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ANNA FOA: EBREI E CATTOLICI A ROMA NELL’ ‘800… E ANCHE DOPO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 25 gennaio 2015

 

Intervista alla storica ebrea Anna Foa, su alcuni momenti cruciali nella vita della comunità ebraica romana nell’Ottocento: soprattutto i primi anni di Pio IX, la presa di Porta Pia, l’elezione del sindaco Nathan.  Anche su argomenti delicatissimi come le conversioni del 1938 (leggi razziali) e quella del Rabbino-capo Zolli nel 1945. L’occasione è stata data dalla presentazione di un libro di Gangemi editore sugli ebrei a Roma tra Risorgimento ed emancipazione. 

 

Il 18 dicembre è stato presentato a via Giulia - presso la sede di Gangemi editore - un libro dai contenuti molto stimolanti (tanti ad esempio i dati statistici inediti) sulle condizioni di vita e sull’evoluzione della comunità ebraica romana dalla Restaurazione allo scoppio della Prima Guerra mondiale. A cura di Claudio Procaccia, contiene una serie di saggi di notevole interesse demografico, economico, culturale (identitario, musicale e urbanistico), con un contributo molto corposo di Giancarlo Spizzichino sulle speranze e le delusioni suscitate dall’elezione di Pio IX e un’introduzione di Giuseppe Monsagrati sulla Roma papale e gli ebrei alla fine del potere temporale. A presentare, davanti a un pubblico numeroso, “Ebrei a Roma tra Risorgimento ed emancipazione (1814-1914) oltre al curatore c’erano Gianni Ascarelli, Amadeo Spagnoletto, Stefano Caviglia e Anna Foa. E proprio la storica assai conosciuta, tra l’altro collaboratrice de ‘L’Osservatore Romano’, ci ha rilasciato un’intervista su alcuni dei momenti più importanti della vita degli ebrei romani nell’Ottocento e nel primo Novecento. Non solo: con lei si è finito per parlare anche di due argomenti considerati dalla comunità romana come delicatissimi, le conversioni al cattolicesimo dal 1938 (anno delle famigerate, vergognose lezzi razziali) e la conversione, portata a maturazione nel 1945, di colui che era stato Rabbino-capo di Roma, Israel Anton Zoller (costretto dal fascismo a italianizzare il suo nome in Italo Zolli).

Anna Foa, nata nel 1945, è ebrea per parte di padre, Vittorio Foa, giornalista, scrittore e politico legato a ‘Giustizia e Libertà’, poi al ‘Partito d’Azione’, imprigionato nelle carceri fasciste dal 1935 al 1943, passato al Psi e successivamente a varie sigle di sinistra. Il bisnonno era Rabbino-capo di Torino, ma Vittorio era un ebreo laico.  Anna, che fin dall’infanzia ha avuto comunque rapporti stretti con l’ebraismo, si è ‘convertita’ formalmente dopo i 40 anni, dopo un lungo periodo di preparazione e di approfondimento dei sacri testi, che è stato accompagnato da Elio Toaff, figura-simbolo dell’ebraismo romano negli ultimi decenni. Docente di storia moderna fino a pochi mesi fa presso ‘La Sapienza’ di Roma, Anna Foa si è occupata tra l’altro di storia degli ebrei europei dal XIV secolo, di eretici, di Giordano Bruno, di geografia degli insediamenti ebraici in Italia, di storia degli ebrei nel Novecento. Ha anche ricostruito – grazie a testimonianze personali e archivistiche - quanto avvenne nel palazzo di via del Portico d’Ottavia 13, abitato solo da ebrei, che il 16 ottobre 1943 fu vittima della razzia nazista (“Portico d’Ottavia 13”, edizione Laterza). 

 

Professoressa Foa, “Ebrei a Roma tra Risorgimento ed emancipazione (1814 – 1914)”, a cura di Claudio Procaccia ed edito da Gangemi, è un’antologia di saggi su un secolo di storia ebraica romana non certo privo di momenti di grande interesse ed anche di svolta: il ritorno di Pio VII nel 1814, gli anni iniziali del pontificato di Pio IX, la presa di Roma, l’elezione del sindaco Nathan, lo scoppio della Prima Guerra mondiale. Professoressa Foa, qual era la condizione degli ebrei nel Ghetto romano negli anni della Restaurazione, fino all’elezione di Pio IX nel 1846?

Certo la loro condizione restava misera, ma non era più la stessa che nel Settecento: quanto è successo con la Rivoluzione francese e gli anni napoleonici ha certamente stimolato nel mondo ebraico la riflessione sulla possibilità di raggiungere l’emancipazione. A Roma ciò è stato favorito ad esempio dall’innalzamento nel Ghetto, da parte dei francesi, dell’albero della libertà. Paradossalmente anche dal tentativo di assalto allo stesso Ghetto ad opera di bande popolane portatrici delle tradizionali istanze antiebraiche. In altre parti d’Italia succedeva di peggio, come a Siena, dove nel 1799 14 ebrei furono bruciati vivi in Piazza del Campo da una folla popolana scatenatasi all’insegna del Viva Maria! Morte ai francesi! Però anche il mondo cattolico fu per così dire costretto a riflettere sulle novità rivoluzionarie e a pensare alla necessità di un cambiamento. Mi viene alla mente l’immagine crociana della doppia decadenza, che traspongo da Napoli a Roma:  nel Settecento il Ghetto di Roma era in decadenza, chiuso in se stesso e faceva da contraltare a un’altra decadenza, quello dello Stato della Chiesa, che si avviava verso la modernità senza strumenti culturali, ideologici per affrontarla adeguatamente. Dopo la fine del periodo napoleonico, anche Roma però in qualche modo ‘sente’ le nuove spinte verso il cambiamento. Certo erano spinte modeste…

Spinte modeste e ciò emerge anche dal libro, in cui si parla di un ritardo culturale degli ebrei romani nell’Ottocento rispetto ai confratelli del centro-nord…

E’ un dato di fatto che si arriva al Novecento con una comunità ebraica romana in una situazione economica e culturale molto diversa da quella delle altre comunità in Italia. Questo accade in ragione della storia. Gli ebrei piemontesi ad esempio si emanciparono nel 1848 e lo restarono senza più passi a ritroso. A Roma invece l’emancipazione, dopo le speranze create da Pio IX dopo la sua elezione, giunse solo con la conquista della città da parte del Regno d’Italia, ventidue anni dopo. Ventidue anni di ritardo. Un salto generazionale che si è fatto sentire. A Roma il passaggio dal commercio alle professioni liberali avviene solo nel Novecento. A Torino invece già nella seonda parte dell’Ottocento i figli dei commercianti di provincia diventano Rabbini-capi, entrano nell’amministrazione statale, nella diplomazia, nell’università, nell’esercito. Si verifica tra gli ebrei un’ascesa sociale veloce, rapida. A Roma si dovrà per questo attendere sostanzialmente fino al Secondo dopoguerra.

LE SPERANZE SUSCITATE DALL’ELEZIONE DI PIO IX

Torniamo agli anni 1846-49, i primi del pontificato di Pio IX…

Come appare dal bel saggio di Giancarlo Spizzichino, che ne coglie particolarità e unità, quelli sono gli anni ‘liberali’, in cui si apre seriamente il dibattito sull’emancipazione degli ebrei. Gli ebrei del Ghetto ci sperano, anche per le ‘aperture’ di Pio IX, grandi a livello verbale, assai limitate a livello di fatti …

 … la cancellazione, pur emblematica, dell’omaggio pubblico richiesto agli ebrei in Campidoglio; la facoltà di abitare in certi casi fuori dal Ghetto; l’eliminazione di qualche balzello amministrativo; la concessione di una franchigia di 60 scudi anche agli ebrei padri di 12 figli; l’ammissione degli ebrei nel corpo dei volontari pontifici… ebbe però grande eco l’abbattimento dei portoni del Ghetto, che di notte impedivano l’entrata e l’uscita degli abitanti…

Quest’ultimo è stato un segno concreto molto forte, anche perché non furono ricostruiti. Però non fu concessa l’emancipazione, mentre in qualche modo il grande dibattito del 1845-47 - in cui intervennero anche voci del cattolicesimo liberale – portava verso tale conclusione. Con l’emancipazione Pio IX si comportò un po’ come fece con la Prima Guerra d’Indipendenza e forse con minori ragioni, perché in effetti l’entrata in guerra veniva a porre lo Stato Pontificio contro una potenza cattolica come l’Austria. E ciò poteva dar luogo a quei ripensamenti che ci sono stati. Invece si ha l’impressione che la negazione dell’emancipazione agli ebrei non corrispondesse in quel momento a una necessità storica della Chiesa cattolica.

Come dire che la Chiesa in quegli anni avrebbe potuto anche decidere diversamente…

Sì, dal saggio di Spizzichino si trae netta l’impressione che la Chiesa non fosse per nulla obbligata a scegliere il ‘no’ all’emancipazione. Questo rifiuto comporta tra l’altro una conseguenza politica importante: il mondo ebraico è ‘costretto’ a legarsi alla Rivoluzione del ’48.

GLI EBREI IN FAVORE DEL REGNO D’ITALIA

Ventidue anni dopo come reagirono gli ebrei romani alla presa di Porta Pia del 20 settembre 1870?

Immediatamente si schierarono con entusiasmo con il Regno d’Italia.

Già nel 1848 diverse decine di volontari ebrei romani avevano combattuto con le truppe pontificie contro gli austriaci…

Un momento che era stato considerato come un passo importante sulla via dell’emancipazione. Diversi ebrei combatterono anche sul Gianicolo per difendere la Repubblica Romana: e lì cadde tra gli altri il giovane medico ebreo e triestino Giacomo Venezian.

Che cosa cambia nella vita quotidiana degli ebrei romani dopo la presa di Porta Pia?

Cambia tutto. Non esiste più sostanzialmente  la Comunità, poiché dal momento in cui qualcuno è cittadino a pieno titolo, è cittadino, individualmente, di fronte allo Stato. Non c’è più il filtro della Comunità, protettivo da un lato, oppressivo dall’altro. Ora gli ebrei si muovono nel grande agone della vita politica e sociale romana e italiana. Il vecchio Ghetto viene radicalmente modificato, molti sono spinti a uscire da quello spazio urbanistico distrutto e completamente ristrutturato.

Che ne è allora della tradizionale identità ebraica?

Qui sono un po’ dubbiosa sul taglio dato dal libro (in particolare da Claudio Procaccia) che attribuisce alla questione una grande importanza, contrapponendo identità e assimilazione con la società italiana. Sarei molto più cauta in materia, come del resto la storiografia tedesca e soprattutto anglosassone che si sono espresse sull’argomento. Di fatto il concetto di assimilazione è vago, fluttuante e nella realtà non si realizza mai pienamente. Persistono forme di adesione alla tradizione religiosa o all’identità ebraica che permangono anche in un contesto di sostanziale integrazione nella società circostante. 

Nel libro si parla, per gli ebrei romani, di un forte allentamento dei legami con l’identità ebraica da parte delle nuove generazioni…

E’ vero in parte anche questo e sarà il sionismo che riporterà diversi giovani dentro il Tempio. Però ribadisco che a Roma l’identità ebraica è sempre stata molto profonda e persiste molto forte anche oggi. Pochi si sono dissociati.

LA COMPLESSA FIGURA DI ERNESTO NATHAN, SINDACO DI ROMA

Accenniamo a un altro momento importante della presenza ebraica a Roma. Nel 1907 venne eletto sindaco l’ebreo Ernesto Nathan, figlio di madre italiana e padre anglo-tedesco… ma forse non fu eletto in quanto ebreo…

Era in primo luogo un mazziniano. Sua madre, Sara Levi Nathan, era personalmente molto legata a Mazzini, forse ne fu compagna negli ultimi anni di vita. I ragazzi Nathan erano comprensibilmente degli ardenti mazziniani e tutti parteciparono a quella straordinaria esperienza che fu la scuola elementare Mazzini, istituto privato fondato da Sarah Nathan nel rione di Trastevere: era una scuola in cui la religione cattolica era sostituita dal ‘catechismo’ mazziniano dei diritti e dei doveri dell’uomo. Ernesto Nathan è stato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia dal 1896 al 1903, poi ancora dal 1917 al 1919, anche tra i fondatori della ‘Dante Alighieri’ nel 1889. Nel 1907 fu eletto sindaco di Roma e lo rimase fino al 1913…

Non era però espressione diretta della Comunità ebraica romana…

Non fu eletto come ebreo, ma l’ebraismo  gli fu continuamente ricordato dalla pubblicistica cattolica, tra gli altri da ‘La Civiltà Cattolica’ e da ‘L’Osservatore Romano’ che lo attaccavano proprio per tale appartenenza.

‘La Civiltà Cattolica’ nel 1907 lo dipingeva così: “E’ il primo sindaco non romano dopo 37 anni, quanti ne sono corsi dal 1870, anzi nemmeno italiano, perché di origine inglese, nativo di Londra. In ogni caso repubblicano, israelita, massone. La sua presenza a capo del comune romano è misura del livello a cui siamo discesi”.

Certo l’idea di un ebreo mazziniano che diventa sindaco del centro del cattolicesimo poteva apparire sconvolgente. Erano passati solo vent’anni da quando - strappata anche con modi poco ortodossi alla maggioranza cattolica la guida del Comune - era stato eretto tra aspre polemiche a Campo de’ Fiori il monumento a Giordano Bruno: quel 9 giugno papa Leone XIII lo passò a digiuno e in preghiera in Basilica, davanti alla statua di san Pietro, minacciando di riparare in Austria. Certo Nathan ha fatto cose egregie da sindaco, ad esempio nella sua lotta contro la speculazione edilizia: non c’è mai stata un’identificazione della Comunità ebraica con lui e tuttavia non potevano lasciare indifferente nessun ebreo le sue origini, i suoi nonni che avevano abitato nel Ghetto di Ancona.

Gli anni a cavallo tra Otto e Novecento sono anche quelli della nascita del sionismo ad opera di Theodor Herzl. Il nuovo movimento fu appoggiato dagli ebrei romani?

L’impatto sugli ebrei romani fu di molto successivo. In quegli anni il sionismo fu considerato in Italia una sorta di avventura, un fenomeno di élite, non di massa. Certo anche un modo per sfuggire alle persecuzioni in Russia. A Roma uno dei primi a esserne affascinato fu Enzo Sereni, figlio del medico del re e nipote del Rabbino-capo di Roma: negli Anni Venti andò in terra di Israele e co-fondò il kibbutz Givat Brenner. Il grande slancio del sionismo, che conquista tutto il mondo ebraico occidentale, è però del dopo-Shoah; il sionismo italiano nasce sostanzialmente con il tentativo del gruppo fiorentino di contrastare l’assimilazione, di costruire un’identità in termini di nazione ebraica.

Il libro di cui parliamo termina con il 1914, inizio di quella Grande Guerra (in Italia dal 1915) in cui gli ebrei italiani sentono di aver conquistato la piena cittadinanza…

Nel nuovo Stato italiano non c’era un forte sentimento anti-ebraico, anche se in alcune cerchie esistevano pregiudizi. L’influsso della tradizione anti-giudaica della Chiesa era stato spazzato via dall’Unità d’Italia, nata proprio contro la Chiesa.  E’ vero però che il sangue versato per la Patria dagli ebrei italiani li rese definitivamente cittadini a pieno titolo: già il movimento irredentista, a forte partecipazione ebraica, aveva portato a una forte identificazione nazionale.

LA CONVERSIONE DEL RABBINO-CAPO ZOLLI ROMPE IL CORDONE OMBELICALE TRA EBREI E CATTOLICI

Per tornare un momento ai rapporti tra i Rabbini e il Papa, ecco un sonetto del Belli in morte del Rabbino-capo Beer nel 1835, regnante Gregorio XVI. Vi si legge: Era amico del papa; anzi perzino/ er giorn’istesso ch’er Papa fu eletto/pijò la penna e je stampò un sonetto/scritto mezzo in ebbreo mezzo in latino (…) Si campava un po’ ppiù, te lo dich’io/o noi vedemio er Rabbino cristiano/o er Papa annava a terminà giudìo. In qualche modo il Papa e gli ebrei romani erano comunque legati…

Diciamo che in quei tempi e anche dopo c’è sempre stato un cordone ombelicale tra di loro. Non mi stupisce perciò il sonetto del Belli. Il cordone ombelicale però a volte è stato rotto. E qui non posso non pensare alle conseguenze della conversione al cattolicesimo nel 1945 del Rabbino-capo di Roma Zolli, che prese anche il nome di Eugenio Pio, in onore di papa Pacelli. Tale conversione ruppe, come detto, il cordone ombelicale esistente tra ebrei romani e cattolici, già messo a dura prova, ad esempio nell’Ottocento, dal caso della conversione forzata di . Edgardo Mortara e di altri. Gli ebrei non hanno mai accettato la conversione del Rabbino-capo Zolli: immaginiamoci una comunità distrutta, impoverita, con tanti morti che vede il suo Rabbino-capo fino al settembre del 1943 diventare cattolico. Si è creato un abisso. Penso anche che a lungo gli ebrei romani abbiano pensato di non subire violenza da parte dei nazisti in ragione della presenza del Papa. Si erano illusi che il Papa potesse essere garante della loro salvezza, quando invece Pio XII era di fatto prigioniero dentro una piccola area di Roma. Certo parrocchie e conventi erano tanti, costituivano una rete che avrebbe potuto aiutare gli ebrei e li aiutò. Il ‘gioco’ era molto complesso. Da una parte la Chiesa utilizzava l’extra-territorialità anche quando era presunta, dall’altra i nazisti sapevano che dentro i conventi la Chiesa proteggeva ebrei e antifascisti, ma spesso fingevano di non saperlo, perseguendo anch’essi una politica ambivalente su due fronti. Volevo qui poi evidenziare che per me il trauma subito dal mondo ebraico con la conversione del Rabbino-capo Zolli non è stato estraneo alla messa in secondo piano per diversi decenni degli aiuti che gli ebrei ricevettero dalla Chiesa cattolica nei tempi bui del nazismo.

Ora, però, dopo il Concilio ecumenico vaticano II e dopo le visite papali in Sigagoga sembra che l’abisso di cui Lei ha parlato sia stato colmato…

Le cose sono molto cambiate. Se fino in fondo non lo so…

Vuol dire che la conversione del Rabbino-capo Zolli pesa ancora sui rapporti tra ebrei e cattolici?

E’ ancora tabù parlare di Zolli. Io ne parlo, ma vengo considerata una fautrice della sua riabilitazione. Del resto non mi esprimo come portavoce della Comunità, anche se ne faccio naturalmente parte, e mantengo la mia autonomia di studiosa. L’argomento è molto delicato, così come sono considerate tali anche le conversioni all’ebraismo dal 1938 in poi, motivate dalla ricerca della salvezza personale e di famiglia. Non penso d’altronde che tali conversioni fossero così ben accette dalla Chiesa, sottoposta a sua volta a una pressione fortissima da parte del fascismo più legato al razzismo, che considerava le conversioni come i cavalli di Troia dell’ebraismo in seno alla società ‘ariana’. Del resto anche nel 1945 la conversione del Rabbino-capo Zolli non è stata utilizzata propagandisticamente al massimo dalla Chiesa cattolica, come avrebbe potuto fare. Resta da capire perché. Non credo che la Chiesa abbia ancora come suo obiettivo la conversione degli ebrei. Come è stato autorevolmente suggerito anche da Benedetto XVI, non si crede più che ve ne sia la necessità.