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GIANNI GENNARI E IL 7 OTTOBRE 1977: BERLINGUER RISPONDE A MONS. BETTAZZI - di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 7 ottobre 2015

 

Trentotto anni fa il segretario del Pci Enrico Berlinguer inviò la lettera di risposta al vescovo di Ivrea mons. Luigi Bettazzi, che gli aveva chiesto pubblicamente più di un anno prima di chiarire i rapporti tra il suo partito e il cristianesimo. Alle redazione di quella lettera partecipò anche il giornalista e teologo - allora un “don” ritenuto ‘catto-comunista’ - Gianni Gennari. Che, nell’ampia intervista che segue,  rievoca quel che successe con dovizia di particolari, excursus compresi (vedi ad esempio il rocambolesco soggiorno a Mosca…)

 

Lasciamo per un momento le vicende sinodali, che nei primi due giorni di lavori sono state caratterizzate da una robusta vivacità del fronte cosiddetto conservatore (in gran forma), cui il fronte progressista (molto nervoso) ha cercato di reagire ad esempio durante i briefing in Sala stampa vaticana con diverse entrate a gamba tesa, mentre in aula ha ricevuto un bell’ aiutino dall’arbitro. Lasciamole perché oggi è il 7 ottobre: tanti penseranno a quello del 1571 segnato dalla vittoria cristiana di Lepanto sulla flotta ottomana (tanto è vero che san Pio V dedicò il giorno a Nostra Signora della Vittoria, successivamente modificata da Gregorio XIII in Nostra Signora del Rosario). C’è però un altro 7 ottobre, più recente, che ha segnato una fase importante della politica italiana, quella del cosiddetto ‘compromesso storico’ prefigurato tra il Pci e la Dc nella seconda metà degli Anni Settanta. E’ infatti il 7 ottobre 1977 che Enrico Berlinguer inviò la lettera di risposta alla precedente lettera aperta redatta da monsignor Luigi Bettazzi, vescovo di Ivrea, in data 6 luglio 1976. Tra i testimoni attivi della lettera di Berlinguer troviamo il settantacinquenne Gianni Gennari, giornalista, teologo, sacerdote dal 1965 al 1984, quando si sposò dopo aver ottenuto il passaggio allo stato laicale. Gennari, vecchia conoscenza di www.rossoporpora.org (vedi anche l’intervista del dicembre 2014 sull’ “umanità dei cardinali Angelini e Casaroli”), oggi prosegue la sua attività come tenutario della rubrica “Lupus in pagina” di “Avvenire” (in cui di questi tempi si compiace di azzannare metaforicamente soprattutto i critici di papa Francesco sul versante destro del cattolicesimo) e con contributi vari, spesso di taglio storico e teologico, che appaiono su pubblicazioni disparate. Nell’intervista, come è solito fare, Lupus - prima di giungere al cuore dell’argomento - si diletta in ricami e merletti (non manca lo humour ) che gli stanno particolarmente a cuore. Costa un po’ di fatica riportarlo sulla retta via, ma alla fine il tutto suona come un bell’affresco d’epoca, interessante per più versi. Proprio sull’argomento dell’intervista Gennari interverrà venerdì 9 ottobre a Senigallia in un convegno dedicato alla figura di Franco Rodano, “intellettuale fondatore dei ‘cattolici comunisti’ ai tempi di Togliatti” (come dice lo stesso Lupus).     

Caro Lupus, il 6 luglio del 1976, quasi cinquant’anni fa, l’allora vescovo di Ivrea monsignor Luigi Bettazzi scrisse una lunga lettera sui rapporti tra comunismo italiano e cristianesimo all’allora Segretario del Partito comunista italiano Enrico Berlinguer. La lettera suscitò grande scalpore sia in campo cattolico che comunista. La risposta, molto meditata, giunse il 7 ottobre dell’anno seguente e fu all’origine di una modifica importante in materia di libertà religiosa dello statuto del Pci, votata nel gennaio del 1978. E’ noto che a quel tempo tu, allora nella pienezza di sacerdote cattolico, frequentavi anche via delle Botteghe Oscure, sede nazionale del Partito. Ci si può chiedere perciò se ci sia stato e quale un tuo contributo alla stesura della lettera di risposta di Berlinguer…

Qualche giorno fa, mentre passava sullo schermo la pubblicità a cura della presidenza del Consiglio sulla memoria della Prima Guerra mondiale… bisogna ricordare, ricordare, ricordare… m’è ricapitato tra le mani un libro intitolato “Vita e opere di Galileo Galilei” di monsignor Pio Paschini, storico illustre. Apparteneva al card. Vincenzo Fagiolo, che l’ha prestato a un amico che l’ha passato a me: poi son morti tutt’e due e il libro è restato qui…

Perché mi racconti questa storia se l’argomento dell’intervista riguarda i rapporti tra Chiesa cattolica e partito comunista italiano?

Aspetta, aspetta che vedrai… Il libro che ti dicevo ha una storia molto particolare. Quando, presente Paolo VI, si decise il testo definitivo della costituzione pastorale Gaudium et Spes arrivarono alla citazione di Galileo. Intervenne papa Montini: “Ma non si potrebbe mettere in nota il rimando a una biografia di Galileo decente, che lo rispetti?”. Cadde un silenzio assoluto attorno al tavolone dov’era riunita la Commissione storica. Fin che mons. Michele Maccarrone, professore di storia ecclesiastica discepolo di mons. Paschini, ruppe il silenzio: “Veramente un libro serio c’è, è di Pio Paschini, è del 1949... ma è stato bocciato dal Sant’Uffizio, che l’ha bloccato in tipografia…”. In dieci giorni Paolo VI lo fece stampare, tanto che la prima edizione del volume uscì nel 1964, in tempo prima della promulgazione l’anno successivo della Gaudium et Spes

Ancora non riesco a capire il nesso col nostro argomento… 

Ho raccontato questo episodio per mostrare come senza memoria non si riesce a vivere autenticamente la storia…

Sì, ma che c’entra Galileo?

M’è venuto in mente che anche dei rapporti tra Chiesa e Pci si parla abbastanza spesso, ma in modo approssimativo, senza la memoria adeguata. Faccio un esempio calzante per il nostro argomento. Ho qui un libro intitolato “L’anima della sinistra” sul carteggio tra Enrico Berlinguer e mons. Luigi Bettazzi, pubblicato nel dicembre del 2014 e di cui l’incipit così suona: “Sono passati quasi trent’anni dallo scambio di lettere….” Ma che quasi trenta, son quasi quaranta! Ecco… sovente si va avanti con un’approssimazione che lascia allibiti. Quando si parla di comunismo non si può essere faciloni. Anche questo Papa è accusato da alcuni di essere “comunista”, eppure non fa altro che annunciare fedelmente il Vangelo!

DON GENNARI, “PRETE ROSSO”

Certo non si può dire che papa Francesco sia comunista, ma la questione è più complessa… 

Anche a me, quando negli anni Settanta, nelle letture e nelle omelie citavo l’opzione preferenziale per i poveri o per esempio la lettera di san Giacomo o il “Non si può servire a Dio e al denaro”, capitò varie volte di essere interrotto dal fondo della chiesa da chi era venuto apposta per gridarmi “Comunista!” L’accusa di “comunismo” era quella che si faceva, da certa gente, per emarginare un prete; e il guaio era che in alto si dava retta a questi, urlatori e picchiatori…

Sul versante opposto l’accusa di ‘fascismo’ mirava a far tacere chi, pur non fascista, dissentiva dal verbo ufficiale della nomenclatura politica e culturale di sinistra… Del resto l’estremismo ‘rosso’ non era certo meno violento: basti ricordare l’assassinio di Mantakas e di Ramelli, il rogo dei fratelli Mattei, l’assalto ad Acca Larentia. L’accusa di ‘fascismo’ ( accompagnata da accuse di ‘integralismo’ e di ‘oscurantismo’) mira ancora oggi  a emarginare gli oppositori del ‘pensiero unico’…Ma andiamo avanti… 

Quando nel 1976 mons. Luigi Bettazzi scrisse una lettera amichevole a Enrico Berlinguer, da quattro anni allora segretario del Pci, che politicamente si avvicinava alle cifre elettorali della Dc di allora, gli toccarono rimproveri e rampogne da molte parti, anche ecclesiali e illustri…Tanto è vero che talvolta lo stesso Bettazzi raccomandava – gli capitò di dirlo anche a me - che se ne parlasse di meno, o per nulla…

UN ESAME DA RICORDARE 

Dunque ti si accusava di comunismo…Precisa per i nostri lettori da quando, e perché, visto che l’accusa ti ha procurato molti guai…

E’ curioso, ma la prima volta fu nel corso del cosiddetto “esame di vocazione”, nel novembre 1964. Nel marzo successivo avrei dovuto essere ordinato prete. Arriva in seminario, per incarico ufficiale del Vicariato, mons. Piercarlo Landucci, fama di sant’uomo, ma di “antichissima” osservanza, e soprattutto di visioni molto lontane dal Concilio e dalla visione di Chiesa e mondo insieme, per esempio di Papa Giovanni, ma anche di Paolo VI, sempre osteggiato, sia prima che dopo, dai seguaci di quel modo di vedere le cose. La celebre “scuola romana”, fin dai tempi delle accuse contro il modernismo, vedeva ogni cambiamento come il fumo negli occhi, e la rivoluzione conciliare fu per anni avversata più o meno visibilmente…Landucci, tra l’altro, affermava che il prete non può e non deve essere “un uomo”, ma “un superuomo”, capace di vincere ogni battaglia contro il mondo e lo spirito dei tempi…

Racconta dell’esame… 

Quando arrivai nella stanza dove era il suo tavolo e mi sedetti davanti a lui, ecco la prima domanda: “Ti sono più simpatici i comunisti o i liberali?”. Fui sorpreso, e risposi così: “Monsignore, non capisco… Non ci ho mai pensato, ma mio padre fa il falegname – tra l’altro, ma a lui non lo dissi, era il capomastro che aveva realizzato il primo esemplare dei banchi dei vescovi per le sessioni del Vaticano II. - Mestiere nobile quello del falegname, del resto quello che fu anche di Gesù. E allora, se guardo alla simpatia, mi sono più simpatici i comunisti!”. La replica fu freddissima: “Ah… ma questo è molto grave, molto grave… bisognerà rifletterci molto”, e l’incontro durò pochissimo. Due giorni dopo mi chiamò il rettore, mons. Plinio Pascoli, grande formatore in apparenza rigido e di vecchio stampo, ma dal cuore di pastore e in certe circostanze mostrava la capacità paterna, quasi materna nei confronti dei suoi alunni, e mi disse: “Gianni, mons. Landucci ha detto che sarebbe meglio che ti cacciassimo, ma ti conosco bene e ti voglio bene… perciò andiamo avanti”. E così il 13 marzo 1965 divenni prete. Che strada prendere? La prima proposta fu che qualcuno a nome della Segreteria di Stato e dello stesso rettore mons. Pappalardo (poi cardinale di Palermo), mi propose  di entrare nella Pontificia Accademia Ecclesiastica a piazza della Minerva. La mia risposta fu immediata: “Ho l’impressione che vi sbagliate. Se ce n’è uno che non è adatto alla carriera diplomatica, quello sono io!”

Poco, ma sicuro. Poi successero tante cose, ma i nostri lettori, grazie ad una intervista del 22 dicembre 2014 in ricordo dei cardinali Angelini e Silvestrini,  sanno di altre peripezie…Perciò qui saltiamo direttamente al nostro argomento principale…

Fui ordinato e lavoravo, mentre insegnavo, prima al Liceo Ginnasio dell’Apollinare, poi all’Università del Laterano, alla parrocchia della Natività in via Gallia. A mons. Luigi Rovigatti, il grande parroco e poi vescovo ausiliare di Roma, era succeduto don Luigi Della Torre, teologo, pastoralista e liturgista, che dopo il Concilio scrisse una serie di libri sulla nuova liturgia. Per  questo divenne celebre, ma fu anche oggetto di minacce e di critiche da parte dei nostalgici della Messa tradizionale, e in latino…Accadde che nel 1975 il cardinal vicario Poletti lo cacciò all’improvviso, spinto non solo dai “nostalgici”,  ma anche da molti democristiani che avevano paura dei comunisti, in crescita elettorale dopo il referendum sul divorzio. La domenica anch’io celebravo la messa, e quella di mezzogiorno fu affidata a me. Veniva sempre più gente, anche da altre parrocchie, e tra l’altro venivano Franco Rodano, intellettuale fondatore dei “cattolici comunisti” ai tempi di Togliatti, con la moglie Marisa Cinciari, e pure Tonino Tatò, segretario particolare di Enrico Berlinguer (dal 1972 segretario del Pci) e sua moglie, la senatrice Giglia Tedesco. Anche per questo accadde che sia la parrocchia, prima, poi dopo il 1975 le celebrazioni presiedute da me, erano spesso disturbate da grida, minacce e insulti. Ciò creò molti problemi e il nuovo parroco pensò che era meglio che la mia messa fosse spostata a Largo Pannonia nella chiesa del Preziosissimo Sangue: prima alle undici e poi alle…otto di mattina. Alla messa continuava a venire gente, parecchia, anche Tonino Tatò, anche Franco Rodano. Va ricordato che ambedue dal 1949 al 1962 erano stati presenti a messa ma si erano astenuti dalla comunione in obbedienza alla ‘scomunica’ del 1949 contro i comunisti. Nel 1962 Giovanni XXIII aveva fatto sapere al parroco, don Rovigatti, che potevano benissimo ricevere la comunione; ed essi tornarono a comunicarsi.  Tra l’altro venne parecchie volte a quella Messa Mario Melloni, celebre come “Fortebraccio”, e un paio di volte anche la signora Berlinguer…L’accusa di comunismo era ovviamente di rigore…

LA LETTERA DEL VESCOVO DI IVREA AL SEGRETARIO DEL PCI

E’ il momento di passare allora al carteggio tra l’allora vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi ed Enrico Berlinguer…era il tempo in cui il Pci su piano nazionale, in crescita di sette punti,  aveva insidiato il primato della Democrazia cristiana (38 contro 34) e a Roma aveva superato la Dc, portando lo storico Argan in Campidoglio…

In quel clima di novità, mons. Bettazzi il 6 luglio 1976 aveva scritto una lettera aperta al segretario del Pci sulla compatibilità tra il Partito e il cristianesimo, che così incominciava: “Onorevole, Le sembrerà forse singolare, tanto più dopo le ripetute dichiarazioni di vescovi italiani, che uno di loro scriva una lettera, sia pure aperta, al segretario di un Partito, come il suo, che professa esplicitamente l’ideologia marxista, evidentemente inconciliabile con la fede cristiana….”. Berlinguer fu molto colpito dalla lettera, in cui si chiedeva al Pci un rapporto dialogico con il cristianesimo, lettera che aveva suscitato un vespaio nel mondo cattolico. Non solo: il segretario avrebbe voluto incontrare Bettazzi, ma quest’ultimo dovette rifiutare “per non turbare la serenità dei fedeli”, come gli aveva detto ad esempio l’allora cardinale Albino Luciani, patriarca di Venezia. Berlinguer, Tatò, Rodano incominciarono a pensare come rispondere alla lettera di Bettazzi e Tonino Tatò mi chiamò proprio per questo, per vedere insieme come rispondere. Serviva – mi disse – qualche consiglio di dottrina sociale della Chiesa e circa il linguaggio da usare nella risposta ad un vescovo e con lui anche al mondo cattolico allora in movimento, dopo il referendum del 1974 e altre vicende note. Il 1977 vide anche il risveglio del terrorismo, in particolare nel marzo, a Bologna e il giorno dopo a Roma, con altre vicende anche sanguinose…

Tonino Tatò ti chiamò… andasti al Bottegone?  

Sì, capitò dunque che entrai nella sede del Pci, a via delle Botteghe Oscure. Del resto era successo già che Tatò, dal 1973, mi invitasse ogni tanto a colloquio riservato. La prima volta fu necessario il ‘passi’ che veniva da parte del Segretario, poi i portieri della sede mi riconoscevano; anche l’autista di Berlinguer, Menichelli, un uomo cordiale e sensibile, mi sorrideva con simpatia... Così, mentre agli altri visitatori estranei di solito facevano l’analisi del sangue, per me bastava un cenno della testa. Curiosità: in ascensore qualche volta vidi un signore, dal cognome russo. Mi pare che ci fosse una K e la finale ovvia in v: mi dissero che era una specie di inviato del Pcus, che frequentava però solo altri uffici, come quello di Armando Cossutta e che era meglio che non ci scambiassimo parola.

Era il tempo della ‘via italiana’ al comunismo… 

In ogni caso allora salivo al piano dove, accanto all’ufficio di Berlinguer, c’era la stanza di Tatò. Nei paraggi al mattino capitavano anche il giovane D’Alema, il giovane Veltroni che recava con sé la mazzetta dei giornali per Tatò, e anche altri che poi sarebbero stati in carriera, per esempio Fabio Mussi. Così, con calma, si studiava la riposta da dare al “vescovo Bettazzi”. Sapevo benissimo che da parte sua anche Franco Rodano era impegnato insieme a noi, ma lui vedeva Tatò, e forse anche Berlinguer, a casa sua.

LE SORPRESE MOSCOVITE DI DON GENNARI

In quel tempo tu andasti anche a Mosca o no?

Sì. E fu una coincidenza casuale, ma forse decisiva. Nel maggio del 1977 Tatò mi chiese se fossi disponibile ad andare a Mosca con una delegazione per partecipare a un Convegno interreligioso organizzato dal Patriarcato ortodosso con il patrocinio del Ministero sovietico del Culto. Come annotazione ricorderei che in modo del tutto singolare il primo incontro mondiale di tutte le religioni – proprio tutte - avvenne per invito di Mosca: Pcus di Breznev e Patriarcato…Tatò mi disse che il Patriarcato avrebbe avuto piacere della mia presenza: allora insegnavo ancora teologia morale, sia all’Ecclesia Mater che al Marianum. Andai allora dal cardinal Poletti, che mi consigliò: “Io, se fossi in te, non andrei”. Replicai: “Va bene, adesso scrivo al Patriarcato che, considerata la contrarietà del mio ordinario, rinuncerò…” Lui mi disse subito: “No, questo non lo puoi fare”. Replica: “Se Lei non si prende la responsabilità, allora me la prendo io. Andrò a Mosca, poi ne riparleremo”.

Che cosa ricordi di quel soggiorno a Mosca?

Doveva essere di quasi 10 giorni per tutta la comitiva, compresi i primi 3 o 4 del Convegno vero e proprio, con visite a monumenti e fabbriche di vario genere...Partimmo all’inizio di giugno. Eravamo una delegazione di una trentina di persone: cattolici noti, anche parecchi preti conosciuti per posizioni di apertura sociale e di stimolo anche politico alla realtà italiana in fermento, amici e discepoli di Mazzolari e di La Pira…Tra l’altro, ma in modo del tutto indipendente dal gruppo italiano, seppi che c’era anche un “osservatore” della Santa Sede, il padre John Lang, gesuita. A Mosca alloggiavamo al celebre albergo Rossja. C’erano controlli continui. Celebravamo la messa di nascosto…

… ecco un punto di contatto tra te e il don Camillo di Guareschi (altri è difficile vederne), che anche lui andò in Unione Sovietica ma fingendosi un 'compagno'...

A parte la simpatia per Don Camillo, la diversità era grossa. Il convegno era grandioso. C’erano migliaia di persone nel gigantesco salone del teatro. Presiedeva l’allora patriarca Pimen, con accanto l’allora ministro sovietico del Culto, Kuroedov, mentre i rapporti con le delegazioni straniere e con la stampa li curava un giovane prelato di nome Kirill. Ogni ora c’erano rinfreschi con caviale. Molti discorsi, e direi tutti, erano infarciti di elogi alla pretesa libertà religiosa in Unione Sovietica, tra applausi e sorrisi...Della comitiva italiana nessuno era invitato a prendere le parola, ma avevo fatto presente, nella risposta che Tatò aveva dato al Patriarcato, che senza diritto di parola non sarei andato. Fu così che il 7 giugno venne il mio turno…Mi avevano detto: “Noi sappiamo che Lei insegna in una Facoltà pontificia… Dunque ci sarebbe molto gradito se parlasse in latino, che è la lingua della Chiesa cattolica!”.

Parlasti in latino?

Senti: davanti a me stava una platea affollatissima e coloratissima di ogni religione, dall’Oriente buddista all’Islam, indù, ecc. Anche rappresentanti delle comunità ebraiche interne e tanti altri…Per una coincidenza del tutto casuale in quello stesso giorno uscì nelle edicole l’edizione francese della Pravda con il testo della “nuova” Costituzione sovietica partorita da Breznev, che negli articoli 51 e 52 parlava della libertà di culto per tutte le religioni e della libertà di propaganda solo atea, ecc…. Sapendolo, me l’ero comperata nel cammino verso il teatro, e l’avevo appena letta…Arriva dunque il mio turno. Vengo presentato come illustre professore di un’università pontificia. Comincio a parlare in latino, ma subito mi accorgo che non c’è traduzione simultanea. Chiedo allora di parlare in francese: in sostanza, in francese, dico che in Italia si gode di piena libertà religiosa e c’è gente che desidererebbe un po’ più di giustizia sociale, insomma di “socialismo”(intendendo con la parola la cura del bene comune), mentre in Unione Sovietica l’impressione è che si deve combattere perché in una realtà detta socialista sia ottenuta una libertà religiosa decente. La conferma – dissi – era proprio quella copia della “Pravda” appena pubblicata, con gli articoli sulla religione ridotta solo a “culto”, e con divieto assoluto di ogni altra manifestazione…E i libretti di propaganda che ci erano stati distribuiti, con la massaia “…ova” o l’operaio “…ov” e il professor Maxim, ecc. non erano per niente convincenti: tutt’altro. Quel Convegno avrebbe dovuto essere anche occasione di cambiamento reale…

Come reagì la platea?

Subito calò un gelo impressionante. Prima di me colui che presiedeva, riassumeva l’intervento ascoltato, ringraziava, elogiava…Dopo di me la parola passò immediatamente al testimone successivo. Grande imbarazzo…Con un fatto inatteso: durante il primo rinfresco successivo, in mezzo alla gente intenta a rinfrescarsi attorno ai tavoli imbanditi, mi si avvicina rapidamente un prelato e mi sussurra all’orecchio: “Merci au nom du Patriarcat”, poi si allontana subito…Era il responsabile per le comunicazioni del Patriarcato: Kirill, l’attuale Patriarca di Mosca e di tutte le Russie.

Come proseguì il soggiorno moscovita?

Quella stessa sera alcuni giornalisti italiani vollero incontrare qualcuno di noi, e la cosa avvenne nell’appartamento di Livio Zanotti, allora corrispondente da Mosca per “La Stampa”, nel palazzo ove - sotto controllo totale - vivevano i giornalisti della Stampa estera. L’unico che non volle partecipare fu Piero Ostellino del ‘Corriere della Sera’: forse ebbe paura di mostrarsi in compagnia pericolosa…Ebbene: la mattina dopo ci comunicarono che l’intera delegazione italiana doveva rientrare in patria. In programma c’era ancora un’altra settimana, in cui era prevista anche una visita a Leningrado. Non tutti nella delegazione furono contenti… e lo si può capire. La colpa fu evidentemente del discorso: tutti a Roma!

LA COLLABORAZIONE NELLA STESURA DELLA LETTERA DI RISPOSTA DI BERLINGUER

Tornati a Roma, che successe?

Per prima cosa andai dal cardinal Poletti, che aveva già saputo qualcosa: “Però… mi hanno detto che a Mosca non ti sei comportato male…”. E io: “Sì, è vero… però, se fosse dipeso da Lei, non ci sarei nemmeno andato!”.  Era giugno 1977 e anche sull’onda di quanto successo a Mosca, diventava urgente una risposta alla lettera di mons. Bettazzi. Il testo è stato elaborato, scritto, riscritto, corretto più volte tra giugno e settembre 1977. La lettera è del 7 ottobre 1977, a firma di Enrico Berlinguer: redattore della stessa è stato Tonino Tatò con la collaborazione di Franco Rodano e mia unicamente per la parte che toccava temi religiosi. Da me si voleva la garanzia che nel testo non fossero contenute cose inaccettabili da quel punto di vista. Venne fuori così la formula nuova del partito e dello Stato “né teista, né ateista, né antiteista”. 

Non finì lì… 

Certo, ci fu anche altro. Avevo detto esplicitamente che, per essere coerenti con quanto scritto nella lettera di risposta a Bettazzi, il Pci avrebbe dovuto cancellare l’articolo 8 dei suoi statuti in cui si prescriveva l’adesione ai principi marxisti-leninisti. Tanto che nel gennaio 1978, nel successivo congresso del Pci, l’articolo fu tolto, con grande risentimento di atei militanti e anticlericali. Non era una cosa secondaria: dal punto di vista teorico quella Lettera di risposta costituiva in sostanza il superamento delle posizioni di Gramsci (catturare il mondo cattolico per poi indurlo al “suicidio”) e di Togliatti, che fino al suo ultimo documento, il “Memoriale di Yalta”, affermava come la coscienza religiosa fosse una realtà da conoscere per poi superarla. Tra l’altro veniva citato esplicitamente quanto detto dall’allora Segretario Luigi Longo all’XI Congresso del Pci nel 1966: “Affermiamo che noi siamo per uno Stato effettivamente e assolutamente laico; che, come siamo contro lo stato confessionale, noi siamo contro l’ateismo di stato; che siamo per l’assoluto rispetto della libertà religiosa, della libertà di coscienza, per credenti e non credenti, cristiani e non  cristiani…” Era stato scritto 11 anni prima, ma la realtà era rimasta diversa, per tanti aspetti…

Come fu accolta la Lettera di risposta a Bettazzi dagli ambienti ecclesiastici? 

Fu subito come respinta dagli ambienti ecclesiastici, anche ai vertici: un durissimo articolo, per esempio, uscì sull’ “Osservatore Romano”, e altro del genere…Per la cronaca quel tempo non era molto propizio alle novità di questo tipo.  Lo stesso autunno fu pieno di altre vicende ecclesiali. Tra l’altro Paolo VI aveva cominciato a realizzare il suo disegno di dimissioni, al compimento degli 80 anni, in coerenza con la sua “Ingravescentem Aetatem”, e per questo a giugno aveva mandato a Firenze l’uomo forte del suo pontificato, mons. Benelli, creandolo cardinale…Fu allora che il gruppo di persone a Lui più vicino – Macchi, Villot e don Virgilio Levi – lo convinsero, anche con una campagna di stampa molto vasta, a rimanere in carica: e arrivò il 1978, carico di novità…

Ma tu sai che per me è stata ed è importante Teresa di Lisieux,: allora consentimi di cogliere l’occasione di ricordare che Giovanni Battista Montini, nato il 27 settembre, era stato battezzato a Concesio nel pomeriggio del 30 settembre. Dalle parole di Teresa conservate dalle sorelle, risulta che lei aveva detto che offriva le pene della sua agonia “per i bambini che venivano battezzati in quel giorno”. E Lei morì proprio al tramonto del 30 settembre: roba di Cielo!

DURANTE IL SEQUESTRO DI MORO

Torniamo sulla terra: conoscesti da vicino Enrico Berlinguer? 

Con lui ebbi alcuni incontri: era di poche parole. Guardava ed ascoltava…Ricordo che parlammo esclusivamente di Dottrina sociale della Chiesa e di Vangeli, che era poi il tema delle mie conversazioni anche con Tatò e Rodano. E rammento pure che ripresi a frequentare Botteghe oscure solo dopo il rapimento di Moro nel marzo 1978, fino al suo assassinio. La sera stessa del rapimento - o il giorno dopo - ricevetti una telefonata dalla cognata dell’allora Segretario della Dc Benigno Zaccagnini, Ettorina Brigante, che mi chiese di andare con urgenza nella sua abitazione a via della Camilluccia, dove Zaccagnini risiedeva quando era a Roma. E’ così che nel periodo del sequestro mi trovai la sera (a volte anche la notte) a dare conforto spirituale e sostegno morale al Segretario della Dc. Pregavamo, parlavamo, più volte celebrai la Messa sul tavolo di casa e posso testimoniare che Zaccagnini avrebbe dato la sua vita, subito, per la salvezza di Moro.

C’entrarono nella vicenda anche i tuoi contatti con il Pci? 

Posso dire che Zaccagnini mi affidava dei messaggi, che io non leggevo, da portare a Berlinguer. Li consegnavo e dopo qualche minuto ripartivo da Botteghe oscure con un altro biglietto, stavolta del Segretario del Pci. La speranza di salvare Moro fu forte, anche se da parte delle Br non venne mai alcun cenno di uno spiraglio…Anzi: appena parve aprirsi una strada, e cioè all’alba del 9 maggio, Moro fu ucciso… Il dolore di Zaccagnini fu grandissimo: posso dire che ha cominciato a morire da allora. Povero Benigno: grande cristiano e uomo di assoluta dignità, culturale, politica e soprattutto cristiana…

Quanto durò ancora la tua frequentazione di Botteghe oscure?

Con la morte di Enrico Berlinguer si chiuse del tutto. I suoi successori avevano ben altri interessi che il tema dei rapporti con il mondo cattolico. Spesso andavano in direzione opposta, di opposizione laicista. E le “aperture” di Berlinguer - convinto che le due grandi tradizioni popolari marxiste e cattoliche dovessero in qualche modo incontrarsi e dialogare per il bene della società italiana - non ebbero un grande seguito, anzi furono de facto negate.

UN DIBATTITO CON SORPRESA A UNA FESTA DELL’UNITA’ A GENOVA 

Posso raccontare, sorridendo, l’ultimo contatto avuto con quella realtà. Tra gli anni 80 e i primi 90 mi capitò di essere invitato, da un amico cattolico impegnato nel Pds - vicino a D’Alema se non sbaglio - ad una festa dell’Unità a Genova, per partecipare ad un dibattito su cattolici e politica, cattolici e laicità, nuovi orizzonti della politica e realtà ecclesiale. Con 4 o 5 intellettuali di valore, tutti cattolici noti: mi pare ci fosse anche padre Lorenzo Prezzi del “Regno”. Discutevamo di fronte ad una ventina di persone interessate al tema, ma era difficile ascoltarci, perché dall’enorme tendone accanto veniva un fracasso di suoni, applausi, voci fortissime degli altoparlanti…Che succedeva? Guardai per caso il foglietto del programma generale e scoprii che lì trasmettevano un film, “la Chiave” di Tinto Brass, non certo un esemplare di arte e di buon gusto, almeno dal mio punto di vista…Allora accadde che dissi apertamente: se andate avanti così avrete probabilmente sempre più gente alle feste dell’Unità, ma forse meno voti alle elezioni…Non so se sia andata proprio così, ma la mia esperienza è questa: se vuoi, un’altra volta, invece, ti racconto gli incontri umani, da cattolico, da prete, da amico, con tanta parte dei militanti che riscoprivano la possibilità di prendere sul serio Gesù Cristo e la Chiesa. Un solo esempio. “Donne e Politica”, rivista di cultura dell’Udi (Unione Donne Italiane) mi chiese un saggio, che fu di circa 50 pagine sul tema “Donna e Messaggio Cristiano”, pubblicato proprio nel numero di marzo 1978, e fu molto letto e discusso, con inviti in varie sedi, soprattutto femminili...Fa piacere l’averlo scritto in quel momento, e vedere come a poco a poco certa verità, che da 2000 anni viene da Gesù di Nazareth, sia ancora liberante e gioiosa nella Chiesa di Gesù, e oggi in suo nome di Papa Francesco…Un bel ricordo…

P.S. L’intervista appare in originale su www.rossoporpora.org del 7 ottobre 2015.