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    IA E SANITA'/PAROLIN - GAZA/PIZZABALLA, PAROLIN - TESTIMONI/PAROLIN

    IA E SANITA’/PAROLIN – GAZA/PIZZABALLA, PAROLIN – TESTIMONI/PAROLIN - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 19 ottobre 2025

     

    Spunti di riflessione nella Lectio magistralis su Intelligenza artificiale e sanità del card. Parolin a Roma, presso l’Istituto superiore di sanità– Un’ampia intervista del card. Pizzaballa sulla nuova situazione venutasi a creare con l’entrata in vigore di un pur precario ‘cessate il fuoco’ nel conflitto israelo-palestinese. Ancora il card. Parolin all’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede sul valore delle testimonianze di fede da parte di religiosi in aree di conflitto.

     

    CARD. PIETRO PAROLIN: RIFLESSIONI SULL’UTILIZZO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE NELLA SANITA’  

    Lectio magistralis del cardinale Pietro Parolin in occasione dell’inaugurazione, mercoledì mattina 15 ottobre 2025, del Centro di studi e sviluppo dell’Intelligenza artificiale a Roma, presso l’Istituto superiore di sanità. Ne estrapoliamo alcuni passi suscettibili di spingere a una riflessione profonda su un tema delicatissimo e di grande importanza per tutti noi.

    . (Grande sfida antropologica)  Ci troviamo di fronte a una delle più grandi sfide tecnologiche e, soprattutto, antropologiche del nostro tempo. Una sfida che ci interpella non solo come scienziati, politici o imprenditori, ma come esseri umani, custodi di una dignità intrinseca che nessuna macchina potrà mai replicare o sostituire. Oggi guardiamo a un ambito particolarmente delicato e prezioso: la ricerca medica e la cura della persona. In nessun altro campo, forse, la promessa dell’intelligenza artificiale si manifesta con tanta forza, e in nessun altro campo i rischi etici richiedono una vigilanza altrettanto acuta. Parliamo della salute, del corpo, della vita e della morte; parliamo del mistero della sofferenza e della speranza della guarigione. Parliamo, in ultima analisi, del santuario della persona umana e delle domande più profonde e radicali che caratterizzano la nostra esistenza.

    . (Magistero sociale di Leone XIII, dopo aver citato Benedetto XVI e Francesco)   Questo richiamo alla centralità della persona e al bene comune non è una novità nel magistero sociale della Chiesa. Risuona con forza l’eco di quanto, più di un secolo fa, un altro Pontefice di straordinaria visione, Leone XIII, scriveva di fronte a una diversa, ma per certi versi analoga, rivoluzione: quella industriale. Nell’enciclica Rerum novarum, egli ammoniva una società inebriata dal progresso industriale a non dimenticare la dignità inalienabile del lavoratore. “È vergognoso e disumano”, scriveva nel 1891, “abusare degli uomini come di cose per guadagno, e non stimarli più di quello che valgono i loro nervi e le loro forze”.

    . (L’uomo non è riducibile a un ‘profilo’, la Rome Call for AI-Ethics) Oggi, le parole di Leone XIII ci interpellano con una nuova urgenza. Se ieri il rischio era ridurre l’uomo a “forza muscolare”, oggi il rischio è ridurlo a un insieme di dati da processare, a un “profilo” da analizzare, a un caso statistico da cui trarre conclusioni probabilistiche. La tentazione è quella di trattare le persone “come di cose per guadagno”, (…) La grande lezione della Rerum novarum, valida per la rivoluzione industriale di ieri e per quella digitale di oggi, è che il fine ultimo di ogni progresso, di ogni sistema economico e di ogni tecnologia deve essere la persona umana, nella sua interezza e nella sua sacra-lità. Per questo, la Santa Sede, attraverso il Dicastero per la Cultura e l’Educazione e la Pontificia Accademia per la Vita, ha promosso e sostenuto con convinzione iniziative come la “Rome Call for AI Ethics”. Un appello che delinea alcuni principi irrinunciabili che devono guidare lo sviluppo e l’implementazione di queste tecnologie: trasparenza, inclusione, responsabilità, imparzialità, affidabilità, sicurezza e privacy.

    . (Intelligenza artificiale e sanità, le promesse) Questi principi assumono un peso specifico e drammatico quando li applichiamo al campo della sanità. Pensiamo alle immense promesse. Algoritmi capaci di analizzare immagini radiologiche con una precisione superiore all’occhio umano, identificando patologie in stadi precoci. Sistemi in grado di accelerare la scoperta di nuovi farmaci analizzando in poche ore una mole di dati che richiederebbe decenni di lavoro a un gruppo di ricercatori. Piattaforme che possono personalizzare le terapie oncologiche sulla base del profilo genetico del singolo paziente, massimizzando l’efficacia e riducendo gli effetti collaterali. Strumenti per ottimizzare la gestione delle risorse ospedaliere, garantendo un accesso più equo alle cure anche nelle regioni più remote e povere del pianeta. Questa è l’intelligenza artificiale che vogliamo: uno strumento potente al servizio della vita, un alleato dell’uomo nella lotta contro la malattia e la sofferenza.

    . (Intelligenza artificiale e sanità, i rischi) Tuttavia, accanto a queste luci, dobbiamo riconoscere le ombre, i pericoli che richiedono un discernimento etico rigoroso. Il primo e più grande rischio è la de-umanizzazione della cura o la disgregazione dell’atto medico, un’unica compromissione esistenziale tra medico e paziente, in una serie di calcoli o processi tecnici. La relazione medica non è un semplice scambio di informazioni tra un fornitore di servizi e un utente. È un’alleanza terapeutica, un patto di fiducia tra due persone.

    . (Un algoritmo non può stringere una mano) Un algoritmo può fornire una diagnosi, ma non può offrire una parola di conforto. Può calcolare un dosaggio, ma non può stringere una mano. Può ottimizzare un protocollo, ma non può partecipare con empatia al mistero del dolore. Il rischio è che il medico, oberato da pressioni burocratiche ed economiche, deleghi alla macchina non solo il calcolo, ma anche il giudizio, trasformandosi da clinico saggio a mero supervisore di un processo automatizzato. Dobbiamo lottare perché la tecnologia rimanga uno strumento di supporto alla decisione del medico, non un sostituto della sua umanità.

    . (Evitare un apartheid sanitario) Il secondo rischio è quello della discriminazione algoritmica. Gli algoritmi imparano dai dati con cui vengono addestrati. Se questi dati riflettono i pregiudizi e le disuguaglianze esistenti nella nostra società, l’intelligenza artificiale non farà altro che replicarli e amplificarli, creando un nuovo e perverso “apartheid sanitario”.

    . (Responsabilità per gli errori sanitari) Vi è poi il nodo cruciale del-la responsabilità. Se un algoritmo commette un errore diagnostico con conseguenze fatali, chi ne risponde? Il medico che si è fidato? L’ospedale che ha acquistato il software? L’azienda che lo ha sviluppato? L’ingegnere che ha scritto il codice? La mancanza di chiarezza su questo punto rischia di creare una “irresponsabilità di sistema” in cui, alla fine, nessuno è veramente responsabile e la vittima non trova giustizia.

    . (La minaccia della cultura dello scarto) Infine, non possiamo ignorare la minaccia che l’efficienza algoritmica possa allearsi con quella che Papa Francesco ha definito la “cultura dello scarto”. In un mondo ossessionato dalla performance e dall’utilità, quale sarà il valore assegnato da un algoritmo alla vita di un anziano con patologie multiple, di un malato terminale, di un nascituro con una grave malformazione? Il rischio è che si sviluppino sistemi che, sulla base di calcoli costi-benefici, suggeriscano di sospendere le cure, di negare un tratta-mento, di considerare una vita “non degna di essere vissuta”.

    . (Ogni vita ha un valore infinito) Qui tocchiamo il cuore della nostra etica. Per noi, ogni vita ha un valore infinito, dal concepimento alla morte naturale, un valore che non dipende dalla sua utilità, dalla sua produttività o dalla sua perfezione fisica. La dignità umana viene prima di ogni calcolo.

    . (Non rifiutare la tecnologia) Cosa fare, dunque? Rifiutare la tecnologia in un impeto di nuovo luddismo? No, questa non è mai stata la via della Chiesa. La via è quella del governo umano e umanistico della tecnologia.

    . (La decisione finale sempre nelle mani di un essere umano) I medici, gli infermieri, i manager della sanità devono essere dotati degli strumenti culturali e critici per dialogare con queste nuove tecnologie, per comprenderne i limiti e per mantenere sempre il primato della decisione umana. La decisione finale, specialmente quando sono in gioco la vita e la morte, deve sempre rimanere nelle mani di un essere umano, capace di integrare i dati della macchina con i valori della prudenza, della compassione e della saggezza.

     

    CARD. PIERBATTISTA PIZZABALLA/DALL’INTERVISTA AI MEDIA VATICANI SU TREGUA GAZA, 15 ottobre 2025 (a cura di Andrea Tornielli e Beatrice Guarrera) 

    TREGUA FRAGILE, MA ARDE LA FIAMMELLA DELLA SPERANZA – COSTRUIRE LA FRATERNITA’ CON NUOVI LEADER CHE NON SI LASCINO GUIDARE DALLA SETE DI VENDETTA – DETERIORAMENTO COSTANTE PER I CRISTIANI DI CISGIORDANIA – GRANDI MANIFESTAZIONI: AL DI LA’ DI QUALCHE ECCESSO IN ATTI E PAROLE, HANNO RISVEGLIATO LA COSCIENZA DI ESSERE COMUNITA’ NELLA DIFESA DELLA DIGNITA’ UMANA

    A Roma per ritirare il premio internazionale Achille Silvestrini per il dialogo e per la pace (dell’omonima associazione di Villa Nazareth presieduta dal cardinale Pietro Parolin), assegnato per il 2025 alla parrocchia di Gaza,  il cardinale patriarca Pierbattista Pizzaballa ha rilasciato ai media vaticani un’ampia intervista sulla situazione nella Striscia dopo la firma dell’accordo di pace (in realtà di tregua), sulle prospettive che si aprono per un futuro in ogni caso difficile, sulle grandiose manifestazioni di piazza soprattutto in Italia. Ne estrapoliamo alcuni passi assai significativi.

    . (Situazione presso la parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza): Siamo in contatto quotidiano con loro. Scrivono sempre che ancora non ci credono di aver potuto dormire la notte senza sentire il suono delle bombe. Ci sono i droni, ma a questo sono abituati da anni. Per il resto la situazione è ancora molto fluida. Ci sono stati, come è noto, degli scontri anche tra le varie fazioni, ma tutto questo era prevedibile perché la sospensione della guerra - non ancora sappiamo se è conclusa -  e le fasi successive sono ancora abbastanza indecise, imprecise, ambigue.  È tutto da costruire, da organizzare ed era - ed è -  prevedibile che ci siano alti e bassi. C'è ancora molto da fare. La situazione resta comunque drammatica, perché è tutto distrutto. Quindi la gente sta tornando ma sta tornando sulle macerie. Gli ospedali non funzionano, le scuole non ci sono. C'è ancora la questione delle salme degli ostaggi israeliani morti, che devono essere recuperate. Non è semplice anche perché, molto spesso, si è persa la localizzazione di queste salme in quel caos che c'è stato. La sfiducia è alta tra le parti. Però, al di là di tutto questo, c'è un clima nuovo che è ancora fragile, ma speriamo che si stabilizzi.

    . (Come costruire un futuro di fraternità?)  Ci vuole tempo, innanzitutto. Non bisogna confondere la speranza con una soluzione del conflitto, che non è mediata. La fine della guerra non è l'inizio della pace e non è la fine del conflitto. Bisogna tenere ben presente tutte questi aspetti. Ecco, però è naturalmente il primo passo. La speranza è, come dico sempre, figlia della fede. Se il tuo animo ha fiducia, può anche realizzare le cose in cui crede. Quindi bisogna innanzitutto lavorare su questo, con le persone che ancora vogliono rimettersi in gioco e creare questa rete, sia dentro Gaza che fuori Gaza, perché non dobbiamo separare i due lati dai confini. E creare fraternità. Io credo che ci sia bisogno di nuova leadership politica, ma anche religiosa. Credo che sia molto importante, abbiamo già cominciato a contattarci. Abbiamo bisogno di nuovi volti, nuove figure che aiutino a ricostruire una narrativa diversa, fatta sul rispetto l'uno dell'altro. Ci vorrà molto tempo perché le ferite sono profonde, ma non dobbiamo desistere. (…) E dobbiamo tener presente anche i fallimenti degli accordi precedenti, i tanti fallimenti che hanno minato in maniera molto seria la fiducia tra le parti. Ci saranno diverse fasi. Io penso che forse la prossima generazione avrà una libertà che oggi questa generazione non ha. Ma il compito di questa generazione è preparare la prossima. (…)

    . (Trattamento degradante dei prigionieri da ambo le parti): È uno dei drammi che abbiamo vissuto in questo tempo (…) Ciascuno era chiuso nel proprio dolore, quindi ciascuno vedeva soltanto il proprio dolore, la propria prospettiva, il dolore della propria gente. E come anche altri hanno detto, ciascuno era talmente pieno del proprio dolore che non aveva spazio dentro di sé per il dolore dell'altro. Adesso che questa situazione è finita, forse possiamo poco alla volta aprirci a comprendere anche il dolore dell'altro. Comprendere, non significa giustificare: ci vorrà tempo per tutto questo e non so nemmeno se si riuscirà. L'odio che è stato seminato, non solo in questi due anni che è esploso - ma anche prima c'era, una narrativa del disprezzo, del rifiuto, dell'esclusione - richiede un nuovo linguaggio, nuove parole che hanno bisogno però anche di nuovi testimoni. Non puoi separare ciò che si dice da chi le dice. Quindi, ripeto, abbiamo bisogno di nuovi volti, che ci aiutino a pensare in maniera diversa.

    . (Condizione dei cristiani in Cisgiordania, per esempio a Taybeh, Zababdeh, Aboud) Nei territori della Cisgiordania la situazione generale, non soltanto delle comunità delle nostre parrocchie cristiano cattoliche, è molto fragile e in continuo deterioramento. Le comunità dei villaggi citate sono sempre più isolate l'una dall'altra: sono centinaia i checkpoint che regolano gli spostamenti interni, rendendo sempre più difficoltosa la situazione. È diventata, l'ho detto diverse volte, una sorta di “No law land”, nel senso di “un territorio senza legge” perché ci sono molti attacchi e tensioni anche con i coloni che però restano tali, nel senso che non abbiamo un'autorità di riferimento al quale rivolgerci, per fermare queste situazioni, che sembrano anziché piuttosto sostenute. Questo crea grosse tensioni e anche molta insicurezza all'interno delle nostre parrocchie e delle comunità in generale. In Cisgiordania la situazione resta molto fragile, non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello economico. Le due grandi risorse, il pendolarismo in Israele e i pellegrinaggi sono sospese in questo momento e non sappiamo come e quando riprenderanno.  Questo crea un impatto molto forte anche sulla vita della gente, soprattutto dei cristiani. (…)

    . (Grandi manifestazioni popolari, in particolare in Italia, contro la logica dell’indifferenza) Certamente ci sono stati degli eccessi sia di violenza anche ma anche di linguaggio contro l'ebraismo, ad esempio. Questo è inaccettabile. (…)  Ma non possiamo generalizzare, dire che erano tutti così: c'era tantissima gente, non solo giovani. La cosa che mi ha colpito è che c’erano migliaia di persone di diverse estrazioni e generazioni, ma anche di appartenenze politiche diverse, che erano unite nel dire no alle immagini di violenza a cui avevano assistito. E questo secondo me è un aspetto positivo, perché ha risvegliato una coscienza non solo personale ma anche comunitaria, perché erano uniti. In questo si faceva comunità. Credo che sia un aspetto importante, questo di fare comunità, di fare aggregazione su qualcosa di bello come la dignità della persona e il rifiuto della violenza, linee rosse che non si devono superare anche nell'esercizio della difesa. (…)

     

    CARD. PIETRO PAROLIN SU GAZA E UCRAINA

    Pur fragile e ancora controverso nell’interpretazione e nell’ attuazione di sue parti rilevanti, l’accordo firmato a Sharm el-Sheikh il 13 ottobre 2025 per porre fine al conflitto armato nella Striscia di Gaza (sottoscritto dal promotore principale, il presidente americano Trump, dal presidente turco Erdogan, dal presidente egiziano Al-Sisi e dal premier del Quatar al Thani) è sicuramente un primo passo fondamentale sulla via verso una comunque difficile pace nella regione.  In realtà al momento è più un accordo di cessate il fuoco, che in ogni caso evita la prosecuzione di una guerra e dunque riduce grandemente (purtroppo non azzera, dato che si muore ancora localmente ad opera di Israele, Hamas e clan criminali) la perdita di vite umane in una Striscia per il resto quasi totalmente distrutta.  

    La firma è stata commentata mercoledì 15 ottobre 2025 in diverse occasioni dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato: oltre che a margine della Lectio magistralis all’Istituto superiore di sanità, in particolare a Palazzo Borromeo, all’ Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede per l’assegnazione di un Premio letterario e a Villa Nazareth per il conferimento del Premio Silvestrini già citato.

    Parolin ha evidenziato che la firma è stato “soltanto un primo passo molto importante”; “c’erano fin dall’inizio dei punti sui quali mancava l’intesa e adesso i nodi arrivano al pettine” e che “non dobbiamo perdere la speranza e dobbiamo credere che c’è sia la buona volontà, da parte di tutti, di andare avanti”.

    Sia a palazzo Borromeo che a Villa Nazareth, il cardinale Parolin ha evidenziato l’importanza dell’assegnazione del Premio Silvestrini per il dialogo e per la pace alla parrocchia di Gaza (padre Gabriel Romanelli, parroco; i sacerdoti del Verbo Incarnato, le suore del Verbo Incarnato, le Missionarie della Carità di Madre Teresa): “mentre tutti cercavano di scappare da Gaza, non solo non scappati, ma hanno voluto tornare (il riferimento è a padre Romanelli) da Betlemme per condividere la sorte dei loro fratelli sofferenti”: “è questo un segno di speranza che ci insegna come anche nelle situazioni più tragiche in cui sembra prevalere l’odio ci sia sempre una presenza, una luce della carità che dà speranza al mondo”.

    Per quanto riguarda la guerra russo-ucraina mercoledì 15 ottobre ancora non era giunta la notizia, molto incoraggiante, di un possibile (forse probabile) vertice Trump-Putin a Budapest, cioè nella capitale dell’Ungheria guidata da quel ‘cattivone’ di Orban, fin dall’inizio attivo nella ricerca di un cessate il fuoco a dispetto degli sforzi contrari dei folli e ostinati bellicisti di Bruxelles. C’è da augurarsi per la quotidianità dei popoli ucraino e russo (e anche del resto dei popoli europei) che da Budapest esca un accordo che risparmi loro da subito altre sofferenze dovute a un conflitto militare incominciato nel 2014 e frutto anche di quell’espansione arrogante di Nato e Unione Europea che la Russia ha percepito sempre più come un vero e proprio accerchiamento tale da metterne in pericolo il ruolo storico e la stessa esistenza.   

    Il 15 ottobre Parolin ha commentato anche la situazione sul fronte orientale, auspicando che il presidente Trump, “avendo chiuso il capitolo a Gaza, possa dedicarsi maggiormente a cercare una via d’uscita sull’Ucraina”; “sono stati fatti molti tentativi, a partire dall’incontro in Alaska, ma non hanno prodotto i risultati sperati”. Tuttavia “resta vero che gli Stati Uniti hanno un ruolo importante da svolgere in tutte queste questioni”.

     

    CARD. PIETRO PAROLIN:  RELIGIOSI TESTIMONI DELLA FEDE, IRAQ, KOSOVO, CILE (AMBASCIATA D’ITALIA PRESSO LA SANTA SEDE) – L’AUSPICIO DI RELAZIONI DIPLOMATICHE CON L’ARABIA SAUDITA

    A Palazzo Borromeo, come detto, il 15 ottobre è stato conferito  - presente il cardinale  Parolin - il premio letterario “Ambasciatori presso la Santa Sede” (giunto alla sesta edizione, promosso da un gruppo di diplomatici di Paesi dell’UE) al libro “Fede, ultima speranza. Storie di religiosi in aree di conflitto”, autore Andrea Angeli, editore Rubbettino. Una menzione anche per la “scrittrice emergente” Lea Amodio per “Madri d’Europa. Viaggio nell’anima e nel tempo sulle tracce di dieci regine madri”.

    Nell’incipit del suo intervento Parolin ha citato lo scrittore Italo Calvino e le sue “Lezioni americane” degli Anni Ottanta per evidenziare la problematicità della comunicazione in questo nostro tempo. Già quarant’anni fa Calvino scriveva: “Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola… una peste del linguaggio che si manifesta con la perdita di forza comunicativa”. Una peste di cui per Parolin non si trova traccia nel libro di Angeli.

    Inoltrandosi poi nel testo, il Segretario di Stato ha dapprima ha ricordato i cristiani d’Oriente e in particolare dell’Iraq, soffermandosi anche sulla decisione di nunzi e di religiosi di non abbandonare la loro missione anche in tempo di guerra (“Decidere di rimanere non è una scelta che si possa prendere con leggerezza, anche per il rischio della vita; è una forma di testimonianza che sa che la vita c’è fin quando si custodisce la speranza”). Commovente la croce piantata a Nassiriya dal francescano padre Mariano, non lontano dalla tomba di Abramo. Da notare anche l’auspicio del cardinale per l’instaurazione di relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita (“Speriamo di poterle costruire, con pazienza, un po’ alla volta”)

    Molto interessante il capitolo sui Balcani, con la rievocazione della guerra di Bosnia (Angeli ha poi evocato il ‘no’ del card. Vinko Puljic al trasferimento a Mostar, per ragioni di sicurezza, della sede episcopale di Sarajevo) e l’accenno alla situazione nel Kosovo, con – ha detto Parolin - il “delicato lavoro di costruzione del dialogo con i serbi ortodossi”, il cui simbolo religioso, identitario, storico, artistico è il monastero trecentesco di Visoki Decani - sempre minacciato dai kosovari - su cui vigila meritoriamente dal 1999 il contingente italiano della Forza internazionale per il Kosovo (Kfor).

    Nel libro di Angeli si parla anche di Cile e Argentina degli Anni Settanta. Parolin ha voluto ricordare tra l’altro la vertenza tra i due Stati sudamericani a proposito del possesso del canale di Beagle. Fu un conflitto diplomatico a cavallo degli Anni Ottanta suscettibile di trasformarsi in guerra tra i contendenti, retti ambedue da dittature militari (Pinochet in Cile, Videla in Argentina), ma, per impulso di Giovanni Paolo II la questione si risolse pacificamente dopo lunghe trattative grazie alla mediazione vaticana. La delegazione della Santa Sede, ha ricordato il Segretario di Stato, era guidata dal cardinale Antonio Samorè, coadiuvato da mons. Faustino Sainz Munoz e dai due nunzi a Santiago e a Buenos Aires, Angelo Sodano (particolarmente evidenziato da Parolin il suo operato) e Pio Laghi. Parolin si è soffermato anche sull’aiuto e sulla protezione che settori della Chiesa cilena (in cui primeggiava il futuro cardinale Raul Silva Henriquez) offrirono agli oppositori del regime.

    Alla premiazione era presente anche Davide Dionisi, inviato speciale del Governo italiano per la promozione della libertà religiosa nel mondo, che ha rievocato alcuni suoi incontri con religiosi in aree di conflitto da redattore di Radio Vaticana e de L’Osservatore Romano (incaricato anche di preparare i viaggi papali, visitando in anticipo i Paesi coinvolti). Dionisi in particolare ha citato padre Gerard Hammond che portava medicine ai malati di tubercolosi oltrepassando decine di volte il confine tra Corea del Sud e del Nord.

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