrenabile del vaticanista paludato per una prosa così poco politicamente corretta - il testo contiene “i soliti rimpianti ratzingeriani, conditi da un forte pessimismo: il fallimento della società occidentale; le Messe ridotte a “gesti cerimoniali”; la Chiesa percepita come “apparato politico”; la perdita progressiva della identità cattolica…” Conclusione figlia dello stesso fastidio, che potrebbe anche apparire di comodo:  “Non c’è già abbastanza confusione nella Chiesa di oggi, per creare altro sconcerto, altri motivi di disorientamento?

 

QUALCHE PASSO DELLA REAZIONE DI ‘NOI SIAMO CHIESA’

Veniamo alla reazione catto-sinistra per eccellenza, quella verace, post-sessantottina di ‘Noi siamo Chiesa’, filiale italiana del  movimento internazionale Wir sind Kirche nato in Austria a metà degli Anni Novanta propugnando quei temi cari da sempre al ‘progressismo’ ecclesiale. Il titolo del lungo comunicato del 12 aprile – firmato dal coordinatore nazionale Vittorio Bellavite - non lascia dubbi interpretativi: “Il testo di papa Ratzinger è un vero e proprio Manifesto per una Chiesa preconciliare ed anticonciliare, con molte caricature della realtà e tutto chiuso nell’identità cattolica. Ma non si tornerà indietro”. Insomma ritorniamo ai tempi della Guerra civile spagnola: no pasaran, dicevano i rossi degli azzurri franchisti…

. “Questa uscita di Ratzinger offusca la decisione evangelica (ed esemplare sotto il profilo dei problemi di governo della Chiesa) che egli prese con le sue dimissioni. Il suo testo, aldilà delle sue debolezze evidenti e della povertà del suo contenuto, ci sembra di una gravità eccezionale perché esso servirà come punto di riferimento nei prossimi tempi per gli insofferenti del magistero attuale considerato non dottrinale, troppo terzomondista, troppo ecumenico”.

. (sul ’68) “Egli fa una analisi caricaturale e inaccettabile (o, come minimo, superficiale) di quei fermenti:Il diffuso collasso delle vocazioni sacerdotali in quegli anni e l’enorme numero di dimissioni dallo stato clericale furono una conseguenza di tutti questi processi(NdR: tolleranza e non solo verso la pedofilia – vedi ad esempio in campo laico Daniel Cohn Bendit e Mario  Mieli - giustificazione della violenza, legittimazione dell’omosessualità nei seminari, libertà sessuale). Le situazioni furono ben più complesse e, per certi versi, positive, viste dal punto di vista di chi voleva una Chiesa che si incamminava nella linea e nello spirito del Concilio per il superamento di una vita di fede fondata in gran parte sulla precettistica e sulle convenienze sociali”.

. (sulla ‘Dichiarazione di Colonia del 1989):Il collasso della teologia morale cattolica fu determinato dall’abbandono del giusnaturalismo che si concluse con il relativismo in campo morale in modo tale che ‘non c’era più il bene, ma solo ciò che sul momento e a seconda delle circostanze è relativamente meglio’. Il ragionamento continua affermando che ci sono ‘beni indisponibili’ e che deve esistere un minimum morale”, che esiste un ‘’proprium cristiano’ che caratterizza la morale cristiana da quella di altre religioni. Infine si attribuisce alla ‘Dichiarazione di Colonia’ del gennaio del 1989 la responsabilità di avere dato il via a un movimento di contestazione del magistero ecclesiale”. Tuttavia “non c’è nulla di nuovo perché Ratzinger ritorna alla lettera allo scontro che ci fu negli anni ’80 e ’90 di cui egli fu un protagonista dalla parte di chi decide e impone. Ma dalle sue parole egli appare quasi come una vittima”.

. (nomina dei vescovi) Joseph Ratzinger si lamenta che ‘la nomina dei vescovi venisse fatta secondo il criterio della ‘conciliarità’ e che ci fu chi perseguiva ‘una nuova moderna cattolicità’. (…) Siamo quasi alla farsa. (…) Sulla base di prove certe provenienti dalla generalità dell’universo cattolico abbiamo sempre detto e ripetiamo che durante 35 anni (1978-2013) i vescovi sono stati nominati a senso unico. (…) Si dimentica papa Ratzinger l’epurazione che fece nei confronti dei teologi della liberazione e dei vescovi ad essi vicini?

. (abusi e garantismo) Joseph Ratzinger sostiene che il ‘garantismo’ verso i preti pedofili ‘sarebbe stato ispirato dalle posizioni progressiste’. Invece “abbiamo sempre saputo e detto esattamente l’opposto. E’ stato il sistema tortuoso della casta clericale che, aiutato dalle norme e da una omertà diffusa, ha coperto la pedofilia del clero”. Per Joseph Ratzinger “tutto è interno alle situazioni ecclesiastiche che subiscono l’intrusione del mondo esterno con le sue culture permissive. C’è così un ribaltamento di responsabilità. Esse non devono essere attribuite soprattutto, come fa papa Francesco, al clericalismo e all’abuso di potere e di coscienza”.

 

. (rapporti con il mondo) “Ratzinger esprime la sua insofferenza per quella che considera l’estraneità di Dio dalla società, (…)’ in cui non vi sarebbero più i criteri del bene e del male, dunque avrebbe valore unicamente ciò che è più forte (…) La società occidentale è una società nella quale Dio nella sfera pubblica è assente e per la quale non ha più nulla da dire’. Sono parole esplicite che erano alla base anche del suo magistero da papa, mai dette però in modo così chiaro. Non le condividiamo. Esse significano di fatto una chiusura al mondo, alle realtà laiche anch’esse dense di valori, di sofferenze e ricerche”.

. (radici europee cristiane) Ratzinger sostiene come negativo che Dio non sia stato inserito nella Costituzione europea. (…) Abbiamo contrastato questa idea di Ratzinger papa” (NdR: a dire il vero già da cardinale Joseph Ratzinger aveva molto ben evidenziato questa sua posizione, in accordo ad esempio con l’allora presidente del Senato italiano Marcello Pera). “Le radici culturali dell’Europa sono multiformi e ricche, non necessitano di esibizioni o di reciproche concorrenze. In questa fase storica poi le radici cristiane sono ‘gridate’ dalle forze diffidenti dell’Europa e chiuse nel proprio nazionalismo”.

. (conclusione) “Ci sembra un intervento sbagliato le cui conseguenze non sono state valutate. E’ amaro nei contenuti e tutto chiuso all’interno delle logiche di Chiesa. Non lo pensavamo possibile. Esso ci indica quale è la distanza che separa il preconcilio dallo spirito del Concilio che è stato rilanciato dal nuovo corso di papa Francesco”.

Nessuna sorpresa, in piena consonanza con la tradizione catto-sinistra di ‘Noi siamo Chiesa’, portabandiera perlomeno di un ‘progressismo’ verace e non d’accatto.