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LIBRI/ L’EBREO INVENTATO – di GIUSEPPE RUSCONI – www.rossoporpora.org – 16 maggio 2021

 

L’ignoranza dilagante - fondata sulla misconoscenza della storia – insieme con il riacutizzarsi del conflitto israelo-palestinese favorisce condizioni atte a far riemergere anche in Italia  un certo antisemitismo normalmente represso. Motivo di più per leggere “L’ebreo inventato” (ed. Giuntina), un’antologia in cui diversi autori cercano razionalmente di smontare pregiudizi e luoghi comuni anti-ebraici.

 

Anche ieri abbiamo seguito con grande preoccupazione lo sviluppo del dibattito nel Paese attorno al disegno di legge Zan, liberticida, antropologicamente sovversivo, socialmente devastante. Con altrettanta preoccupazione abbiamo registrato  l’evolversi del conflitto israelo-palestinese.  Originato fondamentalmente dal rifiuto di larga parte del mondo arabo di riconoscere il diritto all’esistenza di Israele e dalla scelta perfida e disumana di quello stesso mondo di mantenere i rifugiati palestinesi nella miseria e dunque in un risentimento perenne, il suo riaccendersi è stato provocato in queste settimane dalla rinnovata e radicata volontà di Hamas (che si fa scudo dei civili) e dei suoi complici di cancellare Israele dalla faccia della terra (vedi  https://www.rossoporpora.org/rubriche/vaticano/1015-i-fatti-di-gerusalemme-e-qualche-considerazione-di-contorno.html ). Riflettendo su terrorismo, legittima difesa e dintorni, c’è tornato all’improvviso alla mente il ricordo di un episodio di 27 anni fa.  

Era il 31 gennaio 1994 e per la prima volta Yasser Arafat (allora presidente dello Stato palestinese, capo dell’OLP, co-fondatore di Al-Fatah) venne in visita ufficiale a Berna, reduce dal Forum economico di Davos. Durante la conferenza-stampa del pomeriggio presso l’Hotel Bellevue, a pochi passi da Palazzo federale, gli ponemmo una domanda (in francese): “Monsieur Arafat, ma almeno Le rincresce di aver ispirato molti atti terroristici negli anni Settanta?” Le due guardie del corpo di Arafat fecero un movimento come per… (ma le pistole avevano dovuto depositarle all’entrata in sala), il vicecancelliere della Confederazione Achille Casanova impallidì e Arafat… “You – disse in inglese con un sorriso indecifrabile in volto, ma con furore represso e puntandoci addosso un dito – Can you rimember? Anche Nelson Mandela era considerato un terrorista… e questo mio grande amico dirigerà tra poco l’Africa del Sud… Anche George Washington, anche Robert Mugabe, anche Charles De Gaulle… e come lui subisco la minaccia di attentati”. In sala calò il gelo, tutti si fecero piccoli piccoli, non si sentiva volare una mosca… una reazione comprensibile (vedi l’apertura del Corriere del Ticino del primo febbraio 1994).

Quelli che viviamo sono giorni molto tristi per il mondo ebraico e per la sua concretizzazione più importante che è lo Stato d’Israele. Tristissimi anche per quella parte di popolo palestinese che all’interno di Israele aspira a convivere pacificamente con i figli di Sion. Se il lancio di razzi da Gaza non è una novità prescindendo dalle  dimensioni numeriche e dal potenziamento anche chilometrico degli ordigni di distruzione (una decina i civili morti fin qui in Israele), se la reazione mirata (ma purtroppo con pesanti effetti collaterali, decine i civili morti a Gaza) di Israele rientra nella consueta strategia militare, i violenti scontri verificatisi in diverse città israeliane ‘miste’ covano in sé il germe inquietante della guerra civile e della dissoluzione stessa dello Stato di Israele. Quasi da non credere quel che è successo: incendio di sinagoghe, distruzione di negozi, auto bruciate, tombe (musulmane) profanate e, ancora peggio se possibile,  linciaggi ripetuti di ebrei e di arabi da parte di gruppi di estremisti e di frange di popolo delle due parti. Nuovi e gravi anche gli scontri in Cisgiordania con migliaia di manifestanti che hanno sventolato bandiere palestinesi e hanno assalito le forze dell’ordine israeliane: una decina fin qui i morti tra gli arabi. 

Ciò che accade in Terrasanta ha rinfocolato anche in Europa, dove l’estremismo islamico è ben presente, l’espressione pubblica dell’odio contro Israele e contro gli ebrei. Gravi in particolare gli episodi in Germania. Pure in Italia estremisti islamici, estremisti di sinistra ed estremisti di destra soffiano sul fuoco, per il momento senza trovare adesioni rilevanti nell’opinione pubblica. A Milano però il 13 maggio un folto gruppo di manifestanti (in prevalenza giovani e islamici) ha urlato Allah u Akbar e bruciato una bandiera di Israele. Certo in momenti come questi è purtroppo scontata una crescita di quell’antisemitismo normalmente represso (e affiorante in certe allusioni e battute) da cui è affetta una parte non irrilevante dell’opinione pubblica anche in Italia. E’ un antisemitismo questo che deriva da richiami ancestrali (leggi: l’influsso dell’antigiudaismo cristiano- non solo cattolico, vedi Martin Lutero - ricorrente nei secoli) e si manifesta in periodi di crisi economica (leggi: ricerca di un capro espiatorio), di smarrimento e paure esistenziali, di dilagare delle emozioni tramite i social, di sfacelo culturale (con la storia a far da cenerentola tra le discipline scolastiche, il che favorisce la condivisione di ogni sorta di ‘bufale ‘ sul web).

Alla base di molto antisemitismo, specie giovanile, emerge dunque l’ignoranza. E’ indispensabile contrastarla. Anche con buone letture. Non solo buone, ma (purtroppo) urgenti e necessarie dati i tempi

Come quella di “L’ebreo inventato – Luoghi comuni, pregiudizi, stereotipi” (edizione Giuntina, Firenze). E’ un’antologia di brevi saggi di undici autori (tutti ebrei, salvo il valdese Daniele Garrone), curata da Saul Meghnagi e Raffaella Di Castro. Qual è l’obiettivo del volume? Lo si legge nell’introduzione dei curatori: “Pregiudizi antichi e moderni vengono inquadrati nella loro genesi, messi a confronto con la realtà dei contesti e dei testi cui si riferiscono, e fatti esplodere dall’interno del loro stesso punto di vista”. A chi è indirizzata  l’antologia? Sempre i curatori:  “In via prioritaria ai giovani, ma anche a insegnanti, formatori, divulgatori, operatori sociali e politici” .

Quali i pregiudizi e luoghi comuni vagliati criticamente nel volume, che si apre con una premessa di Gadi Luzzatto Voghera sull’antisemitismo odierno in Italia? Li citiamo nell’ordine del libro: “Siete diversi, avete le vostre tradizioni, i vostri costumi”, “Vi considerate superiori, il ‘popolo eletto’ “, “Il vostro è un Dio della vendetta, il nostro un Dio dell’amore”, “Avete ucciso Gesù”, “Avete usanze barbare, come la circoncisione”, “Non fare l’ebreo, il rabbino (denaro e usura)”, “Siete chiusi, pensate solo ai vostri interessi, alle cose che vi riguardano”, “Dichiararsi antisionisti non vuol dire essere antisemiti”, “Gli israeliani stanno facendo ai palestinesi quello che i nazisti hanno fatto agli ebrei”, “Gli ebrei, nei Paesi arabi, stavano bene prima che nascesse Israele”, “Vi sentite più ebrei che italiani”.

Chi ci legge avrà subito compreso che la materia cui attingere, assai delicata, è anche molto abbondante. Per quanto riguarda l’accusa di deicidio, rimandiamo alla recensione in questo stesso sito del volume “Gesù non fu ucciso dagli ebrei” (vedi https://www.rossoporpora.org/rubriche/cultura/949-libri-gesu-non-fu-ucciso-dagli-ebrei.html ). Tra gli altri pregiudizi e luoghi comuni elencati ne “L’ebreo inventato”, siamo costretti a fare una scelta.

Incominciamo allora da “Il vostro è un Dio della vendetta, il nostro un Dio dell’amore”, una convinzione a nostro parere ancora assai diffusa nell’opinione pubblica (e che gli avvenimenti di questi giorni inevitabilmente non contribuiscono a indebolire). Nel suo saggio sull’argomento, il rabbino Roberto Della Rocca puntualizza che “la progressiva assuefazione a certe deformazioni linguistiche ci porta inevitabilmente verso pericolose degenerazioni concettuali e culturali. Esempio calzante è quello che si ritrova nella traduzione in greco della Bibbia (‘traduzione dei Settanta’) in cui il termine Torà (‘insegnamento’) è espresso perlopiù con il sostantivo nomos (‘legge’)”. Così facendo la conseguenza è chiara: “Il termine ‘nomos’, con il suo significato di ‘legge’, limita e travisa il significato di ‘Torà’, che indica invece un insieme di norme che regolano il comportamento verso il Signore, gli uomini, le creature e il Creato, in un senso che non è mai strettamente ed esclusivamente legalistico”. Annota qui Roberto Della Rocca: “Esempio di interpretazione sbagliata e tendenziosa di una norma (…) è quello della presunta legge del taglione – ‘occhio per occhio, dente per dente’ – stabilita da un Dio raffigurato come estremamente crudele e vendicativo”. Però, prosegue l’autore, “solo leggendo le fonti talmudiche – scritte dai tanto screditati Farisei – si capisce che il senso di quei versetti biblici non è la ritorsione, ma il risarcimento dei danni”. Perciò “questa norma pone (…) due capisaldi del diritto: l’offesa – che non può non innescare una spirale senza fine di vendetta privata – viene normata in una sfera giuridica pubblica e, in tal modo, viene affermato un principio di proporzionalità fra reato e punizione”. Quanto poi al rapporto tra “amore” e “giustizia” “la tradizione rabbinica concepisce la necessità di una reciproca correzione tra amore e giustizia: non solo quindi la giustizia deve correggere l’amore, ma l’amore, sotto forma di ‘rachamim’, ‘misericordia’, deve sempre mitigare la durezza del diritto. E’ proprio questo ponte tra amore e giustizia ciò che noi chiamiamo l’etica ebraica”.

Lo storico David Bidussa ha da parte sua approfondito un altro luogo comune assai diffuso, che si concretizza nel “Non fare l’ebreo, il rabbino” (usura e denaro): è una frase questa che “si ricollega immediatamente a un pregiudizio che lega l’immagine dell’ebreo alla persona attaccata al denaro e, in alcuni casi, a un usuraio”.  Osserva Bidussa che “si tratta di un pregiudizio radicato che ignora la storia e le condizioni che hanno reso la presenza ebraica nel mercato e nella gestione del denaro non priva di rilievo e di significato”. Rileva l’autore, nel suo saggio molto dettagliato e accurato, che “essere ebrei non significa fare usura. Quella dimensione professionale o quella pratica non dipendono dall’identità, ma discendono da una funzione nello spettro sociale, dai sistemi di sviluppo commerciale e produttivo, dalle reti di scambio”. E’ attorno all’anno Mille che si passa da mercanti a prestatori: ad esempio gli ebrei si specializzano nella pratica dell’usura dapprima in Inghilterra, poi nella Francia settentrionale e nella regione renana. Evidenza qui Bidussa: “A riprova della indipendenza della funzione dall’identità è significativo il fatto che, negli insediamenti in Italia meridionale e nella penisola iberica, gli ebrei non si specializzano mai in questa professione. Fino alle espulsioni del tardo XV secolo dai regni spagnoli e portoghesi, gli ebrei residenti in queste aree si dedicano invece a un ampio spettro di attività, fra le quali l’artigianato, la vendita al dettaglio, il commercio a lunga distanza, la professione medica”. Ancora: osserva Bidussi, richiamandosi allo storico tedesco dell’economia Wilhelm Roscher,  a prescindere dalla valutazione o meno del divieto della Chiesa nei confronti dell’usura, “dopo essere stati per tutto l’Alto Medioevo i principali protagonisti degli scambi commerciali, gli ebrei, di fronte al formarsi delle classi mercantili nazionali sarebbero stati sopraffatti dai nuovi protagonisti economici e dunque ‘obbligati’ a trovare nella pratica dell’usura il mezzo di impiego dei capitali precedentemente accumulati”. Per Gino Luzzatto, anche lui storico dell’economia, a partire dal Basso Medioevo, “i prestatori ebrei, come i cosiddetti Lombardi, i Toscani ed i Caorsini, trovandosi per le loro condizioni particolari ad essere in quegli anni gli unici possessori del poco capitale circolante, non potevano cercare per esso altra forma di impiego fruttifero, se non nel prestito usuraio”.

Un pregiudizio che oggi suona assai curioso è quello che si esprime con la frase “Avete usanze barbare come la circoncisione”. Se ne occupano il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni e Livia Ottolenghi, professore ordinario di Odontoiatria presso La Sapienza. “La circoncisione rituale maschile – scrivono gli autori – è stata spesso messa in relazione con pregiudizi antiebraici, dipingendo gli ebrei con stereotipi legati al sangue e ai coltelli, come se vi fosse un atteggiamento di crudeltà nell’infliggere una sofferenza a bambini indifesi”. La diffusione di tale pratica nell’ebraismo è originata da un motivo “essenzialmente religioso”: in Genesi 17, 1-14 si legge che “il patriarca Abramo, nel momento in cui stipulò un patto con Dio, ricevette l’ordine di mettere sul suo corpo un segno di questo patto e di trasmettere questo ordine a tutte le generazioni future”. Si è dunque qui in presenza “di un adempimento di natura religiosa, che segna l’appartenenza a una comunità con dei precisi impegni”. Osservano poi gli autori: “Il cristianesimo, che deriva dall’ebraismo e se ne considera in qualche modo erede, ha abolito la pratica della circoncisione (tranne che in alcune comunità africane) – a cui Gesù stesso fu sottoposto – da quando si è diffuso alle Genti”. Per contro ancora oggi “nella cultura ebraica la circoncisione è considerata un segno identitario, un dovere fondamentale, praticato dalla stragrande maggioranza degli ebrei, anche se non molto osservanti”. E’ anche evidente che, “pur sottolineando che non è un motivo igienico-sanitario quello che induce alla circoncisione gli ebrei, le implicazioni sanitarie di questa operazione sono note e ben dimostrate. La circoncisione assicura infatti la maggiore pulizia del glande prevenendo così le sue infezioni e la diffusione delle malattie per contagio sessuale”. Ed “è indicata come cura chirurgica per alcune malattie del prepuzio e del glande” o per la chirurgia plastica. Va poi aggiunto che “la cosiddetta ‘circoncisione’ femminile (che sarebbe più corretto chiamare infibulazione) è completamente estranea all’ebraismo”. E’ dunque evidente che “la pratica della circoncisione maschile non possa essere in alcun modo abbinata alle mutilazioni genitali femminili che in Italia sono penalmente perseguibili”.

Come detto più sopra, ne “L’ebreo inventato” si passano alla lente di una critica razionale e storicamente fondata diversi altri pregiudizi o luoghi comuni più o meno diffusi (tra i quali quello assai insidioso e complesso del: “Dichiararsi antisionisti non vuol dire essere antisemiti”, vagliato da Claudio Vercelli). Oltre agli autori citati se ne occupano Fiona Diwan e Davide Jona Falco. E’ giunta però l’ora di lasciare ai lettori il piacere della scoperta diretta: buona riflessione!