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MUSICA SACRA/ LA VITA SORPRENDENTE DI HANS-ALBERT COURTIAL – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 29 ottobre 2015

 

In questi giorni Roma ospita il XIV Festival internazionale di musica e arte sacra: stasera i Wiener Philarmoniker, diretti da Herbert Blomstedt, eseguiranno in San Paolo fuori le Mura le sinfonie n. 7 e 8 di Ludwig van Beethoven. E’ l’occasione giusta per chiedere all’imprenditore e mecenate tedesco Hans-Albert Courtial – deus ex machina del Festival – di raccontarci la sua venuta a Roma, centro mondiale del cattolicesimo 45 anni fa, e la concretizzazione dell’amore per la musica sacra all’ombra del Cupolone, da Paolo VI in poi.

 

Sotto di noi le statue che sovrastano il colonnato di San Pietro. A sinistra il Palazzo del Sant’Uffizio e, appena più in là, la facciata della Basilica. Il grande orologio, il Cupolone sembrano più vicini. Sulla terrazza, davanti a noi, siede un tedesco sessantanovenne, che ha dedicato gran parte della sua vita a valorizzare, facendone partecipi gli altri, le bellezze della Roma vaticana (e non solo): è Hans-Albert Courtial, fondatore e presidente certo delle agenzie di viaggio Courtial International e Courtial Viaggi, ma molto conosciuto dentro e fuori le mura per il suo mecenatismo in favore della musica e dell’arte sacra. Da quindici anni ormai ad esempio in autunno offre agli appassionati il Festival omonimo, che si avvale da sempre (e dunque anche quest’anno) della presenza tra l’altro dei Wiener Philarmoniker. Hans Albert Courtial – che è a Roma da non meno di 45 anni - ne ha presumibilmente molte da raccontare. Dunque non perdiamo altro tempo e… via all’intervista!

Dottor Courtial, incominciamo (quasi) ab ovo… 

Sono nato nel 1946 in Germania, a Dietkirchen (oggi parte di Limburgo, nell’Assia). Ho perso il padre a quattro anni e mia madre, maestra di scuola, è restata da sola ad occuparsi dell’educazione di noi tre figli. Devo dire che in quegli anni mi ha molto aiutato il prete della nostra parrocchia, don Breithecker, tanto che divenni chierichetto e successivamente membro della gioventù cattolica della diocesi di Limburgo, di cui a 16 anni già ero tra i responsabili.

Com’è che nacque in Lei la passione per Roma?

E’ una storia bella, piena di sorprese, che voglio evocare anche nei dettagli. Per promuovere la riconciliazione tra i Paesi in conflitto nella Seconda Guerra mondiale, il Governo tedesco invitò dapprima alcune centinaia di giovani francesi; considerato il successo dell’iniziativa, pensò poi a giovani inglesi. L’organizzazione dell’incontro, che fu bellissimo, si svolse nel 1966 a Limburgo e coinvolse mille giovani, toccò a noi, giovani dell’Azione cattolica. Come ringraziamento l’allora ambasciatore inglese in Germania sir Frank Roberts ci invitò nella sua residenza di Bad Godesberg per un ricevimento in onore del compleanno della regina Elisabetta. Tra i presenti c’era il nunzio apostolico in Germania, l’allora arcivescovo e poi cardinale Corrado Bafile, che così mi si rivolse: “Tu, giovanotto, che cosa fai qui in mezzo a tanti diplomatici?” Io dissi chi ero e perché ero lì. E lui: “Vi suggerisco un’idea: perché non pensate a far avvicinare i giovani tedeschi anche ai giovani italiani? Perché non organizzate qualcosa a Roma?”  Roma… mi sentii confuso, quasi svenivo… “Roma è lontana… ci vogliono anche i soldi!” Io in effetti avevo solo 5 marchi, che mi aveva dato mamma per il fine settimana… lavoravo già da qualche tempo presso le ferrovie tedesche e lasciavo tutta la paga a casa.

 

DRANG NACH SǗDEN: VERSO ROMA IN SECONDA CLASSE E IN PIEDI, MANGIANDO PANE E MORTADELLA

Ma i soldi li trovò… 

Sì, perché don Breithecker mi disse subito: “Non preoccuparti, noi andiamo”. Difatti raggiungemmo l’Urbe con il treno. Naturalmente eravamo in seconda classe: non avendo i soldi per la cuccetta, restammo in corridoio, condividendo con alcuni simpatici siciliani pane e mortadella, innaffiati di un buon vino rosso. Era già un anticipo del calore italiano!

Come fu il primo contatto con Roma?

Siamo arrivati a Roma la mattina presto di un piovosissimo martedì dopo la Pasqua del 1967. A me successe un po’ quel che accadde a Martin Lutero quando raggiunse per la prima volta l’Urbe: la prima persona incontrata fuori dalla Stazione Termini fu una bella di notte tutta ammiccante. Il parroco tirò diritto ed io lo seguii. Con i mezzi pubblici arrivammo a una pensioncina prenotata vicino a piazza Cavour e lì trovammo subito una lettera per noi, con l’intestazione “Prefettura della Casa Pontificia”. 

Prefettura della Casa Pontificia?

Proprio così, con nostra grande sorpresa. Il parroco aprì la busta: dentro c’erano due biglietti, con i numeri 39 e 40, per il baciamano al Santo Padre Paolo VI! E nella stessa giornata!

Bel colpo per il giovane cattolico di Dietkirchen! 

(ride) Ci accorgemmo di essere in ritardo. Ci precipitammo allora verso San Pietro e, quando ci arrivammo, uno Svizzero ci fermò e ci disse subito che papa Paolo VI stava già scendendo in Basilica. Però noi avevamo due “biglietti speciali” e allora: “Adesso entrate con discrezione nella Cappella della Pietà di Michelangelo e attendete che il Papa passi”.  A quel tempo le cappelle erano chiuse con tendoni: noi nella ‘nostra’ ci trovavamo alle spalle la Porta Santa, a destra la Pietà e davanti il tendone che si sarebbe aperto quando il Papa fosse uscito dall’ascensore. 

 

‘VIVA IL PAPA! A PIENI POLMONI. E PAOLO VI CI SALUTO’, POI L’INCONTRO PERSONALE

Immagino la vostra trepidazione… 

Quando il tendone si aprì, io gridai con tutto il fiato che avevo nei polmoni: “Viva il Papa!”. Come poteva Paolo VI non accorgersi della nostra inattesa presenza? Dunque ci scrutò e ci benedì tre volte. Io ero emozionatissimo. Poi, accompagnati da un altro Svizzero, risalimmo in fretta la Basilica, mentre il Papa procedeva più lentamente nella navata centrale. Giunti all’altare della Confessione, scoprimmo che era ‘circondato’ da una serie di poltrone. Ci fecero accomodare nelle nostre: la numero 39, la mia e la numero 40, quella di don Breithecker, le ultime della fila. Mi ricordo che Paolo VI arrivò anche da noi. Gli dissi chi ero e da dove venivo; parlò un po’ in francese con il parroco, infine mi abbracciò.

Immagino che quell’abbraccio se lo sente ancora oggi! 

In effetti fu un momento che mi ha toccato profondamente. Tornati alla pensione, ci dissero che il nunzio Bafile ci aveva procurato un posto presso le suore del Preziosissimo Sangue in via Santa Maria Mediatrice 8. Lì fummo accolti con grande cordialità in perfetto tedesco da suor Eugenia, che quasi subito ci chiese se volessimo partecipare alla santa messa del giorno dopo, celebrata proprio lì da monsignor Macchi, il segretario particolare di papa Montini…

Ho l’impressione che in quei giorni la Provvidenza tenesse un occhio su di voi… 

Così conoscemmo monsignor Pasquale Macchi e a colazione gli raccontammo le nostre storie. Deve aver avuto di noi una buona impressione, tanto che ci invitò a visitare il Palazzo apostolico. Accadde due giorni dopo e lui ci fece da cicerone: potemmo dare un’occhiata anche all’appartamento papale…

Si può scommettere che non vi dimenticò, una volta tornati in Germania? 

Inutile dire che tra noi si creò, e si approfondì con lo scorrere del tempo, un’amicizia vera. Già pochi anni dopo l’inizio della mia attività imprenditoriale di organizzatore di viaggi per Roma, fui in grado di portargli un’importante somma come contributo per l’apertura nei Musei Vaticani della galleria della collezione di arte religiosa moderna. Ricordo anche che donai al Papa alcune opere di Oskar Kokoschka – con cui ero entrato in contatto – che poi furono inserite nella collezione.

Torniamo al giovane Courtial..

Rientrai in patria entusiasta dopo il primo soggiorno romano. Sentivo ardere dentro di me come un fuoco sacro: mi riproposi assolutamente di far conoscere l’Urbe al maggior numero possibile di persone, volevo che potessero provare anche loro la gioia che mi aveva pervaso. Da subito volevo organizzare viaggi verso Roma. Ma il parroco mi frenò: “ Prima devi finire i tuoi studi, poi – quando sarai diventato qualcuno lo potrai fare… ma adesso non impazzire!”  Ma io mi ero intestardito nell’idea e andai allora dal vescovo di Limburgo, il famoso padre conciliare e ‘vescovo sociale’ Wilhelm Kempf, da sempre molto critico verso Roma.

 

IL VESCOVO DI LIMBURGO WILHELM KEMPF DISSE NO, MA IO VOLEVO CHE TANTI ALTRI CONOSCESSERO LA BELLEZZA DELLA SEDE DI PIETRO

Come andò a finire quel colloquio tra un critico e un entusiasta di Roma? 

Spiegai al vescovo quel che sentivo e gli chiesi di creare un posto in diocesi per l’organizzazione dei viaggi verso Roma. Mi rispose con queste parole, stampate nella mia mente: “Schuster, bleib bei deinem Leisten” ovvero, come si dice in dialetto milanese: “Ofelee fa ‘l tò mestee” (pasticciere, fa il tuo mestiere, quello che ti compete). Ma io non mi scoraggiai, tornai a casa e chiesi: “Mamma, hai 150 marchi da darmi per aprire un’attività commerciale?” Rispose: “Sarà difficile, ma te li do”. 

150 marchi… e poi?

Corsi in Comune e aprii un’agenzia di viaggio. Siccome però altri soldi non ne avevo, continuai a lavorare anche presso le ferrovie tedesche, da impiegato statale. Avrei potuto fare carriera lì, magari diventare ‘ispettore’… ma … dopo un po’ di tempo chiesi un anno sabbatico, per potermi confrontare seriamente con la mia sfida: quella di portare persone nella sede del Papato, a Roma, così da imparare a gustarne la bellezza. L’agenzia non si chiamava ancora ‘Courtial Reisen’: non avevo in mente di fare business, ma di far condividere una gioia. Progressivamente l’agenzia incominciò ad attirare pellegrini… prima poche decine, poi alcune centinaia. Accadde però un fatto che si rivelò determinante per lo sviluppo dell’agenzia…

Ancora la Provvidenza… 

Una volta che tornavo in treno da Roma con i pellegrini, uno di loro mi disse: “Io sono protestante, ma sento una grande gioia dentro di me, perché tu mi hai fatto veramente vivere il Vaticano, lo splendore della Chiesa. Che cosa posso fare per te?” E io: “Ho bisogno di pubblicità, di qualcuno che mi aiuti a far conoscere i miei viaggi”. Osservò: “Me ne potrei occupare io, che sono presidente dell’Ufficio pubblicitario delle Ferrovie tedesche. Sto per andare in pensione, ma faccio ancora in tempo ad aiutarti. Mandami i testi per la pubblicità”. E’ così che in tutte le stazioni tedesche apparve la pubblicità della mia agenzia.

Immagino le conseguenze…

A quel punto giunsero migliaia di chiamate: aprii ‘ufficialmente’ l’ufficio, dovetti assumere personale a Limburgo, lasciai il posto in ferrovia. I viaggi per Roma furono un tale successo che, per l’ottantesimo compleanno di Paolo VI nel 1977,  riuscii a raccogliere, insieme con un giornale cattolico tedesco, un milione di marchi per i poveri di Roma… 

Che ne fece papa Montini? 

Li diede al suo vicario per Roma, cardinale Ugo Poletti, per i poveri della città. In Germania intanto, dopo aver collaborato con “Die neue Bildpost” – il maggiore giornale cattolico - l’avevo comprata e ne sono stato editore per dieci anni. Però il mio interesse più grande restava quello di portare la gente a Roma per farle provare quello che io avevo sentito con Paolo VI.

Ormai l’agenzia si proiettava ben oltre Limburgo… 

Nel 1979 aprimmo a Roma , poi nel 1986 a New York. Incominciammo ad occuparci anche di viaggi, in particolare in Terrasanta.

 

DAL CORO DI DIETKIRCHEN A SANT’IGNAZIO, POI A SAN PIETRO

Nel contempo però si sviluppava anche l’amore per la musica sacra: da dove derivava?

Fin da ragazzo cantavo come tenore nel coro di Santa Cecilia a Dietikirchen. Il primo coro che io ho portato a Roma, quando ho incominciato con l’agenzia di viaggio, è stato proprio quello della mia parrocchia. I coristi sono stati a San Pietro, hanno cantato a Sant’Ignazio… e sono tornati in Germania pervasi di quel sacro fuoco che avevo anch’io e che li ha stimolati a cantare sempre meglio nel servizio ecclesiale. Considerati i risultati, ho invitato tutti i cori tedeschi a venire a Roma.

Cantavano nella splendida basilica barocca di Sant’Ignazio, ma anche spesso a San Pietro. Come mai? 

Contattai l’allora prefetto della musica in San Pietro, monsignor Pietro Altabella, per chiedergli se avrei potuto portare ogni domenica un coro a cantare in Basilica, durante la Messa capitolare delle 10.30. Monsignor Altabella acconsentì e incominciò così una frequentazione che è diventata una bella tradizione, proseguita poi – sempre con successo -con uno spagnolo tanto talentuoso quanto vulcanico, monsignor Pablo Colino. Fu istituito anche un Fondo “Pietro Altabella”, per la liturgia in Basilica. Posso ben dire di aver portato in questi decenni centinaia di cori da tutto il mondo a cantare a San Pietro.

 

VON KARAJAN IN SAN PIETRO DIRIGE LA KRŐNUNGSMESSE DI MOZART, ASSISTENTE PABLO COLINO 

Ci furono anche momenti di musica sacra di rilievo eccezionale… 

Nel 1985 Herbert von Karajan diresse in Basilica con i Wiener Philarmoniker, celebrante Giovanni Paolo II,la Krönungsmesse di Mozart. E Pablo Colino fungeva per l’occasione il suo assistente. Nel 1991, per il bicentenario della morte del compositore austriaco, la Cappella del Duomo di Salisburgo eseguì in San Pietro il Requiem. L’arciprete e celebrante della santa messa era il cardinale Virgilio Noè: era un venerdì pomeriggio, un momento sacro e musicale bellissimo. Qualche giorno prima la Gendarmeria vaticana mi aveva chiesto quante persone mi aspettassi quel venerdì pomeriggio. Risposi: “Come quando c’è il Papa!”. Risero: “Ma come, di venerdì pomeriggio a Roma… “. Giunsero in 20mila.

Momenti importanti in San Pietro, ma anche nel Duomo di Santo Stefano a Vienna… 

Sempre nello stesso anno l’allora cardinale arcivescovo di Vienna mi chiese di organizzare nel duomo di Santo Stefano, il 5 dicembre (giorno anniversario della morte), la messa commemorativa di Mozart, imperniata musicalmente ancora sul Requiem e sui Wiener Philarmoniker, diretti stavolta da Georg Solti. Per l’occasione suonò anche la famosa campana detta Pummerin, nata dalla fusione di 100 palle di cannone sparate dai turchi nel famoso assedio del 1683. Quella sera c’erano tra le navate 1950 persone da tutto il mondo: la somma raccolta, circa un milione di marchi, servì per il nuovo organo di Santo Stefano. 

Qualche anno dopo Lei fondò a Roma l’ “Associazione Internazionale Amici della Musica sacra”…

Tutto poi si sviluppò in maniera incredibile. Nel 1996 fondai l’ “Associazione Internazionale Amici della Musica Sacra”, oggi “Associazione Internazionale Amici della Fondazione Pro Musica e Arte Sacra”, per rafforzare in primo luogo la ‘base’ romana: molto importante fu il ruolo giocato allora dalla principessa Elvina Pallavicini. Nel 2000, per l’Anno Santo, vennero i Wiener Philarmoniker , che eseguirono, diretti da Riccardo Muti in San Pietro - insieme con i Wiener Sängerknaben – ancora la Krönungsmessedi Mozart per il Giubileo dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. In quei giorni si decise di compiere un passo ulteriore: costituire (avvenne nel 2002) la “Fondazione Pro Musica e Arte Sacra”, un ente senza scopo di lucro che organizzò subito il primo “Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra” nelle grandi basiliche romane, con la partecipazione dei Wiener Philarmoniker. E’ un appuntamento che da allora si è ripetuto con successo ogni anno e i Wiener non sono mai mancati. Verranno anche quest’anno, eseguendo giovedì 29 ottobre nella Basilica di san Paolo fuori le Mura le sinfonie n. 7 e n. 8 di Ludwig van Beethoven.

 

ECUMENISMO E RESTAURO

Tra le attività della Fondazione troviamo anche l’appoggio a progetti musicali di incontro ecumenico… 

In questi ultimi anni abbiamo sostenuto ad esempio la Cappella musicale pontificia “Sistina” nei suoi incontri musicali con il coro anglicano dell’Abbazia di Westminster, il “Thomaner Chor” di Lipsia (riformato) e quello del Patriarcato ortodosso di Mosca. Lo facciamo con convinzione, certi che il cantare insieme possa costituire un elemento comune in vista di quella unità così agognata.

Importantissimo per la Fondazione il sostegno al restauro di beni artistici ecclesiastici… 

Già prima della nascita della Fondazione ho finanziato ad esempio, in San Giovanni in Laterano, il restauro del famoso organo “Luca Blasi” e  quello dell’altare del SS. Sacramento: ambedue le opere vennero benedette da san Giovanni Paolo II. Poi, con la Fondazione abbiamo finanziato una trentina di progetti, in parte riguardanti la conservazione e il restauro di parti delle Basiliche papali romane o di altri beni vaticani. Penso ad esempio al restauro parziale della Cappella Sistina in Santa Maria Maggiore, alla realizzazione del clipeo a mosaico di papa Francesco per la serie dei Sommi Pontefici in San Paolo fuori le Mura, nella stessa Basilica anche il restauro della Cappella di san Benedetto; poi anche al restauro degli Appartamenti di Alessandro VI e Giulio II nell’antico Palazzo apostolico, ai restauri nella Necropoli vaticana (tra i quali il mausoleo dei Valerii), alla ristrutturazione della Biblioteca del Pontificio Istituto di Musica sacra. Per quanto riguarda San Pietro la Fondazione ha contribuito ad esempio ai restauri dei prospetti sud e ovest.

E al di fuori della Roma vaticana? 

Giusto per restare in tema di musica abbiamo restaurato parzialmente l’organo dell’ Oratorio del Caravita e quello della basilica di Sant’Ignazio di Loyola. Molto importante il restauro della Cappella tedesca nel santuario della Santa casa di Loreto (2003-2004). Abbiamo anche contribuito tra l’altro alla realizzazione del pannello musivo raffigurante la MadonnaSalus Populi Romani nel santuario di San Giovanni Paolo II a Cracovia.

Progetti che si punta a concretizzare? 

Il restauro delle statue dei santi Pietro e Paolo in Piazza San Pietro e quello del prospetto nord della basilica, nel tratto michelangiolesco.

 

DA PAOLO VI A FRANCESCO…

In 45 anni di Roma di Papi ne ha visti diversi… qualche valutazione, derivata magari da un’esperienza personale? 

Di Paolo Vi ho già detto, ma lo ripeto: ho sempre avuto una grande venerazione per lui, per me è stato un Papa straordinario…

Tanto è vero che l’intervista la stiamo facendo nella “Residenza Paolo VI”, che si affaccia con la terrazza su piazza San Pietro, appena al di là del colonnato… 

Era doveroso intitolare a questo grande Papa le mie iniziative. Ebbe per me sempre una grande benevolenza. Grazie anche all’amicizia con monsignor Macchi potevo vederlo privatamente almeno due o tre volte l’anno, specie a Castel Gandolfo. Ho avuto anche il privilegio di vegliare la su salma in San Pietro.

E che mi dice di Giovanni Paolo II? 

Quando fu eletto, pensai che venisse la Rivoluzione. Mi chiesi subito: ma che combinerà questo giovanotto così sportivo? Quello di papa Wojtyla è stato un tempo meraviglioso. Quando celebrava sul sagrato e c’erano i ‘miei’ cori, avevo la fortuna di presentargli i cantori, contentissimi ad esempio di fare la fotografia col Papa. Nel 1980 ha anche benedetto a Fulda , in occasione del viaggio apostolico in Germania, una campana di cinque tonnellate, donata da me e da un gruppo di pellegrini all’antica basilica di San Lubenzio del mio paese natale, Dietkirchen. Devo anche dire che per me è stata una sofferenza unica notare negli anni il suo indebolimento fisico: quanto più le forze lo lasciavano, tanto più cresceva il mio amore per lui. Giovanni Paolo II ha dato a tutti noi un grande insegnamento sul valore della sofferenza.

Poi venne Benedetto XVI, tra l’altro grande amante e conoscitore della musica sacra… 

Da cardinale Joseph Ratzinger ha anche frequentato i nostri concerti. Come Fondazione nel 2010 abbiamo onorato suo fratello Georg, attribuendogli il nostro ‘Premio’ annuale; di lui, davanti al Papa, abbiamo anche presentato la composizione “Messa per l’Anno Santo”. Mi colpivano molto le omelie così analitiche e chiare di Benedetto XVI e anche la sua umiltà. 

Secondo Lei, papa Francesco ama la musica sacra? 

Certo che sì. E ne ho la prova. Pensi che abbiamo contribuito a organizzare l’esecuzione del famoso “Et incarnatus est” di Mozart nella santa messa della Notte di Natale in San Pietro. Per quel che so è stato il Papa a volere fermamente questo brano. Non solo: ha dato al maestro della ‘Cappella Sistina’ monsignor Palombella l’edizione che lui voleva, chiedendo un’interpretazione del 1988. Insomma il Papa conosceva benissimo il brano, nota per nota.

Un bilancio di 45 anni di Roma… 

Due dati. Abbiamo fatto venire a Roma circa 1,9 milioni di pellegrini e contribuito con più di 20 milioni di euro a far rivivere l’arte cristiana.

Si è mai pentito, anche per pochi giorni, di essere venuto a Roma da Dietkirchen? 

Mai. Ogni mattina, quando arrivo qui a Piazza San Pietro, ringrazio il Signore di essere a Roma. E’ vero però che, ogni mese che passa, sento sempre più difficoltà a conciliarmi non con la grande bellezza artistica, sacra, musicale di Roma, ma con la vita quotidiana in città. Non ho mai visto Roma in condizioni così miserevoli. Noto – e lo dico con enorme dispiacere – un grande degrado nella convivenza civile, una grande – veramente incredibile – decadenza. Però un punto fermo resta: il mio amore per il Papa e per la Chiesa non si tocca!

P.S. L’intervista, in originale italiano su www.rossoporpora.org, appare in versione inglese sul numero di novembre 2015 del mensile cattolico statunitense ‘Inside the Vatican’.