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“ATLANTE STORICO DELLA CARITA”, UN TESTO DI  SPESSORE – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 30 settembre 2014

 

Si presenta oggi all’Augustinianum un volume in cui si ripercorre – con solidità di conoscenza, chiarezza di intenti e nettezza di giudizi – il filo rosso dello sviluppo e dell’esercizio della carità nella Chiesa, dalle origini ai nostri giorni. Ne è autore il sacerdote e storico spagnolo Juan Maria Laboa e il libro – splendido anche nell’apparato iconografico- dà modo al lettore di interrogarsi seriamente  su quel che significhi essere cristiani nella quotidianità. Il capitolo finale su Francesco, considerato un papa ‘di rottura’

 

 

Pubblicato dalla Libreria editrice vaticana e da Jaca Book, viene presentato questo pomeriggio (17.30) presso l’Augustinianum di via Paolo VI un volume che, indipendentemente dall’accordo pieno o solo parziale o nullo con alcune tesi dell’autore – lo storico spagnolo Juan Maria Laboa – è oggettivamente di gran valore e merita di figurare nella biblioteca di ogni parrocchia,  comunità religiosa, associazione cattolica (costa 49 euro, bella cifra ai nostri giorni, ma sarebbero ben spesi!). E’ intitolato “Atlante storico della carità”, in copertina riporta una miniatura su “san Francesco e il povero” (da un manoscritto del XIV secolo della Legenda Maior di san Bonaventura) ed ha un testo diviso in 41 capitoli (con introduzione, appendice e note) accompagnato da riproduzioni e fotografie di significato profondo e di bellezza grande tratte da ogni dove.

L’autore, nato nel 1939 nella Guipuzcoa e ordinato sacerdote a Madrid nel 1962, ha studiato prima alla Gregoriana (licenza in Filosofia, poi in Teologia e in Storia della Chiesa), successivamente presso la Complutense di Madrid (licenza in Filosofia e lettere con specializzazione in storia). Delegato alla pastorale universitaria madrilena (1977-84), ha insegnato per trent’anni Storia della Chiesa alla Pontificia Università di Comillas (Madrid) e per 15 anni Scienze politiche alla Complutense. 

Già nell’introduzione Laboa indica la direzione, parlando chiaro: “La Chiesa che (Cristo) ci ha proposto non si riduce a un tempio, un sacrificio, un comandamento o un’organizzazione, che caratterizzano ogni religione, ma piuttosto consiste fondamentalmente di un popolo che si ama, di una comunità che si distingue per la sua fraternità e la solidarietà”. Non è chi non veda qui la piena consonanza di Laboa con papa Francesco.

Prosegue lo storico spagnolo: “Ho sempre pensato che una storia dei cristiani e della Chiesa che non si incentri sulla capacità di amarsi fra loro e di amare gli altri esseri umani eluda il nucleo essenziale della comunità credente e della istituzione ecclesiale. Questa storia tuttavia non è stata ancora intrapresa e realizzata”. E, più oltre, nel secondo capitolo (“Le parabole di Gesù”), osserva Laboa: “La storia che leggiamo e conosciamo corrisponde, in generale, a quella dei personaggi famosi, politici, intellettuali, papi e santi. Ma il mondo è progredito, soprattutto, grazie agli innumerevoli sconosciuti, ai cittadini senza nome, che con il loro lavoro modesto e silenzioso hanno ottenuto che la vita spesso difficile e ingrata dei popoli migliorasse”.

Tanto ci sarebbe da riferire ancora sull’ Atlante, nei cui 41 capitoli si ritrovano tra l’altro il diaconato e il martirio, Giuliano l’Apostata e i Padri della Chiesa, i missionari itineranti e il monachesimo, la Vergine Maria e san Francesco d’Assisi, le opere di misericordia e l’istruzione dei poveri, Helder Camara e Oscar Arnulfo Romero, i preti operai e madre Teresa, la Caritase papa Francesco. Per invogliare il lettore ecco qualche passo presumibilmente interessante piluccato dall’uno o dall’altro capitolo.

La festa delle collette e l’istituzione dei granai pubblici nei primi secoli: La Chiesa riscuoteva ciò di cui aveva bisogno per le sue opere caritative grazie fondamentalmente alle collette tra i fedeli. La più conosciuta era, senza dubbio, la ‘festa delle collette’, una delle ricorrenze che si dedicavano annualmente a raccogliere appunto una somma considerevole, bastante a rispondere alle necessità dei poveri d’ogni genere presenti nella diocesi. (…) La Roma cristiana approvò e favorì l’istituzione di granai pubblici per il sostentamento delle classi inferiori. In questi granai non si vendeva frumento, ma lo si immagazzinava e lo si distribuiva ai bisognosi. Le proprietà agricole che la Chiesa romana possedeva in Africa e in Sicilia erano amministrate da rappresentanti del vescovo di Roma che avevano la missione di inviare a Roma i raccolti”

Chiesa, potere, conversione: Se riflettiamo su questa storia (NdR: di Giuliano l’apostata) ci rendiamo conto che la conversione del potere in tutte le sue dimensioni risultava molto difficile. Si accettava il cristianesimo come religione personale, ma il modo di governare continuava a essere egoista, violento, sconsiderato e aggressivo verso chiunque fosse considerato un avversario o un concorrente. Capetingi, Borboni, Asburgo o Braganza appoggiarono la Chiesa e furono perfino dotati di pietà personale, ma quasi sempre ritenevano che il fine giustificasse i mezzi.

Carità anche nei periodi più oscuri: Anche nelle epoche più oscure della vita della Chiesa, quando la sua organizzazione si era contaminata con tutte le corruzioni e le violenze presenti negli altri stati della società, troviamo i frutti e le conseguenze del grano di senape evangelico, che fruttifica nei cuori delle persone più impensabili, a prima vista meno impegnate o meno preparate.

Popoli barbari e civiltà occidentale: I popoli barbari rappresentavano una grave minaccia per l’Impero; al contrario, per il cristianesimo costituirono una nuova occasione per estendere il regno di Cristo e far sì che altri popoli conoscessero la chiamata e il progetto divini. (…) E’ la storia di Clodoveo e dei Franchi, di Recaredo e dei Visigoti, di san Martino e dei Suebi, di Teodolinda e degli Ostrogoti. Gli inizi della civiltà occidentale devono essere ricercati nella comunità di popoli diversi uniti dal cristianesimo, che si era formata nel momento in cui era crollato l’Impero romano e in seguito alla conversione al cristianesimo dei vari popoli barbari.

Le contraddizioni coloniali: L’invasione e la colonizzazione di tanti popoli ad opera dei cristiani ha costituito, probabilmente, il motivo più doloroso di contraddizione, ma anche più appassionante della storia cristiana. Questi cristiani hanno mostrato nelle loro azioni e nei loro rapporti con gli abitanti delle terre conquistate il legame esistente tra il peccato e la grazia, tra la fedeltà e l’incoerenza, tra la fraternità e l’egoismo. La presenza cristiana introdusse allo stesso tempo un maggiore rispetto per la persona umana, più alti livelli di educazione e di convivenza, una concezione della morale più pura, una nozione di religione più sublime e benefica e, insieme, un’oppressione, una manipolazione e un egoismo voraci, non più grandi di quelli che avevano sopportato in passato, ma più ingiusti e inaccettabili.

L’Inquisizione e la carità: L’Inquisizione, pur concedendo tutte le spiegazioni che è possibile darne, risulta in contraddizione con una religione che difende la libertà della fede e i rapporti basati sulla fraternità e sull’amore reciproco dei suoi membri. Benché nella memoria storica sia rimasta soltanto l’Inquisizione spagnola, la verità è che l’atteggiamento e la macchina inquisitoriali si mantennero attivi in tutte le Chiese cristiane, mentre nella Chiesa cattolica la sua organizzazione rimase in funzione per quattro secoli.

I tesori della Chiesa: I tesori della Chiesa, l’oro e le pietre preziose, i paramenti liturgici sontuosi di chiese e cattedrali pongono un grave interrogativo sulla loro necessità e sullo sperpero che implicano in situazioni in cui troppa gente possiede appena i mezzi sufficienti a sopravvivere. L’argomento che per Dio nulla è eccessivo risulta fallace. Cristo scelse di non avere dove posare il capo ed è inaccettabile che i suoi fedeli rimangano inerti di fronte alla miseria dei propri fratelli, mentre i vasi del tempio sono d’oro e di pietre preziose.

La tentazione più grave contro la carità: La tentazione più grave contro la carità è la mediocrità. Per tiepidezza, per non essere né freddi né caldi, per timore di perdere ciò che sembra dare sicurezza e fiducia, si sente la necessità di non esporsi, di non cadere nel ridicolo, di non farsi conoscere per come si è realmente. E’ la tentazione di nascondersi dietro il diritto, dietro le norme, dietro la tradizione, per liberarci dalla necessità di essere generosi, creativi e radicali nell’espressione della fede. (…) Di fatto il mediocre, poco umile, si ritrova incapace di ascoltare. Si nasconde dietro alcune tradizioni del passato, perché non si sente in grado di rispondere con grandezza ai segni dei tempi di oggi. 

Ingiustamente perseguitati dalla Chiesa: Sono impressionanti le storie di chi ha sofferto o è stato emarginato per difendere idee che più tardi sarebbero state accettate o avrebbero influito positivamente sulla vita della Chiesa. Pensiamo ai problemi di coscienza che poté avere un Savonarola nel denunciare Alessandro VI, papa spesso indegno. Poteva tacere nella sua intransigente ricerca di una Chiesa più pura ed evangelica sull’esempio offerto da Alessandro, dalla sua famiglia e dalla sua curia? (…) Più di un santo è stato imprigionato, anche nelle segrete del Sant’Uffizio: san Giovanni d’Avila, il cardinale Morone, san Giovanni della Croce, sant’Ignazio di Loyola, san Giuseppe Calasanzio, san Luigi Maria Grignion de Montfort e tanti altri, certamente non per motivi oggettivi ma per l’orgoglio, l’intransigenza e l’ignoranza dei loro persecutori. (…) Bisognerebbe ricordare anche il caso non infrequente di fondatori di ordini religiosi che vennero emarginati dai loro stessi discepoli. Sono i grandi cristiani scomodi: per la loro coerenza e radicalità evangelica, come san Francesco, o per la loro semplice onestà, come Guillaume-Joseph Chaminade, o perché si scontrarono con gli interessi e gli egoismi dei loro successori, come santa Raffaella del Sacro Cuore.

Papa Francesco/1: In un momento di sconcerto e di generalizzata mancanza di speranza in molti ambienti cristiani, appare con sorpresa Francesco, il papa venuto da terre lontane, esotico per un cristianesimo che permane assai europeo e occidentale. Il nuovo papa ha assunto il nome di Francesco, incompatibile con il fasto, la superbia degli occhi, la distanza dai fratelli, il potere e la gloria umani. Nessun papa aveva avuto l’audacia di adottare questo nome, coscienti dell’impegno che ciò avrebbe significato. Non potevano chiamarsi come il ‘poverello’ di Assisi dimorando in un palazzo, muovendosi in splendide automobili, con una corte di funzionari, camerlenghi, gentiluomini in smoking e vescovi sottomessi. In realtà è molto difficile accettare che qualcuno si chiami vicario di Cristo, il quale morì in croce a compimento di una vita di puro abbandono e di speranza nel Padre, e allo stesso tempo viva contornato da tanta teatralità. Di fatto questa contraddizione si manifesta non soltanto nel papa, bensì nella vita della maggioranza dei cristiani. (…) Ad ogni modo non v’è dubbio che a Roma si dispiega con maggiore spettacolarità il grave iato tra le formulazioni teoriche e l’ostinata realtà.

Papa Francesco/2: Negli ultimi anni il moltiplicarsi di notizie negative propagate dai mezzi di comunicazione ha messo in evidenza alcuni dei gravi problemi insorti nelle Chiese di alcuni Paesi: omosessualità, Marcial Maciel e i suoi Legionari, quella che viene chiamata la banca vaticana, il furto di documenti nell’appartamento del papa, messaggi spesso di sapore restrittivo e distanti dalla realtà esistenziale di tanti cittadini che soffrono l’angustia quotidiana. Tutto ciò ha costituito un grave colpo alla credibilità di una istituzione la cui qualità principale è, appunto, la credibilità. (…) L’arrivo di papa Francesco pare aver rotto il sortilegio nefasto, provocando sconcerto e malessere in non pochi e una simpatia e una diffusa speranza in innumerevoli persone di ogni tipo e condizione.

Papa Francesco/3: Vi è l’impressione che papa Francesco, come già il Concilio Vaticano II, intenda invertire le priorità spesso dominanti nella Chiesa, abbandonando il riferimento incessante alle istituzioni ecclesiastiche, alla loro autorità ed efficienza, quale centro e misura della fede e della Chiesa e convertendo la comunità cristiana in uno spazio di comunione e accoglienza. (…) Questo piace alla gente comune del mondo e spiega perché Francesco sia considerato uno di noi, come si espresse un tassista romano pochi giorni dopo la sua elezione. (…) Nell’abbandonare il trono, nel ridurre le distanze, nel sedersi allo stesso banco dei fedeli, nel continuare ad abitare nella foresteria, nel rifiutare automobili lussuose, nel mescolarsi con i suoi fratelli, Francesco non solo non sminuisce il suo prestigio o la sua autorità, ma pone le cose al loro posto e ci ricorda con semplicità  il modo di agire di Gesù.