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PAPA BERGOGLIO E IL GLOBAL COMPACT - TOSATTI ALLA STAMPA ESTERA – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 17 dicembre 2018

 

Il Pontefice interviene de facto a gamba tesa nel dibattito sull’adesione dell’Italia al ‘Patto globale sulle migrazioni’: un’ingerenza bella e buona, ma va considerata una pura e semplice opinione personale. Critiche motivate al ‘Patto’ sulla stampa tedesca. Oggi pomeriggio Marco Tosatti in un confronto vivace alla Stampa estera sul memoriale Viganò e sulla situazione odierna nella Chiesa

PATTO MONDIALE PER LE MIGRAZIONI: FRANCESCO, A FIANCO - VOLENTE O NOLENTE - DEL MONDIALISMO RAPACE, SI INGERISCE ANCHE NELLA PROSSIMA DECISIONE ITALIANA 

 

Prima venne la grande crisi migratoria del 2015, poi la firma nel 2016 – da parte degli Stati membri dell’ONU – di una “Dichiarazione di New York” con la quale si prospettava l’avvio di negoziati in materia di gestione del flusso di migranti e rifugiati. Tali negoziati si sono ora concretizzati in un Patto mondiale (Global compact) “per una migrazione sicura, ordinata e regolare” presentato e approvato tacitamente il 10 dicembre a Marrakech (senza nessun dibattito) da 164 Paesi. Il testo comprende 23 punti da perseguire in vista del raggiungimento dell’obiettivo.

Una trentina gli Stati che fin qui non hanno aderito, ritenendo il Patto molto pericoloso per la loro sicurezza o chiamando a decidere i rispettivi Parlamenti. Il primo ‘no’ è stato detto dagli Stati Uniti già a fine 2017. A ruota in successione, tra gli altri, Australia, Ungheria, Austria, Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Repubblica Dominicana, Cile, Brasile. Gli Stati baltici, Slovenia, Bulgaria, Israele sono fortemente dubbiosi. In Belgio si è aperta una crisi di governo. Tra coloro che hanno rimandato la palla al Parlamento troviamo Svizzera (il Governo a maggioranza ha dichiarato di essere favorevole, ma non sarà facile trovare il ‘sì’ di deputati e senatori) e Italia (tutto dipenderà dall’atteggiamento dei Cinque Stelle, considerato che la destra da sola non ha i numeri sufficienti). Si noterà che gli Stati che fin qui non hanno aderito al Global Compact sono Stati democratici – alcuni tra i più democratici del mondo; tra quelli che hanno firmato invece si sprecano regini autoritari e vere e proprie dittature anche sanguinarie.

Sull’argomento è intervenuto anche papa Francesco nel dopo-Angelus di ieri, domenica 16 dicembre 2018: “La settimana scorsa è stato approvato a Marrakech, in Marocco, il Patto Mondiale per una Migrazione Sicura, Ordinata e Regolare, che intende essere un quadro di riferimento per tutta la comunità internazionale. Auspico pertanto che essa, grazie anche a questo strumento, possa operare con responsabilità, solidarietà e compassione nei confronti di chi, per motivi diversi, ha lasciato il proprio Paese, e affido questa intenzione alle vostre preghiere”.

Da notare che il Papa il giorno prima, sabato 15 dicembre 2018, aveva ricevuto in udienza privata (di 45 minuti) il primo ministro italiano Giuseppe Conte. Tra gli argomenti proprio la questione dell’immigrazione. 

Anche il paracarro del Monteceneri (che divide Bellinzona da Lugano) riesce a comprendere che l’udienza di sabato e l’Angelus di domenica potrebbero essere in relazione stretta. Siamo di fronte - si è spinti naturalmente a pensare - a un tentativo vaticano di convincere il primo ministro italiano, uomo notoriamente pio, ad adoperarsi personalmente e concretamente per la firma. Un tentativo che sa molto - ma molto - di ingiustificata ingerenza vaticana in decisioni che sono di pertinenza dello Stato italiano. E dunque andrebbe rimandato al mittente.

E’ anche evidente che ciò che Jorge Mario Bergoglio ha detto all’Angelus in favore del Global Compact non è certo un dogma, né materia di fede, né intervento magisteriale (tantomeno ex-cathedra): è solo l’opinione del cittadino argentino Jorge Mario Bergoglio, capo di Stato estero, e come tale vale (siamo generosi) come quella di chiunque altro (in ogni caso meno dell’opinione di un parlamentare italiano, perfino di quella della Boldrini). Perciò un cittadino italiano cattolico- checché ne dicano i media catto-fluidi, i media del business dell’immigrazione come Avvenire e Famiglia (cosiddetta) cristiana - non può sentirsi vincolato in alcun modo nel suo agire da tale presa di posizione personalissima.

A integrazione delle informazioni sul Global Compact (e a beneficio di tutti, ma in particolare – sempre che ancora sappiano usare decorosamente la ragione - delle anime pie, degli strumentalizzatori al servizio del business mondialista e dei turiferari di ogni ordine e grado, oltre che dei parlamentari grillini) riproduciamo ora qualche passo estrapolato da un’intervista e un’indagine approfondita di due organi di stampa tedeschi: l’intervista (del 21 novembre 2018) è apparsa sull’autorevole mensile politico-culturale di tendenza liberale Cicero; l’articolo (del 25 novembre 2018) è stato invece pubblicato sul noto quotidiano di tendenza liberal-conservatrice Die Welt (grazie per la segnalazione all’interessante e prezioso sito vocidallagermania.blogspot.com)  

 

DA CICERO

Intervista a Sevim Dagdelen, deputata della ‘Linke’, vice capo-gruppo al Bundestag, figlia di lavoratori turchi, che ha seguito da vicino come deputata la stesura del testo.

. Da inizio 2017 e fino alla fine di quest'anno la Germania, insieme al Marocco, ha presieduto il Forum globale sulla migrazione e lo sviluppo, che ha lavorato alla stesura dell'accordo. Il responsabile della stesura è stato il ministero degli esteri tedesco. Apparentemente al ministero hanno poco o non hanno alcun interesse a combattere le vere cause della migrazione. Il governo tedesco era preoccupato più che altro per la carenza di manodopera qualificata e per la migrazione circolare, cioè: per una riedizione della politica dei Gastarbeiter, già fallita in passato, gli interessava avere respingimenti più facili e accordi sull'immigrazione, come quelli che la Cancelliera ha firmato con alcuni Stati africani.

. La verità è che il Patto contiene una base politicamente vincolante per la sua implementazione. In tal senso, ovviamente, finirà per influenzare la politica. Ad esempio, l'ONU ogni due anni verificherà se i Paesi onorano gli impegni presi con il trattato. Dovrebbe tenersi una conferenza per la verifica ogni cinque-dieci anni. Ma non è detta l'ultima parola. Cina e la Russia chiedono che il controllo sia volontario.

. (domanda: Nel Patto è scritto che "i media che promuovono sistematicamente l'intolleranza, la xenofobia o il razzismo" non devono più ricevere i sussidi statali…”) L’ONU con questa affermazione voleva promuovere un giornalismo orientato ai fatti. (Ndr: opportuno leggere in chiaro. Ovvero:  un giornalismo che critica le politiche immigratorie volute dalla rapace élite mondialista e dai suoi accoliti non è orientato ai fatti e va sanzionato).

 

DA DIE WELT

Sotto il titolo: Der Migrationspakt – eine Einladung an alle? (Il Patto sulle migrazioni – un invito per tutti?) il direttore Stefan Aust e il giornalista Helmar Bűchel nel loro ampio contributo evidenziano tra l’altro  i gravi pericoli per la libertà di stampa prospettati in certe esortazioni agli Stati a negare “finanziamenti pubblici o sostegno materiale” ai media che “sistematicamente” criticano la politica immigratoria promovendo “intolleranza, ostilità verso lo straniero, razzismo, altre forme di discriminazione” (NdR: ma chi decide se un articolo è “intollerante”? Chi non sopporta le critiche, pur ragionate, a certe politiche immigratorie? Vogliamo tornare alla censura sovietica, magari in salsa buonista-cattofluida?).

E poi ancora:

. "Il Patto di fatto estende i diritti dei richiedenti asilo e dei rifugiati di guerra, a tutti coloro che, per ragioni economiche - comprensibili - lasciano i loro Paesi d'origine e cercano fortuna nelle regioni ricche del mondo, specialmente in Europa"

. “Il Patto parifica usi, costumi, diritto, comprensione della democrazia, relazioni culturali e sociali dei migranti a quello dei Paesi ospitanti. Sottovaluta cioè (…) la realtà dell’odierna immigrazione con tutte le sue ombre” .

. “Il Patto è un invito agli Stati di origine dei migranti a risolvere i loro problemi interni di disoccupazione, carenza di alloggi, diritti umani, crescita della popolazione, scarsità di divise ecc… attraverso l’esportazione di una parte della loro popolazione. (…) E’ un programma inedito di immigrazione senza confini, un invito per tutti”.

 

MARCO TOSATTI ALLA STAMPA ESTERA: UN CONFRONTO ASSAI VIVACE E APPASSIONATO

 

Questo pomeriggio di lunedì 17 dicembre la Sala Stampa estera ha ospitato un confronto di non poco interesse tra il vaticanista Marco Tosatti, noto per il blog barricadero Stilum Curiae e una ventina di colleghi accreditati a via dell’Umiltà sul caso del nunzio apostolico emerito Carlo Maria Viganò e sull’ odierna situazione all’interno della Chiesa cattolica. Abbiamo introdotto e moderato l’ora abbondante di scambio (anche vivace) di opinioni, chiedendo dapprima a Tosatti di rispondere alle accuse che gli sono state fatte di aver scritto lui il drammatico memoriale Viganò, pubblicato il 26 agosto mattina mentre papa Francesco stava incominciando la sua ultima giornata in Irlanda per l’Incontro mondiale della famiglie. Non pochi siti turiferari, come è noto, si sono fatti portavoce di tali accuse: ricordiamo ad esempio il tristemente noto Sismografo di Luis Badilla (“La pistola fumante di Marco Tosatti, vittima anche di un autogol clamoroso, da povero dilettante”) e tale blog “Papaboys” (mai nome fu più azzeccato nell’era bergogliana) che ha chiamato il collaudato giornalista di origine genovese e di formazione torinese “Osama Bin Tosatti”.

Marco Tosatti ha ribadito - per l’ennesima volta ma per la prima davanti alla stampa estera – che la sua intenzione era quella di fare un’intervista a Viganò (come suggeritogli inizialmente da un amico comune) e tuttavia poi il potenziale intervistando ha preferito redigere di suo pugno un vero e proprio memoriale. Chiedendo allo stesso Tosatti di vagliarne la forma, da esperto della comunicazione giornalistica.

In sala c’erano colleghi olandesi, francesi (diversi), inglesi, irlandesi, nordamericani, israeliani, latino-americani, spagnoli, russi, italiani: ognuno avrebbe voluto porre almeno tre o quattro domande, ma dopo un’ora abbondante si è dovuto concludere. Nelle sue risposte Tosatti ha evidenziato che Carlo Maria Viganò gli è sempre sembrato sincero: che convenienza aveva ad agire così a settantotto anni, dovendo poi vivere nascosto, all’estero, forse negli Stati Uniti? Perché Vigano “deve fuggire”? gli è stato chiesto. E Tosatti: per evitare che gli venga consegnata personalmente un’eventuale sanzione canonica (è d’obbligo perché sia valida); per evitare l’assalto dei giornalisti; per poter ‘proteggere’ i documenti probabilmente in suo possesso. E in quest’ultimo motivo sta forse anche la ragione del ‘Grande Silenzio’ del Papa e del suo entourage: essi hanno paura che una loro dichiarazione possa essere smentita dai testi di cui Viganò è probabilmente in possesso.

E’ ‘buona’ la strategia del silenzio? Tosatti pensa di no, sarebbe meglio rispondere alle domande precise poste da Viganò, alla storiella del paragone con i silenzi di Gesù “possono credere solo i Papaboys”.

Altre domande sono venute sulla tempistica del memoriale Viganò e sulla gestione da parte di papa Francesco dei casi di pedofilia nella Chiesa, per niente convincente quest’ultima secondo Tosatti (basti pensare al Cile e all’Honduras; e anche in Italia è possibile che scoppi prima o poi qualcosa di grosso, a sentire le storie che si raccontano in giro). L’ex-vaticanista de La Stampa teme che all’interno della Chiesa il costume tutto clericale di trovare giustificazioni a qualsiasi atto non sia tramontato.

Si è parlato anche delle conseguenze disastrose per la Chiesa di tale modo di agire, conseguenze gravi anche dal punto di vista finanziario (vedi negli Stati Uniti il congelamento dei fondi a favore di Roma di associazioni di imprenditori cattolici, vedi il calo dell’8 per mille in Italia, vedi la fuga dei cattolici tedeschi…). Per Tosatti Jorge Mario Bergoglio agisce come un monarca di cui si erano perse le tracce nella storia del Papato. Il giornalista ha anche respinto l’etichetta ideologica, ricordando di essere stato anticlericale dai 15 ai 50 anni e di aver quasi sempre votato a sinistra (uno zio era segretario locale del Pci). Frizzante l’ultima parte dell’incontro con Tosatti a rispondere appassionatamente a una serie di domande insistenti su modi e contenuti del memoriale Viganò. 

 

 

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