PAPA/GIOVANI - TAYBEH/COLONI DISUMANI - RICCARDI/ASSISI - UNGHERIA 1956: RICORDI

Di Giuseppe Rusconi. 25 Ottobre 2026.

 

Leone XIV: qualche considerazione sui giovani – Il 27 ottobre si vota in Israele: in ogni caso resterà sul tavolo la questione della Cisgiordania, in cui gruppi di coloni continuano gli attacchi (vedi a Taybeh) contro i palestinesi, depredando i loro raccolti – Dal 25 al 27 ottobre ad Assisi l’incontro per la pace di Sant’Egidio, a 40 anni dalla Giornata voluta da papa Wojtyla – 70 anni fa la Rivolta d’Ungheria: una pagina eroica di storia. Ricordi personali e del cardinale Peter Erdö

LEONE XIV: DAL DISCORSO AI CONGRESSISTI DELLA PASTORALE SCOLASTICA E UNIVERSITARIA, 22 ottobre 2026, Aula Paolo VI – CONSIDERAZIONI SULLA CONDIZIONE GIOVANILE (i neretti sono nostri)

. Cominciamo con il segno della croce con il quale siamo stati tutti battezzati. Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. La pace sia con voi.

. (…) I destinatari del vostro ministero si distinguono per l’entusiasmo, la generosità, lo spirito di servizio così propri dei giovani. Eppure, quanti studenti vivono anche condizioni di disagio esistenziale! Famiglie ferite, solitudini digitali, sentimento di inadeguatezza o di timore davanti a un futuro che appare incerto. Molti attraversano i corridoi dei nostri istituti e delle nostre università e forse si sentono anonimi. Com’è importante che le scuole e le università cattoliche siano, prima di tutto, ‘casa’, un luogo familiare dove si è attesi. Il primo annuncio, spesso, passa attraverso uno stile di accoglienza: qualcuno che ti guarda negli occhi, che ricorda il tuo nome, che nota la tua assenza, che si rallegra del tuo ritorno.

. La pastorale scolastica e universitaria è chiamata ad accompagnare la germinazione lenta del pensiero, a insegnare a discernere e cercare con perseveranza. I processi educativi “hanno bisogno di tempi di maturazione, di confronto con la realtà oltre le apparenze e di un cammino paziente”. Dobbiamo «proteggere i nostri giovani […] da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario» (Lett. enc. Magnifica humanitas, n. 140).

. Non pochi giovani, oggi, sono come paralizzati dalla paura di sbagliare, di non essere all’altezza, di essere malintesi, di non corrispondere alle aspettative. Viviamo in una cultura della prestazione che mette continuamente a confronto e classifica in modo a volte spietato. Una meritocrazia male intesa finisce per non rispettare le persone. Per questo molti finiscono per rinunciare prima ancora di provare.

. Sotto la corazza, che tanti adolescenti si costruiscono per non soffrire, si cela il desiderio di amare ed essere amati. Una pastorale scolastica e universitaria sarà tanto più feconda quanto più si concentra sull’educazione del cuore. Educare il cuore alla compassione, alla gratitudine, alla capacità di lasciarsi toccare dal dolore degli altri; educarlo alla lode e al desiderio di Dio. Il servizio ai poveri, il volontariato, la cura del creato non sono attività accessorie, ma luoghi dove il cuore impara a dilatarsi. Non dimentichiamo: carità e preghiera sono inseparabili.

 

CISGIORDANIA: QUANDO IL FANATISMO DIVENTA DISUMANITA’- TAYBEH ANCORA SOTTO ATTACCO DEI COLONI ISRAELIANI – LA REAZIONE DELLE CHIESE – OLIVE: UNA SENTENZA RELIGIOSA DELIRANTE

Domani, 27 ottobre 2026, gli israeliani sono chiamati a eleggere il Parlamento nazionale con i suoi 120 deputati. Secondo i sondaggi l’esito sarà molto incerto. Sarà confermato il governo Netanyahu, che si è reso responsabile in questi anni di violazioni gravissime del diritto internazionale umanitario?

In ogni caso resterà sul tappeto la questione della Cisgiordania, da cui i coloni, che sognano la Grande Israele  – spalleggiati apertamente o nascostamente da una parte consistente della popolazione israeliana – vorrebbero cacciare, con la complicità dell’esercito, i residenti palestinesi.  Si moltiplicano in questa stagione della raccolta delle olive, una delle fonti fondamentali di sussistenza per i palestinesi, attacchi ignobili, alimentando irresponsabilmente nella regione una tensione che poi sfocia anche in atti di reazione violenta contro gli occupanti.

Il 17 ottobre 2026, ancora una volta, si è dovuto registrare un attacco a Taybeh, l’ultimo villaggio (tra Gerusalemme e Ramallah) quasi interamente cristiano della Cisgiordania. Di Taybeh (come anche di Zababdeh, vicino a Jenin, a larga maggioranza cristiana e gemellato con la parrocchia romana di Sant’Ippolito martire) Rossoporpora.org si è occupata in diverse occasioni (vedi ad esempio https://www.rossoporpora.org/2025/08/01/gaza-e-non-solo-papa-parolin-s-sede-palestina-taybeh-ex-ambasciatori/).

Anche stavolta non è mancata la reazione (19 ottobre) dei Patriarchi e dei capi delle Chiese cristiane di Gerusalemme. Ne proponiamo qualche passo.

. Noi, i Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme, condanniamo il vile attacco compiuto sabato 17 ottobre, dai coloni dal volto coperto a Taybeh contro i residenti locali durante la raccolta delle olive, e contro gli ospiti stranieri, compresi diplomatici e funzionari dei Paesi europei, che erano con loro in una visita di solidarietà nelle aree che patiscono continui attacchi da parte di gruppi analoghi di coloni.

. Questo attacco brutale al villaggio cristiano di Taybeh e contro la sua popolazione pacifica non è un incidente isolato. Nelle ultime settimane i villaggi palestinesi della Cisgiordania sono stati esposti a un terrore su larga scala da parte dei coloni, che sta raggiungendo il culmine durante questo periodo della raccolta delle olive, quando le famiglie vanno nei loro terreni per raccogliere ciò di cui hanno bisogno per vivere e per rinnovare il legame che sussiste da generazioni con le proprie terre.

. A tale proposito, consideriamo la sentenza religiosa recentemente pubblicata, che consente agli ebrei di impadronirsi delle olive dei palestinesi, come infondata, molto preoccupante e pericolosa, e assolutamente inaccettabile. Apprezziamo molto che diversi rabbini e voci ebraiche l'abbiano pubblicamente rifiutata. (NdR: il riferimento è a una sentenza religiosa, emessa il 16 ottobre 2026,  del rabbino israeliano Dov Lior – già rabbino dell’insediamento illegale di Kyriat Arba – nella quale si considera “pienamente ammissibile” per i coloni depredare le olive ai palestinesi. Tale ruberia sarebbe anzi un atto “virtuoso”. Del resto, si dice nella sentenza, la terra di Cisgiordania appartiene al popolo ebraico secondo la legge religiosa ebraica; si aggiunge che del resto gli agricoltori palestinesi sarebbero già stati risarciti con i raccolti degli anni precedenti. Puro delirio di un rabbino che però si concretizza quotidianamente con la complicità di molti).

. Ringraziamo il Presidente dello Stato di Israele Mr. Yitzhak Herzog per le sue parole di condanna. Purtroppo i fatti sul campo mostrano che questi attacchi continuano a causa dell'impunità di cui godono coloro che li commettono. Riconosciamo l'azione intrapresa dalla polizia israeliana e gli arresti effettuati a seguito di questo attacco, ed esprimiamo la nostra speranza che tale azione repressiva prosegua con serietà e coerenza, non rimanendo un fatto isolato.

. Rinnoviamo il nostro pieno sostegno alla comunità di Taybeh e alle sue chiese, e continueremo, come in passato, a fare tutto il possibile per preservare la presenza cristiana lì. Innalziamo le nostre preghiere per il popolo di Taybeh e per tutto il popolo della Terra Santa, affinché possano vivere in sicurezza, giustizia e pace.

Da Taybeh risuona la voce accorata di padre Bashar Fawadleh. Agli inizi di ottobre il parroco ricordava che a causa degli attacchi continui, “molte famiglie produrranno molto meno olio di quanto ne necessitino per il proprio fabbisogno domestico”. E nei giorni scorsi, stavolta alla Fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che soffre”, ha evidenziato che “nonostante Taybeh sia stata dichiarata zona militare chiusa, i coloni continuano a muoversi liberamente, lasciando la nostra comunità esposta a un crescente clima di paura e insicurezza. A preoccuparci non è soltanto quanto è accaduto, ma anche ciò che potrebbe accadere se non verrà garantita una protezione efficace".

 

ANDREA RICCARDI: ASSISI 1986-2026, OGGI NELL’ETA’ DELLA FORZA, da un’intervista a ‘Avvenire’ del 18 ottobre 2026 (a cura di Nello Scavo)

(dal 25 al 27 ottobre 2026 si svolge ad Assisi il tradizionale incontro internazionale per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio sotto il titolo “Pace disarmata e disarmante”. L’incontro di quest’anno farà memoria della ‘Giornata di preghiera per la pace’ voluta Giovanni Paolo II nella città del Poverello, da cui derivarono – già a partire dall’anno successivo – gli incontri per la pace di Sant’Egidio).

. (origine della Giornata del 1986): Il 27 ottobre 1986 Giovanni Paolo II invitò ad Assisi i leader delle religioni per pregare non più uno contro l’altro, ma uno accanto all’altro. Aveva il sapore di una prima volta nella storia. Non era il dialogo interreligioso bilaterale che già andava avanti, pur a fatica: era un fatto creativo. L’intuizione del Papa fu insieme mistica e geopolitica. Mistica perché riconosceva un fondo comune di pace nelle religioni; geopolitica perché apriva una formula di dialogo che ha attraversato la “guerra fredda”, la globalizzazione e oggi entra nell’età della forza, profondamente contraddetta dallo spirito di Assisi.

. (ci furono resistenze all’idea di papa Wojtyla?): Furono tante. All’inizio, il cardinale Joseph Ratzinger, per esempio, espresse perplessità per il rischio di sincretismo. E quando nel 1987 Sant’Egidio decise di continuare a Roma quell’esperienza, ci furono nuove perplessità: si diceva che Assisi fosse un evento unico, qualcosa che solo il Papa poteva convocare. Ma Giovanni Paolo II ci diceva di continuare lo spirito di Assisi. Non voleva che l’incontro del 1986 restasse isolato come un simbolo. Sognava che ne sgorgasse un movimento, un intreccio tra pace e dialogo interreligioso. Ogni anno ci ha accompagnato, esaminando il programma durante un incontro privato e inviando messaggi. Una volta definì la nostra iniziativa un segno dei tempi.

. ( Assisi 1986: svolta storica o promessa incompiuta?): Una svolta storica. Lo intuì anche padre Ernesto Balducci, per nulla tenero con Wojtyla: riconobbe qualcosa che andava oltre l’ordinario e il banale, che doveva far pensare tutti, anche i laici. Nel discorso pubblico di allora sembrava che le religioni fossero condannate alla progressiva decadenza per la secolarizzazione. Invece il fatto religioso stava tornando protagonista, con la tentazione di essere trascinato a benedire o sacralizzare la guerra. Oggi, accanto al terrorismo sacralizzato, vediamo la benedizione delle nuove guerre nazionalistiche o imperiali. Wojtyla intuì il pericolo: la fraternità tra le religioni doveva far emergere la loro dimensione spirituale pacifica.

 

UNGHERIA 1956: A SETTANT’ANNI DA UNA RIVOLTA CHE EMOZIONO’ L’OCCIDENTE – RICORDO PERSONALE E RICORDI DEL CARD. PETER ERDOE 

Avanti ragazzi di Buda/avanti ragazzi di Pest/studenti, braccianti, operai/il sole non sorge più a Est. Abbiamo vegliato le notti/le notti di cento e più mesi/per l'alba radiosa di ottobre/quell'alba dei giovani ungheresi... (canzone scritta da Pier Francesco Pingitore nel 1966, ancora molto conosciuta e cantata sia in Italia che in Ungheria)

Il 23 settembre 1956 decine di migliaia di studenti invocarono per le vie di Budapest libertà, democrazia, ritiro delle truppe sovietiche di occupazione, anche in segno di solidarietà con gli insorti polacchi di Poznan, duramente colpiti dalle misure punitive del governo di Varsavia. Agenti della polizia politica spararono sulla folla. Fu la scintilla che originò l’insurrezione popolare, durata fino all’11 novembre, ma sostanzialmente repressa già dal 4 novembre con l’intervento dell’Armata Rossa che investì Budapest con almeno 4mila carri armati, affiancati da artiglieria e aviazione. L’invasione dell’Ungheria da parte delle truppe del Patto di Varsavia (allora la NATO dell’est) provocò grande emozione in un Occidente che però non reagì (contemporaneamente era scoppiata la crisi del canale di Suez…), pur accogliendo con calore centinaia di migliaia di profughi. A settant’anni dall’inizio della rivolta, pensiamo possa essere di qualche interesse riproporre ai lettori qualche nostro ricordo personale (avevamo sette anni e mezzo) e quelli del cardinale ungherese Peter Erdö, primate di Ungheria nato il 25 giugno 1952.

UN NOSTRO RICORDO (da https://www.rossoporpora.org/2016/10/26/chiesa-e-ungheria-1956-la-voce-di-padre-adam-somorjai-o-s-b/)

. Per parte nostra abbiamo sempre presente nella memoria visiva quella lunga fila di pastrani scuri che sfilarono nella neve davanti alla vecchia caserma di Bellinzona nel febbraio del 1957 tra due ali di folla commossa. In effetti gli esuli ungheresi in Svizzera (oltre diecimila) furono accolti con uno slancio di affetto e generosità mai riscontrato nella storia della Confederazione e, verosimilmente, mai più raggiunto in seguito. Dappertutto fioriscono collette, raccolta di generi alimentari. Partono dalla Svizzera sei vagoni carichi di tavolette di cioccolato e 600mila candeline, regalo degli alunni dell’intera Svizzera tedesca. Anche nel Ticino non mancano manifestazioni di solidarietà e iniziative concrete da parte degli studenti delle scuole medie superiori e di non poche parrocchie e organismi caritativi. Buona parte dei rifugiati si integrò poi in fretta e molto bene nel Paese e pure noi ricordiamo di aver avuto tra gli allievi del Ginnasio di Bellinzona Annamaria Kocsis, figlia di un ingegnere ungherese esule. Ingegneri, tecnici, operai specializzati: in genere erano queste le professioni dei rifugiati (tra loro anche un baritono che allietò poi con la sua voce possente le messe domenicali nella collegiata di Balerna, tra Mendrisio e Chiasso).

. Dal canto suo la Chiesa italiana reagì con la solidarietà concreta offerta dalle Caritas e da molte parrocchie, ma anche con iniziative sentite e clamorose, che ben simboleggiavano il clima dell’epoca. Ricordiamo che il cardinale Giacomo Lercaro fece listare a lutto le chiese della diocesi e suonare a morto le campane per alcuni giorni alla stessa ora, celebrando il 7 novembre nella basilica di san Petronio una solenne messa funebre per le vittime della repressione. Chiarissime le parole pronunciate dall’arcivescovo di Milano, il cardinale Giovanni Battista Montini (poi papa Paolo VI) nell’omelia pronunciata in Duomo dopo la processione penitenziale per i fatti d’Ungheria: Sciogliamo la nostra umile e potente confessione al Dio offeso, al Dio dimenticato, al Dio posposto ai tanti idoli terreni; e gli gridiamo la nostra fede, la nostra lode, la nostra obbedienza. Lui proclamiamo principio, Lui riconosciamo fine. (…) Ed è questo riconoscimento della Divinità che non solo ci fa comprendere il senso amarissimo dell’iniquità vilmente perpetrata sul piccolo e nobile Paese ungherese, ma che ci aiuta a scoprire l’aspetto grandioso e stupendo della sua eroica passione. Non è solo passione; è passione più fede, oggi, quella ungherese, per cui una sciagura nazionale assurge alla dignità di sacrificio, e proietta nel mondo i raggi di uno spirito invitto; è l’umanità conculcata che appare nel fulgore della sua dignità, è la libertà soffocata che alimenta in ogni spirito l’ansia della sua difesa, è la fede perseguitata che si testifica con l’incoercibile voce del martirio. 

DAI RICORDI DEL CARD. PETER ERDOE ( vedi https://www.rossoporpora.org/2016/10/24/ungheria-1956-ricordi-e-valutazioni-del-card-peter-erdoe/ )

Eminenza, Lei è nato solo poco più di quattro anni prima della rivolta di Budapest. Conserva qualche ricordo preciso di quanto accaduto? Quando e come seppe dell’insurrezione?

Ho dei ricordi molto personali, poiché i carri armati dell’Armata Rossa  hanno distrutto la nostra casa che era nel centro di Budapest, vicino a una caserma degli insorti. Davanti a casa nostra si combatteva accanitamente.

Lei era piccolo… Che cosa pensò allora di quel che succedeva?

Mi ricordo di aver chiesto a mia mamma perché si sparasse. Lei mi rispose: “Perché c’è la guerra”. E io: “Chi spara contro di noi?” La mamma: “I russi”. E io: “Mamma, chi è con noi?”. E lei, piangendo: “Nessuno”. Io naturalmente non capivo allora le sfumature politiche.

Con la casa distrutta, dove andaste?

Dovevamo trasferirci, eravamo senzatetto e senza niente, la casa era anche bruciata… perciò ci trasferimmo in un alloggio per operai di un’impresa in cui aveva lavorato anche mio papà. Però per raggiungere il nuovo alloggio dovemmo attendere che ci fosse una tregua nei combattimenti. Venne, scendemmo in strada, l’attraversammo. La strada era piena di fango, disselciata dagli insorti. Nel fango vidi qualcosa di strano che emergeva… volevo prenderlo… ma mia mamma con uno strattone me lo impedì. Quel qualcosa era qualcuno, un soldato russo travolto da un carro armato. Io e i miei fratelli eravamo bambini e non ci siamo resi conto della tragedia di quei giorni: per noi era una situazione strana e interessante.

Ricorda qualche altro episodio? 

Per alcuni giorni non si poteva comprare il pane. Allora eravamo riforniti di caramelle e cioccolatini che qualche bravo vicino di casa aveva asportato da un negozio centrato da qualche proiettile. Prima di Natale noi tre fratelli senza casa siamo stati mandati da famiglie contadine dei dintorni di Budapest, nell’ambito di un’azione promossa dalle parrocchie. Per alcuni mesi siamo restati lì.

Com’è stato il Natale del 1956?

Triste, ma anche interessante. Ho potuto conoscere nei dettagli la vita contadina… la mazza… poi il taglio del maiale… tante cose per me nuove. E’ vero che ogni giorno piangevamo per la mancanza dei genitori, che potevano venire solo una volta per settimana. Poi la nostra casa è stata restaurata e siamo tornati a vivere a Budapest.

 

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